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domenica 19 aprile 2020

Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo


Sono tornato alle pagine del Gattopardo dopo tanti  anni, trovando la conferma, una volta di più, di quanto sia bello e necessario continuare a leggere e rileggere i classici.

Questa volta ho scelto la versione in audiolibro, splendidamente interpretata da Toni Servillo. Una versione che esalta la parabola esistenziale del  Principe di Salina, quel suo rimirar le stelle a fronte della pochezza delle vicende umane. L’arcinota denuncia del cinismo e dell’opportunismo che caratterizzano ogni epoca di veloce trasformazione (quel “se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi” ormai diventato proverbiale, tanto che ha finito per rinchiudere le bellissime pagine di questo romanzo in un recinto troppo angusto) si trasforma, in questa mia nuova “lettura”, nel disincanto di chi capisce tutti i limiti del vecchio come del nuovo ordine e li osserva con malinconico distacco.

Memorabili i dialoghi nei quali vediamo all'opera il Gattopardo nei suoi rapporti con i Borboni (l’udienza con re Ferdinando) , con i piemontesi  (la visita del prefetto Chevalley, in cui rifiuta il seggio senatoriale), e con i suoi dipendenti (“questi liberalucoli di campagna”) tanto indolenti quanto  calcolatori, avidi e rapaci, che rappresentano il ceto emergente, lesto a cogliere l’occasione per saltare sul carro del vincitore (“le rondini avrebbero preso il volo più presto”), miseri “sciacalletti e iene”, destinati a rimpiazzare i gattopardi e a costituire la futura classe dirigente soprattutto in forza dei loro limiti e della loro inconsapevolezza.

Don Fabrizio si trova più a proprio agio con uomini schietti e sinceri, “snob” ante litteram, come l’organista don Ciccio Tumeo, che sdegnati dal conformismo truffaldino dei tempi nuovi preferiscono aderire tardivamente alla fazione sconfitta (“ero un fedele suddito, sono diventato un borbonico schifoso”) e trova intellettualmente e spiritualmente più stimolante il rapporto con esponenti  di un potere eterno e carico di storia come il gesuita padre Pirrone. Solo per dovere sociale subisce la frequentazione, in tempi diversi, tanto della decrepita aristocrazia in disarmo, quanto dei rozzi e incolti uomini nuovi, come quel don Pietro Sedara che con rassegnato senso di ineluttabilità accoglie persino nella propria famiglia.

A plasmare il romanzo, più che i fatti e gli avvenimenti, sono soprattutto i pensieri del Principe, l’indulgenza verso la debolezza umana (“non era lecito odiare altro che l’eternità”), il continuo richiamo della sensualità (“pecco per non peccare più”) e le numerose riflessioni sulla Sicilia (“questo è il paese degli accomodamenti”), sulla sua storia (“sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate”) e sui siciliani   (“in Sicilia non importa far male o far bene, il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare”).

All’ombra del Principe, a movimentare, contestualizzare ed intervallare il flusso principale della narrazione, si consumano anche vicende minori, come lo struggimento dickinsoniano  della figlia Concetta, infelicemente innamorata del cugino Tancredi, o come il dramma privato di  padre Pirrone, chiamato a risolvere nel più tradizionale dei modi una vicenda d’onore che coinvolge la sua famiglia.

In conclusione, un romanzo che pare un monumento alla caducità umana, che si apre nel mese di maggio 1860 tra gli eccessi di un giardino dagli odori fin troppo prepotenti e nauseabondi e si chiude esattamente cinquant'anni dopo nello stesso mese, tra ossa, carcasse imbalsamate e polvere da gettare nell'immondizia.

Non stupisce che alla sua uscita, negli anni ’50 della ricostruzione post bellica, non abbia incontrato lo spirito del tempo, né che molti addetti ai lavori abbiano criticato l’argomento passatista, l’orientamento antistorico, lo stile decadente e poco innovativo. A noi che leggiamo per puro diletto,  Tomasi di Lampedusa regala invece una prorompente sensazione di bellezza e immortalità, tuttora in grado di affascinarci, anche per via del continuo filo di ironia, che non viene mai meno. 
“Ho settantatré anni, all'ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto un totale di due, tre al massimo. E i dolori, la noia, quanto erano stati? Inutile sforzarsi a contare, tutto il resto: settant'anni”.

domenica 5 aprile 2020

La peste

Non è necessario essere santi, né eroi, ma non per questo ci si deve rassegnare al Male. Occorre invece combatterlo, curarlo, limitarne i danni, consapevoli che una vittoria definitiva non la potremo mai ottenere. Il medico non può impedire la morte, può semmai ritardarla, curare la malattia, conscio che si tratta sempre di successi provvisori.
Questo mi pare, in estrema sintesi, il messaggio di questo romanzo, che ho voluto leggere per la prima volta nel tempo dell’attuale pandemia.
Orano, un’anonima cittadina sulla costa algerina viene sconvolta negli anni Quaranta del secolo scorso da un’epidemia di peste. Stupore, incredulità, preoccupazione, panico, rassegnazione si susseguono velocemente tra i cittadini indifesi e le autorità impreparate a gestire la situazione. “Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista”.
L’amorfa collettività di Orano, senza caratteristiche particolari che la possano distinguere dall’Umanità tutta che vuole rappresentare, è il primo fondamentale personaggio del romanzo. Con i suoi bollettini sanitari, le ordinanze prefettizie, le inquietudini, le leggerezze, lo stato di perenne incertezza sulla durata dell’epidemia e dei provvedimenti, lo sfinimento dei medici e delle squadre volontarie di soccorso, i funerali negati, l’impaurita disciplina e l’altalenante emotività, è proprio questa la voce che noi lettori dei giorni del Coronavirus andiamo a cercare, raccogliendo analogie e discordanze.
Da questa moltitudine si distingue una manciata di personaggi che sostengono la trama e ne arricchiscono il significato allegorico.
Bernard Rieux è un giovane medico che con umanità, competenza, concretezza e testardaggine si batte senza sosta per salvare il salvabile. “L’essenziale era fare bene il proprio lavoro”. “Non possiamo contemporaneamente curare gli uomini e sapere. Quindi occupiamoci di curare gli uomini il più in fretta possibile. E’ questa la cosa più urgente.”
Raymond Rambert è un energico e ambizioso giornalista, che si trova a Orano per lavoro allo scoppio dell’epidemia e, impossibilitato a ricongiungersi con i suoi affetti, è l’emblema degli esuli, delle persone e delle famiglie improvvisamente separate dal dilagare del male. “In realtà soffrivamo due volte – della nostra sofferenza e poi di quella che immaginavamo negli assenti, figli, moglie o amante”. Le numerose, appassionate pagine che Camus scrive su questa umanità divisa da una barriera ostile e impenetrabile (nel ricordo tragico dei campi di concentramento) ci fanno rabbrividire al ricordo di tutti i Muri, da Berlino in poi, che sarebbero stati costruiti, progettati o semplicemente vagheggiati nei decenni successivi.
L’onesto impiegato comunale Joseph Grand è un ometto triste, insospettabilmente romantico, alla perenne ricerca delle parole giuste, una persona rispettabile come ce ne saranno sempre, di quelle che il male non riesce proprio ad eliminare.
Il suo vicino di casa Cottard, al contrario, vive di espedienti, nel torbido prospera e lucra, teme il ritorno alla normalità, che lo rende scontroso e guardingo. Il disordine, invece, gli dona lucentezza e affabilità.
Il giudice Othon, algidamente disumano nella fanatica comprensione del suo ruolo, nella disgrazia più prevedibilmente trova un’occasione di redenzione.
Infine c’è il misterioso Jean Tarrou, il cui confronto con Rieux nel finale del romanzo ci fornisce la chiave per la sua interpretazione.
Intellettuale ed idealista ormai disilluso, Tarrou si trova in un vicolo cieco: la peste ce la portiamo dentro, è praticamente impossibile evitare di contagiare qualcuno (“allora ho capito che, almeno io, anche nei lunghi anni in cui pure credevo con tutta l’anima di lottare conto la peste, non avevo mai smesso di essere un appestato”), nel combattere il male si rischia di generare altro male (“ho scoperto che avevo acconsentito indirettamente alla morte di migliaia di uomini, che avevo addirittura provocato quella morte trovando buone le ragioni e i principi da cui fatalmente era conseguita”) e si può solo scegliere tra essere flagello o essere vittima. La terza categoria, quella dei veri medici, è la più rara, ed è la strada più difficile.
Un po’ più semplice, paradossalmente, è ambire alla santità, magari una santità senza Dio, fatta di pura compassione, ossia un immolarsi dalla parte delle vittime per giungere infine alla pace.
Il dottor Rieux, obietta: “Non provo granché interesse, credo, per l’eroismo e la santità. Quel che mi interessa è essere un uomo”.
Scrivendo nel 1947, sulle macerie provocate dal Male assoluto, in un periodo di grande tensione ideale e di scontro ideologico, Camus vuole ammonirci contro la tentazione di costruire la società perfetta, quella in cui il male sia definitivamente estirpato: è una speranza vana, fonte di ulteriori sofferenze e distruzioni, come la Storia ha ampiamente dimostrato. Tra l’intransigente purezza della santità e tutti i limiti di un’umanità imperfetta, meglio la seconda.
“Ascoltando infatti le grida di esultanza che si levavano dalla città, Rieux si ricordava che quell’esultanza era sempre minacciata. Poiché sapeva quel che la folla in festa ignorava, e che si può leggere nei libri, cioè che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle carte, e che forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice”.

Letto nella traduzione di Yasmina Melaouah, per Bompiani, 2017 - disponibile anche in Ebook
Molto bella la lettura di Remo Girone, ascoltabile su Rai Play Radio, che segue la precedente traduzione di Beniamino Dal Fabbro. Link: La peste di Albert Camus letto da Remo Girone (Rai Play - Ad Alta Voce) 

lunedì 21 agosto 2017

Giuseppe Berto, Il male oscuro

Di questo romanzo mi ha colpito innanzi tutto lo stile.
E’ un lunghissimo monologo nel quale i periodi, già piuttosto lunghi fino a circa metà del volume, man mano che ci si addentra nella psiche del protagonista-narratore diventano un fluire continuo, aumentano progressivamente di lunghezza e si può arrivare a leggere quasi cinquanta pagine prima di trovare un punto e tirare il fiato.
In qualche modo mi ha ricordato l’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce, quello con i pensieri di Molly, scritto completamente senza punteggiatura. Niente paura: Berto le virgole le mette, ma ugualmente ci fa fluttuare in una continua corrente di pensieri, parole, ripetizioni, ossessioni, che richiede grande padronanza di scrittura e soprattutto un’intensità di contenuti fuori dal comune.
E infatti la seconda cosa che mi ha molto impressionato è come si possano scrivere trecentocinquanta dense e fittissime pagine guardando continuamente il proprio ombelico, anzi descrivendo centimetro per centimetro il proprio intestino e allo stesso tempo raccontare lo smarrimento di un’intera generazione, di un ambiente sociale, per certi versi persino di una nazione.
“Anche narrando la propria vita uno può narrare la vita umana” dichiarò Berto in un’intervista all’uscita del romanzo, nel 1964.
Giuseppe Berto, classe 1914, era figlio di un carabiniere “nei secoli fedele” al Re, poi divenuto cappellaio nella provincia veneta ma con scarsissima attitudine al commercio, data la natura di uomo tutto d’un pezzo che l’esperienza militare, l’ambiente provinciale, le ristrettezze economiche e i valori imbevuti di retorica patriottica tardo risorgimentale non avevano contribuito ad ammorbidire.
L’inquietudine di Berto, la ribellione al clima soffocante familiare e provinciale (abbondantemente assimilato nei principi e nei valori, dunque la ribellione è un po’ contro una parte di se stesso) lo porta ad arruolarsi in Africa con le camicie nere, a spendere in guerra gli anni migliori, cercando anche la bella morte come estrema forma di gloria e liberazione, per poi tornare sfinito, vinto e disilluso in una società ormai trasformata, estranea e aliena, popolata da uomini nuovi dai quali si sente lontanissimo, ragion per cui coltiva la vocazione, e anche un po’ il gusto, di restare ai margini.
Non a caso, Berto ebbe tra i suoi primi estimatori Indro Montanelli (classe 1909) con il quale condivise alcune esperienze e stati d’animo: dalle frequenti crisi depressive all’Abissinia vissuta con giovanilistico anelito di fuga e avventura, alla ricorrente polemica contro la nuova cultura dominante affermatasi dopo la Liberazione.
I personaggi principali e le figure chiave di questo romanzo non hanno un nome e si riconoscono come “il padre”, “la sorella maggiore”, “la vedova”, “la ragazzetta”, “la moglie”, “il vecchietto”, “il luminare” etc., puri strumenti di descrizione del male oscuro del protagonista e della sua solitudine in una società che sembra disinteressarsi di qualsiasi cosa che non riguardi i consumi, il benessere materiale, il progresso, i nuovi prodotti.
Il male oscuro che lo ha così tanto tormentato, sembra volerci dire Berto, è comune a molti, ma pochi ne hanno parlato direttamente e senza finzione poetica.
Eppure, come recita Eschilo in una delle epigrafi in esergo: “il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”. Dunque Berto si racconta e lo fa talmente impudicamente che solo grazie ad un’arguta ed efficacissima ironia riesce a non farci distogliere lo sguardo, anzi a farsi seguire tra ospedali e lettini per terapia psicoanalitica neanche si trattasse della fuga del Corsaro Nero nella foresta di Maracaibo.
La citazione di Eschilo è tratta dal Prometeo: la ribellione verso il proprio microcosmo e le aspirazioni negate. Le altre due epigrafi che aprono il romanzo sono di Freud, imprescindibile, visti i continui (anche divertenti) riferimenti alla psicoanalisi e di Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore) che insieme a Svevo (La coscienza di Zeno) viene indicato dallo stesso Berto come nume tutelare della sua opera.
Gadda, dal quale Berto trasse ispirazione anche per il titolo del romanzo, gli diede anche la soddisfazione di un pubblico encomio in radio.
E a proposito di soddisfazioni: come deve essere stato vincere il Campiello, a Venezia, lui nato a Mogliano Veneto da un carabiniere nei secoli fedele che gli profetizzava un futuro fatto di galera e fallimenti?

“e così scavo nella mia solitudine e nel mio avvilimento pensando che un giorno gliela farò vedere a tutti questi veneziani chi sono io”.

sabato 22 luglio 2017

I duellanti, di Joseph Conrad

L’insensatezza delle passioni che offusca la vista e fa precipitare verso il baratro. L’inconsapevole pulsione autodistruttiva che inspiegabilmente attrae e soggioga l’anima. La trappola dell’orgoglio, dell’onore, dei codici e delle convenzioni che  impediscono di fermare la corsa verso la catastrofe, anche quando essa è sempre più evidente. La salvezza non è in noi ma negli altri e può arrivare solo se abbiamo la fortuna di guardare oltre e di cogliere lo sguardo d’amore posato su di noi.
“Il generale D’Hubert ebbe il secondo di tempo necessario per ricordare che egli aveva temuto lo spettro della morte non come uomo, ma come amante; non come un pericolo, ma come un rivale; non come un nemico della vita, ma come un ostacolo al suo matrimonio.”
Come in tutte le opere di Conrad, anche questo lungo racconto o romanzo breve (130 pagine) è pervaso dal mal di vivere. Pur mancando l’atmosfera dei mari esotici e delle terre lontane (siamo in Europa durante le guerre napoleoniche), ritroviamo la stessa febbre, la stessa corsa verso l’abisso, la stessa lotta contro lo spirito animale nascosto nelle nostre viscere e che vuole nutrirsi del nostro stesso sangue.
Non ingannino le differenze sociali, perché in modi diversi si tratta di una febbre che colpisce tutti, l’aristocratico, settentrionale e ben educato D’Hubert, come il focoso, “terrone” e plebeo Feraud. Non  conta chi ha provocato e chi non ha saputo resistere alle provocazioni: l’uno ha bisogno dell’altro per sentirsi vivo e per dare un senso a ciò che un senso non ce l’ha.
Semmai il diverso ambiente e le diverse risorse economiche e culturali consentono una diversa gestione di queste pulsioni, conducendo infine a sbocchi diversi.
Leggere Conrad non è mai stato piacevole per me, e questo basta per non annoverarlo tra i miei preferiti, eppure sono attratto dalle sue opere con la stesso insensato gusto per il male che domina i protagonisti delle sue storie.
“I duellanti”, è ispirato ad un articolo pubblicato su un giornale, nel quale si ricordava la vicenda di due ufficiali napoleonici che nel corso di vent’anni si sfidarono a duello svariate volte per futili motivi, che rimasero avvolti nel mistero.

Nel 1977 Ridley Scott ne ha ricavato un film cupo e tenebroso, che tiene lo spettatore incollato alla sedia, interpretato da Harvey Keitel (Feraud) e Keith Carradine (D’Hubert) sostanzialmente fedele al romanzo ma tutto focalizzato sulla virile contrapposizione tra i due personaggi e sul parallelismo con la rapida ascesa e caduta del parvenu di Ajaccio, escludendo gli aspetti che, soprattutto nel finale, rendono l’opera di Conrad un po’ più ricca e poliedrica.

domenica 2 ottobre 2016

George Simenon, I complici




Joseph Lambert all’età di nove anni ebbe un gran mal di denti. “Il dentista gli aveva dato due compresse bianche, probabilmente un calmante, e poiché dopo pranzo il dolore era tornato a farsi sentire, molto forte, lui le aveva buttate giù tutte e due”.

Poi andò a riposare in giardino, sotto un tiglio, in uno stato fluttuante tra sogno e realtà, nel quale le sensazioni fisiche si dissolvevano e galleggiando lo cullavano regalandogli un senso di pace morboso e gratificante. “Che fosse il caldo, il torpore che segue al pranzo o l’effetto delle compresse…  Fatto sta che continuava a sentire dolore alla guancia sinistra, ma non si poteva più chiamarlo dolore, trasfigurato com’era in piacere, in una sorta di voluttà, la prima, insomma, che avesse conosciuto.”

Quel ragazzino divenne un uomo sanguigno, energico, muscoloso , dai lineamenti marcati e il naso grosso e tozzo come suo padre, un muratore che con la forza delle braccia, schiena curva e sudore aveva creato un’impresa con officine, magazzini, uffici, dipendenti e svariati cantieri nella zona. Joseph portò nuove idee e sviluppò ulteriormente l’azienda paterna con mani sicure, fiuto ed esperienza. Eppure per tutta la vita continuò a rincorrere quella dolce dissoluzione nel nulla, quel torpore e quel mal di vivere che sperimentò per la prima volta a nove anni, a causa di un banale mal di denti, di un caldo dopo pranzo e di due compresse. Lo fece con l’alcol e soprattutto lo fece con le donne.

Al contrario dei suoi amici del caffè Riche, con i quali si ritrovava per il bridge e per qualche buon bicchiere, Joseph non sentiva il bisogno di dissimulare i suoi numerosi tradimenti coniugali, anche quelli più squallidi con prostitute. Non che li esibisse con ostentazione, ma nemmeno provava quell’imbarazzo che spinge a rifugiarsi nell’ipocrisia.

L’alcol, le donne, la voluttà erano il suo modo di dire no alla provincia, alla noia, ai doveri, alle responsabilità, alle anime belle, ai parenti soffocanti, alla domestica bigotta e rancorosa, ai due fratelli, un insopportabile sgobbone precisino e un alieno flaneur sparito in qualche circolo intellettuale a Parigi. La voluttà era la sua grande forza di attrazione, il magnete che lo richiamava costantemente verso l’abisso.

Una sera Joseph sorprese la sua efficientissima ed enigmatica segretaria Edmonde sdraiata sullo schienale reclinato, con il vestito alzato fino al ventre, una mano in mezzo alle cosce e un impercettibile movimento di dita. Rimase a guardarla fino al momento dell’orgasmo, notando le narici contrarsi e “il labbro superiore rialzarsi scoprendo i denti in una smorfia di sofferenza che non somigliava per niente ad un sorriso”.

Da quel momento Edmonde diventò, unica tra le tante amanti, la perfetta complice con cui condividere il suo insanabile mal di vivere.

La complicità dell’anima ebbe occasione e necessità di trasformarsi in complicità nel male quando l’incessante corsa verso il danno e la catastrofe giunsero alla meta finale, che non poteva essere più straziante: un pullman con quarantotto bambini a bordo esce di strada, si schianta e si incendia. Quarantasette bambini morti, più due maestre e l’autista, una bambina che lotta tra la vita e la morte e  un solo responsabile: Joseph Lambert alla guida della sua Citroen con la mano sinistra, la mano destra immersa tra le bianche cosce della sua obbediente segretaria.

E’ da qui che parte la storia, da una tragedia che avrebbe potuto trasformare Joseph ed Edmonde negli amanti maledetti già visti in Teresa Raquin. Avrebbe potuto, ma in questo caso il percorso è un altro e si appoggia sull’enigma Edmonde, un personaggio inquietante  che non si dimentica facilmente, e a cui serviva tutta la fantasia perversa e misogina di Simenon per prendere forma e vita.

Nei confronti di Joseph invece, nonostante l’indicibile gravità della tragedia provocata, tendiamo ad essere inspiegabilmente indulgenti e ad assecondare in parte il suo istinto auto assolutorio. “Non sono colpevole”, scrive lui ad un certo punto, ma poi ci ripensa, troppo difficile da spiegare, occorrerebbe essere capaci di srotolare quella matassa ingarbugliata che ha iniziato a formarsi tanti anni fa, in un assolato pomeriggio trascorso da un ragazzino in preda di un acuto mal di denti.

Con questo romanzo sono tornato a frequentare, dopo tanto tempo, il vecchio Simenon. E ancora una volta sono rimasto colpito dalla perizia consumata di questo grande narratore. Con pochi tratti sapienti, riesce a costruire un quadretto vivo e credibile di una cittadina di provincia, con i suoi bar, i suoi circoli, le fattorie, i salariati, i  notabili, le famiglie, le prostitute, le maschere antiche e sinistre di coloro che vivono ai margini del villaggio. In centocinquanta pagine veloci ci rende partecipi dell’inquietudine di un’anima, degli arrovellamenti che seguono un misfatto e del mistero che circonda coloro a cui incautamente affidiamo la nostra salvezza. E ci dimostra, con i fatti e non con astratte teorie, quanto siano inutili le raccomandazioni e gli avvertimenti premonitori di chi in un modo o nell’altro ci vuole bene (“stai attento”, “prenditi cura di te”) nel momento in cui siamo soggiogati da un’insostenibile e terrena cupio dissolvi.

Ecco perché, se amiamo i libri, non possiamo non dirci riconoscenti a Simenon: i lettori gli devono gratitudine per le ore di piacevole ozio regalate da tante pagine che non ambiscono ad entrare nell’Olimpo o nel Parnaso della Letteratura, ma ci divertono per lo sguardo intelligente sull’umano mondo . Gli scrittori, e soprattutto gli aspiranti tali, mi auguro continuino a vedere in Simenon un grande, grandissimo maestro.

mercoledì 15 giugno 2016

Primo Levi, La chiave a stella

"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è un privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono."
Primo Levi, La chiave a stella, 1978
 

sabato 19 settembre 2015

Danny l'eletto

Fin dalle origini della tradizione chassidica, il tzaddik era il capo della comunità, un uomo particolarmente devoto, sapiente e sensibile, che la gente seguiva con fiducia e a lui si rivolgeva per ogni problema. I chassidim riconoscevano nello tzaddik un vincolo sovrumano tra loro e Dio.
Come spesso succede quando i movimenti spontanei, guidati da uomini particolarmente carismatici, si cristallizzano e diventano istituzioni, anche nel chassidismo ci furono abusi. La carica di tzaddik divenne spesso ereditaria, molti tzaddikim vivevano come monarchi orientali, le comunità divennero clan chiusi e dogmatici che, anche per il tramite di barbe, riccioli e vestiti scuri con le frange, si illudevano di fermare il tempo alla Polonia del diciottesimo secolo.
Ogni aspetto estraneo allo studio del Talmud era un potenziale pericolo e si composero liste di cose lecite e di cose proibite, molti libri vennero messi al bando e si diffuse la pratica dei matrimoni combinati fin dalla più tenera età. Studiare le materie ebraiche in lingua ebraica anziché in yiddish era considerato un peccato inaudito, perché l’ebraico era la Lingua Santa e usarlo normalmente in classe era una profanazione del Nome di Dio.
Quando il movimento sionista iniziò a propugnare uno Stato ebraico in Palestina, trovò nelle comunità chassidiche uno strenuo avversario, perché non si ammetteva una patria ebraica che non avesse al centro la Torah, non doveva quindi esserci una patria ebraica fino all’avvento del Messia.
Fanatismo? Certamente. Eppure anche un ebreo liberale, pur non condividendo affatto queste scelte e questi comportamenti, può affermare che “il fanatismo d’uomini dello stampo del rabbino Saunders ci ha conservati in vita durante duemila anni di esilio.
Le ultime, sconvolgenti quindici pagine di “Danny l’eletto” gettano una luce nuova su tutto il romanzo e rivelano che ci può essere un’infinita tenerezza nella dura roccia che protegge e custodisce le radici della pianta cresciuta con fatica al suo interno. Se ci si ferma alla superficie, si sperimenta solo il lato duro, ruvido, sgradevole, e anche violento, di uno stile di vita incomprensibile e inaccettabile.
Ma scavando in profondità (e per questo occorre che ci siano delle profondità, quindi l’integralismo non è per tutti) si può scoprire un sorprendente ed inesauribile pozzo di sensibilità, comprensione, amore ed empatia. Si può scoprire che dietro veti, bandi e proibizioni si nasconde la consapevolezza che essi saranno tutti abbattuti e che è ineluttabile che le regole formali, le prescrizioni, i codici siano prima trasgrediti e poi abbandonati. Nel frattempo, con severità, disciplina e rigore ben oltre ogni limite comprensibile, avranno forgiato un’anima, avranno formato un uomo.
Quest’uomo potrà anche tagliarsi i riccioli, la barba, smettere gli abiti scuri e le frange, ma rimarrà per sempre profondamente un tzaddik, un giusto, un sapiente, un caritatevole, un uomo che anche nella confusione delle strade del mondo non perderà mai la propria.
“Danny l’eletto” ci parla dell’amicizia di due ragazzi ebrei newyorkesi, alla fine della seconda guerra mondiale.  Reuven è figlio del professor Malter, un ebreo colto e di larghe vedute, sostenitore e promotore del sionismo. Daniel invece è figlio del rabbino Saunders, uno tzaddik di grande carisma, stimato, e rispettato da tutti.
Danny, destinato ad ereditare la carica del padre, è un ragazzo eccezionalmente intelligente, curioso e sensibile. Divora di nascosto letture “proibite”, stringe amicizie pericolose eppure non osa mettere in discussione né l’autorità del padre, né il severo (forse anche crudele) sistema di vita entro cui è cresciuto.
Non si tratta solo di un grande romanzo sull’amicizia: il libro ci parla anche di padri e di figli, di silenzi e di incomunicabilità, di parole dette in silenzio, di canali di comunicazione incredibilmente tortuosi, che devono farsi strada tra le complessità dell’anima.
E’ un libro che invita anche a riflettere, noi apparentemente liberi, liberali, laicissimi, aperti e democratici. Ci invita a non fermarci all’aspetto sgradevole e aspro della roccia, ad andare oltre le idee e i comportamenti che ci sembrano incomprensibili, arcaici, ottusi e bigotti. Troppo facile denigrarli, rifiutarli, rispondere al fanatismo con altrettanto fanatica superficialità. L’istinto sarebbe quello, ed è naturale. Infatti, anche l’amicizia tra Reuven e Danny nasce da uno scontro, dall’odio persino. Ma poi i due ragazzi fanno leva sulle proprie qualità e da quella contrapposizione nasce una grande amicizia, un legame solido, un ponte tra due mondi apparentemente incomunicabili.
Non dovremmo mai dimenticare che il dialogo è sempre possibile. A due condizioni: che si abbia la voglia e la capacità di scavare, e che sotto la superficie ci sia qualcosa.
Crescere un figlio nel dolore e nel sacrificio, imporre a sé e agli altri privazioni e sofferenze, continuerà a sembrarci un prezzo inaccettabile per forgiare un carattere. Ma chi vive in un mondo protetto da barriere sa e si aspetta che esse siano superate prima o poi, sa che quel mondo si dissolverà e si mescolerà con altri mondi.
Forse è proprio su questo che si fonda il dialogo: la capacità di guardare avanti, pur senza dimenticare la validità delle proprie ragioni e restando intimamente fedeli alle proprie radici.


lunedì 4 maggio 2015

L'imperatore di Portugallia, una favola per adulti



L’imperatore di Portugallia è un romanzo scritto nel 1914 da Selma Lagerlöf (1858-1940), importante scrittrice svedese che vinse il premio Nobel nel 1909.

 Jan, un povero bracciante che vive con la moglie Kattrinna in un luogo sperduto della Scandinavia, diventato inaspettatamente padre,  si scopre un fortissimo attaccamento alla sua unica figlia, Klara Gulla.

Sul tema di questo grande amore, si sviluppa una storia apparentemente semplice e tuttavia precisa, nitida, intensa e ricca di emotività.

La forza dell’amore paterno, così grande e potente, diventa follia, cecità, chiaroveggenza, trasfigura una realtà troppo brutta per essere sopportata e la trasforma in sogno e poesia.

Capitoletti brevi, personaggi appena stilizzati, atmosfera fiabesca (siamo nella terra dei Troll) caratterizzano questo interessante e godibile romanzo, ma si avverte anche un profumo di nordica severità luterana, qualche nota agrodolce di moralismo didascalico alla De Amicis (in fondo il libro è stato scritto in un’epoca che non aveva ancora conosciuto due guerre mondiali e la frantumazione dei valori compiuta dal “secolo breve”) e, volendo esagerare, una pallida eco di un Re Lear, meno grandiosamente tragico, più tenero e mansueto, eppure a suo modo indimenticabile.

Ad avvolgere tutto ci sono le forze della natura, i boschi, il freddo e la luce delle terre del nord.

sabato 14 marzo 2015

Il rigore più lungo del mondo (seconda parte)


Seconda parte della lettura di "Il rigore più lungo del mondo" di Osvaldo Soriano durante Totem di Alessandro Baricco e Gabriele Vacis
"- Constante li tira a destra.

- Sempre, -disse il presidente della squadra.

- Ma lui sa che io so.

- Allora siamo fottuti.

- Sì, ma io so che lui sa, - disse el Gato.

- Allora buttati subito a sinistra, - disse uno di quelli che erano seduti a tavola.

- No. Lui sa che io so che lui sa, - disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire."


Il rigore più lungo del mondo (prima parte)


Prima parte della lettura che Alessandro Baricco e Gabriele Vacis fecero del racconto "Il rigore più lungo del mondo" di Osvaldo Soriano, che ci parla di un'epoca in cui il calcio non era ancora diventato il noioso show business di oggi.

Il rigore più lungo del mondo, di Osvaldo Soriano



Pubblicato nel 1994 all'interno della raccolta "Pensare con i piedi", Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano è considerato da molti il più bel racconto sul calcio che sia mai stato scritto.










Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto
di Valle de Rìo Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un
circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada
di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al
campionato di Valle perché di domenica non c'era altro da fare e il vento portava con sé la
sabbia delle dune e il polline delle fattorie.
I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando avevo quindici
anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva
quasi quaranta e i capelli bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa
partecipavano sedici squadre e l'Estrella Polar finiva sempre dopo il decimo posto. Cedo che
nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa
ben ripiegata nella borsa perché era l'unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a
vincere per uno a zero con l'Escudo Cileno, un'altra squadra miseranda. Nessuno ci badò.
Invece, un mese dopo, quando avevano vinto quattro partite di seguito ed erano in testa al
torneo, nei dodici paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.
Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far rimanere il Deportivo
Belgrano, l'eterno campione, la squadra di Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al
secondo posto, con un punto di distacco. Si parlava dell'Estrella Polar a scuola, sull'autobus,
in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine dell'autunno avrebbero avuto ventidue
punti contro i ventuno dei nostri.
I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come somari e pesanti
come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come maiali quando non avevano la palla.
L'allenatore, uno vestito di nero, con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra le
labbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di vimini quando gli passavano
vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi, che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non
riuscivamo a spiegarci come potessero vincere se giocavano così male.
Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che dovevano
appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la gente li applaudiva per l'uno a zero
e porgeva loro bottiglie di vino rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel
postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché mangiavano le poche cose che
conservava nella ghiacciaia.
Erano diventati l'attrazione del paese e a loro tutto era consentito. I vecchi li raccoglievano nei
bar quando bevevano troppo e cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano
di qualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze Il accettavano carezze
al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese, nessuno li prendeva sul serio, neppure quando
avevano vinto con l'Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell'euforia furono sconfitti
come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell'andata persero il primo posto quando il
Deportivo Belgrano li sistemò con sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse
stata ristabilita.
Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro litania di
laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con un solo punto in meno rispetto al
campione.
L'ultimo scontro divenne storico a causa del rigore. Lo stadio era tutto esaurito e lo erano
anche i tetti delle case vicine e il paese intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando
in casa, replicasse almeno i sette goal dell'andata. Il giorno era fresco e assolato e le mele
cominciavano a colorirsi sugli alberi. L'Estrella Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che
presero d'assalto la tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare calmi.
L'arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che vendeva biglietti
della lotteria nel circolo locale e tutti quanti capirono che si stava giocando il lavoro quando al
quarantesimo del secondo tempo si era ancora sull'uno a uno e non aveva fischiato la massima
punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a tuffo nell'area dell'Estrella
Polar e facevano capriole e salti mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era
campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non concedeva il rigore perché
non c'era fallo.
Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la mezz'ala sinistra
dell'Estrella Polar infilò una punizione da molto lontano e portò la squadra ospite sul due a uno.
Allora sì che Herminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando Padìn entrò
in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò. Fece uscire dal fischietto un suono stridulo,
imponente e indicò il punto del rigore. All'epoca, il luogo dell'esecuzione non era indicato con il
dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo. Herminio Silva non riuscì nemmeno
a raccogliere il pallone perché l'ala destra dell'Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con
un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare
il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il Commissario, con una lanterna accesa, sospese
la partita e diede ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo stato di
emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno per allontanare dal paese tutti
quelli che non sembravano del posto.
Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì seguente, si dovevano
giocare ancora venti secondi a partire dall'esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato
tra Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto luogo la domenica
dopo, ullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così quel rigore durò una settimana ed è, se
nessuno mi dimostra il contrario, il più lungo della storia.
Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare. Il circolo
era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo, tra le dune. Avevano formato una lunga
fila per battere i rigori contro el Gato Dìaz e l'allenatore con il vestito nero e il neo sulla fronte
cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di mettere alla prova il portiere.
Alla fine, tutti tirarono il loro rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte
e scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila, sparò un tiro con la
punta dell'anfibio militare che quasi sradica la rete. Sul far della sera tornarono in paese,
aprirono il circolo e si misero a giocare a carte. Dìaz rimase tuta la sera senza parlare, gettando
all'indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato s'infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse:
- Constante li tira a destra.
- Sempre, -disse il presidente della squadra.
- Ma lui sa che io so.
- Allora siamo fottuti.
- Sì, ma io so che lui sa, - disse el Gato.
- Allora buttati subito a sinistra, - disse uno di quelli che erano seduti a tavola.
- No. Lui sa che io so che lui sa, - disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire.
- El Gato è sempre più strano, - disse il presidente della squadra nel vederlo uscire pensieroso,
camminando piano.
Martedì non andò all'allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando lo trovarono che
camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo seguiva un cane dalla coda mozzata.
- Lo pari? - gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista.
- Non lo so. Che cosa cambia, per me? - domandò.
- Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle checche del Belgrano.
- Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, - disse e fischiò al cane per
tornarsene a casa.
Venerdì la rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il sindaco entrò con un
mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto un'anguria aperta.
- Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è il tuo fidanzato.
- Poveretto, - disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò, quei fiori che erano arrivati
da Neuquén con l'autobus delle dieci e mezza.
La sera andarono al cinema insieme. Nell'intervallo, el Gato uscì nell'atrio per fumare e la
rubia Ferreira rimase sola nella penombra, con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il
programma senza alzare lo sguardo.
Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e andarono a fare una
passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la
faccia e disse che forse gliel'avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al ballo.
- E io come faccio a saperlo? - disse lui.
- A sapere cosa?
- Se ridevo buttare da quella parte.
La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui avevano lasciato le biciclette.
- In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse lei.
- E se non lo paro? - domando el Gato.
- Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la rubia, e tornarono in paese.
La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di gente, ma la polizia li
bloccò all'ingresso del paese e dovettero fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole.
A quei tempi e in quel posto non c'erano né televisori né stazioni radio né qualche altro mezzo
per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli dell'Estrella Polar predisposero
una specie di staffetta tra lo stadio e la strada.
Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di Gato Dìaz e da lì avrebbe
raccontato quello che vedeva a un altro ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta
lo avrebbe riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni particolare sarebbe
arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi dell'Estrella Polar.
Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come se dovessero
giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa nera, scolorita ma in ordine quando
tutti furono schierati a centrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il pugno
la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato il cartellino rosso e Herminio
indicava la bocca del tunnel con mano ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia
portò via a spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore. Allora l'arbitro andò
fino alla porta con la palla stretta contro un fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra.
El Gato Dìaz si era pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una pentola di
alluminio.
Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il campo, proprio dietro
la porta, e quando si dispose sulla riga di calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo
a scommettere su quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.
Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quell'istante perché erano
dieci anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti
volevano sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse lungo tre chilometri e
le notizie correvano di bocca ritmate dalle contrazioni del fiatone.
Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti delle due squadre,
gli allenatori e le forze vive del popolo abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò
per sistemare la palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che la faccia
ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel rigore - raccontò poi - che lo avrebbe
rifatto in ogni momento della sua vita, sveglio o addormentato.
Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada tra la porta e il
pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli
aveva tanto martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli
occhi rovesciarglisi all'indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in
avanti e si buttò sulla destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della porta e
Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz sarebbero riuscite a deviarlo di
lato. El Gato pensò al ballo della sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto
accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare in area.
El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete metallica, ma Herminio Silva
non poteva vederlo perché stava a terra, si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando
tutta l'Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il guardalinee corse verso
Herminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo
gridare : "Non vale! Non vale!"
La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo svenimento dell'arbitro. A
quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene
il "non vale" continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia attonita.
Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto dall'attacco, non arrivò
la risposta definitiva. Come prima cosa volle sapere "che è successo" e quando glielo
raccontarono scosse la testa e disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato
presente e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un arbitro svenuto.
Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano pestare il venditore di biglietti della lotteria al
Deportivo Belgrano e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e
una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta.
Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché propose a Padìn di tirare
e solo dopo andò vero la palla mentre il guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si
sentivano strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori dell'Estrella
Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia.
Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa direzione con un'eleganza e
una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a
piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il vecchio, che
rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria.
Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo
trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta
dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della rubia ma della
sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui. Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede;
poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l'avrebbe parato perché era molto rigido e portava il
peso della gloria.
Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato.
Bene, ragazzo - mi disse. - Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai
segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.