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lunedì 20 marzo 2017

Come si ascolta piovere



Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte tuttavia non arriva,
figure della nebbia
voltano l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando quel che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata e vigili i cinque sensi,
piove, passi lievi, rumori di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
quel che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
riluce l’umido asfalto,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e la tua forma di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lampi lenti,
traversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto riluce, tu traversi la strada,
è la nebbia errante della notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’onda del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sorgere di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, tornano gli istanti,
ascolti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né lì: li ascolti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
- entra, la tua ombra copre questa pagina.

Octavio Paz

sabato 18 marzo 2017

Il vento cala e se ne va

Il vento cala e se ne va
lo stesso vento non agita
due volte lo stesso ramo
di ciliegio
gli uccelli cantano nell'albero
ali che voglion volare
la porta è chiusa
bisogna forzarla
bisogna vederti, amor mio,
sia bella come te, la vita
sia amica e amata come te

so che ancora non è finito
il banchetto della miseria ma
finirà...

Nazim Hikmet

martedì 7 marzo 2017

La voce a te dovuta


Por detrás de ti te busco.
No en tu espejo, no en tu letra,
ni en tu alma.
Detrás, más allá.

Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio
e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, più oltre.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta

 

domenica 7 febbraio 2016

La tristezza secondo Rainer Maria Rilke



“Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi risentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi. Perché noi siamo soli con la cosa straniera ch’è entrata in noi; perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto; perché noi siamo in un trapasso, dove non possiamo fermarci. Perciò anche passa la tristezza; il nuovo in noi, il sopravvenuto, è entrato nel nostro cuore, è penetrato nella sua camera più interna e anche là non è più – è già nel sangue. 
Ci si potrebbe facilmente persuadere che nulla sia accaduto, e pure noi ci siamo trasformati, come si trasforma una casa, in cui sia entrato un ospite. Noi non possiamo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi, molto prima che accada. E però è tanto importante essere soli e attenti, quando si è tristi: perché il momento vuoto in apparenza e fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita di quell’altro sonoro e causale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade”.



Rainer Maria Rilke, Lettere ad un giovane poeta. cit. in Eugenio Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Milano 2001


 

giovedì 24 dicembre 2015

Natale ferroviario, di André Frénaud (1907-1993)





 
San Giuseppe non aveva mai visto locomotiva
e aveva paura di perdere i biglietti.
Era una sera di grandi partenze, la stazione febbrile
di folla e di fischi, di luci.
Giunti troppo presto, s’erano gingillati al buffet…
Non avevano prenotato i posti,
e ci fu anche chi disse che avessero sbagliato treno.
 

Nessuno ad augurargli buon viaggio.
Gli amici non erano stati avvertiti.
Vomitando fumo giallo e turchino come un drago
il treno cambiava binario agli scambi,
e ancora cambia, va più svelto, va.
Scompaiono i sobborghi e i segnali.

In piedi nel corridoio. Chi avrà compassione
d’una donna incinta e così bella e che geme?

Nello scompartimento vicino alcuni zeloti
s’accapigliarono spartendosi le provviste.
Dei richiamati facevano i finti tonti.
Un pubblicano tronfio d’esose esazioni
e la sua signora, una negra bellissima,
occupavano i posti d’angolo sul corridoio.
Un gran sacerdote faceva finta di leggere.

Un treno passa fragoroso e il bambino
già ne sbigottisce nella notte materna.
Via dritti per la gran distesa, nevica, piove, che importa,
fa caldo sui ponti rumoreggianti
quando rinfresca l’aria il fiume attraversato.
Già il tempo s’addormenta e le città diradano.
Foreste son superate e borghi, la valle rimonta.
Alle stazioni sconosciute le sbarre
s’abbassano e si rialzano nella campagna
arrotondata di lassù dalla volta stellata.
il canto degli angeli attutito dalle nuvole
non ce la fa a trapassare i boati del vagone.
La Vergine chiude gli occhi contro il vetro, vede.
 
– Tutti scendono – Albeggia.
San Giuseppe ha radunato le valigie.
Il ferroviere apre gli sportelli.
Sul marciapiede l’asino e il bue
son pronti e già parlottano.
Ah, dice Maria, umilmente
è qui che ha da compiersi la parola.


dalla raccolta: Il silenzio di Genova e altre poesie, 1967, traduzione di Giorgio Caproni


martedì 23 giugno 2015

Laudato si'


Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’onore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno,
et nullu homo ène dìgnu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messór lo frate sole,
lo quale jórna, et allumini noi per lui;
et ellu è bellu e radiànte cum grande splendore;
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi' Signore, per sora luna e le stelle;
in celu l’hai formate clarìte et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dai sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è molto utile et hùmele et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallùmini la nocte,
ed ello è bellu et jocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta e governa,
et produce diversi fructi, con coloriti fiori et erba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore
e sostengo infirmitate e tribulatione.
Beati quilli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’  Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po skappare.
Guai a·quilli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quilli ke se trovarà ne le tue sanctissime voluntati;
ka la morte seconda nol farrà male.
Laudate e benedicete mi Signore et rengraziate
e serviteli cum grande humilitate. Amen.


Il professor Emore Paoli, docente di Letteratura latina medioevale e umanistica all’Università di Roma Tor Vergata ha presentato una interessantissima relazione al convegno “Parabole, paraboloidi, sovrabbondanza e…Riflessioni sull’architettura umana e celeste”, che si è tenuto ad Assisi il 13 giugno scorso, nella quale ha evidenziato come il Cantico della creature, nonostante probabilmente scritto in tre momenti diversi della vita di San Francesco , sia una “meraviglia di perfezione architetturale”, grazie anche al probabile contributo di frate Pacifico ,“maestro de versi et de canto”, di cui si trova notizia in diversi testi francescani.
Il cantico, per il quale purtroppo non ci è pervenuta la musica, si compone di 33 versi, gli anni che Gesù trascorse nel mondo. Francesco vuole lodare Dio attraverso le sue creature, stando nel mondo, utilizzando immagini ed esempi di bellezza terrena.
Nella suddivisione in versi, il professor Paoli propone due varianti rispetto alla versione che comunemente si conosce, che permettono di mantenere il numero di 33 versi, ma anche di cogliere alcune altre interessanti caratteristiche che fanno parlare di “meraviglia architetturale”. Gli elementi associati a Dio sono sempre tre, quelli associati  alla natura sono sempre quattro come i principi base (aria, acqua, fuoco e terra) e quelli associati all’uomo, essere tradizionalmente bipartito (anima e corpo, etc.) sono sempre due. Soprattutto il riferimento al numero quattro, insolito per il mondo antico e medioevale, è una caratteristica sicuramente non casuale del Cantico.
Interessante anche l’idea del Cantico come risposta umana al Padre Nostro,  grazie anche ad una curiosa simmetria. Nel Padre Nostro il termine “tu/tuo” ricorre 3 volte e il termine “nostro” ricorre 9 volte. Nel Cantico è il contrario: “tu/tuo” ricorre 9 volte e “nostro” ricorre 3 volte. Nel Padre Nostro si chiede e nel Cantico si ringrazia. Il Padre Nostro era la preghiera più recitata da San Francesco, per il quale scrisse anche un commento. Era anche la preghiera che veniva prescritta come “penitenza” per i frati che si fossero resi rei di conversazioni futili e vuote.
Aggiungo il link al blog di Claudio Pace, tra gli organizzatori del convegno, dove si può ascoltare la relazione del professor Emore Paoli: https://www.youtube.com/watch?v=tbRln2_bY9w e le altre relazioni: http://www.claudiopace.it/paraboloidi-angelani/2/   molto interessante anche per il rapporto tra uomo e territorio.

Ma non deluderemo nemmeno chi, ingannato dal titolo del post, fosse giunto fin qui pensando di trovare l’Enciclica di Papa Francesco. Eccola:  http://www.avvenire.it/Papa_Francesco/Documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si_it.pdf