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giovedì 15 agosto 2024

Paul Auster, L'invenzione della solitudine



Ritratto di un uomo invisibile.

"Era assente già prima di morire, e le persone più vicine a lui avevano imparato da un pezzo ad accettarne l'assenza, considerandola il tratto più essenziale del suo essere"
"Se da vivo continuavo ad esaminarlo cercando in lui il padre che non c'era, sento ancora il bisogno di cercarlo da morto. La sua morte non ha cambiato nulla. L'unica differenza è che mi manca il tempo"
"La morte sottrae all'uomo i suo corpo." "...presupponendo che l'uomo continui ad esistere, ma solo come idea, come insieme d'immagini e memorie nella mente di altri uomini. Quanto al corpo, non è che carne ed ossa, un ammasso di pura materia"
"Dietro le quinte della mia memoria: un desiderio di compiere un'impresa eccezionale, di impressionarlo con un gesto dalle dimensioni eroiche"



Il libro della memoria.

"Quando muore il padre, scrive, il figlio diviene padre e figlio di se stesso"
Pascal ("Tutta l'infelicità dell'uomo deriva da una ragione soltanto: non sa star tranquillo nella sua stanza"). La camera da letto di Van Gogh ad Arles, l'apparente tranquillità e l'urlo che sale. Hölderlin per 36 anni nella sua zimmer, dopo la morte d Suzette. La stanza di Emily Dickinson, che non puoi trovare nella casa museo di Amherst, perché già tutta nelle sue poesie. Vermeer, la Donna in Blu (la rappresentazione potente di tutto ciò che non si vede, di ciò che è fuori dalla stanza).
Cicerone, Giordano Bruno, tecniche di memorizzazione degli antichi, attraverso luoghi, immagini. Oggetti che evocano ricordi ed emozioni(Proust). "La memoria: lo spazio in cui le cose accadono per la seconda volta"
"La memoria, quindi, non tanto come passato che racchiudiamo in noi, ma come prova del nostro vivere nel presente. Se un uomo vuol essere davvero presente fra le cose che lo circondano, non deve pensare a se stesso, ma a quello che vede. Deve dimenticare se stesso per essere lì; e da questo oblio nasce il potere della memoria. E' un modo di vivere la propria vita affinché nulla vada mai perduto"
Coincidenze. La natura del caso. Significato o assenza di significato. Vita reale e vita immaginaria. Freud. Collodi ed il suo doppio. Geppetto libera Pinocchio dalla materia. Michelangelo libera Mosè.
Leibniz, tutta la materia è collegata, la lingua è relazione, giocare con le parole, tradurre e rimare (creare e ricreare). "Una parola diventa un'altra parola, una cosa ne diventa un'altra"
"Nello spazio della memoria ogni cosa è al contempo se stessa e qualcos'altro"
"Ciascun libro è un'immagine di solitudine, un oggetto concreto che si può prendere, riporre, aprire e chiudere, e le sue parole rappresentano molti mesi, se non anni, della solitudine di un individuo, sicché a ogni parola che leggiamo in un libro potremmo dire che siamo di fronte a una particella di quella solitudine"
Giona nel ventre della balena, Pinocchio trova Geppetto nel pescecane. Dove si pensa d incontrare la fine, lì c'è la salvezza. Enea e Anchise (e Ascanio).
Padri e figli. Rembrandt e i ritratti del figlio Titus. E il ritratto di Sir Walter Raleigh con il figlio Wat (1602). Anatole Mallarmé. Anna Frank. I bambini della Cambogia. La mostruosità del mondo.
"A. guarda suo figlio e capisce che non deve permettersi di disperare". "Il pensiero del dolore di un bimbo, dunque, è mostruoso ai suoi occhi. Ancora più mostruoso della mostruosità del mondo stesso, perché carpisce al mondo la sua sola consolazione"
"Si dice che gli uomini impazzirebbero se la notte non sognassero; analogamente, se a un bimbo si nega l'acceso all'immaginario, non prenderà mai contatto con la realtà. Il bisogno di storie per un bambino non è meno vitale del bisogno di cibo, e si manifesta con lo stesso meccanismo della fame"
Shehrzad, il racconto che si fa vita.
"Tutte le migliaia di ore che A. ha trascorso con lui nei primi tre anni della sua vita, tutti i milioni di parole che gli ha detto, le lacrime che gli ha asciugato...tutto questo svanirà dal ricordo del bambino, per sempre"
"Ciò che il vecchio gli indica è che i nostri figli sono sempre invisibili. E' la più semplice delle verità: una vita appartiene soltanto alla persona che la vive; la vita stessa esigerà di vivere; vivere è lasciar vivere".









 

giovedì 1 settembre 2016

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess




“I ragazzi Burgess”, penultimo romanzo di Elizabeth Strout, ci parla della complessità dei rapporti famigliari, di quanto possono essere chiuse le piccole comunità paesane, della difficoltà di capirsi fra diversi, ma è anche una lettura godibile e rilassante, come guardare una commedia holliwoodiana anni ’50 alle cinque del pomeriggio. Potete leggere la trama e altre recensioni qui.

Il prologo, nel quale due vedove, madre e figlia, conversano e rievocano le comuni conoscenze , scostando pensosamente le tende per guardare le betulle, dà il tono all’intera narrazione, come se l’autrice volesse ammorbidire l’impatto degli eventi più drammatici, stemperandoli nella luce tiepida del suo stile confortevole.

Seguendo i personali ricordi delle due signore, si fa velocemente amicizia con Jim, Bob e Susan Burgess, si conoscono i rispettivi coniugi e anche Zachary, il ragazzo ignorantello e impaurito che dà impulso alla storia e ne sostiene la trama fino almeno a metà.

Nella prima parte i personaggi sono vivi e credibili, pur riconducendosi ciascuno a qualche archetipo del cittadino americano, e sono ben inseriti in tematiche culturali e sociali appena tratteggiate, per non disturbare troppo i personaggi in primo piano, eppure rese efficacemente.

Da metà in poi, il romanzo ha una svolta, il motore iniziale della storia rallenta e si spegne e rimangono i personaggi, soli e nudi e senza maschera. “Nessuno mi può giudicare” potrebbe essere il titolo di questa seconda parte o, come la vedova più anziana afferma nel prologo, “nessuno conosce mai veramente qualcuno”. E' nella seconda parte che l'attenzione si sposta dalle dinamiche sociali a quelle famigliari.

L’eroe abile, disinvolto e pragmatico della prima parte, quello attento ai bisogni e alle debolezze umane (per prendersene cura, nel caso dei propri familiari, oppure per sfruttarli a proprio vantaggio, nel caso di avversari e ostacoli nella battaglia per la vita), il self made man che non sopporta i gretti razzisti ma è ugualmente allergico alle ipocrisie dei moralisti di professione e infastidito dal fanatismo del “politically correct”,  l’uomo fuggito dall’ambiente chiuso del Maine e che riesce a non farsi fagocitare dalla Grande Mela, il professionista di successo, il marito invidiato, il padre che tutti vorrebbero avere ha un suo lato oscuro. Non sorprende che ci sia, perché ce lo aspettavamo e avevamo messo in conto che potesse essere esattamente “quello”.  Sorprende piuttosto che questa scoperta abbia il potere di mandare in frantumi il personaggio e buona parte del mordente della storia.

Il romanzo funziona ancora, perché a questo punto il lettore è stato saldamente agganciato all’amo, però non c’è più la naturale scioltezza dell’avvio.

Una volta chiuso e rimesso il libro al suo posto sullo scaffale, ci capiterà di ripensare a Jim, Bob, Susan, Hellen, Pam e Zach come a persone incontrate in una lunga e piacevole vacanza, che ci hanno fatto divertire, ci hanno confidato qualche segreto e resi partecipi di qualche angoscia, senza tuttavia risultare mai invadenti, né noiosi. Tutti insieme ci hanno confermato che la famiglia è un delicatissimo intrico di sottili equilibri e che gli Stati Uniti d’America sono un posto dove è molto complicato nascere, crescere e vivere. Insomma, ce n’è di che rimanere soddisfatti, alle cinque del pomeriggio, tra un biscottino e l’altro, con il sole che filtra delicato dalle tende, mentre fuori il vento accarezza le betulle.
“Che cosa farò, Bob? Non ho più una famiglia”.

“Sì che ce l’hai”, rispose Bob. “Hai una moglie che ti odia. Tre figli che ce l’hanno a morte con te. Un fratello e una sorella che ti fanno impazzire. E un nipote che una volta era una nullità, ma a quanto parte ultimamente lo è un po’ meno. Questo è ciò che si definisce una famiglia”.

sabato 27 agosto 2016

William Klein, l'incontenibile geometria della strada




Al Palazzo della Ragione di Milano, fino all’11 settembre si può visitare la mostra fotografica dedicata a William Klein.

Mostra molto interessante su un artista poliedrico e anticonformista, che ha creato un suo personalissimo stile nella fotografia.

Nato a New York nel 1928 da famiglia ebrea di origini ungheresi, fin da ragazzo si appassiona all’arte e alla letteratura.  A quattordici anni inizia a studiare sociologia al college e a diciotto anni interrompe gli studi per entrare come operatore radio nell’esercito d’occupazione in Germania, poi a Parigi. Qui studia alla Sorbona con André Lhote e Fernand  Léger, conosce la moglie Florin  e diventa pittore. Le sue opere sono astratte e ispirate alle geometrie del Bauhaus, a Mondrian e Max Bill.

Nel 1952 viene chiamato da Giorgio Strehler a Milano per esporre al Piccolo Teatro. Subito dopo collabora con l’architetto Angelo Mangiarotti (Léger consigliava di lavorare come i pittori del Quattrocento, collaborando con gli architetti) per delle pitture murali che lui decide di eseguire su pannelli mobili, scoprendo l’enorme varietà di forme che si ottengono con la loro rotazione.

Nel 1954 torna a New York e senza avere particolari conoscenze di fotografia, realizza un diario fotografico della sua città d’origine, forse seguendo un altro consiglio di Léger: “Lascia perdere i musei e le gallerie, pensa solo alla strada.” Le immagini di Klein colpiscono perché sovvertono i canoni fino ad allora seguiti in fotografia, che si erano imposti soprattutto attraverso Henry Cartier Bresson, secondo il quale la fotografia doveva essere pulita, oggettiva, ordinata. Klein sovverte tutto questo in nome del realismo e dunque esegue primi piani molto ravvicinati, crudi, immagini a volte sfocate, o sgranate, sempre molto piene di persone e di oggetti, con molte linee di movimento al proprio interno. Per ironia della sorte, Klein fotografa con una macchina appartenuta proprio a Cartier-Bresson. Però rinuncia al tradizionale obiettivo 50 mm, privilegiando spesso il grandangolo da 28 mm per riempire il più possibile le sue immagini.

Ecco come lo stesso Klein descrive le sue prime esperienze fotografiche per le strade di New York: 

“Era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorkesi come un esploratore avrebbe trattato uno zulu, cercando lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia. Nel mio libro su New York, c’era un sottotitolo, stile tabloid. Trance Witness Revels. Tre parole che per me allora riassumevano tutto ciò che avevo da dire sulla fotografia. Chance Witness è chi capita per caso su una tragedia. Revels è un gioco di parole con reveals. Rivelare, ma anche gozzovigliare. Il tutto sotto il segno della trance. Riscoprivo la mia città e riscoprivo la fotografia. Privo di formazione e senza tante conoscenze, mi dovevo ingegnare con quello che ottenevo. La mia formazione era diversa: disegno, litografia, pittura – che tentavo di applicare alla fotografia. Quello che i professionisti avrebbero gettato nel cestino per me era un eccellente materiale da rilavorare”.


Il libro su New York ottiene un immediato grande successo. Nel 1956 Federico Fellini invita William Klein a Roma, chiedendogli di fargli da assistente per il film Le notti di Cabiria. Le riprese vengono tuttavia posticipate e così Klein inizia a girare per Roma con guide d’eccezione come Flaiano, Moravia e Pasolini. Nasce un libro fotografico anche su questa città.

 Ascoltiamo nuovamente Klein:

“Roma è la mia città fortunata. Nel 1956 pubblicai il mio libro fotografico su New York. All’epoca sorprese, sconvolse e influenzò un’intera generazione di fotografi. In quel periodo ero soprattutto un pittore astratto, ma la pittura geometrica e hard edge che praticavo non mi consentiva di dire la mia sul mondo intorno a me. Fu così che provai a sperimentare con la fotografia. Dopo il libro su New York sentivo di aver detto tutto quello che volevo con una macchina fotografica e il mio successivo obiettivo diventò il cinema. Ero un appassionato di Fellini e riuscii a combinare un incontro con lui a Parigi. Desideravo dargli una copia del mio libro. Lui mi disse: ce l’ho già, la tengo vicino al letto. Ma perché non vieni a Roma e diventi mio assistente? Ero nel cuore dei miei vent’anni e così senza problemi arrivai a Roma. Naturalmente Federico aveva già uno stuolo di assistenti ma, ad ogni modo lavorai con lui al casting di Le notti di Cabiria, documentando un intero esercito di prostitute e protettori. Il film però fu rimandato e io mi ritrovai a pensare:va bene ho fatto un libro su New York, allora perché non farne uno anche su Roma?”

 Klein collaborò a lungo con Vogue (anche il suo primo libro su New York fu realizzato per l’interessamento di Alex Liberman, pittore ed editore di Vogue America), ma anche come fotografo di moda fu sempre propenso a rompere gli schemi:
 

 “Quando mi mostrarono gli abiti mi fu immediatamente chiaro che le modelle avrebbero attraversato piazza di Spagna sulle strisce pedonali. Sfilando avanti e indietro, si sarebbero incrociate e avrebbero reagito l’una all’altra. Per appiattire la prospettiva, progettai di salire sulla scalinata della piazza e usare un teleobiettivo. Le ragazze passeggiarono avanti e indietro fino a quando iniziarono a catturare l’attenzione dei passanti. Ero in cima alla scalinata con la mia macchina fotografica, all’insaputa della gente. Gli uomini iniziarono a pensare che fossero prostitute impazzite e si avvicinarono, cercando di palparle. La direttrice di Vogue iniziò a innervosirsi, temendo se non uno stupro di gruppo, un blocco del traffico”.

Tra il 1959 e il 1960 Klein si reca in Russia per lavorare ad un libro fotografico su Mosca, che fu pubblicato nel 1964.

“Come tutti, anch’io mi ero fatto un’idea dell’Unione Sovietica.E nella mia mente c’erano anche le immagini di Vertov, Rodčenko e compagnia bella, così come le inquadrature televisive del Presidium, quelle mummie decorate con grugni che sembravano le porte di una prigione. Temevo che mi sarei ritrovato in una città chiusa, noiosa. Ma poi provai una sorta di emozione – niente a che vedere con la rabbia che mi ispirava New York – una specie di malinconia vagamente disperata, quasi tenera, non lontana dal sentimento che avevo provato, in gioventù, leggendo i romanzi russi”.




  
 Nel 1961 è la volta di Tokio, altra città e altro libro:

 





Infine non poteva mancare la città nella quale Klein ha scelto di vivere, fin dagli studi alla Sorbona e dalle sue prime esperienze come pittore, Parigi. Klein la ritrae prevalentemente piena di gente, frettolosa, multietnica, multiculturale, colorata, molto lontana dal cliché della città romantica e brumosa di tanti altri artisti.






Negli anni Novanta Klein ritorna alle origini, nel senso che riprende in mano i pennelli e rielabora alcune sue celebri opere:

“Ripresi in mano i pennelli per la prima volta dopo molti anni. Ma riprodurre le linee, i cerchi e le croci che tutti i fotografi del mondo usano per evidenziare gli scatti scelti non mi bastava.

Vidi la possibilità di inventare un nuovo tipi di oggetti artistici coniugando in modo organico, non arbitrario, pittura e fotografia.

Stranamente, il mio metodo di lavoro era completamente diverso da quello che utilizzavo quando stavo con Léger e anche dopo, al tempo delle astrazioni geometriche hard edge. Per Léger le pennellate di Van Gogh, Picasso e degli action painters erano bandite. Le forme dovevano avere contorni netti e superifici piatte… Ma quando iniziai a dipingere i provini ci furono solo pennellate di esultanza. L’esultanza della pittura richiamava la gioia che si prova scattando una fotografia. Per me scattare una foto era una gioia, era un’esperienza fisica che mi dava la carica”


domenica 24 gennaio 2016

Vivian Maier, la semplicità che appassiona



Vivian Maier (New York, 1926-Chicago, 2009) trascorse la sua vita lavorando come bambinaia per diverse famiglie e coltivando una grande personale passione per la fotografia, senza mai condividerla con anima viva. Tra il 1951 e gli anni ’90, eseguì oltre 150.000 scatti. Ritrasse bambini, anziani, donne, uomini nella loro vita quotidiana, regalando immortalità a fugaci e casuali istanti, che lei riusciva a rivestire, con molta semplicità, di bellezza e di insospettabile significato. Scattò anche molti autoritratti, spesso soltanto un'ombra che si proiettava sul terreno, su una parete, su una vetrina. Non mostrò mai a nessuno le sue fotografie e non si curò nemmeno di sviluppare gran parte dei suoi rullini. 

Trovandosi in ristrettezze economiche, tra la fine degli anni '90 e i primi anni del nuovo millennio, mentre una delle famiglie a cui era rimasta più legata la aiutava a pagare le spese di un piccolo appartamento, Vivian Maier decise di immagazzinare in un box i suoi pochi beni, inclusi le fotografie e i rullini mai sviluppati.

A seguito del mancato pagamento dell’affitto del magazzino, i suoi beni furono  pignorati e messi all’asta. Fu questo fatto che, per una fortunata  coincidenza, consentì di far conoscere al mondo intero l’opera di una delle più interessanti fotografe del ‘900, anticipatrice della “Street Photography”. 


Vivian Maier morì prima di poter vedere il folgorante successo che le sue opere ottennero grazie al web e ai social media. Sembra un paradosso fin troppo appariscente che una delle figure più schive e riservate del mondo dell’arte debba interamente la sua notorietà al tempio del narcisismo e dell’egocentrismo.
Nel 2007, John Maloof, un giovane agente immobiliare di Chicago, iniziò a raccogliere del materiale che potesse essere interessante per la pubblicazione di un libro sull’area di nord-ovest della città, nella quale viveva, spesso ignorata e poco conosciuta. In particolare, l’editore chiese di inserire nel libro circa 220 fotografie d’epoca e per questo John Maloof e Daniel Pogorzelski, co-autore del libro, setacciarono ogni angolo della zona alla ricerca di immagini vintage. Fu così che in una casa d’aste si imbatterono in una scatola di negativi che ritraevano la Chicago degli anni ’60: erano una piccola parte di quelli pignorati a Vivian Maier e, senza pensarci troppo, li acquistarono tutti per 400 dollari. Riguardandoli con maggiore attenzione, non trovarono nulla di interessante per il libro e li accantonarono per diverso tempo. Il libro di Maloof e Pogorzelski fu pubblicato l’anno successivo con il titolo Portage Park, Images of America.
  

“Seppur scattate decenni orsono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata. Molti di noi condividono il suo stesso desiderio e il suo impulso di fare fotografie – e grazie alla tecnologia digitale a nostra disposizione, oggi lo possiamo fare. Se con Facebook, Flickr, e Istangram, oggi siamo in grado di produrre immagini e con un semplice click proiettarle in tutto il mondo, l’innegabile talento di Vivian Maier, abbinato al fermo proposito di mantenere la propria attività di fotografa come una questione privata, ci affascina e al tempo stesso ci confonde. Non può però sorprenderci: in un’epoca in cui la fotografia viene ridefinita, cambiano anche gli autori che troviamo più interessanti e stimolanti. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi.” Marvin Heifermann


 Subendo probabilmente un’influenza simile a quella descritta da Marvin Heifermann, John Maloof, fino a quel momento totalmente inesperto di fotografia, riguardò più volte gli scatti di Vivian Maier e iniziò ad emularla,  girando per le vie di Chicago e  cercando di catturare e immortalare spicchi di varia umanità.

Sempre più affascinato dalla personalità che emergeva dalle immagini acquistate all’asta, Maloof frequentò un corso di fotografia, creò una camera oscura nel suo appartamento e iniziò a sviluppare i negativi della Maier, giungendo a proporsi di ricostruire l'intera sua opera. 
 
Vivian Maier morì nell’aprile del 2009, per i postumi di una banale caduta sul ghiaccio, prima che Maloof potesse incontrarla.

Nel giro di pochi anni, Maloof riuscì a recuperare il 90% della produzione di Vivian Maier dai diversi compratori a cui erano stati venduti all’asta, e mise insieme una collezione dai 100.000 ai 150.000 negativi, 3.000 stampe, e poi film in pellicola, home video, registrazioni. Grazie alla famiglia in cui Vivian Maier rimase 16 anni ad occuparsi dei figli, Maloof riuscì a entrare in possesso di effetti personali, ritagli di giornali e corrispondenza che gli consentì di ricostruire la biografia di questa grande fotografa.

Nata a New York nel 1926 da padre austriaco e madre francese, Vivian Maier trascorse gli anni Trenta del secolo scorso in Francia, in compagnia della madre. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, madre e figlia rientrarono negli Stati Uniti per poi ritornare in Francia alla fine del conflitto.

Nel 1951, a venticinque anni d’età, Vivian Maier è di nuovo a New York, questa volta senza la madre,  e inizia a lavorare come bambinaia, attività che le permise di mantenersi per tutta la vita, durante la quale non perse mai la passione per la fotografia di strada. Fu Jeanne Bertrand, un’amica francese della mamma, presso la quale la donna si era rifugiata dopo la separazione dal marito avvenuta nel 1929, a trasmettere alla piccola Vivian la curiosità, l’interesse e poi la passione per la fotografia. Jeanne Bertrand eseguiva principalmente ritratti e ricevette anche alcuni riconoscimenti, tra cui una prima pagina del Boston Globe,nel 1902.

Nel 1956 Vivian Maier si trasferì a Chicago, città nella quale trascorse gran parte della sua esistenza, senza mai sposarsi e senza che siano rimaste traccia di amicizie o legami sentimentali particolarmente profondi. Il suo interesse ossessivo per la documentazione di frammenti di vita quotidiana la portò anche a realizzare piccoli filmati artigianali e registrazioni sonore. Tanti piccoli frammenti di un puzzle gelosamente custoditi fino alla morte e rivelati al grande pubblico solamente quando il giovane agente immobiliare John Maloof postò su Flickr alcuni dei suoi scatti, ottenendo un clamoroso successo.


Nel 2013 John Maloof girò anche un documentario, dal titolo “Finding Vivian Maier”, distribuito anche in versione italiana nel 2015, e realizzò il sito www.vivianmaier.com

Fino al 31 gennaio 2016 alla galleria Forma Meravigli di Milano si può visitare la mostra “Vivian Maier, una fotografa ritrovata”, prima esposizione a lei dedicata nella città meneghina.