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sabato 25 aprile 2020

Il tunnel, Abraham Yehoshua


Consiglio a tutti questo romanzo dolce e delicato, che con tatto, ironia e naturalezza tocca questioni come il decadimento fisico, la vecchiaia, la malattia e sfiora grandi temi come la convivenza pacifica tra popoli diversi.

La natura, con tutta la bellezza e la crudeltà che la caratterizza, per gli anni del nostro tramonto spesso ci costringe a fermarci, a limitarci, ad affidarci alle cure degli altri, noi che negli anni migliori magari eravamo distratti, assorbiti solo a correre verso mete sempre nuove, senza mai tempo per ascoltare, mai tempo per vedere, per sostare, solo per fare.

La demenza senile, il “rimbambimento” come spregiativamente si potrebbe dire, è in effetti un po’ un tornare bambini, ritrovare il gusto dello stupore e della meraviglia, perdere quell'indipendenza che spesso ci illude di essere onnipotenti, ritrovare il limite e la necessità di doversi affidare agli altri.

E’ un deserto di umiliazione, imbarazzo e mortificazione da attraversare, nel quale fare nuove scoperte e vedere ogni cosa con occhi nuovi. E prima che sia troppo tardi e cali la notte, conviene attraversarlo questo deserto, senza rimpiangere il passato che ci vedeva dominatori, ma guardando avanti, verso l’alba che verrà dopo di noi.

giovedì 24 dicembre 2015

Natale ferroviario, di André Frénaud (1907-1993)





 
San Giuseppe non aveva mai visto locomotiva
e aveva paura di perdere i biglietti.
Era una sera di grandi partenze, la stazione febbrile
di folla e di fischi, di luci.
Giunti troppo presto, s’erano gingillati al buffet…
Non avevano prenotato i posti,
e ci fu anche chi disse che avessero sbagliato treno.
 

Nessuno ad augurargli buon viaggio.
Gli amici non erano stati avvertiti.
Vomitando fumo giallo e turchino come un drago
il treno cambiava binario agli scambi,
e ancora cambia, va più svelto, va.
Scompaiono i sobborghi e i segnali.

In piedi nel corridoio. Chi avrà compassione
d’una donna incinta e così bella e che geme?

Nello scompartimento vicino alcuni zeloti
s’accapigliarono spartendosi le provviste.
Dei richiamati facevano i finti tonti.
Un pubblicano tronfio d’esose esazioni
e la sua signora, una negra bellissima,
occupavano i posti d’angolo sul corridoio.
Un gran sacerdote faceva finta di leggere.

Un treno passa fragoroso e il bambino
già ne sbigottisce nella notte materna.
Via dritti per la gran distesa, nevica, piove, che importa,
fa caldo sui ponti rumoreggianti
quando rinfresca l’aria il fiume attraversato.
Già il tempo s’addormenta e le città diradano.
Foreste son superate e borghi, la valle rimonta.
Alle stazioni sconosciute le sbarre
s’abbassano e si rialzano nella campagna
arrotondata di lassù dalla volta stellata.
il canto degli angeli attutito dalle nuvole
non ce la fa a trapassare i boati del vagone.
La Vergine chiude gli occhi contro il vetro, vede.
 
– Tutti scendono – Albeggia.
San Giuseppe ha radunato le valigie.
Il ferroviere apre gli sportelli.
Sul marciapiede l’asino e il bue
son pronti e già parlottano.
Ah, dice Maria, umilmente
è qui che ha da compiersi la parola.


dalla raccolta: Il silenzio di Genova e altre poesie, 1967, traduzione di Giorgio Caproni


venerdì 25 settembre 2015

Le ultime diciotto ore di Gesù

Recensione pubblicata per  Qlibri

Nella sua lunga carriera di giornalista, scrittore e conduttore televisivo, Corrado Augias ci ha portato in giro per il mondo, svelandoci i segreti delle grandi città (Parigi, Londra, New York), con lucide inchieste ci ha interessati a importanti casi di cronaca giudiziaria (Telefono Giallo), ha scritto lui stesso qualche noir (il delitto e il mistero evidentemente lo intrigano assai), ha portato i libri e la cultura sul piccolo schermo (Babele).
Da qualche anno si sta dedicando a inchieste, viaggi e ricostruzioni sul pianeta Gesù, utilizzando un po’ tutte le abilità sviluppate nei lavori precedenti.
 “Le ultime diciotto ore di Gesù” è una fiction, come spiega Augias stesso, intendendo il termine nel suo significato etimologico (dal latino fingere: figurarsi, immaginare, supporre, ipotizzare)  estendendolo un po’: sognare, “perché qualunque storia è almeno in parte una bugia – o un sogno”.
Tutti sappiamo che la storia di Gesù è storia rivelata solo in parte, è storia di chi ama e vuole essere scoperto, lasciando sufficienti  segni per credere e altrettanti per respingerlo. L’intelletto non può arrivare a sciogliere ogni dubbio, come non ci si può innamorare con la sola forza della ragione. Le luci e le ombre possono però essere usate per figurarsi una scena, per tentare di descriverla e raccontarla. Si può usare il realismo crudo del Caravaggio nella “Morte della Vergine” oppure la maestosità dei sontuosi mosaici bizantini: stessi personaggi, stesse scene, ma rappresentazioni diverse, racconti diversi.
Il racconto, la fiction, il sogno di Augias è interessante e ben costruito. La credibilità è lasciata al giudizio del lettore e probabilmente non è più di tanto un obiettivo dell’opera. C’è comunque molta ricerca, rigore, studio, attenzione, amore per i dettagli. Chi conosce l’autore non può aver dubbi al riguardo. Le sue fonti spaziano dai Vangeli canonici a quelli apocrifi, dai rotoli di Qumràn alle storie di Flavio Giuseppe e la narrazione rimanda ogni tanto a qualche importante riferimento filosofico-letterario (Dostoevskij, Bulgakov, Seneca, Epicuro, Lucrezio).
Augias cerca di ricostruire quella manciata di ore che trascorrono dall’arresto nel Getsemani alla morte sulla croce, passando attraverso due processi (religioso e politico) e la flagellazione. Letto da una prospettiva unicamente storica e umana, la storia di Gesù è anche un caso giudiziario con molti lati oscuri. Non sono chiare le accuse, le prove, i testimoni. L’intensa, complessa, controversa ed enigmatica personalità dell’imputato obbliga a spostare l’attenzione sugli altri personaggi: innanzi tutto Ponzio Pilato e i gran sacerdoti, ma anche il tetrarca Erode Antipa con la sua corte corrotta, il fariseo Nicodemo, il traditore Giuda Iscariota.
Su di loro si cercano testimonianze, citazioni, aneddoti, riscontri. I personaggi di fantasia (il leale centurione Kyrillos, l’ambiguo consigliere Nikephoros) servono per portarci dentro la storia, farcela vivere in 3D, oppure (lo scrittore Lucilio) per trasferirci le probabili personali inquietudini dello stesso Augias.
Giuseppe e Maria, totalmente umanizzati e privati di ogni connotazione mistica, danno vita e colore a una libera interpretazione dell’ambiente domestico nel quale Gesù è nato e cresciuto.
Nonostante l’imminente festività della Pasqua ebraica, il clima entro il quale si avverano le antiche profezie è fosco, intorbidito dalla decapitazione di Giovanni il Battista. Fioriscono i complotti, i tranelli, i tradimenti, i sotterfugi, i calcoli opportunistici, le debolezze, le vigliaccherie. Tutto contribuisce a rendere plastico il concetto che proprio per l’eterna inadeguatezza umana Gesù salì sulla croce.
Un uomo si trova suo malgrado al centro di queste trame malsane: il procuratore romano Ponzio Pilato che, dando credito al giudizio di  Filone d’Alessandria, Augias rappresenta come un malmostoso, collerico, ulceroso e grezzo militare, infastidito dall’ennesima grana che gli tocca risolvere in quella lontana, infida e riottosa provincia dell’Impero.
Pilato è preoccupato. Ha già commesso gravi errori. A Roma lo tengono d’occhio, sa che un altro passo falso gli sarebbe fatale: la competizione è spietata, i nemici lo incalzano, i benefattori sono lontani e ormai disinteressati alla sua sorte. Per giunta, sua moglie Claudia Procula lo tormenta con oscuri presagi e sembra inspiegabilmente sensibile alla sorte di questo profeta pazzo e sventurato. I gran sacerdoti gli hanno teso una trappola, scaricandogli la responsabilità di mandare a morte un innocente. Come venirne fuori?
Un’ultima annotazione. Un libro come questo non poteva escludere completamente l’ambito spirituale. La stessa rappresentazione storica, umana e terrena dei fatti sarebbe stata deformata, perché ogni singolo atto o parola che riguarda Gesù è intrisa di spiritualità. Alcuni personaggi (Nicodemo, Giuda, gli Esseni) coprono l’ambito culturale e di testimonianza di questo aspetto. Il suo lato esistenziale è invece affidato a due anime inquiete: Claudia Procula e soprattutto lo scrittore Caio Quinto Lucilio, dietro al quale fa capolino, forse, lo stesso Augias.
Lucilio è uomo colto e sensibile, mosso da pietas, capisce, si interroga, riflette. Non gli piacciono le risposte e le soluzioni di comodo, pur nella consapevolezza che su di esse si regge il governo del mondo.

Nauseato dalla conclusione di questa storia, Lucilio lascerà Gerusalemme, tornerà a Roma e con gli anni seppellirà ogni giovanile speranza di resurrezione dopo la morte, non aspettandosi altro che il ritorno a madre natura, nella cui infinita immensità è dolce naufragare.


martedì 17 settembre 2013

Il mio miglior nemico

In tutti i conflitti, anche in quelli più aspri e sanguinosi, prima o poi c’è qualcuno che inizia a interrogarsi sulle ragioni dell’altra parte. Qualcuno che inizia a riconoscere che nel campo avverso ci sono persone e famiglie con esigenze, sogni, sentimenti e speranze simili alle proprie. Qualcuno che si rende conto che il conflitto non può terminare con l’annientamento del nemico, se non altro perché sarebbe troppo lungo, faticoso, doloroso. Occorre invece parlarsi, dialogare, condividere qualche soluzione.
“Il mio miglior nemico” è un libro del 1995, e racconta la storia del conflitto Israele-Palestina dal punto di vista di due uomini, l’israeliano Uzi Mahnaimi e il palestinese Bassam Abu-Sharif che, dopo essersi ferocemente combattuti (uno nei servizi segreti militari, l’altro nell’OLP) arrivano alla conclusione che è necessario trovare un accordo.
Tra gli accordi di Oslo del 1993 e l’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1996 per mano di un fanatico, ci fu uno spazio breve che fece ben sperare i fautori della pace in quelle terre tormentate. Subito dopo prevalsero gli opposti estremismi e integralismi. Le posizioni di chi interpreta ogni tentativo di dialogo come un tradimento e un cedimento al nemico.
Quando il conflitto dura da tanto tempo, gli uomini e le donne coinvolti non riescono a staccarsi dal passato, e il passato è intriso di torti, ferite e lutti da vendicare. Di ingiustizie e umiliazioni incancellabili, spesso scolpite nella memoria fin da bambini. Si cresce con la rabbia e il desiderio di cambiare tutto, spaccare tutto.
Poi, un po’ alla volta si fa strada qualcuno che inizia a riconoscere anche nell’altra parte lo stesso passato, le stesse paure, le stesse angosce, qualcuno che inizia a recuperare la vista e che la usa per guardare al futuro. Queste persone non hanno vita facile. Devono vincere sospetti, diffidenze, devono essere profondamente integri e onesti, perché il dialogo basato sulla furbizia è forse peggio del conflitto aperto.
Il dialogo diventa fecondo quando si è profondamente convinti delle proprie ragioni, ma si è anche disposti ad ascoltare le ragioni dell’altro, ad accettare intimamente che entrambe le aspirazioni hanno una loro dignità.
Nel libro si alternano i racconti di Mahnaimi e di Abu Sharif. Il primo parte dal nonno lituano, emigrato in Palestina nel 1912, a 17 anni, per sfuggire alle repressioni contro gli ebrei nella Russia zarista. Invece della terra “di latte e di miele” trova una terra arida e infeconda, con poca acqua potabile da contendere ai villaggi arabi, un’esistenza miserabile. Dopo un anno, il novanta per cento dei coloni aveva abbandonato o era morto di malaria, tifo, colera o si era suicidato. Chi ebbe la forza di resistere, fu il nucleo dell’Israele a venire. Abu Sharif viene invece da un’antica e nobile famiglia palestinese, in prima fila già nel 1917 a respingere come illegale la risoluzione inglese di impegno a “favorire la fondazione in Palestina di una patria ebraica”. Segue lo sbigottimento, la delusione e la frustrazione per le sconfitte rimediate nel 1948 e nel 1967, poi la breve illusione del nasserismo, la voglia di riscatto, l’adesione all’OLP, la lotta armata.
Viene ripercorso un secolo attraverso il vissuto di una famiglia israeliana e di una famiglia palestinese, la storia si mescola con la testimonianza, i ricordi, i racconti dei padri.
Sfogliandolo ieri sera, ho trovato anche un brano tra i racconti di Abu Sharif, che mette i brividi, se si pensa che è stato scritto sei anni prima dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001: “Il piano di Haddad era semplice: riempire il bimotore di esplosivo, farlo pilotare da Abu Harb lungo la rotta prestabilita e lanciarlo contro il più alto edificio di Tel Aviv, la torre Shalom. La torre sarebbe crollata sugli edifici vicini, accrescendo i danni causati dallo scontro e dall’esplosione iniziale. Fortunatamente per gli israeliani, ma non per Abu Harb, questi si schiantò al suo ultimo volo di prova, sotto gli occhi del Maestro, e rimase gravemente ferito. Questo mise fine all’operazione.” 
Bassam Abu-Shari e Uzi Mahnaimi, Il mio miglior nemico, Edizioni Sellerio,1996, 293 pagg.
Il libro è nel catalogo delle Biblioteche del Nord Ovest Milano e anche in quello del Sud Ovest.