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sabato 16 luglio 2016

Claudia Piñeiro, Piccoli colpi di fortuna




Per essere felici bisogna avere anche fortuna. Ma  molte persone non sono fatte per la felicità e sembrano nate per vivere in un perenne stato di malessere. Per loro non è la fortuna che conta, non sarebbero nemmeno capaci di approfittarne, non la vedrebbero passare o si girerebbero dall’altra parte. A rendere più accettabile e più dolce la vita di queste persone sono sufficienti “piccoli colpi di fortuna”, quelle lievi increspature del destino che pur non potendo risarcirle dei colpi subiti, possono però deviare la loro traiettoria di perdenti e offrire un po’ di consolazione, di pace, di lenta risposta a molti “perché”.

Non si può dire nulla della trama di questo bellissimo romanzo senza incorrere negli spoiler. Claudia Piñeiro ha scritto una storia in cui sensibilità e mistero si fondono perfettamente e sarebbe un peccato rovinare la suspence che la scrittrice usa per accompagnare il lettore nel viaggio alla scoperta dei sentimenti e delle emozioni molto intime, molto femminili, della protagonista.

Posso solo darvi degli indizi e assicurarvi che prenderete in simpatia “la donna danneggiata”, la seguirete nella sua “inversione di rotta”, apprezzerete “la gentilezza degli estranei”, volerete tra Boston e Buenos Aires e guarderete con molta apprensione i treni. Farete anche attenzione a tanti dettagli, alla musica di Astor Piazzolla, specialmente al brano dal titolo evocativo: “Fuga y misterio”, e ad un pipistrello intrappolato sul balcone, dietro il rivestimento di una parete.

Inoltre, ogni libro parla di altri libri. Questo è pieno di citazioni, di rimandi, di probabili fonti di ispirazione per l’autrice e di altrettanti inviti alla lettura: Le bambine restano (Alice Munro), Un tram chiamato Desiderio , Una donna spezzata , Frammenti di un discorso amoroso, Wakefield (N. Hawthorne).

Pur non avendo ancora letto nulla della Munro, giunto a pagina 162 di questo romanzo ero pronto a scommettere che l’idea, lo spunto iniziale fosse stato dato alla Piñeiro dal racconto del premio Nobel 2013, cui è anche dedicata l’epigrafe iniziale: “Questo dolore acuto. Diventerà cronico. Cronico vuol dire che perdurerà anche se forse non sarà costante. Può anche voler dire che non ne morirai. Non te ne libererai ma non ti ucciderà. Non lo avvertirai in ogni istante però non passerà molto tempo prima che torni a farti visita. E imparerai alcuni trucchi per mitigarlo o tenerlo a bada, cercando di non distruggere ciò che tanto dolore ti è costato”.


E sorrido rendendomi conto che nonostante sia morto continua ad accompagnarmi, a fare le cose per me, non dall’aldilà in cui per altro non credo, ma cose che ha lasciato già fatte qui, in questo mondo, prima di andarsene, e riesco a vederle soltanto adesso”. (Claudia Piñeiro, Piccoli colpi di fortuna)

domenica 18 ottobre 2015

Into the Wild

Into the Wild è un film del 2007, diretto da Sean Penn e ispirato dal libro Nelle terre estreme, di Jon Krakauer (1996) che tre anni prima aveva scritto l'articolo "Morte di un innocente" sul caso di Christopher McCandless


Tre anni dopo il primo articolo, Jon Kakauer racconta la storia completa di Christopher McCandless in un libro del 1996
Thoreau, con Tolstoj e Jack London,  era uno degli autori prediletti di Christopher McCandless

 
Il libro pubblicato quest'anno dalla sorella di Christopher McCandless, a più di vent'anni dalla sua morte

Una foto di Chrisopher McCandless, e la sua frase più celebre, il suo amaro testamento spirituale





sabato 11 aprile 2015

Tolstoj, La morte di Ivan Il'ič



Il giudice istruttore Ivan Il'ič Golovin aveva tutte le caratteristiche dell’uomo di successo, brillante, vincente, di quelli che scivolano con disinvolta leggerezza lungo il corso vita, azzeccando tutte le mosse, senza mai affliggersi con falsi problemi e apparentemente senza mai incontrare seri ostacoli o accadimenti in grado di far perdere loro quella forza sobria e tranquilla che li caratterizza e che li rende così influenti, rispettati, temuti, invidiati.

Ci sa fare fin da giovane Ivan Il’ič , compagnone con gli amici, attento alle relazioni con i superiori, gentile e cortese con i subalterni,capace di commettere azioni che “gli avevano fatto provare ribrezzo di sé mentre le commetteva”, senza tuttavia provarne vergogna o rimorso troppo a lungo. Insomma un uomo fatto per il potere e il successo nella vita, nel lavoro, nella società. Persino con le carte, la sua spensieratezza, la sua finezza di ingegno e la capacità di controllare le emozioni lo portavano  ad essere un vincente naturale.

E le passioni, i sentimenti di Ivan Il’ič   erano moderati e temperati come si conviene all’uomo votato al prestigio sociale e al massimo decoro. (“Decoro” è la parola forse più ripetuta nella prima parte del racconto, con una sottolineatura via via più maliziosa e polemica). Ivan Il’ič  non esita ad abbandonare gli amici appena si apre una buona opportunità di carriera e a sposarsi non per amore, non  per convenienza, ma  perché tutto sommato era arrivato il momento giusto, la fanciulla era piacente e innamorata e il partito non era così male: insomma, con leggerezza, come con tutte le altre mosse, e con la convinzione che anch’essa sarebbe stata la scelta giusta.

Ma quella vita nella quale Ivan Il’ič  scivolava così leggero e spensierato, poco alla volta gli costruì intorno alcune trappole mortali. La prima trappola che riuscì ad insidiareil “decoro” della sua vita fu il matrimonio. Scenate, crisi di gelosia, insulti: la materialità, la volgarità, la concretezza della vita iniziava a farsi varco e a incidersi per la prima volta nella sua carne.  Ivan Il’ič   trovò rapidamente la via per recuperare, se non la serenità, almeno un’allegra piacevolezza di vivere, tuffandosi nel lavoro e prendendo quel po’ di buono che gli offriva la vita domestica, scartando ed aggirando abilmente problemi, crisi e borbottamenti.

La seconda trappola gli fu preparata dal rango sociale conquistato senza grande fatica, per semplice inclinazione e talento naturale: rango che imponeva un tenore di vita dispendioso, difficile da mantenere a lungo senza progredire ulteriormente nella carriera, nei guadagni, nel potere. Imparò così che la scalata verso il successo non ha mai una fine, non ci si può mai sentire appagati, mai sazi, mai distratti.

La terza trappola fatale Ivan Il’ič  la trovò sul posto di lavoro, dove falsi amici, colleghi e rivali lo “fregarono” sottraendogli un posto a cui egli aveva diritto. Episodio che per la prima volta gi fece conoscere il sapore dell’ingiustizia, della sconfitta, del tradimento.

Furono questi i colpi mortali che atterrarono Ivan Il’ič , portandolo all’epilogo svelato fin dal titolo del racconto? Assolutamente no. Un vincente che si rispetti deve essere anche fortunato e infatti un inaspettato colpo di fortuna capovolge la situazione e riporta il nostro eroe sugli allori.

Fu proprio in questo momento di esaltazione più violenta ed autentica, quella del riscatto dopo la sconfitta, quella che ti illude di essere invincibile e immortale, che la vita riservò a Ivan Il’ič  la sua vera trappola mortale, la sua inspiegabile, perfida e indecente carognata.

All’apogeo del suo successo, caduto e istantaneamente risollevato (metaforicamente e letteralmente, come scoprirà il lettore) Ivan Il’ič  iniziò la sue veloce corsa verso la malattia, il disfacimento fisico, la morte. Con uno spietato realismo che a tratti ricorda Emile Zola, Tolstoj descrive l’agonia fisica e psicologica di un ex vincente, l’uomo che sembrava avere tutto e che si accorge di non avere mai avuto niente, l’uomo che non doveva morire mai e che si accorge di non avere mai autenticamente vissuto.

Tutta la seconda parte del racconto (una settantina di pagine in totale) è la descrizione minuziosa della caducità e della consapevolezza del primo vero percorso di conoscenza compiuto da Ivan Il’ič , che per la prima volta si lascia sopraffare dalle emozioni negative, dalla rabbia, dalla delusione, dallo sconforto, dalla paura e tuttavia scopre la vacuità delle apparenze, la fitta trama di ipocrisie e di inganni di cui è intessuta la vita sociale, la rapacità dell’animo umano, e infine, cosa inaudita prima della malattia, la debolezza, la solitudine, la necessità di tutti gli esseri umani di essere veramente amati, capiti, aiutati, coccolati.

Tra tutte le persone che circondano l’Ivan Il’ič  malato e poi morente ce n’è solo una in grado di vedere senza fingere, di capire, di donargli gesti di autentico e concreto conforto: è il servo Gerasim, addetto alle mansioni più umili e più ripugnanti. Familiari, amici, dottori, colleghi, parenti lo vedono soltanto come un “problema”, un fastidio di fronte al quale recitare una commedia che proseguirà anche dopo la sua morte.

Mentre tutta la prima parte del racconto, quella dell’ascesa e della leggerezza è costantemente dominata dall’ideale del “decoro”, la seconda parte è intensa, brutale, quasi oscena nel vivisezionare le emozioni e dominata dall’incredulità e da una domanda a cui si è certi di non poter dare una risposta: perché? Perché succede questo? Che senso ha la vita, perché si muore, che significato ha il dolore?

Io sono la mia morte, quando finisce la vita, finisce la morte. L’unico istante di vera vita di Ivan Il’ič  è l’istante in cui incontra la morte?

Tolstoj pubblicò questo racconto nel 1886, ma ci stava già lavorando da tre anni, quelli che coincisero con lo strappo con la società, la famiglia, le convenzioni sociali.  Studia sistematicamente i Vangeli, si avvicina alle dottrine che predicano la comunione dei beni, il rifiuto dell’autorità politica e religiosa, la non violenza. Si rifiuta di vestire all’occidentale, frequenta le persone più umili,visita i luoghi più disagiati,  vede che il suo prestigio di intellettuale può essere utile alla propaganda di nuovi ideali di vita, di solidarietà con i più poveri, di cessione delle terre a chi le lavora.

La morte di Ivan Il’ič  è dunque opera scritta in un periodo che si può definire di impegno “militante” per Tolstoj, un periodo in cui l’intento artistico era subordinato ai suoi ideali di vita. La tensione morale che  era già largamente presente nei grandi romanzi come Guerra e Pace e Anna Karenina, prende decisamente il sopravvento sulla creazione artistica. E dove c’era ancora un po’ di indulgenza e comprensione (anche per i generali inetti che si pavoneggiano e mandano a morire le truppe, anche per il nemico Napoleone Bonaparte, anche per la sventurata Anna Karenina) rimane solo la denuncia impietosa, la disperata ricerca di senso, la spiritualità spogliata di qualsiasi orpello mondano.

Indubbiamente un capolavoro, ma personalmente preferisco il Tolstoj dei decenni precedenti, quello che non giudicava ancora così severamente il mondo, quello dei grandi affreschi storici e sociali, quello in cui l’artista prevaleva sul vate austero e adamantino.

Non me ne vogliano i dotti e gli integerrimi.

domenica 21 settembre 2014

L'arpa di Davita



Parafrasando l’espressione preferita che papà Chandal, il padre di Davita, usava per esprimere tutto il suo entusiasmo e il suo amore per la figlia, devo esordire subito così: “Questo sì che è un bel libro!”

Siamo negli anni Trenta del Novecento, alla vigilia della guerra civile in Spagna. In Europa infuria lo scontro tra opposte ideologie e si affermano i totalitarismi. La Grande Depressione ha sconvolto il mondo occidentale e appare come l’avvisaglia del crollo del capitalismo. Fascisti, nazisti e comunisti sembrano ormai contendersi le spoglie di un sistema finito. A caccia di facili capri espiatori, dilagano i pogrom, l’antisemitismo, il sospetto, il tradimento, le faide.

Ilana Davita è una bambina che vive a New York  con sua mamma, un’ebrea polacca, e suo papà, rampollo di una facoltosa famiglia del Maine. Papà e mamma hanno già una bella fetta di orrore alle spalle, ma Davita non lo sa. Non ancora. Il suo sguardo si mantiene ad altezza di bambino, la sua vita scorre tranquilla tra gli energici abbracci del papà e le meditabonde attenzioni della mamma all’interno di mura domestiche che, soltanto, cambiano un po’ troppo spesso per via dei continui traslochi.

In casa viene spesso tanta gente estranea, e parlano, fumano e  discutono fino a tarda ora. Non ci si capisce nulla, ma entro i confini della sua stanza c’è un mondo più interessante da decifrare, popolato dalla strega Baba Yaga, da cavalli che galoppano in riva al mare e da uccellini che vagano per il mondo inseguendo una musica misteriosa. E c’è un’arpa sempre appesa alla porta di ingresso, un’arpa eolia pronta ad accoglierla in ogni nuovo nido e a suonare ogni volta che qualcuno varca la soglia.

Papà e mamma sono comunisti. Lei dunque è un’ebrea, figlia di comunisti. La scuola e la strada ne rafforzano il carattere e il coraggio, senza farle perdere candore e innocenza. Papà e mamma hanno tante cose a cui pensare. Cose importanti. Papà è giornalista. Mamma è un’intellettuale. Entrambi vogliono cambiare il mondo. E fermare il fascismo, che è il grande nemico, il grande pericolo. Davita è un raggio di sole. Davita è la loro vita, ma la  vita di papà e mamma è al servizio di una causa superiore e assoluta.

Tutto questo ancora Davita non lo sa, o meglio non lo può capire. Davita  poco a poco compone il puzzle della sua vita e si imbatte in pezzi dai colori e forme più disparati: guerra e uccellini, Baba Yaga e castelli di sabbia, comunismo, fascismo, scioperi, proletariato, lavoro, giornale, riunioni. Ogni casella prima o poi andrà a posto, intanto lei osserva e mette da parte.

Una  sezione importante del puzzle è occupata dalla religione e anche questa è divisa in tanti frammenti.

Papà  e mamma hanno abbandonato le rispettive fedi cristiana ed ebraica, dunque Ilana Davita non riceve un’educazione religiosa. Ma la quotidianità è fatta di incontri e di piccole scoperte e Ilana Davita si apre con curiosità alle persone che osservano il Shabbos, accendono le candele di channukkah, celebrano la havdoloh, recitano il kaddish, frequentano la yeshiva, evitano di leggere i giornali goyshe, mangiano cibi kosher, studiano la Torah, festeggiano il Lag Ba’omer. Davita, e il lettore con lei, è attratta e un po’ intimorita da questi strani suoni, riti e melodie, da questi giovani pallidi e magri che vivono in un modo così diverso dal suo, da queste pratiche che le suonano altrettanto incomprensibili delle fumose riunioni politiche che impegnano i suoi genitori. Ilana Davita poco alla volta si accosta a questo mondo come se esplorasse una stanza piena di oggetti misteriosi. La curiosità la spinge a frequentare la sinagoga, a spiare nel buco del tramezzo che separa uomini e donne, a infrangere innocentemente le regole, a dare scandalo senza sentirsene in imbarazzo e poi chiedere candidamente mille “perché” a chi non si è mai fatto domande perché è stato  allevato nel più cieco rispetto della Legge.

Chaim Potok ci mostra come ci si possa accostare alla religione con semplicità, al di fuori da ogni dogma, e quanto le Chiese, pur indispensabili per vivere pienamente ogni fede religiosa, possano apparire talvolta ottuse, inique e disumane. Le istituzioni, anche quelle religiose, talvolta soffocano gli ideali e lo spirito vitale su cui sono state fondate e che dovrebbero proteggere. Chi cresce nel più rigoroso rispetto di dogmi, leggi e apparati, quando si imbatte in una falla del sistema, ne ricava la cocente esperienza del tradimento e della delusione. E’ il caso della mamma di Ilana Davita, che dapprima sperimenta la più intransigente ortodossia religiosa e poi si forma lei stessa alla più osservante ortodossia comunista: tanta rigidità rende fragile il proprio universo, che  quando viene colpito dal cuneo delle contraddizioni si sbriciola in mille pezzi. Davita invece segue naturalmente il corso delle cose, senza preconcetti, con interesse genuino e senza perdere mai il suo senso critico. E quando la vita colpisce duro, trova una corazza più duttile e resiliente ad incassare il colpo.

Questo romanzo, che temevo ostico e difficile, mi ha invece conquistato immediatamente per il tono semplice e sobrio e per la sua capacità di assumere la prospettiva di una bambina intelligente e sensibile, che cresce e si forma in un’epoca così travagliata. La prima parte è più lieve e quasi melodiosa. Man mano che la Storia entra nella storia, con il suo carico di lutti e di sciagure, o ci si addentra nel  bosco fitto dei riferimenti di cultura ebraica, il ritmo si fa più lento e riflessivo, ma ormai ti sei appassionato ai personaggi e non vedi l’ora di aprire la porta di casa, far risuonare l’arpa e seguire con partecipazione la loro giornata.

Ho trovato bellissimo il finale. Tranquilli, niente spoiler.

Ilana Davita , che ha motivo di essere furiosa con il mondo, demoralizzata e  sconcertata, riceve da zia Sarah, che presta materne cure ad anime e corpi, un prezioso consiglio da portare sempre con sè: “Sii insoddisfatta del mondo, ma nello stesso tempo rispettalo”.  

Grazie a Sarah, Davita raggiunge una comprensione del mondo dei genitori che prima non poteva avere:  “non lo sapevano, disse dolcemente, ma erano posseduti da una sacra insoddisfazione”.

E l’uccellino è ormai pronto, a malincuore, a spiccare il volo:

 “Tenevo mia sorella, la cullavo dolcemente, annusavo i profumi della sua piccolezza – olio, talco e latte – e, in un momento di amarezza, pensai: Goditi la tua infanzia. Torneranno abbastanza presto a riprendertela”.

mercoledì 16 luglio 2014

Il cacciatore di aquiloni



Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, uno dei best seller internazionali più amato in Italia, è una storia molto coinvolgente a livello emotivo, con personaggi che si imprimono bene nella mente e che affronta temi che da sempre abitano il cuore umano e catturano l’attenzione dei lettori, in una ambientazione tanto affascinante quanto drammatica come l’Afghanistan degli ultimi decenni.

Si può provare a spiegare il successo del libro proprio con questa felice combinazione: i grandi ed eterni valori su cui l’uomo si interroga (il coraggio, la fedeltà, il tradimento, l’amicizia, la colpa, la famiglia) interpretati in un contesto  che è allo stesso tempo lontano e vicino. Lontano quanto basta per poter offrire al lettore occidentale un viaggio in una civiltà diversa e affascinante, ma anche assolutamente vicino e presente nella vita di tutti, dalle Torri Gemelle in poi.

E’ un libro scritto benissimo, che commuove, indigna, stupisce nonostante alcune banalizzazioni che non saprei dire se siano dovute più ad un difetto o a un eccesso di mestiere. Propendo per la seconda ipotesi, ma trovo che la furbizia non sia qualità necessariamente censurabile in un romanziere.

Per dire, il “cattivo” che fin da piccolo ammira Hitler e poi diventa un capo talebano (nascondendo i suoi freddi occhi azzurri dietro occhiali alla John Lennon) fa un po’ sorridere, ma non è da escludere che abbia contribuito anch’esso a trainare le vendite. Lo stesso cattivo, preparandosi al duello finale con il suo antagonista, annuncia ai suoi giannizzeri: “uno solo tra noi due uscirà vivo da questa stanza: se è lui ad uscire, lasciatelo andare”.  Una frase che nell’immaginario collettivo evoca chilometri di pellicole “western”.

Anche la preveggenza di papà Baba, che nel lontano 1975 si augura che il suo Paese non debba mai essere governato dai mullah, non sembra molto credibile: però è affermazione di sicura presa su noi occidentali, abituati per anni a considerare la barba di Bin Laden come l’autentica bandiera dell’Afghanistan.

Si potrebbero fare altri esempi di scarsa “autenticità”, ma si rischierebbe di fermare lo sguardo al dito invece che rivolgerlo alla luna.

Perché Il cacciatore di aquiloni è romanzo che funziona e lascia il segno. Si sente il profumo di culture, di tradizioni e di popolazioni antiche, a cui viene spontaneo calcare ogni zolla della loro terra con una fierezza, un’intensità e una consapevolezza di sé da suscitare grande rispetto e ammirazione. Noi occidentali non ci siamo più abituati, non si può dire che sia il tratto dominante dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti.

Partecipiamo alle vicende di Amir, di Hassan, di Ali e di Baba con grande trepidazione, in qualche punto tratteniamo il fiato, proviamo sgomento, angoscia, stupore, meraviglia. Ci lasciamo trasportare dalla poesia degli aquiloni in volo, una poesia resa più struggente per il fatto che sappiamo bene in che modo l’incanto sia stato spezzato. E poi si piange, in qualche pagina il groppo in gola si fa troppo forte.

Libro che fa anche riflettere? Non più di tanto. Sui temi di cui tratta non si va molto sotto la superficie. Hosseini li utilizza per caratterizzare i personaggi che, non a caso, tendono ad avere poche sfumature. E quando finalmente compare una contraddizione dentro uno di loro, una di quelle di cui è piena la vita, la storia avverte una sorta di potente movimento tellurico. E’ il caso di Baba, prima e dopo la grande rivelazione.

Chiudo con un dettaglio (i dettagli a volte spiegano molte cose):  Sanaubar, la madre di Hassan, mi ricorda un po’ la madre di Esmeralda in Notre-Dame de Paris. Fatte le debite proporzioni, c’è più di un’ analogia nei due personaggi e soprattutto nei melodrammatici ritrovamenti della prole perduta, anche se all’infelice e scellerata Sanaubar è stata data in sorte una fine più dolce (e almeno le è stata risparmiata l’esecuzione del figlio).  Le invenzioni letterarie, come le ricette di cucina, sembrano infinite ma gli ingredienti non lo sono.  E dunque spesso  si rielabora, si ricompone, si toglie una spezia qua, si aggiunge una salsa là, si trovano abbinamenti nuovi e originali.

Con semplicità e gusto per la narrazione, Hosseini è riuscito a darci emozioni, a farci viaggiare e conoscere luoghi e persone che ricorderemo. Senza la pretesa di entrare nella grande letteratura, ma con la giusta ambizione di piacere a molti.