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domenica 2 ottobre 2016

George Simenon, I complici




Joseph Lambert all’età di nove anni ebbe un gran mal di denti. “Il dentista gli aveva dato due compresse bianche, probabilmente un calmante, e poiché dopo pranzo il dolore era tornato a farsi sentire, molto forte, lui le aveva buttate giù tutte e due”.

Poi andò a riposare in giardino, sotto un tiglio, in uno stato fluttuante tra sogno e realtà, nel quale le sensazioni fisiche si dissolvevano e galleggiando lo cullavano regalandogli un senso di pace morboso e gratificante. “Che fosse il caldo, il torpore che segue al pranzo o l’effetto delle compresse…  Fatto sta che continuava a sentire dolore alla guancia sinistra, ma non si poteva più chiamarlo dolore, trasfigurato com’era in piacere, in una sorta di voluttà, la prima, insomma, che avesse conosciuto.”

Quel ragazzino divenne un uomo sanguigno, energico, muscoloso , dai lineamenti marcati e il naso grosso e tozzo come suo padre, un muratore che con la forza delle braccia, schiena curva e sudore aveva creato un’impresa con officine, magazzini, uffici, dipendenti e svariati cantieri nella zona. Joseph portò nuove idee e sviluppò ulteriormente l’azienda paterna con mani sicure, fiuto ed esperienza. Eppure per tutta la vita continuò a rincorrere quella dolce dissoluzione nel nulla, quel torpore e quel mal di vivere che sperimentò per la prima volta a nove anni, a causa di un banale mal di denti, di un caldo dopo pranzo e di due compresse. Lo fece con l’alcol e soprattutto lo fece con le donne.

Al contrario dei suoi amici del caffè Riche, con i quali si ritrovava per il bridge e per qualche buon bicchiere, Joseph non sentiva il bisogno di dissimulare i suoi numerosi tradimenti coniugali, anche quelli più squallidi con prostitute. Non che li esibisse con ostentazione, ma nemmeno provava quell’imbarazzo che spinge a rifugiarsi nell’ipocrisia.

L’alcol, le donne, la voluttà erano il suo modo di dire no alla provincia, alla noia, ai doveri, alle responsabilità, alle anime belle, ai parenti soffocanti, alla domestica bigotta e rancorosa, ai due fratelli, un insopportabile sgobbone precisino e un alieno flaneur sparito in qualche circolo intellettuale a Parigi. La voluttà era la sua grande forza di attrazione, il magnete che lo richiamava costantemente verso l’abisso.

Una sera Joseph sorprese la sua efficientissima ed enigmatica segretaria Edmonde sdraiata sullo schienale reclinato, con il vestito alzato fino al ventre, una mano in mezzo alle cosce e un impercettibile movimento di dita. Rimase a guardarla fino al momento dell’orgasmo, notando le narici contrarsi e “il labbro superiore rialzarsi scoprendo i denti in una smorfia di sofferenza che non somigliava per niente ad un sorriso”.

Da quel momento Edmonde diventò, unica tra le tante amanti, la perfetta complice con cui condividere il suo insanabile mal di vivere.

La complicità dell’anima ebbe occasione e necessità di trasformarsi in complicità nel male quando l’incessante corsa verso il danno e la catastrofe giunsero alla meta finale, che non poteva essere più straziante: un pullman con quarantotto bambini a bordo esce di strada, si schianta e si incendia. Quarantasette bambini morti, più due maestre e l’autista, una bambina che lotta tra la vita e la morte e  un solo responsabile: Joseph Lambert alla guida della sua Citroen con la mano sinistra, la mano destra immersa tra le bianche cosce della sua obbediente segretaria.

E’ da qui che parte la storia, da una tragedia che avrebbe potuto trasformare Joseph ed Edmonde negli amanti maledetti già visti in Teresa Raquin. Avrebbe potuto, ma in questo caso il percorso è un altro e si appoggia sull’enigma Edmonde, un personaggio inquietante  che non si dimentica facilmente, e a cui serviva tutta la fantasia perversa e misogina di Simenon per prendere forma e vita.

Nei confronti di Joseph invece, nonostante l’indicibile gravità della tragedia provocata, tendiamo ad essere inspiegabilmente indulgenti e ad assecondare in parte il suo istinto auto assolutorio. “Non sono colpevole”, scrive lui ad un certo punto, ma poi ci ripensa, troppo difficile da spiegare, occorrerebbe essere capaci di srotolare quella matassa ingarbugliata che ha iniziato a formarsi tanti anni fa, in un assolato pomeriggio trascorso da un ragazzino in preda di un acuto mal di denti.

Con questo romanzo sono tornato a frequentare, dopo tanto tempo, il vecchio Simenon. E ancora una volta sono rimasto colpito dalla perizia consumata di questo grande narratore. Con pochi tratti sapienti, riesce a costruire un quadretto vivo e credibile di una cittadina di provincia, con i suoi bar, i suoi circoli, le fattorie, i salariati, i  notabili, le famiglie, le prostitute, le maschere antiche e sinistre di coloro che vivono ai margini del villaggio. In centocinquanta pagine veloci ci rende partecipi dell’inquietudine di un’anima, degli arrovellamenti che seguono un misfatto e del mistero che circonda coloro a cui incautamente affidiamo la nostra salvezza. E ci dimostra, con i fatti e non con astratte teorie, quanto siano inutili le raccomandazioni e gli avvertimenti premonitori di chi in un modo o nell’altro ci vuole bene (“stai attento”, “prenditi cura di te”) nel momento in cui siamo soggiogati da un’insostenibile e terrena cupio dissolvi.

Ecco perché, se amiamo i libri, non possiamo non dirci riconoscenti a Simenon: i lettori gli devono gratitudine per le ore di piacevole ozio regalate da tante pagine che non ambiscono ad entrare nell’Olimpo o nel Parnaso della Letteratura, ma ci divertono per lo sguardo intelligente sull’umano mondo . Gli scrittori, e soprattutto gli aspiranti tali, mi auguro continuino a vedere in Simenon un grande, grandissimo maestro.

domenica 29 giugno 2014

Le Judith di Klimt

Dopo aver conosciuto la Judit di Sandor Marai, non potevo non pubblicare le immagini delle Judith di Klimt....



 
Gustav Klimt Judith 1, 1901

Gustav Klimt, Judith 2, 1909



La donna giusta



Quattro monologhi, ambientati a Budapest, Roma e New York, secondo un itinerario simile a quello dello stesso autore.

Quattrocentotrenta pagine, non tutte indispensabili, tre diverse stesure tra il 1941 e il 1980, un torrente impetuoso di parole, una cascata di osservazioni suggestive e di frasi da ricordare. A proposito di cosa?

Ecco, questo è il punto. Ho l’impressione che il buon Marai abbia gradualmente cambiato discorso,  e che ci sia stata una svolta piuttosto netta tra i primi due monologhi (quelli dell’edizione 1941) e i successivi due.

Nel primo monologo, in un’elegante pasticceria di Budapest una signora della buona borghesia ungherese racconta ad un’amica la storia del fallimento del suo matrimonio. Si parte proprio così, tipo “posta del cuore”, tra una soffiatina di naso, un po’ di cipria, una tazzina di tè  e un gelato, “sai cara” e “prego cara”.

Scorrono le pagine e ci si addentra nei meandri dell’amore,dei dubbi, delle illusioni, della lotta e della sconfitta, con considerazioni non banali sull’animo umano. Tutto interessante, ma si capisce che non si può andare avanti quattrocento pagine in questo modo.

E infatti, a pagina 61  irrompe il nastro viola, che ci introduce un personaggio che difficilmente dimenticheremo: Judit.  Con lei entrano con scena altri temi cari a Marai: l’attesa, la feroce determinazione, disciplina, rinuncia, dissimulazione e autocontrollo che richiede ogni paziente, tenace e lunga attesa, e poi la forza che c’è nel sangue e nei muscoli, nella fibra di chi “vuole tutto” e che riempie di tragica grandezza ogni gesto, ogni parola, ogni attimo della sua vita.

 Assistiamo ad una lotta, ma fino a qui sembra che il terreno di scontro sia soltanto sentimentale.  “Da qualche parte vive sempre la donna giusta ”dice l’anziana suocera che ha imparato a muoversi e a vedere nel buio del silenzio e della rassegnazione. Ma il primo monologo si chiude con una riflessione diversa: la persona giusta non esiste, in qualche modo amiamo sempre la persona sbagliata, eppure non possiamo smettere di amare.

Cambio di scena, passano gli anni e Peter, l ’uomo conteso da due donne, racconta la sua versione dei fatti ad un amico in un bar di Budapest:  un monologo lungo parecchie bottiglie di vino. Il panorama si allarga, l’atrofia sentimentale si accompagna alla solitudine, al malessere esistenziale e alla decadenza di quella buona borghesia che, fiaccata dal benessere e dalla propria stessa cultura, sarà travolta e fagocitata dalle forze nuove del ventesimo secolo. Se il sottotitolo del primo monologo potrebbe essere: “la verità, vi prego sull’amore”, in questa seconda parte potremmo fare il pieno di citazioni intelligenti e vissute sull’essere umano e sul suo destino terreno. E Judit Aldozo in questo quadro dove i deboli soccombono e i forti si prendono tutto, la bambina cresciuta in una buca sotterranea infestata dai topi, la tigre che si muove flessuosa e sorniona nella “giungla piena di impetuose cascate quale è la parte più vera della vita” assume i connotati di una invincibile dea della catastrofe.

Nel 1941 la guerra arriva anche in Ungheria e proprio in quell’anno “Az igazi” (quello giusto, senza distinzione tra genere femminile o maschile) viene dato alle stampe, composto soltanto dai primi due monologhi. La prima versione del romanzo ci consegna una Judit smarrita da quanto possano essere vuote, amare e inappaganti le vittorie a lungo cercate, ostinatamente perseguite. Alla fine esce di scena con “lo stesso sguardo silenzioso, interrogativo e distaccato di quando l’avevo vista la prima volta, nell’ingresso”.

Il terzo monologo è quello scritto nel 1949, dopo la guerra, le distruzioni, i saccheggi, le vendette,  l’ordine nuovo, che in Ungheria significò la “democrazia del popolo”, le purghe, le cospirazioni, i tradimenti, le fughe, gli espatri, tutti contro tutti e si salvi chi può.

Questa volta tocca a Judit parlare. E non racconta soltanto di una vittoria vana, di un sacrificio inutile. E’  una Judit invecchiata, sconfitta, che ha perso tutto e che in un alberghetto di Roma, tra le braccia di uomo più giovane, sfoglia malinconicamente le pagine della propria vita. L’orizzonte si allarga ancora. La prospettiva diventa meno intima, più collettiva. Poveri contro ricchi, borghesi contro proletari. L’odio sociale, il desiderio di rivalsa, la fame, la cattiveria, l’assenza di pietà come armi per la sopravvivenza in un mondo allo sbando dove contano soltanto la forza e l’astuzia, essere sani e vigorosi, non intossicati dalla cultura e rammolliti dagli agi e dalle buone maniere. Insomma Judith Aldozo non aggiunge solo una terza versione dei fatti: è soprattutto la prima a parlare a guerra finita, in un mondo nuovo.

Questo spostamento di attenzione dall’intimo al sociale è testimoniato anche dalla parabola compiuta dallo scrittore Lazar, l’intellettuale, l’amico di Peter. Personaggio inquietante ed enigmatico, con sensibilità e intelligenza fuori dal comune, nei primi due monologhi Lazar è colui che ha lo sguardo capace di penetrare nel cuore di Peter, di Judit, di tutti, e capisce prima degli altri. Sebbene qualche volta si abbia il dubbio che parli sul serio, per la sua stravaganza e la tendenza a prendersi gioco degli altri,  è un uomo che ancora crede nella propria missione, quella di custode del vecchio ordine, contro le pulsioni autodistruttive della stessa borghesia.

Nel racconto di Judit,conosciamo invece un Lazar molto diverso, più scoperto, senza maschera,  un uomo che vuole “prendere le distanze dal mondo … da tutto ciò che conta per il genere umano”, che considera la parola come veleno e che legge soltanto vocabolari, perché è ormai convinto che la cultura, come le olive farcite al pomodoro, è destinata a scomparire. “E’ possibile che anche in futuro da qualche parte si venderanno olive ripiene al pomodoro. Ma sarà ormai estinto quel genere di persone che avevano coscienza di una cultura. La gente avrà soltanto delle conoscenze, e non è la stessa cosa. La cultura è esperienza, mia cara signora, un’esperienza continua, costante, come la luce del sole. La conoscenza è solo un accessorio. Ecco perché sono lieto che almeno lei abbia fatto in tempo ad assaggiare le olive.” E ancora: “Nel mondo prossimo venturo chi è bello sarà guardato con sospetto. Come pure chi ha talento. E carattere. Non lo capisce? La bellezza sarà considerata un affronto. Il talento una forma di provocazione. E il carattere un attentato!”

E infine, il quarto monologo, pubblicato soltanto nel 1980. Nel bar di New York dove ha trovato lavoro, l’amante di Judit racconta ad un connazionale i tempi duri dell’Ungheria dei gruppi di produzione, dei ministri che studiavano a Mosca, della polizia politica, dei tribunali speciali.

Il nuovo mondo si è ormai affermato e “lo sporco proletario” può permettersi il lusso di accompagnare a casa “il signor dottore” con la sua bella macchina nuova. E bearsi anche della casa, della tivvù e persino della cesoia elettrica per tagliare l’erba, che non si usa, perché non c’è il giardino, ma si tiene nella veranda, per lo status.

Judit invece aveva capito e imparato bene la lezione: “ho la brutta sensazione che non sarà come dicono … Alla fine, a quegli altri rimarrà sempre qualcosa che non vogliono mollare. E che non gli si può levare con la violenza … Non lo si ottiene nemmeno dopo anni e anni passati a scaldare il banco all’università … Proprio non capisco. Ma ho il sospetto che ci sia ancora qualcosa che i signori non ci vogliono dare …”

Sarà forse quella capacità di sorridere, qualunque cosa accada. Quel sorriso, che i ricchi probabilmente imparano “in una specie di università segreta” probabilmente può spiegare perché le vittorie di  chi è cresciuto in una buca in mezzo ai topi sono sempre effimere,  mentre chi porta la camicia da tre generazioni riesce sempre, inspiegabilmente, a conservare “aplomb” e distacco (e odore di fieno!) anche percorrendo un ponte tra gli sfollati o scomparendo a New York oltre la Centesima strada, “là dove comincia la terra dei mori…” Rispetto alla pasticceria di Budapest in cui il romanzo si apre, tanta strada.

La scelta di sviluppare la storia attraverso quattro monologhi indubbiamente l’arricchisce di significati, di sfumature, di dettagli diversi, che per essere colti pienamente richiedono almeno una seconda lettura. 

L’osservazione da quattro punti di vista diversi è molto interessante, ma in questo modo si tende frequentemente a descrivere e spiegare ciò che con altra tecnica narrativa si sarebbe mostrato direttamente. Insomma non è romanzo particolarmente adatto a chi ama i libri cosiddetti “scorrevoli”: la struttura dei monologhi, la lunghezza, la ripetitività, il continuo gioco di specchi, lo caratterizzano invece come romanzo piuttosto barocco e tortuoso.

E davvero ci sono preziosismi che si scoprono solamente con un’ottima memoria oppure con una seconda lettura. Ad esempio all’inizio del monologo di Peter e alla fine di quello di Judit (a duecentosessanta pagine di distanza) si trova la medesima osservazione sulla cultura, che al tempo degli antichi greci coinvolgeva gioiosamente tutto il popolo, persino i vasai, espressa con parole soltanto leggermente diverse. L’apparentemente forte Judit non sa che in fondo è stata plasmata un po’ anche dall’apparentemente debole Peter.

“Le Braci” mi aveva stregato immediatamente per la tensione narrativa, per la capacità di incatenare il lettore e costringerlo a stare chinato in avanti, col fiato sospeso e l’orecchio teso, attento a non farsi sfuggire una sillaba di quello splendido soliloquio notturno.

“La donna giusta” ti scava invece lentamente, goccia a goccia, in modo ammaliante e a tratti soporifero. Però probabilmente, anche se è ancora presto per dirlo, è destinato a rimanere più in profondità.