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sabato 9 luglio 2016

Dino Buzzati, Lettere a Brambilla


Dal risvolto di copertina, De Agostini 1985
Dino Buzzati racconta Dino Buzzati. In centinaia di lettere finora inedite , “conversando” con l’amico più caro, Arturo Brambilla. E’ il 1919, ha soltanto tredici anni, quando comincia questo epistolario, ne sta per compiere quarantacinque quando la lunga corrispondenza dello scrittore s’interrompe. E nell’arco di circa trent’anni scorre, pagina dopo pagina, il racconto quotidiano della sua vita. Senza pudori e reticenze, con l’assoluta sincerità di chi crede in un’esistenza senza alibi. Pagine private che hanno diritto di diventare pubbliche perché Dino Buzzati non aveva segreti, perché tendeva sempre a mostrarsi quale realmente era e non temeva di contraddirsi, anzi aveva l’umiltà di rimettersi continuamente in discussione, come ogni autentico artista.
In questo vasto racconto epistolare, ora sorridente di gioia o polemicamente pungente ma più spesso carico dei tormenti dell’esistenza, Dino Buzzati è l’appassionato cronista degli anni certamente fondamentali per la sua maturazione come uomo e come scrittore. E fin dall’adolescenza – è una delle molte scoperte che offrono le Lettere a Brambilla – l’autore di Il deserto dei Tartari rivela già quello che diventerà.
Mentre da un lato è un ragazzo come tanti altri, un po’ discontinuo negli studi, che si scatena in corse a “scavezzacollo” in bicicletta e fa il tifo per Girardengo, dall’altro lo appassionano “giochi” inconsueti per la maggioranza dei suoi coetanei. Scopre il fascino dell’antico Egitto ed ecco che compone un “poema” sul dio Anubis; gli nasce la passione per la montagna, quell’amore per le ascensioni sulle “crode selvagge” delle Dolomiti che non l’abbandonerà mai più, ed ecco che crea fantasiose composizione su valli e vette popolate di gnomi e di elfi. Eppoi comincia a disegnare. Splendidamente. Nasce allora il Dino Buzzati pittore e le lettere che indirizza all’amico straripano delle sue opere. Disegni che vengono puntualmente riprodotti in questo volume offrendo così dell’epistolario un’edizione completa.
Dagli anni dell’adolescenza a quelli delle prime prove come cronista al Corriere della sera, alla stagione in cui lo scrittore è inviato di guerra in Africa o a bordo delle navi da combattimento della Marina Militare e fio all’inizio degli anni Cinquanta, le lettere di Dino Buzzati percorrono un appassionato itinerario narrativo. Pagine che non soltanto offrono momenti di rara efficacia descrittiva, di profonda verità umana ma che raccontano anche la nascita delle opere più significative dello scrittore. Le Lettere a Brambilla sono il documento di una vita e la migliore introduzione alla lettura dei romanzi e dei racconti di Dino Buzzati.
I capitoli:
-          “Ho fatto la fricassea della bicicletta”
-          “Castiglioni era l’unico professore che mi pigliava un po’ in considerazione”
-          “La verità è che se si è felici non lo si sa di esserlo”
-          “C’è una bella bambina che mi piace in un modo straordinario”
-          “Là dove c’è gloria e amore sempre a me piacerebbe stare”
-          “Le pupe saranno una bella cosa ma tolgono voglia di lavorare”
-          “Io sono entrato ieri al Corriere come cronista”
-          “Sono stabilito definitivamente nella categoria dei fessi”
-          “Ho la convinzione di poter fare un capolavoro”
-          “Io sarei spesso tentato dalla religione cattolica”
-          “Non penso che a lei, senza un attimo di tregua”
-          “Ho l’impressione che qualcosa sia veramente finito”

giovedì 5 novembre 2015

Il regno degli amici



E’ proprio vero che l’adolescenza ti lascia addosso cicatrici di cui porterai per sempre il segno.

Quando pensi che di quel mondo lontano ti siano rimaste soltanto una manciata di foto sbiadite, qualche copertina di LP che conservi nostalgicamente come un cimelio e un pugno di amicizie su  FB, ci pensano i figli a riportarti indietro nel tempo, a ribollirti nei contorcimenti di questa età tenerissima e violenta, nella quale sembra che ti devi giocare tutto, e tutto è buio cieco oppure luce accecante, ti senti un dio oppure l’ultimo degli esseri viventi, giudichi spietatamente gli altri e te stesso, e per ogni capovolta dell’umore è sufficiente un brufolo in più, un appuntamento mancato, uno sguardo che indugia due secondi invece di uno.

E mentre guardi stralunato i tuoi figli che con violenza e ferocia ti riportano in quella foresta di emozioni, non ti passa nemmeno per la testa di chiederti: “ma io ero davvero così?” perché troppa è la preoccupazione che passino indenni questo guado, che la sfida che incoscientemente lanciano al destino li fortifichi e non li atterri e preghi che l’impulso autodistruttivo sia una febbre che li vaccini per sempre verso quelle fragilità che incombono su di loro come pericolosi e oscuri cavalieri neri.

Il regno degli amici è un avvincente romanzo che parla di quell’età bellissima e maledetta. Dove “l’amore e l’amicizia si sfidano come su un ring”, per usare le stesse parole di Raul Montanari. Quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Non andavano al bar i quattro protagonisti della storia, ma in una catapecchia sulla Martesana, uno di quei luoghi, “di quelle pieghe del mondo – per citare nuovamente l’autore – che spesso nelle città si trovano vicino alle ferrovie e vicino all’acqua”.

Romanzo che per i primi due terzi procede leggero tra umorismo e ironia, mentre nel finale vira decisamente sul drammatico perché ogni uomo ha “un’essenza poetica, un’esistenza comica e una fine tragica” e se scrivere è sempre un atto di dissenso verso il mondo, maturità è anche descrivere la vita in tutte le sue sfaccettature, senza spegnere la rabbia, ma senza trascurare il resto.

Un incontro fortunato con questo romanzo e con questo autore, una storia ruvida, che ti lascia l’amaro in bocca, quel che ci vuole per qualche boccone indigesto che talvolta nella vita ci capita di dover ingoiare.

giovedì 5 dicembre 2013

Walt Whitman



Di molti scrittori è noto il perfezionismo maniacale, unito al carattere schivo e riservato. Italo Calvino invitava i giovani a non lasciarsi abbagliare dal fascino del “lavoro creativo”, avvertendo che la creatività richiede una dura e solida preparazione di base, senza la quale le “ali di farfalla” rimarrebbero un impiastro insignificante e inconsistente. Meglio dedicarsi prima alla ruvida tavolozza e legno e poi, soltanto poi, alle “ali di farfalla”, senza mai abbandonare disciplina e sobrietà. Calvino è perfetto per ricordare ai giovani che fatica e preparazione sono il fondamento di qualsiasi speranza di successo (letterario e non solo).  E ogni giovane solitamente dispone di due genitori, un numero variabile di insegnanti, qualche amico sincero, un parroco, qualche zia o nonno saggio, che gli ricordano ogni giorno questa semplice ed efficace regola di vita.
Ci sono invece scrittori un po’ vanesi, megalomani, allergici al lavoro e alla fatica, dei tipi un po’ ridicoli che si paragonano a Dio, che declamano sulla spiaggia i versi di Omero, che ben prima di Amazon hanno iniziato a stampare e vendere in proprio le loro opere, che fingono di aver compulsato libri mai letti o aperti a stento, che sono così: simpaticamente e oziosamente irriverenti, geniali, forse pessimi scrittori, pessimi poeti, cattivi maestri, eppure grandi nel perseguire il proprio sogno senza curarsi dei risolini tristi delle persone che hanno rinunciato ai propri, di sogni.
Walt Whitman era uno di questi cattivi maestri, pessimo poeta, inguaribile scansafatiche, “persino” pederasta. Oggi la sua bella barba ottocentesca è stampata in eleganti volumi rilegati, le sue poesie sono incluse nelle antologie scolastiche, la sua opera ha ispirato film di successo. E in quanto all’omosessualità, bé oggi fa decisamente “curriculum”.
“Ma certo”, gracchiano i censori dei sogni altrui, “Whitman è Whitman, non vogliamo mica sostenere che tutti hanno i requisiti!” No, infatti non tutti hanno i requisiti. A tutti è data la capacità di sognare, ma non tutti hanno le doti o la fortuna per realizzare il loro sogno. Ma Whitman e lì a ricordare ai giovani una cosa molto semplice: provateci. Provateci fin che siete in tempo, e credeteci. Da cattivo maestro può permettersi di sfidare per una volta i vostri genitori, gli amici saggi, gli insegnanti, i nonni e le zie per dirvi: non rinunciate troppo presto a combattere, seguite le vostre passioni, altrimenti inacidirete come quella vecchia di De Andrè: …”così una vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie, si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto…”

domenica 10 novembre 2013

Divieti talebani e studenti d'occidente

In questo periodo, quello che resta del giorno è proprio poco. Non mi riferisco alle ore di luce disponibili che, man mano che ci avviciniamo al solstizio d'inverno, sono sempre di meno.
Intendo dire invece che sto affrontando un periodo intenso e difficile nel mio lavoro e quindi giungo al termine della mia giornata senza disporre di quella riserva di energia e di fantasia necessaria per provare a dilatare il pochissimo tempo che rimane.
E poi una bella fetta di energia la dedico a battagliare con le mie figlie, perchè mi piacerebbe vedere in loro un po' più di cura e di amore per quella che è, o dovrebbe essere, la loro attività principale, ovvero studiare. Ma su questo problema ho avuto un'illuminazione.
Lo spunto mi è arrivato, manco a dirlo, da un libro. La scorsa settimana dedicavo gli ultimi istanti di lucidità, prima di svenire nel mio letto, alla lettura di "Io sono Malala", di cui ho già parlato diverse volte. 
Sono arrivato al punto in cui lei deve fuggire con la sua famiglia dalla regione dello Swat, ormai dominato dai talebani e a malincuore deve abbandonare anche lo zaino con i suoi libri di scuola. Malala a quel punto entra in casa e recita qualche versetto del Corano per invocare la protezione divina sui suoi libri. Mesi dopo, Malala torna a casa e la prima cosa che fa è cercare con il cuore in gola i suoi libri. Li ritrova sani e salvi e rende grazie, perchè le sue preghiere erano state esaudite.
Dopo aver letto questo passo, ho pensato che le preghiere delle mie figlie sarebbero state molto diverse. 
L'abbandono dello zainetto non sarebbe stata una grande pena, così come il suo ritrovamento non avrebbe suscitato lacrime di commozione.
Qual è la folgorazione a cui accennavo? E' che ci vuole sempre un ostacolo per suscitare grandi passioni. Ce lo insegnano Giulietta e Romeo, ce lo raccontano tutte le più grandi storie d'amore, è scritto in tutte le leggende e in tutti i poemi epici di ogni parte del globo terrestre: niente è più elettrizzante, energizzante e stimolante di un bel divieto, una proibizione, un nemico, un rifiuto, meglio ancora se ottuso, inutile, sbagliato.
E quindi? Quindi noi genitori d'occidente sbagliamo tutto. Se vogliamo davvero che i nostri figli si impegnino di più nello studio, dovremmo vietarglielo. Rendergli la vita complicatissima, sbuffare quando li vediamo fare i compiti, chiedergli se non hanno proprio niente di meglio da fare. Dovremmo sfidarli, in nome della più becera delle proibizioni, a ribellarsi e a combattere per una nobile causa.
Ho deciso: da domani non mi faccio più la barba e andrò alla ricerca di un turbante.
Scherzi a parte, sembra proprio che non si scappi dal vecchio proverbio: "chi ha denti non ha pane e chi ha pane non ha denti". Che poi è il motivo per cui ogni civiltà, arrivata al punto in cui si sente la pancia troppo piena e la testa troppo vuota, implode e fa spazio a chi ha ancora "fame" in tutti i sensi.
Ci sono paesi in cui i ragazzi e soprattutto le ragazze, sfidano le bombe per poter studiare. Ci sarà qualche modo meno cruento, ma efficace, per far nascere una passione "eroica" per lo studio anche nei nostri figli?

lunedì 21 ottobre 2013

Perdere bene, vincere male

In questo week-end ci sono state le partite di apertura campionato di pallavolo delle squadre di entrambe le mie figlie.
Una ha giocato contro una squadra più debole, ha vinto, ma ha giocato male, facendosi rimontare un sacco di punti, perdendo un set praticamente senza giocare e vincendo tutti gli altri a stento. 
L'altra si è misurata con una squadra più forte, ha lottato, ha conteso la vittoria punto su punto, ma alla fine ha perso.
A 11 e 14 anni lo sport è ancora solo lo sport, è ancora presto per usarlo come metafora della vita.
Chissà se tra qualche anno anche queste giornate contribuiranno a radicare in loro l'idea che si può perdere bene e vincere male. In un mondo ipercompetitivo almeno in superficie, dove sembrano contare esclusivamente punteggi, graduatorie e parametri vari, non sarebbe male imparare presto ad affidare la propria sicurezza di sè a qualcosa di più profondo che un tabellone elettronico.

mercoledì 16 ottobre 2013

Capitan Miki e Il Grande Blek


Questo è un post di immagini, non di parole, che sono sempre un po' stonate e patetiche negli amarcord.
Se siete tra coloro che non hanno trascorso lunghe ore in compagnia di Capitan Miki, del Dottor Salasso o di Doppio Rhum; se non avete mai conosciuto il Grande Blek, il giovane Roddy o il professor Occultis, è del tutto inutile che ve li presenti adesso.
Chi invece sa e ricorda, può apprezzare in silenzio; e di questo silenzio mi sarà grato.