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sabato 25 aprile 2020

Il tunnel, Abraham Yehoshua


Consiglio a tutti questo romanzo dolce e delicato, che con tatto, ironia e naturalezza tocca questioni come il decadimento fisico, la vecchiaia, la malattia e sfiora grandi temi come la convivenza pacifica tra popoli diversi.

La natura, con tutta la bellezza e la crudeltà che la caratterizza, per gli anni del nostro tramonto spesso ci costringe a fermarci, a limitarci, ad affidarci alle cure degli altri, noi che negli anni migliori magari eravamo distratti, assorbiti solo a correre verso mete sempre nuove, senza mai tempo per ascoltare, mai tempo per vedere, per sostare, solo per fare.

La demenza senile, il “rimbambimento” come spregiativamente si potrebbe dire, è in effetti un po’ un tornare bambini, ritrovare il gusto dello stupore e della meraviglia, perdere quell'indipendenza che spesso ci illude di essere onnipotenti, ritrovare il limite e la necessità di doversi affidare agli altri.

E’ un deserto di umiliazione, imbarazzo e mortificazione da attraversare, nel quale fare nuove scoperte e vedere ogni cosa con occhi nuovi. E prima che sia troppo tardi e cali la notte, conviene attraversarlo questo deserto, senza rimpiangere il passato che ci vedeva dominatori, ma guardando avanti, verso l’alba che verrà dopo di noi.

domenica 5 aprile 2020

La peste

Non è necessario essere santi, né eroi, ma non per questo ci si deve rassegnare al Male. Occorre invece combatterlo, curarlo, limitarne i danni, consapevoli che una vittoria definitiva non la potremo mai ottenere. Il medico non può impedire la morte, può semmai ritardarla, curare la malattia, conscio che si tratta sempre di successi provvisori.
Questo mi pare, in estrema sintesi, il messaggio di questo romanzo, che ho voluto leggere per la prima volta nel tempo dell’attuale pandemia.
Orano, un’anonima cittadina sulla costa algerina viene sconvolta negli anni Quaranta del secolo scorso da un’epidemia di peste. Stupore, incredulità, preoccupazione, panico, rassegnazione si susseguono velocemente tra i cittadini indifesi e le autorità impreparate a gestire la situazione. “Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista”.
L’amorfa collettività di Orano, senza caratteristiche particolari che la possano distinguere dall’Umanità tutta che vuole rappresentare, è il primo fondamentale personaggio del romanzo. Con i suoi bollettini sanitari, le ordinanze prefettizie, le inquietudini, le leggerezze, lo stato di perenne incertezza sulla durata dell’epidemia e dei provvedimenti, lo sfinimento dei medici e delle squadre volontarie di soccorso, i funerali negati, l’impaurita disciplina e l’altalenante emotività, è proprio questa la voce che noi lettori dei giorni del Coronavirus andiamo a cercare, raccogliendo analogie e discordanze.
Da questa moltitudine si distingue una manciata di personaggi che sostengono la trama e ne arricchiscono il significato allegorico.
Bernard Rieux è un giovane medico che con umanità, competenza, concretezza e testardaggine si batte senza sosta per salvare il salvabile. “L’essenziale era fare bene il proprio lavoro”. “Non possiamo contemporaneamente curare gli uomini e sapere. Quindi occupiamoci di curare gli uomini il più in fretta possibile. E’ questa la cosa più urgente.”
Raymond Rambert è un energico e ambizioso giornalista, che si trova a Orano per lavoro allo scoppio dell’epidemia e, impossibilitato a ricongiungersi con i suoi affetti, è l’emblema degli esuli, delle persone e delle famiglie improvvisamente separate dal dilagare del male. “In realtà soffrivamo due volte – della nostra sofferenza e poi di quella che immaginavamo negli assenti, figli, moglie o amante”. Le numerose, appassionate pagine che Camus scrive su questa umanità divisa da una barriera ostile e impenetrabile (nel ricordo tragico dei campi di concentramento) ci fanno rabbrividire al ricordo di tutti i Muri, da Berlino in poi, che sarebbero stati costruiti, progettati o semplicemente vagheggiati nei decenni successivi.
L’onesto impiegato comunale Joseph Grand è un ometto triste, insospettabilmente romantico, alla perenne ricerca delle parole giuste, una persona rispettabile come ce ne saranno sempre, di quelle che il male non riesce proprio ad eliminare.
Il suo vicino di casa Cottard, al contrario, vive di espedienti, nel torbido prospera e lucra, teme il ritorno alla normalità, che lo rende scontroso e guardingo. Il disordine, invece, gli dona lucentezza e affabilità.
Il giudice Othon, algidamente disumano nella fanatica comprensione del suo ruolo, nella disgrazia più prevedibilmente trova un’occasione di redenzione.
Infine c’è il misterioso Jean Tarrou, il cui confronto con Rieux nel finale del romanzo ci fornisce la chiave per la sua interpretazione.
Intellettuale ed idealista ormai disilluso, Tarrou si trova in un vicolo cieco: la peste ce la portiamo dentro, è praticamente impossibile evitare di contagiare qualcuno (“allora ho capito che, almeno io, anche nei lunghi anni in cui pure credevo con tutta l’anima di lottare conto la peste, non avevo mai smesso di essere un appestato”), nel combattere il male si rischia di generare altro male (“ho scoperto che avevo acconsentito indirettamente alla morte di migliaia di uomini, che avevo addirittura provocato quella morte trovando buone le ragioni e i principi da cui fatalmente era conseguita”) e si può solo scegliere tra essere flagello o essere vittima. La terza categoria, quella dei veri medici, è la più rara, ed è la strada più difficile.
Un po’ più semplice, paradossalmente, è ambire alla santità, magari una santità senza Dio, fatta di pura compassione, ossia un immolarsi dalla parte delle vittime per giungere infine alla pace.
Il dottor Rieux, obietta: “Non provo granché interesse, credo, per l’eroismo e la santità. Quel che mi interessa è essere un uomo”.
Scrivendo nel 1947, sulle macerie provocate dal Male assoluto, in un periodo di grande tensione ideale e di scontro ideologico, Camus vuole ammonirci contro la tentazione di costruire la società perfetta, quella in cui il male sia definitivamente estirpato: è una speranza vana, fonte di ulteriori sofferenze e distruzioni, come la Storia ha ampiamente dimostrato. Tra l’intransigente purezza della santità e tutti i limiti di un’umanità imperfetta, meglio la seconda.
“Ascoltando infatti le grida di esultanza che si levavano dalla città, Rieux si ricordava che quell’esultanza era sempre minacciata. Poiché sapeva quel che la folla in festa ignorava, e che si può leggere nei libri, cioè che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle carte, e che forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice”.

Letto nella traduzione di Yasmina Melaouah, per Bompiani, 2017 - disponibile anche in Ebook
Molto bella la lettura di Remo Girone, ascoltabile su Rai Play Radio, che segue la precedente traduzione di Beniamino Dal Fabbro. Link: La peste di Albert Camus letto da Remo Girone (Rai Play - Ad Alta Voce) 

lunedì 21 agosto 2017

Giuseppe Berto, Il male oscuro

Di questo romanzo mi ha colpito innanzi tutto lo stile.
E’ un lunghissimo monologo nel quale i periodi, già piuttosto lunghi fino a circa metà del volume, man mano che ci si addentra nella psiche del protagonista-narratore diventano un fluire continuo, aumentano progressivamente di lunghezza e si può arrivare a leggere quasi cinquanta pagine prima di trovare un punto e tirare il fiato.
In qualche modo mi ha ricordato l’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce, quello con i pensieri di Molly, scritto completamente senza punteggiatura. Niente paura: Berto le virgole le mette, ma ugualmente ci fa fluttuare in una continua corrente di pensieri, parole, ripetizioni, ossessioni, che richiede grande padronanza di scrittura e soprattutto un’intensità di contenuti fuori dal comune.
E infatti la seconda cosa che mi ha molto impressionato è come si possano scrivere trecentocinquanta dense e fittissime pagine guardando continuamente il proprio ombelico, anzi descrivendo centimetro per centimetro il proprio intestino e allo stesso tempo raccontare lo smarrimento di un’intera generazione, di un ambiente sociale, per certi versi persino di una nazione.
“Anche narrando la propria vita uno può narrare la vita umana” dichiarò Berto in un’intervista all’uscita del romanzo, nel 1964.
Giuseppe Berto, classe 1914, era figlio di un carabiniere “nei secoli fedele” al Re, poi divenuto cappellaio nella provincia veneta ma con scarsissima attitudine al commercio, data la natura di uomo tutto d’un pezzo che l’esperienza militare, l’ambiente provinciale, le ristrettezze economiche e i valori imbevuti di retorica patriottica tardo risorgimentale non avevano contribuito ad ammorbidire.
L’inquietudine di Berto, la ribellione al clima soffocante familiare e provinciale (abbondantemente assimilato nei principi e nei valori, dunque la ribellione è un po’ contro una parte di se stesso) lo porta ad arruolarsi in Africa con le camicie nere, a spendere in guerra gli anni migliori, cercando anche la bella morte come estrema forma di gloria e liberazione, per poi tornare sfinito, vinto e disilluso in una società ormai trasformata, estranea e aliena, popolata da uomini nuovi dai quali si sente lontanissimo, ragion per cui coltiva la vocazione, e anche un po’ il gusto, di restare ai margini.
Non a caso, Berto ebbe tra i suoi primi estimatori Indro Montanelli (classe 1909) con il quale condivise alcune esperienze e stati d’animo: dalle frequenti crisi depressive all’Abissinia vissuta con giovanilistico anelito di fuga e avventura, alla ricorrente polemica contro la nuova cultura dominante affermatasi dopo la Liberazione.
I personaggi principali e le figure chiave di questo romanzo non hanno un nome e si riconoscono come “il padre”, “la sorella maggiore”, “la vedova”, “la ragazzetta”, “la moglie”, “il vecchietto”, “il luminare” etc., puri strumenti di descrizione del male oscuro del protagonista e della sua solitudine in una società che sembra disinteressarsi di qualsiasi cosa che non riguardi i consumi, il benessere materiale, il progresso, i nuovi prodotti.
Il male oscuro che lo ha così tanto tormentato, sembra volerci dire Berto, è comune a molti, ma pochi ne hanno parlato direttamente e senza finzione poetica.
Eppure, come recita Eschilo in una delle epigrafi in esergo: “il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”. Dunque Berto si racconta e lo fa talmente impudicamente che solo grazie ad un’arguta ed efficacissima ironia riesce a non farci distogliere lo sguardo, anzi a farsi seguire tra ospedali e lettini per terapia psicoanalitica neanche si trattasse della fuga del Corsaro Nero nella foresta di Maracaibo.
La citazione di Eschilo è tratta dal Prometeo: la ribellione verso il proprio microcosmo e le aspirazioni negate. Le altre due epigrafi che aprono il romanzo sono di Freud, imprescindibile, visti i continui (anche divertenti) riferimenti alla psicoanalisi e di Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore) che insieme a Svevo (La coscienza di Zeno) viene indicato dallo stesso Berto come nume tutelare della sua opera.
Gadda, dal quale Berto trasse ispirazione anche per il titolo del romanzo, gli diede anche la soddisfazione di un pubblico encomio in radio.
E a proposito di soddisfazioni: come deve essere stato vincere il Campiello, a Venezia, lui nato a Mogliano Veneto da un carabiniere nei secoli fedele che gli profetizzava un futuro fatto di galera e fallimenti?

“e così scavo nella mia solitudine e nel mio avvilimento pensando che un giorno gliela farò vedere a tutti questi veneziani chi sono io”.

domenica 22 maggio 2016

Pensare bene, per vivere meglio



Cosa sono le “emozioni distruttive”? A cosa servono? Sono necessariamente un male? A quali conseguenze portano?  In che modo si possono superare? Quanto dipendono da fattori ambientali e culturali? In che modo gli individui si differenziano nel provare e riconoscere le emozioni? Ci può essere un’educazione alla felicità?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui ha cercato di rispondere un gruppo formato da una dozzina di scienziati occidentali e di monaci tibetani, che si sono incontrati a Dharamsala, dove risiede il Dalai Lama, per cinque giorni di dibattito nel marzo del 2000.


Daniel Goleman, lo psicologo americano celebre per i suoi studi sull’”Intelligenza emotiva” ha riassunto dettagliatamente questa esperienza, collegandola agli studi che la precedettero e agli sviluppi scientifici che ne seguirono, nel saggio “Emozioni distruttive, liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia desiderio e illusione” pubblicato nel 2003.



La scoperta scientifica, che si colloca a fine anni Novanta, che ha reso questo incontro particolarmente proficuo e ricco di potenzialità per il futuro, è la plasticità del cervello, la sua capacità di rinnovarsi e modificarsi per tutta la vita. Risale solo al 1998 la dimostrazione che negli esseri umani nascono nuovi neuroni per tutto il corso dell’esistenza. Non solo: i nostri pensieri, le nostre emozioni sono in grado di modificare il cervello e dunque possono condizionare i pensieri e le emozioni successive. Allenarsi a pensare bene ci abitua a pensare meglio in futuro. Non lo dicono (solo)  filosofi morali e monaci, ma (anche) medici e scienziati, e non in base a teorie o assiomi, ma a seguito di ricerche, esami di laboratorio e sofisticati esperimenti.


Il gruppo di lavoro di Dharamsala, marzo 2000
La cultura buddista, fondata sul concetto di meditazione e di compassione, è un ambito particolarmente fertile per studiare gli effetti che un adeguato allenamento emotivo è in grado di produrre sulle funzioni cerebrali e in definitiva sulla nostra salute. Come a Goleman fu profetizzato negli anni Settanta del secolo scorso, il buddismo si è introdotto in Occidente soprattutto per mezzo della psicologia. Determinate tecniche di meditazione ottengono un effetto sulla capacità di controllo delle nostre emozioni distruttive pari o superiore a quello dei farmaci, evitandone effetti collaterali, assuefazione e dipendenza.


La psicologia in Occidente nacque come osservazione e cura di stati patologici e per decenni si è concentrata sugli stati mentali insani, trascurando gli stati mentali che producono felicità e benessere. La ricerca del bene, o della felicità, in Occidente è stata lasciata ai filosofi morali e ai teologi. Solo in epoca relativamente recente,  anche grazie ad aperture e dialoghi di questo tipo con la cultura orientale, se ne stanno occupando anche medici e scienziati.


Sul concetto di “negatività” di un’emozione, ad esempio, cultura occidentale e cultura buddista hanno visioni diverse. In Occidente si parla di “emozioni distruttive” pensando alle conseguenze pratiche e materiali che esse esercitano su chi le prova e su coloro che le subiscono. Oppure si guarda all’appropriatezza delle emozioni:  è normale provare tristezza per la morte di un proprio caro, ma il depresso l’assume come stato d’animo permanente.

Per la cultura buddista invece la negatività è già implicita nell’offuscamento della mente, che quando è libera dalle emozioni è lucida e brilla come oro. Più che di emozioni, il buddismo preferisce parlare di “afflizioni mentali” che impediscono di vedere chiaramente le cose e in questo sta la loro carica negativa. 


Non c’è nella cultura buddista una così netta distinzione tra pensiero ed emozione. E in effetti, recenti esperimenti hanno dimostrato che le zone del cervello stimolate dai pensieri e dalle emozioni sono le stesse. Ciò fornisce evidenza scientifica al concetto largamente diffuso nella sapienza popolare che quando siamo in preda ad un’emozione pensiamo male e dobbiamo prima calmarci. 


Come dice un proverbio toscano, non si può soffiare e succhiare nello stesso momento. Allo stesso modo, ad esempio, non si può provare contemporaneamente odio e amore. Gli “antidoti” per le emozioni distruttive sono quindi le emozioni positive di natura opposta. Più si sarà in grado di coltivarle, più si potrà riconoscere l’emozione negativa come una semplice nube inconsistente, passeggera, dietro alla quale il sole continua a brillare. Un uccello che attraversa il cielo senza lasciare traccia, un disegno fatto sull’acqua, che subito scompare. Quando cominci ad abituarti a riconoscere i pensieri quando insorgono, è come riconoscere velocemente qualcuno che conosci in mezzo alla folla. Oh, sta arrivando quel pensiero. E’ il primo passo per evitare di esserne sopraffatti.

Più ci si allena a produrre stati mentali positivi, come ad esempio la compassione, più questi diventano un’abitudine e anche una base per controllare meglio le emozioni distruttive. E l'attenzione agli altri, il riconoscimento delle loro emozioni, ci permetterà di sentirci meno indifesi di fronte alle nostre.


Nelle scritture buddiste si parla di ottantaquattromila tipi di emozioni negative, che si riconducono tuttavia a cinque principali: odio, attaccamento, ignoranza, orgoglio e gelosia. Secondo una prospettiva occidentale ci potrebbe essere qualche difficoltà a includere nell’elenco l’attaccamento e l’ignoranza. Le diverse visioni sull’attaccamento derivano da una concezione dell’ego molto più forte nella cultura occidentale. L’ignoranza invece viene considerata dal buddismo un aspetto della mente che provoca afflizione perché impedisce un riconoscimento lucido e vero della realtà.


Tutte le emozioni, anche quelle negative, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo per la sopravvivenza e per l’evoluzione della specie, come già affermato da Darwin nel 1872 (“L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”). Essenzialmente il ruolo dell’emozione è quello di indurci ad agire rapidamente, senza fermarsi a pensare, cosa che in alcune situazioni può essere di vitale importanza. Tuttavia le differenze biologiche individuali e le esperienze fatte espongono alcune persone ad una maggiore difficoltà nel controllo delle proprie emozioni. 


La zona del cervello preposta al controllo delle emozioni si trova nell’area prefrontale, l’ultima emersa nel corso dell’evoluzione. Le zone della corteccia frontale sinistra svolgono un ruolo importante per le emozioni positive, mentre il lobo frontale destro lo svolge per le emozioni negative. L’amigdala, che è una parte più primitiva del nostro cervello, è fondamentale per i circuiti che attivano l’emozione stessa. Infine l’ippocampo, che si colloca tra l’amigdala e la zona prefrontale è dedicato alla comprensione del contesto delle emozioni e alla loro memoria. Dunque quando proviamo un’emozione sono molte le zone del nostro cervello ad entrare in azione.


La manifestazione delle emozioni, tramite i nostri muscoli facciali, e tramite le nostre reazioni fisiologiche, è universale in tutto il mondo e in tutte le culture, sono state fatte interessanti ricerche a questo proposito, tuttavia ci sono notevoli differenze individuali circa la velocità e intensità con cui le emozioni si manifestano e anche circa la durata dei loro effetti. Differenze genetiche, ma  pur sempre modificabili con le esperienze e la pratica. 


Nell’individuo che riesce a recuperare più velocemente dopo un’emozione si riscontra  un livello più basso di cortisolo, che è un ormone che si produce in condizioni di stress, e anche una migliore funzionalità di certi aspetti del sistema immunitario. Insomma, qui troviamo anche il riscontro scientifico del detto popolare che lasciarsi vincere dalle emozioni negative rende il sangue amaro, mentre il sorriso e una sincera attenzione agli altri vanno anche a vantaggio della nostra salute.


Nel lungo e denso resoconto che Goleman ha fatto degli incontri di Dharamsala (impossibile sintetizzare tutto in poco spazio) mi hanno colpito soprattutto le relazioni di Richard Davidson, pioniere della neuroscienza affettiva, di Paul Ekman, psicologo e più grande esperto mondiale del riconoscimento delle emozioni sul viso delle persone  (è stato ovviamente consulente delle forze dell’ordine e dei servizi segreti), di Matthieu Ricard, monaco buddista, scienziato, figlio del filosofo francese Jean François Revel (insieme a lui scrisse il pamphlet “Il monaco e il filosofo”, dialogo su scienza e spiritualità) e Mark Greenberg psicologo specializzato in programmi di apprendimento sociale ed emotivo per bambini. Molto interessante anche il primo capitolo, che spiega dettagliatamente gli esperimenti svolti da Davidson e da Ekman sul controllo delle emozioni di un monaco tibetano, il Lama Öser. Tali esperimenti seguirono i colloqui di Dharamsala e portarono ulteriori riscontri scientifici a molte delle tesi discusse.


Segnalo anche quest’ottima recensione che ho trovato sul web: 
 http://www.corem.unisi.it/bibliografia/recensioni/goleman_emozioni_distruttive.pdf

Matthieu Ricard
Richard Davidson


Mark Greenberg





sabato 11 aprile 2015

Tolstoj, La morte di Ivan Il'ič



Il giudice istruttore Ivan Il'ič Golovin aveva tutte le caratteristiche dell’uomo di successo, brillante, vincente, di quelli che scivolano con disinvolta leggerezza lungo il corso vita, azzeccando tutte le mosse, senza mai affliggersi con falsi problemi e apparentemente senza mai incontrare seri ostacoli o accadimenti in grado di far perdere loro quella forza sobria e tranquilla che li caratterizza e che li rende così influenti, rispettati, temuti, invidiati.

Ci sa fare fin da giovane Ivan Il’ič , compagnone con gli amici, attento alle relazioni con i superiori, gentile e cortese con i subalterni,capace di commettere azioni che “gli avevano fatto provare ribrezzo di sé mentre le commetteva”, senza tuttavia provarne vergogna o rimorso troppo a lungo. Insomma un uomo fatto per il potere e il successo nella vita, nel lavoro, nella società. Persino con le carte, la sua spensieratezza, la sua finezza di ingegno e la capacità di controllare le emozioni lo portavano  ad essere un vincente naturale.

E le passioni, i sentimenti di Ivan Il’ič   erano moderati e temperati come si conviene all’uomo votato al prestigio sociale e al massimo decoro. (“Decoro” è la parola forse più ripetuta nella prima parte del racconto, con una sottolineatura via via più maliziosa e polemica). Ivan Il’ič  non esita ad abbandonare gli amici appena si apre una buona opportunità di carriera e a sposarsi non per amore, non  per convenienza, ma  perché tutto sommato era arrivato il momento giusto, la fanciulla era piacente e innamorata e il partito non era così male: insomma, con leggerezza, come con tutte le altre mosse, e con la convinzione che anch’essa sarebbe stata la scelta giusta.

Ma quella vita nella quale Ivan Il’ič  scivolava così leggero e spensierato, poco alla volta gli costruì intorno alcune trappole mortali. La prima trappola che riuscì ad insidiareil “decoro” della sua vita fu il matrimonio. Scenate, crisi di gelosia, insulti: la materialità, la volgarità, la concretezza della vita iniziava a farsi varco e a incidersi per la prima volta nella sua carne.  Ivan Il’ič   trovò rapidamente la via per recuperare, se non la serenità, almeno un’allegra piacevolezza di vivere, tuffandosi nel lavoro e prendendo quel po’ di buono che gli offriva la vita domestica, scartando ed aggirando abilmente problemi, crisi e borbottamenti.

La seconda trappola gli fu preparata dal rango sociale conquistato senza grande fatica, per semplice inclinazione e talento naturale: rango che imponeva un tenore di vita dispendioso, difficile da mantenere a lungo senza progredire ulteriormente nella carriera, nei guadagni, nel potere. Imparò così che la scalata verso il successo non ha mai una fine, non ci si può mai sentire appagati, mai sazi, mai distratti.

La terza trappola fatale Ivan Il’ič  la trovò sul posto di lavoro, dove falsi amici, colleghi e rivali lo “fregarono” sottraendogli un posto a cui egli aveva diritto. Episodio che per la prima volta gi fece conoscere il sapore dell’ingiustizia, della sconfitta, del tradimento.

Furono questi i colpi mortali che atterrarono Ivan Il’ič , portandolo all’epilogo svelato fin dal titolo del racconto? Assolutamente no. Un vincente che si rispetti deve essere anche fortunato e infatti un inaspettato colpo di fortuna capovolge la situazione e riporta il nostro eroe sugli allori.

Fu proprio in questo momento di esaltazione più violenta ed autentica, quella del riscatto dopo la sconfitta, quella che ti illude di essere invincibile e immortale, che la vita riservò a Ivan Il’ič  la sua vera trappola mortale, la sua inspiegabile, perfida e indecente carognata.

All’apogeo del suo successo, caduto e istantaneamente risollevato (metaforicamente e letteralmente, come scoprirà il lettore) Ivan Il’ič  iniziò la sue veloce corsa verso la malattia, il disfacimento fisico, la morte. Con uno spietato realismo che a tratti ricorda Emile Zola, Tolstoj descrive l’agonia fisica e psicologica di un ex vincente, l’uomo che sembrava avere tutto e che si accorge di non avere mai avuto niente, l’uomo che non doveva morire mai e che si accorge di non avere mai autenticamente vissuto.

Tutta la seconda parte del racconto (una settantina di pagine in totale) è la descrizione minuziosa della caducità e della consapevolezza del primo vero percorso di conoscenza compiuto da Ivan Il’ič , che per la prima volta si lascia sopraffare dalle emozioni negative, dalla rabbia, dalla delusione, dallo sconforto, dalla paura e tuttavia scopre la vacuità delle apparenze, la fitta trama di ipocrisie e di inganni di cui è intessuta la vita sociale, la rapacità dell’animo umano, e infine, cosa inaudita prima della malattia, la debolezza, la solitudine, la necessità di tutti gli esseri umani di essere veramente amati, capiti, aiutati, coccolati.

Tra tutte le persone che circondano l’Ivan Il’ič  malato e poi morente ce n’è solo una in grado di vedere senza fingere, di capire, di donargli gesti di autentico e concreto conforto: è il servo Gerasim, addetto alle mansioni più umili e più ripugnanti. Familiari, amici, dottori, colleghi, parenti lo vedono soltanto come un “problema”, un fastidio di fronte al quale recitare una commedia che proseguirà anche dopo la sua morte.

Mentre tutta la prima parte del racconto, quella dell’ascesa e della leggerezza è costantemente dominata dall’ideale del “decoro”, la seconda parte è intensa, brutale, quasi oscena nel vivisezionare le emozioni e dominata dall’incredulità e da una domanda a cui si è certi di non poter dare una risposta: perché? Perché succede questo? Che senso ha la vita, perché si muore, che significato ha il dolore?

Io sono la mia morte, quando finisce la vita, finisce la morte. L’unico istante di vera vita di Ivan Il’ič  è l’istante in cui incontra la morte?

Tolstoj pubblicò questo racconto nel 1886, ma ci stava già lavorando da tre anni, quelli che coincisero con lo strappo con la società, la famiglia, le convenzioni sociali.  Studia sistematicamente i Vangeli, si avvicina alle dottrine che predicano la comunione dei beni, il rifiuto dell’autorità politica e religiosa, la non violenza. Si rifiuta di vestire all’occidentale, frequenta le persone più umili,visita i luoghi più disagiati,  vede che il suo prestigio di intellettuale può essere utile alla propaganda di nuovi ideali di vita, di solidarietà con i più poveri, di cessione delle terre a chi le lavora.

La morte di Ivan Il’ič  è dunque opera scritta in un periodo che si può definire di impegno “militante” per Tolstoj, un periodo in cui l’intento artistico era subordinato ai suoi ideali di vita. La tensione morale che  era già largamente presente nei grandi romanzi come Guerra e Pace e Anna Karenina, prende decisamente il sopravvento sulla creazione artistica. E dove c’era ancora un po’ di indulgenza e comprensione (anche per i generali inetti che si pavoneggiano e mandano a morire le truppe, anche per il nemico Napoleone Bonaparte, anche per la sventurata Anna Karenina) rimane solo la denuncia impietosa, la disperata ricerca di senso, la spiritualità spogliata di qualsiasi orpello mondano.

Indubbiamente un capolavoro, ma personalmente preferisco il Tolstoj dei decenni precedenti, quello che non giudicava ancora così severamente il mondo, quello dei grandi affreschi storici e sociali, quello in cui l’artista prevaleva sul vate austero e adamantino.

Non me ne vogliano i dotti e gli integerrimi.