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domenica 2 luglio 2017

Sinistra e popolo - Il conflitto politico nell'era dei populismi

In questo suo ultimo saggio, Luca Ricolfi compie un’analisi accurata delle difficoltà della sinistra politica in tutto il mondo e del parallelo insorgere di movimenti “populisti” giungendo alla conclusione che destra e sinistra sono categorie politiche che hanno perso gran parte del loro significato e che il dibattito politico dei prossimi anni sarà piuttosto tra “forze dell’apertura” contrapposte alle “forze della chiusura”, senza che ciò implichi alcun giudizio morale  sulle une o sulle altre.
L’analisi di Ricolfi non punta a dimostrare il distacco tra la sinistra e la base sociale che essa tradizionalmente rappresentava fino a circa metà degli anni 70 del novecento, ma cerca di indagare le ragioni e i fattori che hanno determinato questo fenomeno in tutto il mondo occidentale.

Il ragionamento si sviluppa in tre parti e un epilogo. 
La prima parte è dedicata a confutare lo schema proposto da Norberto Bobbio, una delle figure più care nel pantheon della sinistra italiana, nel famoso e fortunato saggio “Destra e Sinistra” del 1994.  Nell’epoca in cui il distacco con i ceti popolari era già ampiamente avvenuto, quel libricino è all’origine del “cortocircuito logico che ha permesso alla sinistra di non comprendere quello che nel frattempo era diventata, nonché di prolungare il proprio atteggiamento di superiorità morale verso la destra.”

La seconda parte contiene una sintesi della storia economica degli ultimi quarant’anni. Se il periodo tra il ’46 e il ’75 è da considerare l’età dell’oro per la sinistra del mondo occidentale (crescita dei redditi, innalzamento dei livelli di istruzione, incremento generalizzato dei consumi, allargamento del welfare) negli anni successivi per via di ripetuti shock petroliferi, stagflazione e crisi fiscale dello Stato la situazione cambia irreversibilmente. Le trasformazioni sociali (scomparsa del tradizionale mondo popolare, raccontata ad esempio da Pasolini), economiche (fiammata liberista degli anni 80, globalizzazione, recessione prolungata),  politiche (fine della guerra fredda, comparsa di nuovi attori sulla scena internazionale, terrorismo islamico, flussi migratori), e demografiche (invecchiamento Paesi nord-occidentali, flussi migratori) modificano completamente la natura dei partiti di sinistra, che spesso salgono al governo abbagliati e frastornati dal successo del liberismo sfrenato dell’era Thatcher e Reagan,  abbandonano gradualmente la difesa dei ceti più deboli della società, si convertono al mercato e diventano il riferimento dei “ceti medi riflessivi”, colti e urbanizzati  che ormai inseguono solo ideali di progresso “politicamente corretti” come i diritti dei gay, le quote rosa, il linguaggio sessista, la fecondazione assistita, il testamento biologico, l’alimentazione naturale, i diritti degli animali, etc.
 In Italia, ad esempio, l’origine di questa parabola si colloca negli anni della politica del “compromesso storico” promossa da Berlinguer (altro mito della sinistra colpito dalla critica di Ricolfi) che ha determinato l’arrocco a difesa degli strati forti della classe operaia garantiti da sindacati e statuto dei lavoratori, rinunciando ad interessarsi del vasto mondo dei disoccupati, sottoccupati e irregolari, un mondo  senza protezioni su cui si fondava la sopravvivenza dei padroncini, artigiani e commercianti che costituivano la linfa vitale della DC.

Nella terza parte si indagano le origini del moderno populismo, ovvero della reazione dei ceti popolari al “tradimento” della sinistra, divenuta in gran parte “riformista” e ad un mondo che si presenta senza alcun sogno di “sol dell’avvenire”, ma piuttosto con la prospettiva di una lunga notte, di competizione sfrenata, assenza di crescita, insicurezza economica, fisica, sociale. Ricolfi propone un modello matematico nel quale tende a dimostrare che crisi economica, paura del terrorismo e interazione tra queste due variabili siano all’origine della forte domanda di protezione che è alla base di ogni populismo, sia che nasca con matrice di destra (più preoccupazione verso i flussi migratori) che con matrice di sinistra (preoccupazione verso gli interessi del grande capitale e verso le ingerenze economiche degli organismi sovranazionali). Inoltre sostiene che la domanda di protezione dei nuovi ceti popolari (sostanzialmente i perdenti della globalizzazione e gli abitanti delle periferie) si basa su evidenze oggettive e misurabili, di fronte alle quali la sinistra ha finora avuto una atteggiamento “negazionista”. La sinistra stessa d’altro canto si è strutturalmente modificata: mentre quarant’anni fa aveva il problema di aggregare qualche colletto bianco alle tute blu (da qui l’espansione verso il settore pubblico, la scuola, le università),oggi ha il problema opposto di trovare qualche operaio (o disoccupato o precario) che si aggiunga alle proprie fila composte prevalentemente da impiegati, insegnanti e funzionari pubblici. La stessa attenzione che la sinistra dedica agli immigrati e alle politiche di accoglienza, rivelerebbe il disperato bisogno che la sinistra ha di un baluardo contro il naufragio della propria identità. Senza immigrati, la sinistra non avrebbe più alcun segno visibile della propria vocazione ad occuparsi di chi sta in basso nella scala sociale.

La conclusione è che la ribellione dei ceti popolari parte da lontano (secondo alcuni studiosi la crisi della sinistra in America inizia nel secondo dopoguerra; in Italia è negli’80 che nasce il fenomeno degli operai con tessera CGIL che votano Lega Nord) e ai giorni nostri si è trasformata in insofferenza e aperta ostilità verso il “politicamente corretto”, che in alcuni casi è degenerato nel “follemente corretto”. La sinistra di governo viene perciò travolta dalla protesta contro l’establishment e contro l’assenza di senso di realtà che caratterizza le élites benpensanti a cui essa non solo si è totalmente assimilata, ma a cui ha fornito un modello culturale fatto di indulgenza, perdonismo, empatia, calore umano, sostanzialmente un’etica della generosità con cui la cultura “liberal” cerca di mitigare le proprie spinte individualiste.
Invece nell’ampia minoranza di persone che abita nel mondo di sotto e che si preoccupa più della sopravvivenza che dell’autorealizzazione, si fa strada l’idea che “il fondamento di ogni identità e di ogni diritto non è il singolo individuo, ma è la comunità cui il singolo appartiene alla nascita… E’ alla comunità che spetta difendere e preservare i propri costumi, la propria lingua, i propri modi di vita; è la comunità che ha il dovere di tutelare e promuovere il benessere dei suoi membri; è la comunità l’unica titolare del diritto di escludere o includere chi voglia entrarvi dall’esterno”.
Il dibattito futuro dunque sarà tra forze dell’apertura e forze della chiusura. In ognuno dei due schieramenti  ci sarà ancora, come pallido ricordo della sinistra e destra novecentesche, una distinzione tra chi è maggiormente propenso ad aprire ai capitali e chiudere alle persone o viceversa, ma il dibattito prevalente sarà tra l’insieme di forze (che siano di origine liberale o della sinistra riformista) interessate a cogliere le opportunità derivanti da una sempre maggiore apertura e interconnessione in tutti i campi, contrapposte alle forze (che siano eredi dei conservatori o della sinistra antagonista) prevalentemente concentrate sui rischi e sulla domanda di protezione che sale da chi è escluso da quelle opportunità.
Ricolfi, par di capire, propende per una saggia terza via: tra chi vorrebbe gettare ponti e chi pensa ad innalzare muri, sembra che apprezzi chi preferisce costruire porte. Perché le porte si possono aprire o chiudere, a seconda del momento e delle necessità.

Riferimenti/Percorsi di lettura

Ci sono molti temi e dunque molti libri che si possono intrecciare con questo saggio.  Innanzi tutto “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio (utile una rilettura dopo oltre 20 anni). Poi qualche libro sul populismo dei giorni nostri (ad esempio, “Populismo 2.O” di Marco Revelli, sociologo che tra l’altro è ispiratore di diversi punti di “Destra e sinistra” di Bobbio). Ricolfi si sofferma per diverse pagine anche in un confronto tra il declino della civiltà liberale ottocentesca descritta da Ortega y Gasset (“La ribellione delle masse”, 1929) e l’attuale periodo storico nel quale gli esclusi dalla globalizzazione cercano di far sentire la loro voce e di sovvertire l’ordine imposto nel “mondo di sopra”. Personalmente trovo che alcuni spunti di riflessione interessanti su questi temi provengano anche dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che da decenni è uno dei massimi studiosi della diseguaglianza e teorico dei benefici che le politiche redistributive possono dare anche alla crescita economica. Comunque il saggio di Ricolfi ha una ricchissima bibliografia e una fitta sezione note che vi consente di collegare queste pagine ai percorsi che più preferite. C’è poi una appendice statistica, per entrare nel merito del modello matematico proposto e con la componente quantitativa dell’analisi. Chicca finale: un’appendice “politicamente scorretta” sul Manifesto di Ventotene che vi farà venire voglia di andare a leggere direttamente il celebre scritto di Spinelli, Rossi e Colorni invece di fidarvi delle citazioni, anche di altissimo livello, che lo riguardano.

domenica 23 aprile 2017

Il mio Tempo di Libri



Ieri, sabato 22 aprile, ho trascorso un’interessantissima giornata fitta di incontri a Tempo di Libri, la nuova fiera del libro che si svolge nel quartiere di Fiera Milano, a Rho. 
La mattinata parte subito frizzante: il primo incontro è con Marco Malvaldi e Chiara Valerio (che è anche direttrice della manifestazione) sul tema “Matematica e libertà”. 

Marco Malvaldi e Chiara Valerio

Un’ora volata via troppo in fretta, avrei voluto ascoltare ancora la torrenziale e autoironica autrice della “Storia umana della matematica” in compagnia dell’ex ricercatore pisano che ha preferito il BarLume all’Università. Tra citazione di teoremi, aneddoti e divulgazione impepata dalla verve dei due scrittori, non si è proprio corso il rischio di annoiarsi. Portandosi a casa anche un po’ di spunti da ricordare. Ne voglio citare almeno uno, sulla manipolazione dei dati apparentemente scientifici. Stati Uniti d’America, caso O.J. Simpson, accusato di aver ucciso la moglie. Emerge che lui era solito picchiarla. L’avvocato difensore impressiona la giuria citando questa statistica: quando un marito picchia la moglie, soltanto in un caso su 2.500 poi la uccide. Il dato è giusto, ma la statistica è presentata in modo sbagliato, perché omette una condizione fondamentale. La statistica corretta è questa: in caso di morte violenta della moglie, se si scopre che il marito la picchiava, nel 98% dei casi lui è anche responsabile della sua morte. Da allora negli USA la statistica forense deve obbligatoriamente sottoporsi a test di correttezza scientifica.
Andrea Vitali


Alle 11.30 c’è giusto il tempo di affacciarsi da Andrea Vitali, che legge pagine che ci trasportano sulle acque del lago di Como, prima di seguire la presentazione del nuovo romanzo di Carlo Lucarelli, “Intrigo italiano”, un giallo ambientato negli anni ’50 del secolo scorso.



Lucarelli parla dell’analogia tra il giallo e tante vicende della storia e cronaca italiana. Azzarda anche un ardito parallelismo tra il mestiere di giallista e il mestiere di storico: entrambi devono scavare, investigare, ricostruire e naturalmente documentarsi. Per lo scrittore, specie se di romanzi gialli, la cura dei dettagli, la credibilità del contesto è fondamentale. 

Carlo Lucarelli
La polizia italiana ha istituito il “Premio Fedeli” per giudicare la verosimiglianza dell’ambientazione dei nostri gialli. E le storie ambientate in anni che l’autore non ha vissuto in prima persona pongono evidentemente ancora più difficoltà. Compiendo ogni gesto quotidiano, occorre immaginare come lo avrebbero fatto a quei tempi. Sapevate ad esempio che le strisce pedonali sono state introdotte in Italia soltanto con il codice della strada del 1959? Per questo nei film girati in epoca precedente tutti corrono quando attraversano la strada. Poi ci sono i dettagli, pur giusti, che non corrispondono al senso comune dei lettori, che li avvertono come sbagliati. Ad esempio, tutti ricordiamo che durante il fascismo era in voga l’uso del “voi” invece che del “lei”. Eppure il cambio del pronome di cortesia avvenne soltanto nell’ultima parte del periodo fascista, mentre per buona parte del ventennio ci si dava normalmente del “lei”. In questi casi, lo scrittore adotta alcuni escamotage per far capire al lettore che non si tratta di una svista, ma di un dettaglio corretto, anche se apparentemente incongruo.

Alle 12.30 scelgo il dibattito tra Piercamillo Davigo e Giuliano Pisapia, sullo spunto del saggio scritto dall’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Il sistema della corruzione”. Le posizioni di entrambi sono note, ma dopo un’ora di dialogo serrato gli appunti sono fittissimi ed è difficile fare una sintesi. 
Pier Camillo Davigo e Giuliano Pisapia


Preferisco riportare un paio di osservazioni su cui mi sono trovato particolarmente in sintonia. Pisapia ha giustamente rilevato come le statistiche che evidenziano che l’Italia, in quanto a livello di corruzione, raggiunge posizioni preoccupanti in compagnia di Paesi del Terzo e Quarto Mondo, non tengano conto della micro corruzione, capillare e diffusissima che esiste in quei Paesi: se fosse rilevata, l’Italia non sarebbe così in fondo alla classifica. Davigo invece ha criticato la troppo ampia discrezionalità concessa al giudice nel decidere la pena (il furto d’auto può essere sanzionabile da un minimo di 17 giorni a un massimo di 30 anni) sostenendo che il problema non è di alzare i massimi, bensì i minimi. Si è poi esibito in un’efficace boutade, citando inavvertitamente “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, quando ha calcolato che, che tra il cumulo di attenuanti, rito abbreviato ed altri benefici, l’uxoricidio potrebbe risultare più conveniente rispetto ad una causa di separazione.

E in merito alla corruzione, oltre ad evidenziare alcune incongruenze tecniche nella legislazione e negli strumenti a disposizione della magistratura, ha sottolineato molto l’aspetto culturale che caratterizza il nostro Paese. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere sanzionati socialmente anche se non sono reati: in molti Paesi ciò avviene normalmente, ma in Italia “si aspettano le sentenze”. Soprattutto, gli onesti hanno il torto di non prendere sufficientemente le distanze dai disonesti.

Alla fine ho acquistato il libro di Davigo, non perché mi riconosca interamente nelle sue tesi (come minimo ne so troppo poco) ma perché ogni proposta intelligente mi sembra utile a farsi un’idea migliore sul tema.

Dopo il dibattito sulla giustizia, la pausa pranzo prosegue “leggera” con il dibattito sulla burocrazia: ore 13.30, è il turno di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, che hanno scritto “I signori del tempo perso” e rispondono alle domande di Ferruccio De Bortoli

Francesco Giavazzi, Giorgio Barbieri e Ferruccio De Bortoli
Andiamo direttamente alle proposte: in attesa di leggere il libro, sembra che la proposta sia fondamentalmente una: rotazione dei dirigenti, non permettere che ci siano posizioni che si trasformino in una sorta di mandarinato. E creare l’obbligo di trasferirsi al settore privato dopo un certo numero di anni, in modo che la necessità di farsi assumere diventi incentivo alla qualità del lavoro. Spesso nella successione dei Governi non si avverte cambiamento perché la macchina dell’esecutivo rimane nelle mani dei più alti funzionari. Nessuno dei Governi italiani degli ultimi anni (con l’eccezione di Ciampi nel 1993) è mai riuscito a sostituire i massimi funzionari ministeriali. La riforma della Pubblica Amministrazione tentata dal ministro Madia, pur contenendo violazioni a ben sei articoli della Costituzione, prevedeva la rotazione dei dirigenti. Anche Boeri all’INPS sta facendo azioni in questo senso. Non a caso le reazioni sono molto forti.

Anche in questo caso, acquisto il libro per cercare di capire meglio. E una domanda mi ronza in testa: ok la rotazione, ma in questo modo non si creano i presupposti per uno “spoil system” senza freni? Una rilettura del capitolo introduttivo della “Lettera Scarlatta”, nel quale Hawthorne parla della sua esperienza di funzionario alla Dogana, può essere un utile accompagnamento al saggio di Giavazzi-Barbieri.



Alle 15.30, altra tappa della mia maratona fieristica (prevalentemente dedicata ai saggi) con Luca Ricolfi, Marco Damilano e Guliano Pisapia. Si presenta l’ultimo libro di Ricolfi: “Sinistra e popolo”. 
Luca Ricolfi, marco Damilano, Giuliano Pisapia


Damilano esordisce perfido con l’annuncio che con questo libro si demolisce niente meno che il Bobbio di “Destra e Sinistra” , cosa che inizialmente non mi scalfisce (figurarsi, ci vuol altro!) ma poi piano piano affiora e si impone l’imperativo di disseppellire quel libricino fitto di annotazioni, dovunque esso sia, e di metterlo a confronto con l’impertinente Ricolfi, che come sempre esprime concetti anche molto forti, ma sostenuti da un grosso lavoro di ricerca e di analisi.

Il sociologo torinese chiarisce subito che il suo intento non è di dimostrare il distacco tra la sinistra e i ceti popolari, che è un fatto piuttosto evidente, ma di cercare di capire quando esso sia iniziato e perché. E si parte da lontano: Ricolfi sostiene che la lunga marcia che ha reso la sinistra sempre più impiegatizia (anzi pubblico-impiegatizia) e sempre meno operaia, iniziò nel mitico PCI di Berlinguer.

E con questo salgono a tre i volumi che metto in borsa con l’intento non tanto di condividere, quanto di capire, confrontare, distinguere.

16.30: non si propongono libri, ma si ragiona sull’affidabilità di ciò che si legge (“fake news” è l’espressione ormai entrata nel lessico quotidiano) nell’incontro con Corrado Sinigaglia (professore di filosofia della scienza) e Giovanni Ziccardi (professore di informatica giuridica) moderato da Piero Attanasio dell’Associazione Italiana Editori. 
Corrado Sinisgaglia, Piero Attanasio e Giovanni Ziccardi

Il titolo del dibattito è: “I libri nel mondo della post verità”. Sinigaglia precisa opportunamente che la tendenza alla dequalificazione delle pubblicazioni, anche in campo scientifico,  è iniziata ben prima dell’era Internet 2.0 (la seconda fase di internet, quella caratterizzata dai social network che concedono a chiunque la possibilità di raggiungere una grande potenza mediatica). Inoltre le “fake news” sono spesso estrapolazioni di fatti localmente veri, ma del tutto decontestualizzati. Contrastarle è spesso una fatica vana, in quanto il “fake” fa sempre più audience della noiosa e faticosa verità. Ziccardi aggiunge che si creano meccanismi perversi basati sul consenso, nei quali la fake news è la moneta di scambio per la crescita di popolarità. In questo l’editoria può avere un ruolo fondamentale. Gli studiosi che dedicano anni di studio prima di pubblicare un libro, che magari da decenni sono concentrati su un’unica area di approfondimento, hanno bisogno di canali in cui la loro comunicazione “fuori dal tempo” possa essere veicolata. 

D’altronde, è la mia riflessione personale, le fake news sembrano ormai strangolare l’enorme libertà di espressione che si era creata nei primi tempi dell’era dei social network. Man mano che le voci sulla piazza virtuale sono aumentate, soltanto chi grida più forte riesce a farsi sentire. E non sempre chi grida più forte dice le cose più sensate. E sui pericoli di un eccessivo “controllo” dell’informazione, mi viene da pensare alla vecchia distinzione tra i fatti e le opinioni: dovremmo fare in modo di dividerci sulle opinioni, evitando di parlare a vanvera sui fatti.

Domenico Quirico e Sergio Ramazzotti
Concludo la mia visita a Tempo di Libri con l’incontro con il giornalista Domenico Quirico e il fotoreporter Sergio Ramazzotti sul tema: “E’ ancora possibile fare del buon giornalismo?”, sottotitolo del libro di Quirico “Il tuffo nel pozzo”. 

E’ l’incontro più carico di pathos di tutta la giornata. Quirico, inviato in zone di guerra, sequestrato in Siria per cinque mesi, è un reporter che interpreta la sua professione come una missione totalizzante, dove non sono possibili mediazioni o compromessi. Per lui esiste un solo modo di fare giornalismo: raccontare ciò che si vede e soltanto ciò che si vede. I giornali si ridurrebbero a cinque pagine scarse, ma sarebbero infinitamente più interessanti.

Sergio Ramazzotti presenta una storia in immagini, che si svolge nell’arco di 72 ore, da guardare in silenzio, per scoprire alla fine che si tratta di un viaggio per andare a morire in una “clinica” svizzera che pratica l’eutanasia, o per meglio dire, il suicidio assistito. Una storia che tocca l’anima (questo dovrebbe fare per Quirico il buon giornalista: toccare l’anima) e ci fa vedere con i nostri occhi queste famigerate “cliniche”, in realtà bilocali con angolo cottura. Essere sul posto, raccontare in presa diretta, è tutto ciò che di nobile esiste nella professione del giornalista.  E del fotoreporter.


Dulcis in fundo, i mei acquisti: oltre ai libri presentati durante l’incontro, ho approfittato dell’occasione per aggiungere sullo scaffale due romanzi che si preannunciano come due gioiellini della letteratura: I duellanti di Conrad e Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar. Inoltre un saggio economico di Stiglitz: La grande frattura – La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla.


martedì 6 settembre 2016

Numeri e parole, la difficile coesistenza





Nel mondo del lavoro circola spesso la battuta sugli avvocati che, trovandosi di fronte a qualsiasi numero, fosse anche un numero di pagina, si fermano e chiedono istruzioni sul da farsi. Viceversa, i colleghi impegnati in attività creative o di comunicazione faticano a intendersi con gli amministrativi e i tecnici che “ragionano solo a numeri”. Ma c’è davvero così incompatibilità tra parole e numeri? 

Proviamo a vedere le esperienze di scrittori celebri che, per caso, vocazione o necessità hanno svolto anche attività in cui i numeri sono importanti.

Raymond Chandler (1888-1959) l’inventore del detective Philip Marlowe, lavorò come contabile e poi come direttore per alcune compagnie petrolifere.  “Odiavo gli affari, ma nonostante ciò alla fine divenni funzionario e direttore di una mezza dozzina di società petrolifere indipendenti” (Parola di Chandler, 2011, la biografia attraverso le lettere e altri scritti) . Fu licenziato per ubriachezza nel 1932, a 44 anni.

Al contrario, la giallista argentina Claudia Piñeiro (n. 1960) dopo essersi laureata in Economia e Commercio ha fatto per dieci anni la contabile e la commercialista e non pare così traumatizzata da questa esperienza.

 Nathaniel Hawthorne ( 1804-1864) fu, come Geoffrey Chaucer (1343-1400), funzionario di dogana. Esperienza breve ma intensa, tanto che Hawthorne sentì il bisogno di raccontarla diffusamente nel capitolo introduttivo della Lettera Scarlatta. Giusto per dare un’idea: “Cercavo di calcolare quanto a lungo sarei potuto rimanere nella Dogana, con la possibilità di uscirne ancora un uomo”.  Infatti Hawthorne considerò una fortuna il suo licenziamento in seguito al cambio di amministrazione, perché così tornò a fare il letterato.

Anche Herman Melville (1819-1891) amico di Hawthorne  tanto da dedicargli Moby Dick, ricoprì l’incarico di ispettore delle Dogane,  ma seguendo una parabola più malinconica dell’autore della Lettera scarlatta: dopo l’insuccesso seguito alla pubblicazione di Moby Dick e di Bartleby  lo scrivano, rimase a svolgere questo lavoro per un ventennio, fino a pochi anni dalla morte.

Diverso il caso di Giuseppe Pontiggia (1934-2003) che alla sua esperienza lavorativa da bancario dedicò il suo primo libro, dall’eloquente titolo: La morte in banca. Sopravvisse andandosene presto.

Invece Italo Svevo (1861-1928) attese per vent’anni, senza particolare entusiasmo, al suo impiego alla Banca Union. Raccontò questa sua esperienza, addolcita dalle due ore trascorse ogni sera nella biblioteca civica, nel romanzo Una Vita.

Altro bancario celebre fu Thomas Eliot (1888-1965), mentre il poeta americano Wallace Stevens  (1879-1955) fece il dirigente assicurativo con buona soddisfazione, tanto da affermare: “i soldi sono una specie di poesia”. Soddisfazione che, come sappiamo, non era molto condivisa da un altro celebre impiegato assicurativo: Franz Kafka (1883-1924); eppure  non si fatica a credere che il tormentato e geniale scrittore praghese svolgesse il suo incarico con scrupolo e dedizione, come sostiene chi ha esaminato le sue perizie e relazioni.

Thomas Mann (1855-1975), fu invece impiegato assicurativo per un anno soltanto, ma l’esperienza famigliare e le vicende della ditta paterna gli ispirarono a soli venticinque anni un grandissimo capolavoro dove molto spazio viene dato al conflitto tra senso del  dovere e indole contemplativa.

Guy de Maupassant (1850-1893) fu un impiegato ministeriale, certamente non troppo zelante e pure raccomandato; in compenso John Milton( 1608-1674)  si impegnò con passione nell’amministrazione dello Stato. E anche il poeta Edmund Spenser  (1522-1599), suo connazionale, fu un abile funzionario governativo in un ambiente pieno di insidie come la corte della regine Elisabetta.

Cambiamo genere di numeri: dopo i contabili, i bancari, gli assicuratori e i funzionari pubblici passiamo agli ingegneri, ai fisici, ai ricercatori.

Marco Malvaldi (n.1974) prima di scrivere gialli è stato ricercatore in chimica industriale. Non rinnega la sua vecchia professione, anzi quando può la sfoggia.

Paolo Giordano (n.1982) è laureato in fisica e il suo omaggio ai numeri lo ha voluto inserire nel suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi. E i numeri ha continuato a studiarli per un po'; dileguandosi, per sua stessa ammissione, al momento di iniziare a lavorare davvero.

Luciano De Crescenzo (n.1928) prima del successo come scrittore, uomo di spettacolo  e divulgatore di filosofia è stato a lungo ingegnere alla IBM.

Anche un innovatore del linguaggio come Carlo Emilio Gadda (1893-1973) esercitò a lungo la professione di ingegnere in Italia e all’estero. Mentre Salvatore Quasimodo (1901-1968) fu per dodici anni geometra al genio civile a Reggio Calabria, Firenze, Imperia e Milano.

Ingegnere del genio militare fu infine Fëdor Dostoevskij (1821-1881) ma per nostra fortuna si dimise dall’esercito molto in fretta.

Anche Robert Musil (1880-1942) fu ingegnere e professore universitario, però fu anche tante altre cose;  questo non gli impedì di scrivere, nell’Uomo senza qualità: ”Erano invasati dalla paura di non aver tempo per tutto, e non sapevano che aver tempo significa precisamente non aver tempo per tutto”.

Insomma, tirando le somme sembra che effettivamente la coesistenza tra numeri e parole, tra economia, tecnica e letteratura non riscuota generalmente grandi entusiasmi.  Chi può, abbandona la dura e grigia realtà dei numeri per fuggire verso il colorato e affascinante mondo dell’alfabeto.

Soltanto Adriano Olivetti riuscì a portare in fabbrica non solo libri e biblioteche, ma anche scrittori, poeti e intellettuali.

Nel lavoro,  diceva Italo Calvino, in qualunque tipo di lavoro, ciò che conta è il metodo, l’impegno costante, ripetitivo, artigiano. Su questa robusta e solida tavolozza, costruita con fatica e tenacia, puoi alla fine incollare le ali di farfalla, il guizzo della fantasia. Ma se manca la base, se ci sono soltanto le ali di farfalla, non avrai realizzato altro che una marmellata fragile, effimera e inconsistente.

Si capisce però che, potendo scegliere, questa tavolozza ognuno  voglia costruirsela nel campo che più gli aggrada. Preferibilmente lontano dagli uffici e dal lavoro organizzato dagli altri.

giovedì 29 ottobre 2015

BookCity Milano 2015




Archiviata lo scorso week end anche la quarta edizione di Bookcity Milano, manifestazione che anno dopo anno diventa sempre più interessante e coinvolgente. La formula degli eventi dislocati in diversi luoghi della città è molto azzeccata, semmai il dilemma è la scelta ogni volta pìù dolorosa tra le numerose proposte in programma.

Combinando desiderio di approfondimento per  letture in corso o appena terminate, curiosità per libri ancora in wishlist, tempo disponibile, logistica e molti altri fattori, alla fine sono riuscito a partecipare a quattro iniziative. In ordine cronologico: l’incontro con Nassim Taleb al Piccolo Teatro Grassi, l’incontro con Corrado Augias ancora al Piccolo Teatro Grassi, l’incontro con Antonio Scurati e Aldo Cazzullo al Castello Sforzesco e infine l’incontro con Raul Montanari alla Fondazione Catella.


Nassim Taleb, è l’autore del celebre Cigno Nero, il saggio in cui spiega l’enorme importanza dell’imprevisto nella vita individuale e nella storia e nel quale critica le pretese di economisti, matematici e analisti finanziari di spiegarci il mondo e di suggerirci cosa è giusto fare o non fare. Pubblicato nel 2007, e ovviamente diventato un best seller durante gli anni della crisi seguita al caso Lehman Brothers, il Cigno Nero ha diviso il pubblico e gli addetti ai lavori.

L’ultimo libro di Nassim Taleb è però Antifragile, nel quale sostiene che ad essere meglio attrezzato ad affrontare una crisi non è chi è “robusto”, ma chi è il vero opposto del fragile, ovvero l’antifragile, che significa agile, snello, poco centralizzato, poco burocratizzato, poco regolato e per questo resistente agli urti molto meglio di chi è pesante e corazzato.  Meglio una sana e vitale confusione, meglio i litigi e il disordine piuttosto che una soporifera, illusoria e temporanea quiete destinata a provocare catastrofi al primo cigno nero in agguato. Antifragile è del 2012 e, sarà un caso, mai come in questi ultimi anni il linguaggio aziendale, economico e politico ha fatto uso del termine “resilienza”, che in precedenza era utilizzato solo da ingegneri e psicologi. 
Tra i velluti rossi del Piccolo Teatro, intervistato da Danilo Taino del Corriere della Sera e da Alberto Foà di Acomea SGR, Taleb ha spiegato le sue teorie sulla gestione del rischio facendo riferimento a diversi argomenti di attualità e a interessanti richiami storici. Le frasi ad effetto:

“Alla fine i numeri mentono sempre, guardate alle passioni”

“Fidatevi esclusivamente delle opinioni per cui chi le ha espresse si è preso un rischio”.

Corrado Augias, solo sotto i riflettori sul palco del Piccolo, ha introdotto il suo libro Le ultime diciotto ore di Gesù rispondendo poi a numerose domande del pubblico. Augias è un grande affabulatore, dal linguaggio forbito e capace di arricchire la conversazione con esempi, aneddoti e citazioni colte e interessanti. Una per tutte: per rendere l’idea di cosa poteva essere un procuratore  delle provincie romane come Ponzio Pilato, Augias ricorda la definizione che Tacito diede di Felice, procuratore della Giudea ai tempi di Paolo di Tarso:  “esercitò il potere di un re con lo spirito di uno schiavo”, frase immensa e potente, come spesso accade con Tacito.

Augias definisce la sua ultima fatica come “un romanzo non-fiction”, ovvero un romanzo non di pura immaginazione. Per alcuni personaggi, in particolare Pilato e Giuda Iscariota, l’apostolo che tradì Gesù, ha voluto ristabilire un po’ di verità storica, togliendoli dalla luce ambigua che su di loro viene indirizzata dai Vangeli canonici. In particolare il Vangelo di Matteo, scritto dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e nel quale si percepisce la voglia di compiacere gli occupanti romani. Per altri personaggi, in particolare Giuseppe e Maria, di cui i Vangeli parlano pochissimo, ha cercato di raccontare semplicemente un padre e una madre. Alla richiesta di una spiegazione del suo interresse, da non credente, per i temi religiosi, Augias risponde sagace: “Perché ormai privo di riferimenti ideologici e politici a cui ispirarmi … ho guardato più in alto!”
   

Nell’ampio spazio del Cortile delle Armi del Castello Sforzesco, sotto la tendopoli dell’Auditorium, Antonio Scurati e Aldo Cazzullo hanno conversato sui rispettivi libri, Il tempo migliore della nostra vita e Possa  il mio sangue servire, intervallati dalle letture dei brani fatta con maestria da Anna Nogara.

Il messaggio che hanno trasmesso forte e chiaro è che la generazione dura e tosta che ha fatto la Resistenza è un modello per i giovani d’oggi molto più di quanto lo sia la generazione degli attuali padri, cresciuti negli anni del benessere e dello sviluppo economico (Cazzullo è del 1966, Scurati del 1969). Una generazione, quella dei baby boomers, incapace di pensarsi al plurale, di fare delle cose insieme, di dire “noi”. Dunque per trovare gli “eroi” bisogna voltarsi indietro, guardare al passato, saltare gli errori e le deviazioni della generazione che ha fatto il ’68 e arrivare dritti dritti ai tempi duri della guerra, del fascismo, della resistenza, della povertà, della ricostruzione. A Cazzullo sembra che le preoccupazioni dei padri rispetto ai figli si siano trasformate di pari passo con la crescita del benessere e l’abbassamento della tensione morale. Infatti osserva che la generazione dei nostri nonni era ossessionata dal cibo, la loro preoccupazione era innanzi tutto sfamare la famiglia. La generazione dei nostri padri invece era ossessionata dallo studio: voleva che i figli studiassero, perché avessero un avvenire migliore. Ora la generazione nata a cavallo degli anni sessanta e settanta è ossessionata dal fatto che i figli siano felici e che non provino il minimo dispiacere. Chiosa finale di Scurati: sembra che l’ossessione del cibo sia tornata alla grande da qualche anno a questa parte … (Come negarlo?)


Atmosfera più raccolta alla Fondazione Catella, dove Raul Montanari ha parlato e letto brani del suo ultimo romanzo Il regno degli amici, supportato e guidato dalle ottime domande di Selvaggia Lucarelli.

Il romanzo affronta il mondo degli adolescenti, un’età in cui l’uomo, molto più che la donna, scopre una volta per tutte la propria identità, per non allontanarsene più. Mentre la donna ha un rapporto più sano con il trascorrere del tempo, l’uomo rimane per tutta la vita legato a quell’ ”io” conosciuto da ragazzo, generalmente in modo traumatico (“il danno”), ascolterà pateticamente sempre la stessa musica, manterrà gli stessi gusti, etc.  L’adolescenza è ovviamente anche l’età delle grandi domande filosofiche, fatte con una purezza mai più eguagliata, ed è soprattutto l’età in cui si affrontano come su un ring l’amicizia e l’amore. Per il Montanari adolescente qual è stato il danno? La scoperta che in amore non vale il merito. “Ho provato cosa significa pensare di valere poco nel grande mercato dell’amore”,

La chiacchierata prosegue poi piacevolmente spaziando dal personaggio totemico dei romanzi di Montanari (Ric Velardi) alle caratteristiche della sua scrittura: “alcuni mi classificano erroneamente nel genere noir, ma io non gli appartengo, perché a parte il ritmo serrato che a volte può avere la mia scrittura a me non interessano gli elementi che normalmente caratterizzano un noir, e cioè le indagini della polizia, il rendiconto alla giustizia, etc. A me interessa il dentro e non il fuori”.

Raul Montanari gestisce anche una nota scuola di scrittura creativa e non può mancare qualche domanda al riguardo, a cui risponde partendo da una citazione di Stephen King: “il talento è una merce che si vende a chili, come il sale; la differenza la fa la determinazione”. La tecnica si può apprendere a scuola, risparmiando così anni di lavoro, e unita alla determinazione ti può portare dove vuoi. La scrittura nasce comunque quasi sempre dal dolore, dal non sentirsi a posto con il mondo. C’è del vero nel detto “o scrivi o vivi”. Scrivere è sempre un no. Se uno si sente in armonia con il mondo, difficilmente scrive, al massimo dipinge.

Tra il serio e lo scherzoso, racconta infine di come lui stesso sia stato molto aiutato da Aldo Busi, durante un periodo molto difficile della sua vita, nei primi anni novanta. Busi gli faceva lunghissime telefonate quotidiane, regalandogli alla fine alcuni insegnamenti che gli hanno fatto compiere progressi enormi. Ma con un monito: “guarda che le storie prima o poi finiscono, io ne ho cinque, dopo non resta che ripetersi …”

Una curiosità: le due passioni di Raul Montanari (a parte la scrittura, che non è una passione, ma è la sua vita) sono gli scacchi e la pesca con la mosca. Cos’hanno in comune? Niente, solo il fatto che gli sono state trasmesse da due differenti zii.


In conclusione, quattro incontri molto interessanti, in ognuno dei quali il tempo è volato, in luoghi dove è sempre bello tornare, dove si sono conosciuti da vicino gli autori, si sono raccolte informazioni e curiosità e soprattutto si è rafforzato il significato della lettura. Quando la parola esce dalla pagina scritta, si amplia, si completa e si collega più facilmente all’esperienza di vita. 

 Arrivederci al prossimo anno!