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mercoledì 15 giugno 2016

Primo Levi, La chiave a stella

"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è un privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono."
Primo Levi, La chiave a stella, 1978
 

domenica 22 maggio 2016

Pensare bene, per vivere meglio



Cosa sono le “emozioni distruttive”? A cosa servono? Sono necessariamente un male? A quali conseguenze portano?  In che modo si possono superare? Quanto dipendono da fattori ambientali e culturali? In che modo gli individui si differenziano nel provare e riconoscere le emozioni? Ci può essere un’educazione alla felicità?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui ha cercato di rispondere un gruppo formato da una dozzina di scienziati occidentali e di monaci tibetani, che si sono incontrati a Dharamsala, dove risiede il Dalai Lama, per cinque giorni di dibattito nel marzo del 2000.


Daniel Goleman, lo psicologo americano celebre per i suoi studi sull’”Intelligenza emotiva” ha riassunto dettagliatamente questa esperienza, collegandola agli studi che la precedettero e agli sviluppi scientifici che ne seguirono, nel saggio “Emozioni distruttive, liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia desiderio e illusione” pubblicato nel 2003.



La scoperta scientifica, che si colloca a fine anni Novanta, che ha reso questo incontro particolarmente proficuo e ricco di potenzialità per il futuro, è la plasticità del cervello, la sua capacità di rinnovarsi e modificarsi per tutta la vita. Risale solo al 1998 la dimostrazione che negli esseri umani nascono nuovi neuroni per tutto il corso dell’esistenza. Non solo: i nostri pensieri, le nostre emozioni sono in grado di modificare il cervello e dunque possono condizionare i pensieri e le emozioni successive. Allenarsi a pensare bene ci abitua a pensare meglio in futuro. Non lo dicono (solo)  filosofi morali e monaci, ma (anche) medici e scienziati, e non in base a teorie o assiomi, ma a seguito di ricerche, esami di laboratorio e sofisticati esperimenti.


Il gruppo di lavoro di Dharamsala, marzo 2000
La cultura buddista, fondata sul concetto di meditazione e di compassione, è un ambito particolarmente fertile per studiare gli effetti che un adeguato allenamento emotivo è in grado di produrre sulle funzioni cerebrali e in definitiva sulla nostra salute. Come a Goleman fu profetizzato negli anni Settanta del secolo scorso, il buddismo si è introdotto in Occidente soprattutto per mezzo della psicologia. Determinate tecniche di meditazione ottengono un effetto sulla capacità di controllo delle nostre emozioni distruttive pari o superiore a quello dei farmaci, evitandone effetti collaterali, assuefazione e dipendenza.


La psicologia in Occidente nacque come osservazione e cura di stati patologici e per decenni si è concentrata sugli stati mentali insani, trascurando gli stati mentali che producono felicità e benessere. La ricerca del bene, o della felicità, in Occidente è stata lasciata ai filosofi morali e ai teologi. Solo in epoca relativamente recente,  anche grazie ad aperture e dialoghi di questo tipo con la cultura orientale, se ne stanno occupando anche medici e scienziati.


Sul concetto di “negatività” di un’emozione, ad esempio, cultura occidentale e cultura buddista hanno visioni diverse. In Occidente si parla di “emozioni distruttive” pensando alle conseguenze pratiche e materiali che esse esercitano su chi le prova e su coloro che le subiscono. Oppure si guarda all’appropriatezza delle emozioni:  è normale provare tristezza per la morte di un proprio caro, ma il depresso l’assume come stato d’animo permanente.

Per la cultura buddista invece la negatività è già implicita nell’offuscamento della mente, che quando è libera dalle emozioni è lucida e brilla come oro. Più che di emozioni, il buddismo preferisce parlare di “afflizioni mentali” che impediscono di vedere chiaramente le cose e in questo sta la loro carica negativa. 


Non c’è nella cultura buddista una così netta distinzione tra pensiero ed emozione. E in effetti, recenti esperimenti hanno dimostrato che le zone del cervello stimolate dai pensieri e dalle emozioni sono le stesse. Ciò fornisce evidenza scientifica al concetto largamente diffuso nella sapienza popolare che quando siamo in preda ad un’emozione pensiamo male e dobbiamo prima calmarci. 


Come dice un proverbio toscano, non si può soffiare e succhiare nello stesso momento. Allo stesso modo, ad esempio, non si può provare contemporaneamente odio e amore. Gli “antidoti” per le emozioni distruttive sono quindi le emozioni positive di natura opposta. Più si sarà in grado di coltivarle, più si potrà riconoscere l’emozione negativa come una semplice nube inconsistente, passeggera, dietro alla quale il sole continua a brillare. Un uccello che attraversa il cielo senza lasciare traccia, un disegno fatto sull’acqua, che subito scompare. Quando cominci ad abituarti a riconoscere i pensieri quando insorgono, è come riconoscere velocemente qualcuno che conosci in mezzo alla folla. Oh, sta arrivando quel pensiero. E’ il primo passo per evitare di esserne sopraffatti.

Più ci si allena a produrre stati mentali positivi, come ad esempio la compassione, più questi diventano un’abitudine e anche una base per controllare meglio le emozioni distruttive. E l'attenzione agli altri, il riconoscimento delle loro emozioni, ci permetterà di sentirci meno indifesi di fronte alle nostre.


Nelle scritture buddiste si parla di ottantaquattromila tipi di emozioni negative, che si riconducono tuttavia a cinque principali: odio, attaccamento, ignoranza, orgoglio e gelosia. Secondo una prospettiva occidentale ci potrebbe essere qualche difficoltà a includere nell’elenco l’attaccamento e l’ignoranza. Le diverse visioni sull’attaccamento derivano da una concezione dell’ego molto più forte nella cultura occidentale. L’ignoranza invece viene considerata dal buddismo un aspetto della mente che provoca afflizione perché impedisce un riconoscimento lucido e vero della realtà.


Tutte le emozioni, anche quelle negative, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo per la sopravvivenza e per l’evoluzione della specie, come già affermato da Darwin nel 1872 (“L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”). Essenzialmente il ruolo dell’emozione è quello di indurci ad agire rapidamente, senza fermarsi a pensare, cosa che in alcune situazioni può essere di vitale importanza. Tuttavia le differenze biologiche individuali e le esperienze fatte espongono alcune persone ad una maggiore difficoltà nel controllo delle proprie emozioni. 


La zona del cervello preposta al controllo delle emozioni si trova nell’area prefrontale, l’ultima emersa nel corso dell’evoluzione. Le zone della corteccia frontale sinistra svolgono un ruolo importante per le emozioni positive, mentre il lobo frontale destro lo svolge per le emozioni negative. L’amigdala, che è una parte più primitiva del nostro cervello, è fondamentale per i circuiti che attivano l’emozione stessa. Infine l’ippocampo, che si colloca tra l’amigdala e la zona prefrontale è dedicato alla comprensione del contesto delle emozioni e alla loro memoria. Dunque quando proviamo un’emozione sono molte le zone del nostro cervello ad entrare in azione.


La manifestazione delle emozioni, tramite i nostri muscoli facciali, e tramite le nostre reazioni fisiologiche, è universale in tutto il mondo e in tutte le culture, sono state fatte interessanti ricerche a questo proposito, tuttavia ci sono notevoli differenze individuali circa la velocità e intensità con cui le emozioni si manifestano e anche circa la durata dei loro effetti. Differenze genetiche, ma  pur sempre modificabili con le esperienze e la pratica. 


Nell’individuo che riesce a recuperare più velocemente dopo un’emozione si riscontra  un livello più basso di cortisolo, che è un ormone che si produce in condizioni di stress, e anche una migliore funzionalità di certi aspetti del sistema immunitario. Insomma, qui troviamo anche il riscontro scientifico del detto popolare che lasciarsi vincere dalle emozioni negative rende il sangue amaro, mentre il sorriso e una sincera attenzione agli altri vanno anche a vantaggio della nostra salute.


Nel lungo e denso resoconto che Goleman ha fatto degli incontri di Dharamsala (impossibile sintetizzare tutto in poco spazio) mi hanno colpito soprattutto le relazioni di Richard Davidson, pioniere della neuroscienza affettiva, di Paul Ekman, psicologo e più grande esperto mondiale del riconoscimento delle emozioni sul viso delle persone  (è stato ovviamente consulente delle forze dell’ordine e dei servizi segreti), di Matthieu Ricard, monaco buddista, scienziato, figlio del filosofo francese Jean François Revel (insieme a lui scrisse il pamphlet “Il monaco e il filosofo”, dialogo su scienza e spiritualità) e Mark Greenberg psicologo specializzato in programmi di apprendimento sociale ed emotivo per bambini. Molto interessante anche il primo capitolo, che spiega dettagliatamente gli esperimenti svolti da Davidson e da Ekman sul controllo delle emozioni di un monaco tibetano, il Lama Öser. Tali esperimenti seguirono i colloqui di Dharamsala e portarono ulteriori riscontri scientifici a molte delle tesi discusse.


Segnalo anche quest’ottima recensione che ho trovato sul web: 
 http://www.corem.unisi.it/bibliografia/recensioni/goleman_emozioni_distruttive.pdf

Matthieu Ricard
Richard Davidson


Mark Greenberg





domenica 14 giugno 2015

Luis Sepulveda, Carlo Petrini, Un'idea di felicità

“Un’idea di felicità”, di Luis Sepulveda e Carlo Petrini è innanzi tutto una bella idea.
Un dialogo tra due persone che hanno qualcosa da dire. Dialogo prima diretto, nella forma di una conversazione ricca di spunti di interesse. Poi prosegue con un confronto a distanza: lo scrittore cileno apre con sette idee per il futuro (su felicità, letteratura, sviluppo, condivisione, nutrimento e politica) e il fondatore di Slow Food e Terra Madre risponde sugli stessi temi (solo sostituendo la letteratura con la gastronomia).
Si parte dal comune apprezzamento per la lentezza, tema dell’ultimo libro di Sepulveda e concetto essenziale e fondativo di Slow Food.  Lentezza come fonte di piacere, saggezza, efficienza. L’idea che la felicità si fondi essenzialmente sulla rete, sull’apertura agli altri, sulla valorizzazione delle diversità, senza le quali le identità appassiscono e muoiono.
Entrambi accettano molto volentieri l’etichetta di utopisti e visionari (non per nulla sono entrambi classe 1949, piena generazione ’68) ma rivendicano con orgoglio che solo con una robusta dose di utopia si possono realizzare cambiamenti concreti. E quanto a visione sul futuro, si fidano più dei poeti che di scienziati, economisti e politici.
Ciò che rende affascinante la narrazione di entrambi, e che la fa uscire dalla pura affabulazione fine a se stessa, è che l’uno e l’altro hanno fatto cose importanti nella loro vita, sono stati in modi diversi due rivoluzionari, e le loro idee sono un corpo unico con le esperienze maturate e i progetti futuri.
Sepulveda fece parte della guardia personale di Salvador Allende, è stato esule in vari paesi, combattente sandinista in Nicaragua, attivista di Greenpeace, ospite per sette mesi degli suar,  una popolazione amazzonica, amico del presidente dell’Uruguay Pepe Mujica.  Petrini, muovendo da Bra, nel cuneese, e dall’ARCI, ha creato un movimento che, tra Slow Food e Terra Madre coinvolge circa un milione di persone sui temi del cibo e dell’agricoltura e sulla loro importanza per la cultura, la salute, l’ambiente e per un mondo più giusto.
Fare bene e con passione il proprio mestiere, riscoprire l’antica sapienza contenuta nel lavoro manuale, artigiano, contadino, non avere paura di vivere in una decorosa povertà, rifiutando le chimere di chi promette il benessere e poi ti costringe alla fame, sono tra i tanti punti di vista che, oltre a qualche tratto biografico, accomunano i due personaggi.

Sepulveda svela il contenuto che lo ispirò per la scrittura di alcune sue celebri opere. Petrini sviluppa le sue idee rifacendosi soprattutto al progetto di Terra Madre, “un modello slow che imprime cambiamenti repentini”. Due testimoni straordinari di come la cultura possa farsi vita e la vita farsi cultura. Contro i mastri parolai che cianciano con stile (o anche no) senza contenuti.

sabato 26 aprile 2014

Impossibile è non provarci



Non è facile commentare un saggio scritto da un autore che si stima, per il quale si nutre rispetto e ammirazione, ma del cui contenuto non si condivide quasi nulla.

L’educazione (im)possibile di Vittorino Andreoli è un libro che mi ha messo molto a disagio, che ho letto con grande curiosità, sperando pagina dopo pagina di trovare la svolta che attendevo, e faticando sempre di più ad arrivare alla fine nonostante la qualità delle riflessioni dell’autore e il grande interesse dei temi trattati.

Perché ho fatto così fatica? Perché ho provato disagio?

Per due terzi il libro è un lungo elenco di riflessioni amare, di critiche al passato e al presente, strali acuminati che non lasciano speranze, come quei pensieri che tutti, genitori e non, a partire da una certa età lasciamo che ci attraversino la mente e il cuore (forse rappresentano la coperta di Linus di ex ragazzi che hanno ormai trascorso troppi anni nella fortezza Bastiani, mentre il mondo nel frattempo è andato avanti). L’ultima parte invece ripone le speranze di successo di ogni serio tentativo di educazione in un’utopica società nuova, nella quale possa fiorire un nuovo umanesimo, non più ciecamente fiducioso nelle qualità dell’uomo, ma vaccinato dalla crisi del Novecento e reso forte dalla consapevolezza dell’umanità fragilità.

Per chi è padre, o madre, è un discorso sconfortante. A costo di banalizzarlo (ma dobbiamo banalizzare un po’ le cose per riportarle sulla terra) significa questo: cari genitori, voi siete stati educati in un modo tremendo, con un sistema di regole buono soprattutto per generare una moltitudine di tranquilli e  innocui cittadini sottomessi al potere. Oggi state assistendo impotenti allo sgretolarsi delle istituzioni (a cominciare dalla famiglia e dalla scuola) che vi davano un’illusoria sensazione di sicurezza. Soprattutto, le (giuste) critiche all’autoritarismo del passato hanno provocato una vittima certa: il padre, che non ha più un suo ruolo in famiglia ed è diventato inutile, tanto da poter definire la nostra società come una società senza padri. Ma poiché ogni vuoto è destinato ad essere riempito, sempre più forte sta emergendo il nuovo indiscusso capofamiglia, ovvero il dio denaro che è impiegato prevalentemente in spese inutili, caratterizzando la nostra società (oltre che per l’assenza del padre) anche come società dell’inutile.

Abbiamo qualche speranza? No, così come stanno le cose non ce l’abbiamo: manca nei giovani (e non solo) qualsiasi percezione del futuro, senza la quale non ha senso parlare di educazione. In qualsiasi ambito (famiglia, scuola, relazioni, sesso, consumi, politica) si vive per soddisfare i bisogni primari del momento, senza fare progetti, senza capacità di attesa, senza fantasia, senza sogni.

E dunque? Dunque non resta che sperare in un altro mondo, magari in un’altra vita…

Scherzi a parte, il problema è proprio qui: Andreoli vede nella crisi attuale un’occasione di rifondazione della società che permetta di uscire dalle logiche economiciste che oggi imperversano per riscoprire gli autentici valori dell’ascolto, del silenzio, dell’esperienza, del tempo delle relazioni, dell’affettività.

Non approfondisco ognuno dei punti per non dilungarmi troppo, ma ognuno di essi è trattato con un tale impeto visionario e utopico da gettarmi nello sconforto ancora più dell’impietosa analisi effettuata su presente e passato. Perché se l’analisi del presente è corretta, non si capisce su quali presupposti possano trovarsi le energie necessarie per questa nuova società.

Soprattutto avverto un profondo e istintivo rifiuto verso un’idea che percorre tutto il saggio, qualche volta in modo esplicito, altre volte semplicemente rimanendo nell’aria come nota dominante. E’ l’idea che in fondo tutto si determini nel collettivo, nel plurale e non nel privato. Perché il problema è quello: in attesa di questa rigenerata società del futuro (che di per sé, anche se tratteggiata da una persona mite e pacifica come Andreoli, evoca qualche inquietante fantasma del passato) che facciamo? Cosa ci raccontiamo? Come viviamo la realtà di tutti i giorni?

Nessun padre o madre di famiglia affiderebbe mai nemmeno l’infima parte del destino, della felicità o della salute dei propri figli alla speranza di un’incerta e poco probabile catarsi collettiva.

Un conto è la giusta critica all’Io straripante che produce invidia, bramosia, conflitto, frustrazione. Ma ben diverso è lasciar intendere che, senza una società nuova, ogni personale tentativo di trovare un proprio soddisfacente equilibrio rischia di rivelarsi vano.

Il capitolo che mi è piaciuto di più di tutto il libro è quello intitolato “Relazione e educazione”. E’ quello dove Andreoli, attingendo anche alla sua esperienza di psichiatra e terapeuta, parla della paura. Tutta la storia dell’uomo, le sue relazioni, i suoi stati d’animo, i suoi desideri, le sue passioni più profonde ruotano attorno al tema della paura. Anche il male e la violenza affondano le loro radici nella paura.

Dice Andreoli: “Non ho alcun dubbio che la relazione sia un meccanismo inventato per allontanare la paura. La relazione è il punto di partenza per stabilire un legame, e il legame può raggiungere la qualità del sentimento, che ha la capacità di far avvertire la presenza dell’altro anche quando si è soli”.

Ecco, proprio basandomi su queste belle parole, che condivido, mi permetto di criticare le conclusioni a cui Andreoli arriva. Perché non c’è genitore al mondo (anche se non colto e intelligente come chi scrive libri e studia gli uomini e la società) che non voglia almeno provare a stabilire con i propri figli quel legame.

Il bisogno di vincere la nostra paura, e di dare ai nostri figli un appiglio contro la paura, non ci farà mai riporre tutte le nostre speranze in un ipotetico processo di rinnovamento della società.

Qualcosa faremo sempre, magari sbagliando tutto, seguendo l’istinto e l’ispirazione del momento.

Perché, come scriveva Sandro Pertini a sua mamma dopo il carcere, il confino, la malattia: “nella vita occorre talvolta saper lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza”.

sabato 29 marzo 2014

Kalhil Gibran, Il Tempo


E un astronomo chiese: Parlaci del Tempo.
Ed egli rispose:
Voi vorreste misurare il tempo che non ha misure e non può essere misurato.
Regolereste la vostra condotta e dirigereste persino il corso del vostro spirito a seconda delle ore e delle stagioni.
Del tempo ne fareste un ruscello sulla cui riva vi siedereste a guardarlo scorrere.
Eppure ciò che in voi è senza tempo è consapevole dell’eternità della vita,
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri, e che il domani non è che il sogno di oggi.
E che ciò che in voi è canto e contemplazione dimora tuttora nei confini di quel primo momento che nello spazio disseminò le stelle.
Chi tra di voi non sente che la sua facoltà d’amare è illimitata?
E tuttavia chi non sente che l’amore vero, racchiuso nel centro del suo essere, sebbene illimitato, non viene messo in moto da un pensiero d’amore verso un altro pensiero d’amore e nemmeno da gesti d’amore per altri gesti d’amore?
E come l’amore, non è forse il tempo indiviso e senza andatura?
Ma se, nel vostro pensiero, non potete fare a meno di misurare il tempo con le stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre stagioni,
E che l’oggi abbracci il passato con il ricordo,
E il futuro con desiderio.
              Kahlil Gibran, Il profeta

lunedì 3 marzo 2014

Domande e risposte

«Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza».

Sándor Márai, “La braci”

domenica 9 febbraio 2014

Creare se stessi



Ho avuto grandi maestri, da cui ho preso il meglio, ovvero i loro insegnamenti, i loro esempi. Ho trovato me stessa, ho creato me stessa e ho detto ciò che avevo da dire. (Suzanne Valadon)

mercoledì 29 gennaio 2014

La testa piena




Dal Breviario Laico del card. Ravasi
(Il Sole 24 Ore - Domenica 26 gennaio 2014)

Plutôt la tete bien faite que bien pleine!

Ancora una volta con Montaigne e i suoi Saggi (I,25) bisogna semplicemente reagire con un touché! Soprattutto ai nostri giorni segnati da una bulimia "informatica" e da un’anoressia formativa: teste colme di dati e prive di pensiero.
Continuava il filosofo: "In verità la preoccupazione e l’investimento dei nostri padri mira solo ad arredare (meubler) la testa di conoscenze. Di capacità di giudizio e di virtù, manco a parlarne!".
Cervelli ammobiliati di dati, pronti a trasformarsi in panieri in cui si affastellano verità e menzogna, stupidaggine e saggezza, tesi e contro tesi: è un po’ questa la sorte di tanti giovani e adulti incollati per ore al computer. E invece ci sarebbe bisogno prima di tutto di "travailler à bien penser", come dirà un ideale collega di Montaigne, Pascal, nei suoi Pensieri (n.347), cioè impegnarsi non tanto ad essere benpensanti, ma a pensare bene, con rigore e sostanza, perché è questo "il principio della morale”