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domenica 23 aprile 2017

Il mio Tempo di Libri



Ieri, sabato 22 aprile, ho trascorso un’interessantissima giornata fitta di incontri a Tempo di Libri, la nuova fiera del libro che si svolge nel quartiere di Fiera Milano, a Rho. 
La mattinata parte subito frizzante: il primo incontro è con Marco Malvaldi e Chiara Valerio (che è anche direttrice della manifestazione) sul tema “Matematica e libertà”. 

Marco Malvaldi e Chiara Valerio

Un’ora volata via troppo in fretta, avrei voluto ascoltare ancora la torrenziale e autoironica autrice della “Storia umana della matematica” in compagnia dell’ex ricercatore pisano che ha preferito il BarLume all’Università. Tra citazione di teoremi, aneddoti e divulgazione impepata dalla verve dei due scrittori, non si è proprio corso il rischio di annoiarsi. Portandosi a casa anche un po’ di spunti da ricordare. Ne voglio citare almeno uno, sulla manipolazione dei dati apparentemente scientifici. Stati Uniti d’America, caso O.J. Simpson, accusato di aver ucciso la moglie. Emerge che lui era solito picchiarla. L’avvocato difensore impressiona la giuria citando questa statistica: quando un marito picchia la moglie, soltanto in un caso su 2.500 poi la uccide. Il dato è giusto, ma la statistica è presentata in modo sbagliato, perché omette una condizione fondamentale. La statistica corretta è questa: in caso di morte violenta della moglie, se si scopre che il marito la picchiava, nel 98% dei casi lui è anche responsabile della sua morte. Da allora negli USA la statistica forense deve obbligatoriamente sottoporsi a test di correttezza scientifica.
Andrea Vitali


Alle 11.30 c’è giusto il tempo di affacciarsi da Andrea Vitali, che legge pagine che ci trasportano sulle acque del lago di Como, prima di seguire la presentazione del nuovo romanzo di Carlo Lucarelli, “Intrigo italiano”, un giallo ambientato negli anni ’50 del secolo scorso.



Lucarelli parla dell’analogia tra il giallo e tante vicende della storia e cronaca italiana. Azzarda anche un ardito parallelismo tra il mestiere di giallista e il mestiere di storico: entrambi devono scavare, investigare, ricostruire e naturalmente documentarsi. Per lo scrittore, specie se di romanzi gialli, la cura dei dettagli, la credibilità del contesto è fondamentale. 

Carlo Lucarelli
La polizia italiana ha istituito il “Premio Fedeli” per giudicare la verosimiglianza dell’ambientazione dei nostri gialli. E le storie ambientate in anni che l’autore non ha vissuto in prima persona pongono evidentemente ancora più difficoltà. Compiendo ogni gesto quotidiano, occorre immaginare come lo avrebbero fatto a quei tempi. Sapevate ad esempio che le strisce pedonali sono state introdotte in Italia soltanto con il codice della strada del 1959? Per questo nei film girati in epoca precedente tutti corrono quando attraversano la strada. Poi ci sono i dettagli, pur giusti, che non corrispondono al senso comune dei lettori, che li avvertono come sbagliati. Ad esempio, tutti ricordiamo che durante il fascismo era in voga l’uso del “voi” invece che del “lei”. Eppure il cambio del pronome di cortesia avvenne soltanto nell’ultima parte del periodo fascista, mentre per buona parte del ventennio ci si dava normalmente del “lei”. In questi casi, lo scrittore adotta alcuni escamotage per far capire al lettore che non si tratta di una svista, ma di un dettaglio corretto, anche se apparentemente incongruo.

Alle 12.30 scelgo il dibattito tra Piercamillo Davigo e Giuliano Pisapia, sullo spunto del saggio scritto dall’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Il sistema della corruzione”. Le posizioni di entrambi sono note, ma dopo un’ora di dialogo serrato gli appunti sono fittissimi ed è difficile fare una sintesi. 
Pier Camillo Davigo e Giuliano Pisapia


Preferisco riportare un paio di osservazioni su cui mi sono trovato particolarmente in sintonia. Pisapia ha giustamente rilevato come le statistiche che evidenziano che l’Italia, in quanto a livello di corruzione, raggiunge posizioni preoccupanti in compagnia di Paesi del Terzo e Quarto Mondo, non tengano conto della micro corruzione, capillare e diffusissima che esiste in quei Paesi: se fosse rilevata, l’Italia non sarebbe così in fondo alla classifica. Davigo invece ha criticato la troppo ampia discrezionalità concessa al giudice nel decidere la pena (il furto d’auto può essere sanzionabile da un minimo di 17 giorni a un massimo di 30 anni) sostenendo che il problema non è di alzare i massimi, bensì i minimi. Si è poi esibito in un’efficace boutade, citando inavvertitamente “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, quando ha calcolato che, che tra il cumulo di attenuanti, rito abbreviato ed altri benefici, l’uxoricidio potrebbe risultare più conveniente rispetto ad una causa di separazione.

E in merito alla corruzione, oltre ad evidenziare alcune incongruenze tecniche nella legislazione e negli strumenti a disposizione della magistratura, ha sottolineato molto l’aspetto culturale che caratterizza il nostro Paese. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere sanzionati socialmente anche se non sono reati: in molti Paesi ciò avviene normalmente, ma in Italia “si aspettano le sentenze”. Soprattutto, gli onesti hanno il torto di non prendere sufficientemente le distanze dai disonesti.

Alla fine ho acquistato il libro di Davigo, non perché mi riconosca interamente nelle sue tesi (come minimo ne so troppo poco) ma perché ogni proposta intelligente mi sembra utile a farsi un’idea migliore sul tema.

Dopo il dibattito sulla giustizia, la pausa pranzo prosegue “leggera” con il dibattito sulla burocrazia: ore 13.30, è il turno di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, che hanno scritto “I signori del tempo perso” e rispondono alle domande di Ferruccio De Bortoli

Francesco Giavazzi, Giorgio Barbieri e Ferruccio De Bortoli
Andiamo direttamente alle proposte: in attesa di leggere il libro, sembra che la proposta sia fondamentalmente una: rotazione dei dirigenti, non permettere che ci siano posizioni che si trasformino in una sorta di mandarinato. E creare l’obbligo di trasferirsi al settore privato dopo un certo numero di anni, in modo che la necessità di farsi assumere diventi incentivo alla qualità del lavoro. Spesso nella successione dei Governi non si avverte cambiamento perché la macchina dell’esecutivo rimane nelle mani dei più alti funzionari. Nessuno dei Governi italiani degli ultimi anni (con l’eccezione di Ciampi nel 1993) è mai riuscito a sostituire i massimi funzionari ministeriali. La riforma della Pubblica Amministrazione tentata dal ministro Madia, pur contenendo violazioni a ben sei articoli della Costituzione, prevedeva la rotazione dei dirigenti. Anche Boeri all’INPS sta facendo azioni in questo senso. Non a caso le reazioni sono molto forti.

Anche in questo caso, acquisto il libro per cercare di capire meglio. E una domanda mi ronza in testa: ok la rotazione, ma in questo modo non si creano i presupposti per uno “spoil system” senza freni? Una rilettura del capitolo introduttivo della “Lettera Scarlatta”, nel quale Hawthorne parla della sua esperienza di funzionario alla Dogana, può essere un utile accompagnamento al saggio di Giavazzi-Barbieri.



Alle 15.30, altra tappa della mia maratona fieristica (prevalentemente dedicata ai saggi) con Luca Ricolfi, Marco Damilano e Guliano Pisapia. Si presenta l’ultimo libro di Ricolfi: “Sinistra e popolo”. 
Luca Ricolfi, marco Damilano, Giuliano Pisapia


Damilano esordisce perfido con l’annuncio che con questo libro si demolisce niente meno che il Bobbio di “Destra e Sinistra” , cosa che inizialmente non mi scalfisce (figurarsi, ci vuol altro!) ma poi piano piano affiora e si impone l’imperativo di disseppellire quel libricino fitto di annotazioni, dovunque esso sia, e di metterlo a confronto con l’impertinente Ricolfi, che come sempre esprime concetti anche molto forti, ma sostenuti da un grosso lavoro di ricerca e di analisi.

Il sociologo torinese chiarisce subito che il suo intento non è di dimostrare il distacco tra la sinistra e i ceti popolari, che è un fatto piuttosto evidente, ma di cercare di capire quando esso sia iniziato e perché. E si parte da lontano: Ricolfi sostiene che la lunga marcia che ha reso la sinistra sempre più impiegatizia (anzi pubblico-impiegatizia) e sempre meno operaia, iniziò nel mitico PCI di Berlinguer.

E con questo salgono a tre i volumi che metto in borsa con l’intento non tanto di condividere, quanto di capire, confrontare, distinguere.

16.30: non si propongono libri, ma si ragiona sull’affidabilità di ciò che si legge (“fake news” è l’espressione ormai entrata nel lessico quotidiano) nell’incontro con Corrado Sinigaglia (professore di filosofia della scienza) e Giovanni Ziccardi (professore di informatica giuridica) moderato da Piero Attanasio dell’Associazione Italiana Editori. 
Corrado Sinisgaglia, Piero Attanasio e Giovanni Ziccardi

Il titolo del dibattito è: “I libri nel mondo della post verità”. Sinigaglia precisa opportunamente che la tendenza alla dequalificazione delle pubblicazioni, anche in campo scientifico,  è iniziata ben prima dell’era Internet 2.0 (la seconda fase di internet, quella caratterizzata dai social network che concedono a chiunque la possibilità di raggiungere una grande potenza mediatica). Inoltre le “fake news” sono spesso estrapolazioni di fatti localmente veri, ma del tutto decontestualizzati. Contrastarle è spesso una fatica vana, in quanto il “fake” fa sempre più audience della noiosa e faticosa verità. Ziccardi aggiunge che si creano meccanismi perversi basati sul consenso, nei quali la fake news è la moneta di scambio per la crescita di popolarità. In questo l’editoria può avere un ruolo fondamentale. Gli studiosi che dedicano anni di studio prima di pubblicare un libro, che magari da decenni sono concentrati su un’unica area di approfondimento, hanno bisogno di canali in cui la loro comunicazione “fuori dal tempo” possa essere veicolata. 

D’altronde, è la mia riflessione personale, le fake news sembrano ormai strangolare l’enorme libertà di espressione che si era creata nei primi tempi dell’era dei social network. Man mano che le voci sulla piazza virtuale sono aumentate, soltanto chi grida più forte riesce a farsi sentire. E non sempre chi grida più forte dice le cose più sensate. E sui pericoli di un eccessivo “controllo” dell’informazione, mi viene da pensare alla vecchia distinzione tra i fatti e le opinioni: dovremmo fare in modo di dividerci sulle opinioni, evitando di parlare a vanvera sui fatti.

Domenico Quirico e Sergio Ramazzotti
Concludo la mia visita a Tempo di Libri con l’incontro con il giornalista Domenico Quirico e il fotoreporter Sergio Ramazzotti sul tema: “E’ ancora possibile fare del buon giornalismo?”, sottotitolo del libro di Quirico “Il tuffo nel pozzo”. 

E’ l’incontro più carico di pathos di tutta la giornata. Quirico, inviato in zone di guerra, sequestrato in Siria per cinque mesi, è un reporter che interpreta la sua professione come una missione totalizzante, dove non sono possibili mediazioni o compromessi. Per lui esiste un solo modo di fare giornalismo: raccontare ciò che si vede e soltanto ciò che si vede. I giornali si ridurrebbero a cinque pagine scarse, ma sarebbero infinitamente più interessanti.

Sergio Ramazzotti presenta una storia in immagini, che si svolge nell’arco di 72 ore, da guardare in silenzio, per scoprire alla fine che si tratta di un viaggio per andare a morire in una “clinica” svizzera che pratica l’eutanasia, o per meglio dire, il suicidio assistito. Una storia che tocca l’anima (questo dovrebbe fare per Quirico il buon giornalista: toccare l’anima) e ci fa vedere con i nostri occhi queste famigerate “cliniche”, in realtà bilocali con angolo cottura. Essere sul posto, raccontare in presa diretta, è tutto ciò che di nobile esiste nella professione del giornalista.  E del fotoreporter.


Dulcis in fundo, i mei acquisti: oltre ai libri presentati durante l’incontro, ho approfittato dell’occasione per aggiungere sullo scaffale due romanzi che si preannunciano come due gioiellini della letteratura: I duellanti di Conrad e Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar. Inoltre un saggio economico di Stiglitz: La grande frattura – La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla.


lunedì 22 agosto 2016

Marco Malvaldi, Le regole del gioco

Il primo libro che ho letto di Marco Malvaldi non è uno dei suoi celebri romanzi gialli, ma un libricino nel quale l’ex ricercatore pisano ci intrattiene con grande verve su altre due sue grandi passioni: lo sport e la scienza.
E’ una lettura gradevole, nella quale la difficoltà delle teorie scientifiche è surclassata dal toscanissimo umorismo dell’autore e la pesantezza degli esperimenti è oscurata dai numerosi aneddoti e ricordi di Olimpiadi, Mondiali di calcio e competizioni varie.
Si parla di fisica, matematica, neuroscienza, psicologia, statistica, ma anche della “maledetta” di Andrea Pirlo, del “tiki taka” del Barcellona, di Dick Fosbury, di tuffi dal trampolino e di tennistavolo.
Insomma, Malvaldi ci offre persino qualche copertura intellettuale per le nostre ore trascorse sul divano a guardare lo sport in tv. Anzi fa di più, arrivando a sostenere un collegamento tra il nostro interesse per le gare sportive e l’evoluzione della specie.
Non è che si capisca proprio tutto al primo colpo, e spesso l’autore gigioneggia ricercando l’effetto “oh”, ma non è escluso che per qualcuno queste pagine costituiscano uno spunto interessante per successivi approfondimenti.
In definitiva, un libro furbetto ma simpatico, che a me è servito per avvicinarmi ad uno scrittore sul quale finora ho letto opinioni molto contrastanti.

domenica 22 maggio 2016

Pensare bene, per vivere meglio



Cosa sono le “emozioni distruttive”? A cosa servono? Sono necessariamente un male? A quali conseguenze portano?  In che modo si possono superare? Quanto dipendono da fattori ambientali e culturali? In che modo gli individui si differenziano nel provare e riconoscere le emozioni? Ci può essere un’educazione alla felicità?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui ha cercato di rispondere un gruppo formato da una dozzina di scienziati occidentali e di monaci tibetani, che si sono incontrati a Dharamsala, dove risiede il Dalai Lama, per cinque giorni di dibattito nel marzo del 2000.


Daniel Goleman, lo psicologo americano celebre per i suoi studi sull’”Intelligenza emotiva” ha riassunto dettagliatamente questa esperienza, collegandola agli studi che la precedettero e agli sviluppi scientifici che ne seguirono, nel saggio “Emozioni distruttive, liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia desiderio e illusione” pubblicato nel 2003.



La scoperta scientifica, che si colloca a fine anni Novanta, che ha reso questo incontro particolarmente proficuo e ricco di potenzialità per il futuro, è la plasticità del cervello, la sua capacità di rinnovarsi e modificarsi per tutta la vita. Risale solo al 1998 la dimostrazione che negli esseri umani nascono nuovi neuroni per tutto il corso dell’esistenza. Non solo: i nostri pensieri, le nostre emozioni sono in grado di modificare il cervello e dunque possono condizionare i pensieri e le emozioni successive. Allenarsi a pensare bene ci abitua a pensare meglio in futuro. Non lo dicono (solo)  filosofi morali e monaci, ma (anche) medici e scienziati, e non in base a teorie o assiomi, ma a seguito di ricerche, esami di laboratorio e sofisticati esperimenti.


Il gruppo di lavoro di Dharamsala, marzo 2000
La cultura buddista, fondata sul concetto di meditazione e di compassione, è un ambito particolarmente fertile per studiare gli effetti che un adeguato allenamento emotivo è in grado di produrre sulle funzioni cerebrali e in definitiva sulla nostra salute. Come a Goleman fu profetizzato negli anni Settanta del secolo scorso, il buddismo si è introdotto in Occidente soprattutto per mezzo della psicologia. Determinate tecniche di meditazione ottengono un effetto sulla capacità di controllo delle nostre emozioni distruttive pari o superiore a quello dei farmaci, evitandone effetti collaterali, assuefazione e dipendenza.


La psicologia in Occidente nacque come osservazione e cura di stati patologici e per decenni si è concentrata sugli stati mentali insani, trascurando gli stati mentali che producono felicità e benessere. La ricerca del bene, o della felicità, in Occidente è stata lasciata ai filosofi morali e ai teologi. Solo in epoca relativamente recente,  anche grazie ad aperture e dialoghi di questo tipo con la cultura orientale, se ne stanno occupando anche medici e scienziati.


Sul concetto di “negatività” di un’emozione, ad esempio, cultura occidentale e cultura buddista hanno visioni diverse. In Occidente si parla di “emozioni distruttive” pensando alle conseguenze pratiche e materiali che esse esercitano su chi le prova e su coloro che le subiscono. Oppure si guarda all’appropriatezza delle emozioni:  è normale provare tristezza per la morte di un proprio caro, ma il depresso l’assume come stato d’animo permanente.

Per la cultura buddista invece la negatività è già implicita nell’offuscamento della mente, che quando è libera dalle emozioni è lucida e brilla come oro. Più che di emozioni, il buddismo preferisce parlare di “afflizioni mentali” che impediscono di vedere chiaramente le cose e in questo sta la loro carica negativa. 


Non c’è nella cultura buddista una così netta distinzione tra pensiero ed emozione. E in effetti, recenti esperimenti hanno dimostrato che le zone del cervello stimolate dai pensieri e dalle emozioni sono le stesse. Ciò fornisce evidenza scientifica al concetto largamente diffuso nella sapienza popolare che quando siamo in preda ad un’emozione pensiamo male e dobbiamo prima calmarci. 


Come dice un proverbio toscano, non si può soffiare e succhiare nello stesso momento. Allo stesso modo, ad esempio, non si può provare contemporaneamente odio e amore. Gli “antidoti” per le emozioni distruttive sono quindi le emozioni positive di natura opposta. Più si sarà in grado di coltivarle, più si potrà riconoscere l’emozione negativa come una semplice nube inconsistente, passeggera, dietro alla quale il sole continua a brillare. Un uccello che attraversa il cielo senza lasciare traccia, un disegno fatto sull’acqua, che subito scompare. Quando cominci ad abituarti a riconoscere i pensieri quando insorgono, è come riconoscere velocemente qualcuno che conosci in mezzo alla folla. Oh, sta arrivando quel pensiero. E’ il primo passo per evitare di esserne sopraffatti.

Più ci si allena a produrre stati mentali positivi, come ad esempio la compassione, più questi diventano un’abitudine e anche una base per controllare meglio le emozioni distruttive. E l'attenzione agli altri, il riconoscimento delle loro emozioni, ci permetterà di sentirci meno indifesi di fronte alle nostre.


Nelle scritture buddiste si parla di ottantaquattromila tipi di emozioni negative, che si riconducono tuttavia a cinque principali: odio, attaccamento, ignoranza, orgoglio e gelosia. Secondo una prospettiva occidentale ci potrebbe essere qualche difficoltà a includere nell’elenco l’attaccamento e l’ignoranza. Le diverse visioni sull’attaccamento derivano da una concezione dell’ego molto più forte nella cultura occidentale. L’ignoranza invece viene considerata dal buddismo un aspetto della mente che provoca afflizione perché impedisce un riconoscimento lucido e vero della realtà.


Tutte le emozioni, anche quelle negative, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo per la sopravvivenza e per l’evoluzione della specie, come già affermato da Darwin nel 1872 (“L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”). Essenzialmente il ruolo dell’emozione è quello di indurci ad agire rapidamente, senza fermarsi a pensare, cosa che in alcune situazioni può essere di vitale importanza. Tuttavia le differenze biologiche individuali e le esperienze fatte espongono alcune persone ad una maggiore difficoltà nel controllo delle proprie emozioni. 


La zona del cervello preposta al controllo delle emozioni si trova nell’area prefrontale, l’ultima emersa nel corso dell’evoluzione. Le zone della corteccia frontale sinistra svolgono un ruolo importante per le emozioni positive, mentre il lobo frontale destro lo svolge per le emozioni negative. L’amigdala, che è una parte più primitiva del nostro cervello, è fondamentale per i circuiti che attivano l’emozione stessa. Infine l’ippocampo, che si colloca tra l’amigdala e la zona prefrontale è dedicato alla comprensione del contesto delle emozioni e alla loro memoria. Dunque quando proviamo un’emozione sono molte le zone del nostro cervello ad entrare in azione.


La manifestazione delle emozioni, tramite i nostri muscoli facciali, e tramite le nostre reazioni fisiologiche, è universale in tutto il mondo e in tutte le culture, sono state fatte interessanti ricerche a questo proposito, tuttavia ci sono notevoli differenze individuali circa la velocità e intensità con cui le emozioni si manifestano e anche circa la durata dei loro effetti. Differenze genetiche, ma  pur sempre modificabili con le esperienze e la pratica. 


Nell’individuo che riesce a recuperare più velocemente dopo un’emozione si riscontra  un livello più basso di cortisolo, che è un ormone che si produce in condizioni di stress, e anche una migliore funzionalità di certi aspetti del sistema immunitario. Insomma, qui troviamo anche il riscontro scientifico del detto popolare che lasciarsi vincere dalle emozioni negative rende il sangue amaro, mentre il sorriso e una sincera attenzione agli altri vanno anche a vantaggio della nostra salute.


Nel lungo e denso resoconto che Goleman ha fatto degli incontri di Dharamsala (impossibile sintetizzare tutto in poco spazio) mi hanno colpito soprattutto le relazioni di Richard Davidson, pioniere della neuroscienza affettiva, di Paul Ekman, psicologo e più grande esperto mondiale del riconoscimento delle emozioni sul viso delle persone  (è stato ovviamente consulente delle forze dell’ordine e dei servizi segreti), di Matthieu Ricard, monaco buddista, scienziato, figlio del filosofo francese Jean François Revel (insieme a lui scrisse il pamphlet “Il monaco e il filosofo”, dialogo su scienza e spiritualità) e Mark Greenberg psicologo specializzato in programmi di apprendimento sociale ed emotivo per bambini. Molto interessante anche il primo capitolo, che spiega dettagliatamente gli esperimenti svolti da Davidson e da Ekman sul controllo delle emozioni di un monaco tibetano, il Lama Öser. Tali esperimenti seguirono i colloqui di Dharamsala e portarono ulteriori riscontri scientifici a molte delle tesi discusse.


Segnalo anche quest’ottima recensione che ho trovato sul web: 
 http://www.corem.unisi.it/bibliografia/recensioni/goleman_emozioni_distruttive.pdf

Matthieu Ricard
Richard Davidson


Mark Greenberg





martedì 3 marzo 2015

Bertolt Brecht, Vita di Galileo



Cosa c’è dietro l’abiura che nel 1633 Galileo Galilei pronuncia davanti all’Inquisizione? Niente, solo ciò che si vede e che è immediatamente comprensibile senza dietrologie: semplice paura del dolore fisico.

Bertolt Brecht ci consegna in questo dramma un ritratto realistico e materiale dello scienziato pisano che dialoga con il popolo, è afflitto da preoccupazioni economiche, non è privo di scaltrezze e senso pratico, beve vino, apprezza la buona tavola, scrive le sue opere in volgare anziché nel latino dei dotti, strapazza e si fa strapazzare dalla sua governante, ma soprattutto ha davanti a sé l’evidenza di una nuova era destinata a cambiare il mondo e tuttavia deve dissimulare l’eccitazione e barcamenarsi tra pericoli, trappole e fastidi di ogni genere.

Nel corso delle quindici scene, dove c’è spazio anche per battute di spirito e  passaggi divertenti, si scivola dalla commedia al dramma,  per giungere infine  ad un interrogativo sul ruolo degli scienziati nella società.

Brecht prima ci fa familiarizzare con il sanguigno scienziato accompagnandoci nel tinello di casa sua, lontano da cattedre, muffa e polvere. Poi ce ne mostra la grandezza, soprattutto nella rivoluzionarietà delle sue scoperte e nella sua lotta senza speranza contro le forze della conservazione (Galilei: “Signori, ve ne prego in tutta umiltà: prestate fede ai vostri occhi”. Matematico: ”Caro Galilei, ho ancora l’abitudine, anche se possa apparirvi antiquata, di leggere ogni tanto Aristotele: e, ve ne assicuro, quando lo leggo, credo ai miei occhi!”). Facciamo il tifo, trepidiamo, ci immedesimiamo, vorremmo che andasse a Roma e li stendesse tutti e poi, di fronte al suo cedimento, ci rifugiamo nel complottismo (l’avrà fatto per continuare a studiare! Per continuare a scrivere libri!) e rifiutiamo di usare gli occhi, rinnegando il suo insegnamento.

Bertolt Brecth vuole dirci che l’umana debolezza di Galilei è gravata di una grande responsabilità. La colpa di cui Galileo si è macchiato abiurando, secondo il grande drammaturgo, è di aver svuotato la scienza del suo significato sociale, di averla rinchiusa nel recinto delle dispute tra specialisti, fuori da ogni controllo e coinvolgimento popolare, e dunque libera di accettare ogni condizionamento e compromesso con il potere.

Brecht scrive la terza e ultima versione di Vita di Galileo dieci anni dopo il lancio della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki, con il mondo diviso in due blocchi contrapposti, ognuno dei  quali ha costruito un potente apparato scientifico, militare e accademico per affermare la propria supremazia sul mondo. In Galileo egli vede l’autore del peccato originale che pesa sulla coscienza di ogni successiva generazione di scienziati. “La bomba atomica, come fenomeno tecnico non meno che sociale, è il classico prodotto terminale delle sue conquiste scientifiche e del suo fallimento sociale” (Bertolt Brecht, Note alla Vita di Galileo).

Nella prima versione, completata in esilio nel 1938, Brecht rappresenta l’abiura di Galileo come un’astuzia per poter continuare a lavorare senza essere molestato dai suoi persecutori . Si tratta di un pensiero rivolto agli antinazisti rimasti in patria, perché continuino a vivere senza farsi scoprire sotto Hitler. Ma dopo gli orrori della guerra e in piena corsa verso il baratro delle superpotenze vincitrici, Brecht ci toglie ogni speranza.

L’ex allievo Andrea ancora si illude e dice al suo maestro: “Volevate guadagnar tempo per scrivere il libro che solo voi potevate scrivere. Se foste salito al rogo, se foste morto in un’aureola di fuoco, avrebbero vinto gli altri”.

E Galileo: “Hanno vinto gli altri. E un’opera scientifica che possa essere scritta da un uomo solo, non esiste”.

“Ma allora perché avete abiurato?”

“Ho abiurato perché il dolore fisico mi faceva paura”.

Con l’abiura, Galileo si conquista la possibilità di continuare a studiare per assecondare una sua personale voglia, un suo privato vizio e di ciò prova vergogna, consegnandosi sconfitto alla storia: “Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità.”