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domenica 2 luglio 2017

Sinistra e popolo - Il conflitto politico nell'era dei populismi

In questo suo ultimo saggio, Luca Ricolfi compie un’analisi accurata delle difficoltà della sinistra politica in tutto il mondo e del parallelo insorgere di movimenti “populisti” giungendo alla conclusione che destra e sinistra sono categorie politiche che hanno perso gran parte del loro significato e che il dibattito politico dei prossimi anni sarà piuttosto tra “forze dell’apertura” contrapposte alle “forze della chiusura”, senza che ciò implichi alcun giudizio morale  sulle une o sulle altre.
L’analisi di Ricolfi non punta a dimostrare il distacco tra la sinistra e la base sociale che essa tradizionalmente rappresentava fino a circa metà degli anni 70 del novecento, ma cerca di indagare le ragioni e i fattori che hanno determinato questo fenomeno in tutto il mondo occidentale.

Il ragionamento si sviluppa in tre parti e un epilogo. 
La prima parte è dedicata a confutare lo schema proposto da Norberto Bobbio, una delle figure più care nel pantheon della sinistra italiana, nel famoso e fortunato saggio “Destra e Sinistra” del 1994.  Nell’epoca in cui il distacco con i ceti popolari era già ampiamente avvenuto, quel libricino è all’origine del “cortocircuito logico che ha permesso alla sinistra di non comprendere quello che nel frattempo era diventata, nonché di prolungare il proprio atteggiamento di superiorità morale verso la destra.”

La seconda parte contiene una sintesi della storia economica degli ultimi quarant’anni. Se il periodo tra il ’46 e il ’75 è da considerare l’età dell’oro per la sinistra del mondo occidentale (crescita dei redditi, innalzamento dei livelli di istruzione, incremento generalizzato dei consumi, allargamento del welfare) negli anni successivi per via di ripetuti shock petroliferi, stagflazione e crisi fiscale dello Stato la situazione cambia irreversibilmente. Le trasformazioni sociali (scomparsa del tradizionale mondo popolare, raccontata ad esempio da Pasolini), economiche (fiammata liberista degli anni 80, globalizzazione, recessione prolungata),  politiche (fine della guerra fredda, comparsa di nuovi attori sulla scena internazionale, terrorismo islamico, flussi migratori), e demografiche (invecchiamento Paesi nord-occidentali, flussi migratori) modificano completamente la natura dei partiti di sinistra, che spesso salgono al governo abbagliati e frastornati dal successo del liberismo sfrenato dell’era Thatcher e Reagan,  abbandonano gradualmente la difesa dei ceti più deboli della società, si convertono al mercato e diventano il riferimento dei “ceti medi riflessivi”, colti e urbanizzati  che ormai inseguono solo ideali di progresso “politicamente corretti” come i diritti dei gay, le quote rosa, il linguaggio sessista, la fecondazione assistita, il testamento biologico, l’alimentazione naturale, i diritti degli animali, etc.
 In Italia, ad esempio, l’origine di questa parabola si colloca negli anni della politica del “compromesso storico” promossa da Berlinguer (altro mito della sinistra colpito dalla critica di Ricolfi) che ha determinato l’arrocco a difesa degli strati forti della classe operaia garantiti da sindacati e statuto dei lavoratori, rinunciando ad interessarsi del vasto mondo dei disoccupati, sottoccupati e irregolari, un mondo  senza protezioni su cui si fondava la sopravvivenza dei padroncini, artigiani e commercianti che costituivano la linfa vitale della DC.

Nella terza parte si indagano le origini del moderno populismo, ovvero della reazione dei ceti popolari al “tradimento” della sinistra, divenuta in gran parte “riformista” e ad un mondo che si presenta senza alcun sogno di “sol dell’avvenire”, ma piuttosto con la prospettiva di una lunga notte, di competizione sfrenata, assenza di crescita, insicurezza economica, fisica, sociale. Ricolfi propone un modello matematico nel quale tende a dimostrare che crisi economica, paura del terrorismo e interazione tra queste due variabili siano all’origine della forte domanda di protezione che è alla base di ogni populismo, sia che nasca con matrice di destra (più preoccupazione verso i flussi migratori) che con matrice di sinistra (preoccupazione verso gli interessi del grande capitale e verso le ingerenze economiche degli organismi sovranazionali). Inoltre sostiene che la domanda di protezione dei nuovi ceti popolari (sostanzialmente i perdenti della globalizzazione e gli abitanti delle periferie) si basa su evidenze oggettive e misurabili, di fronte alle quali la sinistra ha finora avuto una atteggiamento “negazionista”. La sinistra stessa d’altro canto si è strutturalmente modificata: mentre quarant’anni fa aveva il problema di aggregare qualche colletto bianco alle tute blu (da qui l’espansione verso il settore pubblico, la scuola, le università),oggi ha il problema opposto di trovare qualche operaio (o disoccupato o precario) che si aggiunga alle proprie fila composte prevalentemente da impiegati, insegnanti e funzionari pubblici. La stessa attenzione che la sinistra dedica agli immigrati e alle politiche di accoglienza, rivelerebbe il disperato bisogno che la sinistra ha di un baluardo contro il naufragio della propria identità. Senza immigrati, la sinistra non avrebbe più alcun segno visibile della propria vocazione ad occuparsi di chi sta in basso nella scala sociale.

La conclusione è che la ribellione dei ceti popolari parte da lontano (secondo alcuni studiosi la crisi della sinistra in America inizia nel secondo dopoguerra; in Italia è negli’80 che nasce il fenomeno degli operai con tessera CGIL che votano Lega Nord) e ai giorni nostri si è trasformata in insofferenza e aperta ostilità verso il “politicamente corretto”, che in alcuni casi è degenerato nel “follemente corretto”. La sinistra di governo viene perciò travolta dalla protesta contro l’establishment e contro l’assenza di senso di realtà che caratterizza le élites benpensanti a cui essa non solo si è totalmente assimilata, ma a cui ha fornito un modello culturale fatto di indulgenza, perdonismo, empatia, calore umano, sostanzialmente un’etica della generosità con cui la cultura “liberal” cerca di mitigare le proprie spinte individualiste.
Invece nell’ampia minoranza di persone che abita nel mondo di sotto e che si preoccupa più della sopravvivenza che dell’autorealizzazione, si fa strada l’idea che “il fondamento di ogni identità e di ogni diritto non è il singolo individuo, ma è la comunità cui il singolo appartiene alla nascita… E’ alla comunità che spetta difendere e preservare i propri costumi, la propria lingua, i propri modi di vita; è la comunità che ha il dovere di tutelare e promuovere il benessere dei suoi membri; è la comunità l’unica titolare del diritto di escludere o includere chi voglia entrarvi dall’esterno”.
Il dibattito futuro dunque sarà tra forze dell’apertura e forze della chiusura. In ognuno dei due schieramenti  ci sarà ancora, come pallido ricordo della sinistra e destra novecentesche, una distinzione tra chi è maggiormente propenso ad aprire ai capitali e chiudere alle persone o viceversa, ma il dibattito prevalente sarà tra l’insieme di forze (che siano di origine liberale o della sinistra riformista) interessate a cogliere le opportunità derivanti da una sempre maggiore apertura e interconnessione in tutti i campi, contrapposte alle forze (che siano eredi dei conservatori o della sinistra antagonista) prevalentemente concentrate sui rischi e sulla domanda di protezione che sale da chi è escluso da quelle opportunità.
Ricolfi, par di capire, propende per una saggia terza via: tra chi vorrebbe gettare ponti e chi pensa ad innalzare muri, sembra che apprezzi chi preferisce costruire porte. Perché le porte si possono aprire o chiudere, a seconda del momento e delle necessità.

Riferimenti/Percorsi di lettura

Ci sono molti temi e dunque molti libri che si possono intrecciare con questo saggio.  Innanzi tutto “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio (utile una rilettura dopo oltre 20 anni). Poi qualche libro sul populismo dei giorni nostri (ad esempio, “Populismo 2.O” di Marco Revelli, sociologo che tra l’altro è ispiratore di diversi punti di “Destra e sinistra” di Bobbio). Ricolfi si sofferma per diverse pagine anche in un confronto tra il declino della civiltà liberale ottocentesca descritta da Ortega y Gasset (“La ribellione delle masse”, 1929) e l’attuale periodo storico nel quale gli esclusi dalla globalizzazione cercano di far sentire la loro voce e di sovvertire l’ordine imposto nel “mondo di sopra”. Personalmente trovo che alcuni spunti di riflessione interessanti su questi temi provengano anche dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che da decenni è uno dei massimi studiosi della diseguaglianza e teorico dei benefici che le politiche redistributive possono dare anche alla crescita economica. Comunque il saggio di Ricolfi ha una ricchissima bibliografia e una fitta sezione note che vi consente di collegare queste pagine ai percorsi che più preferite. C’è poi una appendice statistica, per entrare nel merito del modello matematico proposto e con la componente quantitativa dell’analisi. Chicca finale: un’appendice “politicamente scorretta” sul Manifesto di Ventotene che vi farà venire voglia di andare a leggere direttamente il celebre scritto di Spinelli, Rossi e Colorni invece di fidarvi delle citazioni, anche di altissimo livello, che lo riguardano.

giovedì 30 giugno 2016

Patria, 1978-2010 di Enrico Deaglio



Proprio mentre sto leggendo l’interessantissimo “Patria, 1978-2010” di Enrico Deaglio, mi capita di notare sul Corriere della sera di qualche giorno fa la notizia che il boss  Raffaele Cutolo ha nuovamente ripetuto la storia, raccontata già oltre vent’anni fa, che la Nuova camorra organizzata avrebbe potuto liberare Aldo Moro durante i 55 giorni del suo sequestro, e che qualcuno di molto in alto nella Democrazia Cristiana bloccò l’operazione. Ne ha parlato anche con alcuni membri della nuova commissione d’inchiesta parlamentare che dopo 38 anni ancora indaga su questa pagina controversa della storia del nostro Paese.
 
Ricordo molto bene i giorni del 1978 in cui si svolse il “caso Moro”. 
Frequentavo la V Ginnasio e quel 16 marzo avevamo “tema in classe”. Ricordo che scelsi la traccia di attualità ed ebbi modo di parlare del povero Renato Curi, lo sfortunato calciatore del Perugia che fu stroncato da un infarto durante la partita casalinga con la Juventus. A quell’epoca, l’unica sezione del giornale che leggevo da cima a fondo, incluse formazioni, calendari e classifiche, era la pagina sportiva. Al massimo, davo un’occhiata distratta alla pagina del cinema, indugiando qualche secondo in più se ero abbastanza fortunato da trovare la locandina dell’ultimo film di Edwige Fenech.

Eravamo a metà del compito quando la nostra prof, rientrando sconvolta dalla pausa caffè, disse: ”Hanno ammazzato Moro!” Le prime, concitate notizie trasmesse per radio erano molto confuse e dunque in un primo tempo sembrava che nel massacro della scorta fosse compreso anche il presidente della DC. Io sapevo a malapena chi fosse Moro, ma da quel momento iniziai a seguire i telegiornali, ad avventurarmi nelle pagine politiche dei quotidiani e persino a leggere periodici come Panorama e L’Espresso. Seguii il dibattito sulla linea della fermezza e iniziai a prendere in simpatia coloro che provarono in ogni caso a salvargli la vita, in particolare il partito socialista di Bettino Craxi e i radicali di Marco Pannella.

Ricordo anche il 9 maggio. Fu di pomeriggio, stavamo giocando a calcio, quando un amico ci raggiunse portandoci la notizia: hanno trovato il cadavere in una macchina. Istintivamente pensai: “Ora le BR sono finite, hanno chiuso”. Già perché quello era un periodo in cui lo slogan “né con lo Stato, né con le BR” era discretamente popolare. Ma di fronte a un esito così ottusamente crudele, chi mai poteva avere ancora dubbi? Le BR avevano già ucciso in passato e uccisero ancora n via Fani, ma la sensazione fu che con il greve e scontato epilogo di quei 55 giorni, il terrorismo rosso si fosse tagliato per sempre i ponti con qualsiasi potenziale e improbabile seguito.

Fa un certo effetto veder raccolti nelle mille pagine del libro di Deaglio, a poca distanza l’uno dall’altro, tanti fatti che nella memoria  sono invece molto più distanziati, inevitabilmente più sfocati, alcuni anche dimenticati. Ed è impressionate vedere il continuo ricorrere, in tanti episodi apparentemente slegati tra loro, degli stessi personaggi: la mafia, la camorra, i terroristi, la P2, la banda della Magliana, i servizi segreti.

Eppure la storia d’Italia è stata anche altro. I ricordi personali sono molto diversi. La selezione dei fatti potrebbe anche essere diversa. Penso ad esempio ad una veduta aerea su un’isola. Si potrebbe zoomare sulla spiaggia, soffermarsi sui bambini che schiamazzano, sulla distesa di carne umana che sfrigola nell’olio, sulle barche dei pescatori cullate dalla risacca, oppure spostare l’attenzione sul borgo, i panni stesi, l’ombra che cerca di farsi largo tra il bagliore dei muri, la strada che si inerpica tra gli ulivi, un cane che attraversa solitario la piazza. Oppure si può andare più in là, verso il mare aperto, osservare le vele, la scia dei motoscafi o anche inabissarsi nelle acque scure, andar giù giù dove solo pochi ardimentosi si spingono per scoprire frammenti di un mondo “altro” eppure reale, fantastico e misterioso, popolato da inquietanti mostri marini, anfratti, aculei, vegetali repellenti, affascinanti macchie di colore, un mondo calmo, angosciante, immobile, regolato da leggi eterne che traggono forza dalla propria immutabilità. Un mondo che dai più viene conosciuto solo in modo frammentario, distratto, discontinuo, grazie a qualche fotografia, spezzoni di documentario, racconti, fantasie.

Deaglio sceglie quest’ultima prospettiva, giornalistica. Seleziona una concatenazione di avvenimenti che ogni anno ha conquistato spazio sui giornali e ci mostra come i fatti si siano continuamente incrociati e scambiati protagonisti, comprimari e spettatori. Ci suggerisce che mentre noi studiavamo, lavoravamo, giocavamo, ballavamo, facevamo l’amore, crescevamo i nostri figli, andavamo al cinema o in vacanza, questi fatti intrecciati hanno costituito un’unica fitta trama che ha caratterizzato la storia della nostra Patria, ha influito sul nostro destino e ancor più avrebbe potuto farlo se periodicamente non ci fosse stata l’azione di disturbo di qualche temerario e solitario incursore, in genere conclusa tragicamente.

Tante altre cose sono successe. Imprese hanno prosperato e altre hanno chiuso. Si sono alternati periodi di crisi economica e periodi di ripresa. Ci sono state scoperte scientifiche, cambiamenti di costume, successi e insuccessi sportivi, fenomeni mediatici. Si potrebbero quindi raccontare tante storie, tanti “film di carta” (come Deaglio definisce la sua opera), ognuno diverso dall’altro.

L’unica cosa che difficilmente mancherebbe da qualsiasi racconto è il ricordo dei momenti topici della nostra Nazionale di calcio. Nel racconto di mille Italie diverse, questo sarebbe quasi sicuramente il più frequente tratto unificante.
 La versione di Deaglio un po’ mi inquieta (il mio personale album dei ricordi non è così cupo) ma ugualmente mi intriga. Fa una certa impressione scorrere il campionario di mostri che si agitavano sul fondale marino appena qualche miglio più in là, mentre sonnecchiavamo inconsapevoli sul bagnasciuga

giovedì 21 maggio 2015

Giorgio Fontana, Morte di un uomo felice




Alla fine mi è piaciuto. Parto da questa considerazione banale, che per me è anche l’arrivo di un percorso abbastanza travagliato.

Non mi è piaciuto subito questo romanzo vincitore del Campiello 2014: l’ho dovuto abbandonare dopo cento pagine, leggere qualcosa nel frattempo, riprendere vincendo lo scetticismo, ricominciare daccapo e farmi conquistare pagina dopo pagina, versando anche qualche lacrima nel finale, segno che emotivamente mi aveva ormai catturato.

Morte di un uomo felice è la storia di Giacomo Colnaghi, magistrato impegnato nelle indagini sul terrorismo rosso, nome di fantasia ispirato però ad alcuni casi realmente esistiti di uomini eroicamente normali, “eroi borghesi” per richiamare un titolo che ha aperto la strada a un filone affollato e fortunato a cavallo tra narrativa e testimonianza.

Giacomo Colnaghi viene assassinato nel 1981, lo stesso anno di nascita dell’autore, Giorgio Fontana. Non deve essere stato facile cercare di documentarsi su un periodo che non si è vissuto, ma del quale esiste ancora una memoria molto nitida e precisa in tante persone. Diciamo quindi subito che l’ambientazione è uno dei punti di debolezza di questo romanzo. Gli anni settanta possono essere descritti in tanti modi, ma non c’è dubbio che chi li ha vissuti si ricorda una caratteristica su tutte: erano anni iperpoliticizzati.

Tutto era intriso di politica, anche le cose che con la politica c’entravano poco o nulla: l’arte, il cinema, la musica, la letteratura, l’amore, lo sport, la scuola, la cronaca, l’economia, il lavoro, la religione, tutto.

Questo non emerge più di tanto nel romanzo, dove la nota che spicca è piuttosto il profumo di pulito e di ordine che si respira nelle case delle suore, semplicità, scherzi da prete, un po’ di noia, battute da sagrestia, Bernanos e riflessioni morali lontane anni luce dagli slogan virulenti e primordiali degli anni di piombo.

Colnaghi è un cattolico di sinistra, figlio di un partigiano ucciso dai fascisti, quelli veri, ma è anche un uomo che si interroga e vuole capire, partendo dalla sua storia di figlio, di padre, di marito, di cristiano praticante.

Il personaggio funziona, alla grande, e alla lunga si impone e fa scivolare il contesto in un secondo piano molto sfocato. Gli ambienti che frequenta, la sua storia personale, i suoi tormenti, la sua normale quotidianità sono un’alternativa valida, sana e pulita a percorsi molto più chiassosi e superficiali, che hanno goduto, e in qualche modo continuano a godere, di ampia popolarità mediatica.

Nel tentativo di darci una rappresentazione “viva” del protagonista, Fontana attinge forse un po’ troppo insistentemente alle proprie esperienze di studente fuori sede: le Ferrovie Nord (l’autore e il suo personaggio sono di Saronno), l’appartamentino a Lambrate, la bicicletta, la topografia minima dei luoghi dove si mangia “un panino stupendo”, la trattoria sui Navigli, le passeggiate notturne e solitarie nelle vie del centro, il bar di periferia.

Non riesce ad andare molto più in là, né ad immedesimarsi veramente nella psicologia di un uomo che si avvia alla mezza età: gli fa fumare la pipa (gesto totalmente fuori linea rispetto agli tratti del protagonista), gli crea dialoghi da sbadiglio con la moglie e un’astinenza sessuale prolungata. Stop. Funziona meglio con la madre, con il figlio e con gli amici, rapporti che il trentenne Fontana descrive in modo meno impacciato, trovandosi maggiormente a suo agio.

E allora perché funziona il protagonista e la sua storia? Vista dall’esterno, appare un po’ posticcia e stiracchiata, costruita su spunti un po’ scontati (il magistrato e il terrorista che partono dallo stesso ambiente sociale, frequentano entrambi l’oratorio e poi approdano a scelte di vita opposte) e su riflessioni non particolarmente originali (lo Stato che tradisce la Resistenza, i terroristi rossi che ne sporcano il nome e ne usurpano gli ideali) ma l’esterno non è il punto giusto dove posizionarsi. Ciò che inizialmente mi sembrava un ostacolo a proseguire nella lettura, successivamente l’ho interpretato come il segno di una scrittura ancora un po’ acerba, di una maturità ancora non raggiunta, nell’ambito di un’opera nell’insieme bella, utile ed efficace.

Il romanzo funziona nel momento in cui si capisce che non si tratta di un libro sugli anni di piombo.

Funziona quando si capisce che si tratta di una storia intima, che ci parla della difficoltà dei figli ad essere all’altezza dei padri, del paradosso per cui la normalità finisce spesso per diventare il vero eroismo, della difficoltà che le persone libere hanno ad esprimere se stesse, perché la loro indipendenza rischia continuamente di essere strumentalizzata da chi (la stragrande maggioranza) ha una concezione più tribale della vita, del lavoro, della società.

Da questa prospettiva riacquistano un senso i dialoghi scontati, i frammenti di piatta quotidianità che altrimenti sembrerebbero indice di scarsa fantasia e di scrittura esangue. Invece, silenziosamente e inaspettatamente, Giacomo Colnaghi e suo padre Ernesto, il partigiano Beppo la cui storia viene raccontata in parallelo a quella del figlio, riescono a conquistarti, ti ci affezioni, probabilmente li ricorderai bene e a lungo.

Il romanzo nasce da un interrogativo sulla giustizia, sul modo di fare giustizia, di essere magistrato.

L’autore lo dichiara nella nota finale: "questo libro forma un dittico ideale con il precedente Per legge superiore”. Un dittico sulla giustizia. Applicare le leggi in

modo cinico e notarile oppure spellarsi mani e piedi per cercare un diverso senso di giustizia, andare incontro a numerose frustrazioni e magari rimetterci la vita. Un interrogativo valido, importante, una grande questione su cui riflettere, ma anche il peccato originale del romanzo, che in certe parti risulta un po’ imbrigliato dai suoi stessi schemi.

In definitiva un’opera interessante, consigliabile, e uno scrittore da seguire nelle sue prossime prove.

lunedì 16 febbraio 2015

Spingendo la notte più in là



Letto finalmente il bel libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là uscito sette anni fa.

Lui nel frattempo ne ha scritti altri due: La fortuna non esiste (2009) e  Cosa tiene accese le stelle (2011). Non ho dubbi che siano altrettanto belli, di quei libri che ogni tanto fa bene leggere.

Questo in particolare è un libro che, mescolando cronaca e storie famigliari, a partire dalla propria, ci parla di chi ha pagato il prezzo più alto degli “anni di piombo”. Le pagine ripercorrono in fretta quel periodo, soffermandosi con delicatezza sulle vittime, sul dolore lasciato, sugli orfani e sulle vedove, senza indugiare più del dovuto, giusto il tempo di stabilire un contatto umano, una vicinanza, un’intima solidarietà.

Parlare delle vittime e delle loro famiglie, occuparsi di loro, ricordarle è una scoperta relativamente recente. Per lunghi anni il centro della scena è stato occupato dai rei, dai colpevoli o presunti tali, dagli assassini, verso cui si scaricano le nostre reazioni emotive più forti e che si prestano maggiormente ad analisi socio-psicologiche più o meno valide e a strumentalizzazioni politiche, ideologiche,  mediatiche. Nei confronti delle vittime ha invece prevalso spesso l’imbarazzo, il disagio rivestito pudicamente di rispetto,  e infine l’oblio.

Ma un po’ alla volta sono sorte iniziative, si sono costituite associazioni, si sono scritti libri e dunque adesso si può dire che, dopo essersi a lungo occupati di Caino, da qualche tempo ci si sta interessando anche di Abele, pur in proporzioni ancora molto diverse.

Mentre su Caino siamo sempre pronti a radicalizzare le nostre idee, a dividerci e scontrarci, a dare giudizi netti quanto spesso frettolosi e superficiali, su Abele invece esitiamo, siamo più turbati, non troviamo le parole, i gesti, gli sguardi.

Spingendo la notte più in là parla anche di pacificazione, però autentica e non di facciata come quasi sempre avviene. Più condizionati dalla sociologia e dalla politica che guidati da attenzione alle relazioni  umane, spesso tendiamo a equiparare la “pacificazione” ad un colpo di spugna sui reati, ad un indebolimento del confine tra la ragione e il torto e al pieno reinserimento sociale dei colpevoli, termine che qualche volta si vorrebbe persino sostituire con il semplice “sconfitti”. 

Incredibilmente troppo spesso ci si dimentica che una pacificazione autentica imporrebbe di chinarsi prima di ogni altra cosa verso le vittime, evitare che si riaprano ferite che faticano a rimarginarsi, occuparsi prima dei loro sentimenti e poi dei “diritti” del reo.

Come non esiste pena possibile o risarcimento possibile per la soppressione di una vita umana (le leggi stabiliscono dei limiti convenzionali dettati dal grado di civiltà e cultura giuridica raggiunto) così una vera riconciliazione non può avvenire per semplice procedura burocratica. I provvedimenti più o meno liberali che possono essere adottati dallo Stato sono una cosa ben diversa dal superamento delle barriere per proprio moto dell’animo. E le barriere possono essere superate, sembra suggerire il libro di Calabresi, ristabilendo innanzi tutto la verità senza opacizzarla, riconoscendo il male provocato senza cercare giustificazioni, trovando il coraggio di piangere lo stesso pianto della vittima, su un’unica sponda, non due pianti diversi su sponde diverse.

E’ giusto che uno Stato liberale e un sistema giuridico non vendicativo aiutino i rei a voltare pagina. Ma per parlare di ritorno alla normalità e di riconciliazione occorre che la pagina riescano a voltarla anche le vittime. Leggendo il bel libro di Calabresi ci si rende conto che mentre i primi sono accompagnati nel loro percorso da una folla fin troppo numerosa di supporter e di curiosi, le vittime sono lasciate spesso sole e devono trovare da sé l’energia, la voglia e il coraggio di guardare avanti.

sabato 30 novembre 2013

Io sono Malala

Io sono Malala è un libro molto toccante per tanti motivi: per le vicende umane che racconta, per l'ottimismo, la fede e la voglia di "normalità" che contiene, e perchè ti porta proprio dentro i fatti che generalmente, nei giornali e in TV, ci si limita a sfiorare frettolosamente dall'esterno.
In più si sente il fascino del contatto con una cultura diversa dalla nostra, con cui sarebbe bello confrontarsi e interagire senza barriere, senza odio, senza violenza.
Si ha una conferma in più (se ce ne fosse bisogno) che il fondamentalismo religioso ha poco a che fare con la religione e invece molto con la politica, con il potere che strumentalizza e manipola il bisogno di fede di tanta povera gente.
E' un peccato che a questa ragazza non sia stato assegnato il premio Nobel per la pace, come sembrava possibile. Non sarebbe stato nè fuori luogo, nè esagerato. E avrebbe dato un segnale bellissimo: si possono amare le proprie tradizioni, la propria cultura, il proprio paese, si può essere profondamente religiosi e attaccati alle proprie radici senza che questo debba necessariamente portare a chiudersi, a respingere gli altri, a erigere muri, barriere, steccati fisici o mentali che servono soltanto a produrre infelicità, violenza e oppressione.


aggiornamento: a un anno di distanza dalla pubblicazione di questo post, nell'ottobre 2014, Malala Yousafzai è stata insignita del premio Nobel per la Pace, a 17 anni, la più giovane di sempre.