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domenica 12 dicembre 2021

L'identità


 

L'identità di cui ci parla Milan Kundera, in questo breve romanzo scritto nell'autunno del 1996 e che ho voluto rileggere, è quella che può vacillare quando in una coppia uno dei due inizia a vedere l'altro in modo nuovo, o comunque diverso da come fino a quel momento l'ha visto.

Ciò può capitare per disattenzione, per malinteso, per troppa concentrazione su di sé, o semplicemente perché non ci si è curati abbastanza delle molteplici sfaccettature, siano esse continue, o cangianti, che compongono l'identità dell'amato e che  esigerebbero uno sguardo instancabilmente premuroso, ben oltre l'umana capacità di attenzione e comprensione. "Non staccherò più gli occhi da te. Ti guarderò continuamente".

Ma il gioco di sguardi, in generale e più ancora in una coppia, è gioco di specchi. Osservo e rivelo allo stesso tempo. Se improvvisamente l'identità dell'amato vacilla ai miei occhi, anche la mia identità vacilla. Se non so più chi è l'amato, allora non so bene nemmeno chi sono io: l'opacità e la nebbia che avvolge la sua identità mi appartiene e mi coinvolge.

Il mio sguardo sorpreso e la mia identità improvvisamente fuori fuoco inevitabilmente innescheranno a loro volta  stupore, dubbio e smarrimento nell'amato, in una spirale di reazioni e riflessi dall'uno all'altro che si perde in un labirinto sospeso tra sogno e realtà, immaginazione e ricordi, paura e speranza, fantasia e fisicità, fino al parossismo e al risveglio dall'incubo.

"Lascerò la lampada accesa tutta la notte. Tutte le notti".

Solita grande capacità di Kundera di catturare frammenti di quotidianità e di trasferirli nel mondo dell'astrazione e delle idee.

mercoledì 25 maggio 2016

Levin, il lavoro, la vita e la felicità

Rubens - ritorno dei contadini dai campi
"Continuava a lavorare, ma ora sentiva che il centro di gravità della sua attenzione si era spostato su qualcos'altro e, di conseguenza, guardava al suo lavoro in modo del tutto diverso e più sereno. Un tempo, lavorare era un modo per salvarsi dalla vita. Un tempo sentiva che senza il lavoro la sua vita sarebbe stata troppo cupa. Adesso, invece, gli impegni gli erano necessari perchè la felicità della sua vita non fosse troppo monotona".

Tolstòj - Anna Karenina

domenica 22 maggio 2016

Pensare bene, per vivere meglio



Cosa sono le “emozioni distruttive”? A cosa servono? Sono necessariamente un male? A quali conseguenze portano?  In che modo si possono superare? Quanto dipendono da fattori ambientali e culturali? In che modo gli individui si differenziano nel provare e riconoscere le emozioni? Ci può essere un’educazione alla felicità?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui ha cercato di rispondere un gruppo formato da una dozzina di scienziati occidentali e di monaci tibetani, che si sono incontrati a Dharamsala, dove risiede il Dalai Lama, per cinque giorni di dibattito nel marzo del 2000.


Daniel Goleman, lo psicologo americano celebre per i suoi studi sull’”Intelligenza emotiva” ha riassunto dettagliatamente questa esperienza, collegandola agli studi che la precedettero e agli sviluppi scientifici che ne seguirono, nel saggio “Emozioni distruttive, liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia desiderio e illusione” pubblicato nel 2003.



La scoperta scientifica, che si colloca a fine anni Novanta, che ha reso questo incontro particolarmente proficuo e ricco di potenzialità per il futuro, è la plasticità del cervello, la sua capacità di rinnovarsi e modificarsi per tutta la vita. Risale solo al 1998 la dimostrazione che negli esseri umani nascono nuovi neuroni per tutto il corso dell’esistenza. Non solo: i nostri pensieri, le nostre emozioni sono in grado di modificare il cervello e dunque possono condizionare i pensieri e le emozioni successive. Allenarsi a pensare bene ci abitua a pensare meglio in futuro. Non lo dicono (solo)  filosofi morali e monaci, ma (anche) medici e scienziati, e non in base a teorie o assiomi, ma a seguito di ricerche, esami di laboratorio e sofisticati esperimenti.


Il gruppo di lavoro di Dharamsala, marzo 2000
La cultura buddista, fondata sul concetto di meditazione e di compassione, è un ambito particolarmente fertile per studiare gli effetti che un adeguato allenamento emotivo è in grado di produrre sulle funzioni cerebrali e in definitiva sulla nostra salute. Come a Goleman fu profetizzato negli anni Settanta del secolo scorso, il buddismo si è introdotto in Occidente soprattutto per mezzo della psicologia. Determinate tecniche di meditazione ottengono un effetto sulla capacità di controllo delle nostre emozioni distruttive pari o superiore a quello dei farmaci, evitandone effetti collaterali, assuefazione e dipendenza.


La psicologia in Occidente nacque come osservazione e cura di stati patologici e per decenni si è concentrata sugli stati mentali insani, trascurando gli stati mentali che producono felicità e benessere. La ricerca del bene, o della felicità, in Occidente è stata lasciata ai filosofi morali e ai teologi. Solo in epoca relativamente recente,  anche grazie ad aperture e dialoghi di questo tipo con la cultura orientale, se ne stanno occupando anche medici e scienziati.


Sul concetto di “negatività” di un’emozione, ad esempio, cultura occidentale e cultura buddista hanno visioni diverse. In Occidente si parla di “emozioni distruttive” pensando alle conseguenze pratiche e materiali che esse esercitano su chi le prova e su coloro che le subiscono. Oppure si guarda all’appropriatezza delle emozioni:  è normale provare tristezza per la morte di un proprio caro, ma il depresso l’assume come stato d’animo permanente.

Per la cultura buddista invece la negatività è già implicita nell’offuscamento della mente, che quando è libera dalle emozioni è lucida e brilla come oro. Più che di emozioni, il buddismo preferisce parlare di “afflizioni mentali” che impediscono di vedere chiaramente le cose e in questo sta la loro carica negativa. 


Non c’è nella cultura buddista una così netta distinzione tra pensiero ed emozione. E in effetti, recenti esperimenti hanno dimostrato che le zone del cervello stimolate dai pensieri e dalle emozioni sono le stesse. Ciò fornisce evidenza scientifica al concetto largamente diffuso nella sapienza popolare che quando siamo in preda ad un’emozione pensiamo male e dobbiamo prima calmarci. 


Come dice un proverbio toscano, non si può soffiare e succhiare nello stesso momento. Allo stesso modo, ad esempio, non si può provare contemporaneamente odio e amore. Gli “antidoti” per le emozioni distruttive sono quindi le emozioni positive di natura opposta. Più si sarà in grado di coltivarle, più si potrà riconoscere l’emozione negativa come una semplice nube inconsistente, passeggera, dietro alla quale il sole continua a brillare. Un uccello che attraversa il cielo senza lasciare traccia, un disegno fatto sull’acqua, che subito scompare. Quando cominci ad abituarti a riconoscere i pensieri quando insorgono, è come riconoscere velocemente qualcuno che conosci in mezzo alla folla. Oh, sta arrivando quel pensiero. E’ il primo passo per evitare di esserne sopraffatti.

Più ci si allena a produrre stati mentali positivi, come ad esempio la compassione, più questi diventano un’abitudine e anche una base per controllare meglio le emozioni distruttive. E l'attenzione agli altri, il riconoscimento delle loro emozioni, ci permetterà di sentirci meno indifesi di fronte alle nostre.


Nelle scritture buddiste si parla di ottantaquattromila tipi di emozioni negative, che si riconducono tuttavia a cinque principali: odio, attaccamento, ignoranza, orgoglio e gelosia. Secondo una prospettiva occidentale ci potrebbe essere qualche difficoltà a includere nell’elenco l’attaccamento e l’ignoranza. Le diverse visioni sull’attaccamento derivano da una concezione dell’ego molto più forte nella cultura occidentale. L’ignoranza invece viene considerata dal buddismo un aspetto della mente che provoca afflizione perché impedisce un riconoscimento lucido e vero della realtà.


Tutte le emozioni, anche quelle negative, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo per la sopravvivenza e per l’evoluzione della specie, come già affermato da Darwin nel 1872 (“L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”). Essenzialmente il ruolo dell’emozione è quello di indurci ad agire rapidamente, senza fermarsi a pensare, cosa che in alcune situazioni può essere di vitale importanza. Tuttavia le differenze biologiche individuali e le esperienze fatte espongono alcune persone ad una maggiore difficoltà nel controllo delle proprie emozioni. 


La zona del cervello preposta al controllo delle emozioni si trova nell’area prefrontale, l’ultima emersa nel corso dell’evoluzione. Le zone della corteccia frontale sinistra svolgono un ruolo importante per le emozioni positive, mentre il lobo frontale destro lo svolge per le emozioni negative. L’amigdala, che è una parte più primitiva del nostro cervello, è fondamentale per i circuiti che attivano l’emozione stessa. Infine l’ippocampo, che si colloca tra l’amigdala e la zona prefrontale è dedicato alla comprensione del contesto delle emozioni e alla loro memoria. Dunque quando proviamo un’emozione sono molte le zone del nostro cervello ad entrare in azione.


La manifestazione delle emozioni, tramite i nostri muscoli facciali, e tramite le nostre reazioni fisiologiche, è universale in tutto il mondo e in tutte le culture, sono state fatte interessanti ricerche a questo proposito, tuttavia ci sono notevoli differenze individuali circa la velocità e intensità con cui le emozioni si manifestano e anche circa la durata dei loro effetti. Differenze genetiche, ma  pur sempre modificabili con le esperienze e la pratica. 


Nell’individuo che riesce a recuperare più velocemente dopo un’emozione si riscontra  un livello più basso di cortisolo, che è un ormone che si produce in condizioni di stress, e anche una migliore funzionalità di certi aspetti del sistema immunitario. Insomma, qui troviamo anche il riscontro scientifico del detto popolare che lasciarsi vincere dalle emozioni negative rende il sangue amaro, mentre il sorriso e una sincera attenzione agli altri vanno anche a vantaggio della nostra salute.


Nel lungo e denso resoconto che Goleman ha fatto degli incontri di Dharamsala (impossibile sintetizzare tutto in poco spazio) mi hanno colpito soprattutto le relazioni di Richard Davidson, pioniere della neuroscienza affettiva, di Paul Ekman, psicologo e più grande esperto mondiale del riconoscimento delle emozioni sul viso delle persone  (è stato ovviamente consulente delle forze dell’ordine e dei servizi segreti), di Matthieu Ricard, monaco buddista, scienziato, figlio del filosofo francese Jean François Revel (insieme a lui scrisse il pamphlet “Il monaco e il filosofo”, dialogo su scienza e spiritualità) e Mark Greenberg psicologo specializzato in programmi di apprendimento sociale ed emotivo per bambini. Molto interessante anche il primo capitolo, che spiega dettagliatamente gli esperimenti svolti da Davidson e da Ekman sul controllo delle emozioni di un monaco tibetano, il Lama Öser. Tali esperimenti seguirono i colloqui di Dharamsala e portarono ulteriori riscontri scientifici a molte delle tesi discusse.


Segnalo anche quest’ottima recensione che ho trovato sul web: 
 http://www.corem.unisi.it/bibliografia/recensioni/goleman_emozioni_distruttive.pdf

Matthieu Ricard
Richard Davidson


Mark Greenberg





venerdì 29 aprile 2016

Ingratitudine

Nell'ambito degli incontri periodici del Mind and Life Institute,durante i quali alcuni scienziati occidentali si confrontano con la cultura buddista, nel marzo 2000 si tenne a Dharamsala, città indiana dove risiede il Dalai Lama, un importante convegno sulle "emozioni distruttive", con la partecipazione di neuroscienziati, filosofi, psicologi, monaci e studiosi tibetani, tra cui lo stesso Dalai Lama.

Di quell'esperienza, e degli importanti sviluppi scientifici che ne seguirono, parla diffusamente Daniel Goleman nel libro "Emozioni distruttive - Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione". Questo sarà probabilmente argomento di un prossimo post.

Ora invece interrompo il lungo periodo di assenza da questo blog sotto l'impulso di dare libera espressione, non violenta ma ben chiara e decisa, a qualcosa di molto "distruttivo" che si agita dentro di me. Riprendere a correre, dopo mesi di inattività, è stato sicuramente di aiuto, ma non del tutto risolutivo.

D'altra parte, se da una parte le emozioni distruttive sono veleni che ci rendono più complicata l'esistenza, qualche volta rappresentano  la molla che ci scuote dal torpore e ci fa creare qualcosa di bello, o di eticamente giusto, qualcosa che pur procurandoci sofferenza, obbedisce al richiamo di valori più grandi e più importanti di noi, come la bellezza, la giustizia, l'onestà, il rispetto.

Se poeti, scrittori, artisti, leader di movimenti per i diritti umani avessero raggiunto quel disincanto assoluto che ci rende meno vulnerabili alla sofferenza, se avessero soffocato quel sacro furore dell'anima che li ha spinti a fare ciò che hanno fatto, saremmo tutti un po' più poveri,

Sono quindi molto riconoscente a tre grandi della letteratura francese che, complici Le Garzantine (perchè le scorciatoie esistevano anche prima di Wikipedia) mi aiutano ad esprimere in parte quel piccolo, miserabile disagio che oggi sento prepotentemente e che devo sfogare in qualche modo.

"Prima di fare un favore a qualcuno, assicuratevi che non sia un imbecille" Eugène Labiche, Il viaggio di Monsieur Perrichon






  "Ci sono servigi così grandi che si possono ripagare solo con l'ingratitudine" Alexandre Dumas padre, Mes mémories



"Un service au-dessus de toute récompense
 a force d'obliger tient presque lieu d'offense"
 Pierre Corneille, Surena

domenica 7 febbraio 2016

La tristezza secondo Rainer Maria Rilke



“Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi risentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi. Perché noi siamo soli con la cosa straniera ch’è entrata in noi; perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto; perché noi siamo in un trapasso, dove non possiamo fermarci. Perciò anche passa la tristezza; il nuovo in noi, il sopravvenuto, è entrato nel nostro cuore, è penetrato nella sua camera più interna e anche là non è più – è già nel sangue. 
Ci si potrebbe facilmente persuadere che nulla sia accaduto, e pure noi ci siamo trasformati, come si trasforma una casa, in cui sia entrato un ospite. Noi non possiamo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi, molto prima che accada. E però è tanto importante essere soli e attenti, quando si è tristi: perché il momento vuoto in apparenza e fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita di quell’altro sonoro e causale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade”.



Rainer Maria Rilke, Lettere ad un giovane poeta. cit. in Eugenio Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Milano 2001


 

sabato 24 ottobre 2015

Lettera ad un ragazzo sano (evento guest blogger)



La community  di G+ "Blogger and Blog" ha lanciato l'iniziativa "Guest Blogger per un giorno", che consiste nell'ospitare nel proprio blog un post di un altro blogger e/o pubblicare un proprio intervento chiedendo ospitalità a un altro membro della community.

Io sono lieto di ospitare Silvia, che gestisce il blog "moto39ilblog", che in questo intervento racconta con molta intensità la sua esperienza. 

Quello che resta del giorno è uno spazio dedicato principalmente al tempo libero, o liberato dalla fatica quotidiana, salvo poi scoprire che il tempo è uno, che le linee di demarcazione sono sempre un po' arbitrarie e che la passione segue suoi canali e percorsi che fortunatamente non sono mai del tutto prevedibili. In questo vedo un collegamento con l'intervento di Silvia e con il suo blog: nel lavoro, nella famiglia, nel tempo libero cerchiamo tutti di fare qualche progresso nel difficile mestiere di vivere.

LETTERA AD UN RAGAZZO  SANO

Ciao, mi presento perché non ci conosciamo.
Mi chiamo Silvia e mi occupo della comunicazione sul web dell’azienda di famiglia.
Ci occupiamo di mobilità, vendendo e riparando scooter, oltre ad avere un’autorimessa, azienda che è di mio marito da quasi 40 anni ormai.
Prima ero sempre in concessionaria con lui e la sua famiglia (figlio e sorella), poi una grave malattia ha colpito mio marito (che fortunatamente adesso sta meglio)ma da allora ci siamo dovuti reinventare.
Non potendo più essere molto presenti in azienda, lui pensa a star bene ed io mi sono rimessa a studiare, ho aperto un blog, che utilizzo per comunicare con i nostri clienti, presenti e futuri (spero sempre…) pensa io! Che fino a Luglio dell’anno scorso avevo un telefonino a conchiglia e facebook lo consideravo come un giochino per ragazzi … Adesso gestisco 8 profili social ed un blog con annesso sito e e-commerce… da non crederci, e nasco veterinario!!
Si perché, per l’azienda di famiglia, 16 anni fa ho mollato la mia professione, ma questa è un’altra storia.
E’ successo a Giugno del 2014, ho rischiato di perderlo (il marito intendo) per fortuna si è salvato, ma da allora abbiamo tutti e due, una sensibilità diversa nei confronti della vita, l’uno per l’altra, nei confronti delle cose davvero importanti, prima si litigava per qualunque sciocchezza, oggi non litigheremmo nemmeno per tutto l’oro del mondo. (siamo insieme da 24 anni, io ne ho 47, lui 62 ho passato più tempo con lui che da sola …)
Questa esperienza ha tirato fuori il meglio di noi, o perlomeno, il suo meglio certamente!
I suoi peggiori difetti si sono sciolti come un gelato al sole (lo so, si dice neve, ma il gelato è più buono …) è una persona diversa, più sensibile, comprensiva, riflessiva.
Insomma dalla malattia è rinato un nuovo Luigi (così si chiama mio marito) ed una nuova Silvia.
Da allora ho capito che la salute, il nostro benessere è sempre dato per scontato, fino a quando …. non ci viene tolto. Solo allora capiamo quanto sia importante poterci muovere, parlare, vedere, toccare … tutte cose che diamo per normali, per dovute.
Pensa: alzarti la mattina ed essere senza dolori, pensi che sia normale? Non lo è per tutti purtroppo.
Il mondo virtuale mi sta dando molto di più di quello che pensavo.
Ho scoperto persone davvero speciali con una positività ed una voglia di fare, non comuni.
Storie incredibili che mi hanno spinta a voler dare il mio contributo cercando di fare qualcosa di più della semplice promozione.
E’ nata così la collaborazione con un blogger, Luca Govoni che si occupa di guida sicura in moto, che scrive sul mio blog (oltre ad avere un suo sito) con una rubrica dedicata e lezioni per imparare a guidare lo scooter.
E poi sul web ho scoperto che esistono persone che, senza volere per forza guadagnare qualcosa (raro oggi, non trovi?) si occupano di combattere per avere delle strade decenti, per eliminare le possibili cause di infortuni dei centauri, o che scrivono libri per bambini per insegnare loro ed ai loro genitori, come fare per essere trasportati in moto, senza rischiare la vita tutte le volte che fanno dieci metri … .
Ho scoperto che un’azienda importante come la Givi (una ditta che costruisce accessori per moto e scooter, leader in Italia ed in Europa) è stata fondata da un uomo che ha deciso di cambiare vita dopo un incidente in moto!
Ha trasformato la sua passione nel suo fantastico futuro, grazie ad una scampata disgrazia.
La persona che ha scritto il libro per i bambini è una giornalista Giovanna Guiso, che si è resa conto delle pessime condizioni delle strade, mentre era alla guida della sua moto, dopo che il marito ha avuto un grave incidente, in moto appunto.
Da allora scrive per evitare che accada ad altri, ed il marito per fortuna sta bene!
(Queste sono tutte persone le cui storie trovi nel mio blog, storie straordinarie nella loro normalità, perché fanno cose davvero grandi, facendole sembrare le più semplici)
Mauro Favazza è il ragazzo che, gratuitamente, ha deciso di fondare un suo comitato per la sicurezza in strada di tutti i fruitori delle due ruote!
Lo ha fatto dopo che ha visto schiantarsi, morire e distruggersi tante vite, troppe, a volte in modo stupido, se così si può dire della morte.
Ma è stupido morire perché un amministratore non ha voluto mettere a posto un tombino, o perché in Italia si usano vernici per fare la segnaletica orizzontale che diventano delle saponette appena c’è un tempo leggermente umido.
E’ stupido farsi male perché si pensa che tanto succede sempre a qualcun altro!
La consapevolezza del valore della propria salute fisica è fondamentale.
Ti faccio un esempio.
Riccardo Matesic è un giornalista, motociclista, e fondatore di Guidasicuramoto un portale dove hai la possibilità di iscriverti a corsi di guida sicura in moto.
Quando gli ho chiesto chi fosse più bravo, secondo lui a guidare le moto se gli uomini o le donne? Mi ha risposto:” le donne, per un motivo molto semplice: sono loro che si mettono in discussione, sono loro che ammettono di avere delle difficoltà e, riconoscendo i loro limiti, imparano molto prima e molto meglio, senza presunzione!”
E fondamentalmente è ciò che ti succede quando hai un problema fisico improvviso.
Immagina se, di colpo, tu non fossi più in grado di camminare diritto, se d’un tratto il tuo fisico, il tuo cervello, non ti facesse più percepire il mondo come lo hai sempre visto.
Se vuoi sopravvivere a questo, l’unica soluzione è mettersi in discussione e re-imparare a camminare, ad esempio.
Imparare, capire, studiare … il tuo corpo diventa un estraneo ed hai bisogno di conoscerlo di nuovo.
“Piacere sono il tuo braccio … se mi muovi così faccio così, ma se mi muovi cosà, non faccio più niente …” oppure “scusa ma, tu mi starai dicendo di andare diritto, ma il tuo cervello mi sta dicendo di andare a destra … cerca di capire il messaggio giusto, se no non andiamo da nessuna parte, continuiamo a girare in tondo …”
Beh, non ci crederai ma il mio sogno è che tutti, ragazzi compresi, tu compreso, capiste e non deste più per scontato il vostro corpo, la salute fisica e mentale!
L’altra sera in una trasmissione televisiva ho visto un ragazzo che andava in moto.
Presentava questo fatto, come una performance, una cosa straordinaria.
Correva in un circuito e la cosa straordinaria è che non aveva (in realtà non ha) più l’uso delle gambe in seguito ad un incidente!
Ha raccontato di essere stato un ragazzo molto irrequieto, con un rapporto complicato con la sua famiglia, con amici irrequieti quanto lui … è stato in coma e quando ne è uscito, non aveva più l’uso delle gambe!
Ha dovuto re-imparare a convivere con il suo corpo, si è dovuto mettere in discussione. Ha detto che il suo incidente ha rimesso a posto tutto, compreso il rapporto con la sua famiglia ed anche i suoi amici sono diventati ragazzi normali, da scapestrati che erano …
Io e Luigi abbiamo sorriso e ci siamo guardati, capendo perfettamente cosa intendesse dire quel ragazzo.
Maximilian Sontacchi, così si chiama, adesso ha un sogno, quello di riuscire ad aprire una scuola di moto per paraplegici e mi auguro che ci riesca e che trovi gli sponsor giusti per far si che diventi il suo futuro!
Ma ancora una volta l’amaro in bocca sale perché c’è voluta una disgrazia per far capire il buono delle cose.
Ed allora eccomi qui anch’io ad accodarmi alla lunga lista di coloro che urlano nel silenzio: STATE ATTENTIIIIII ……………
ANDATE PIANOOO ………………….
NON GUARDATE IL TELEFONINO SE SIETE ALLA GUIDAAAAAA
Sperando che, in questa valle di sordi, anche uno solo si stappi le orecchie e capisca che basta un attimo e tutto cambia … ed allora anche lui diventerà un urlatore nel silenzio e non sarà troppo tardi, perché la vita gli donerà fantastici regali, ma lo farebbe anche senza incidenti …
CARO RAGAZZO SANO, CERCA DI RIMANERE TALE E DI NON FARTI DEL MALE, PERCHE’ LA VITA VA VISSUTA, NON STRAPAZZATA!
Ti auguro il futuro più bello del mondo, perché il futuro è solo nelle tue mani!
Un caro saluto
Silvia
P.S. Ci sono cose che scrivi in un mese, che impieghi giorni a metabolizzare e poi ci sono cose che ti si buttano fuori dal cuore e non puoi trattenere …
Devo ringraziare Pierpaolo, proprietario di questo blog, perché mi ha dato la possibilità di lasciar volare via questi miei pensieri, liberi finalmente di andare, dove li porterà il cuore … (Susanna Tamaro docet)