Duro Janeković (Zagabria
1912-Osijek 1989) è stato uno dei primi fotocronisti professionali della
Croazia, che soltanto negli ultimi anni è stato riscoperto e rivalutato. Fu atleta
(corridore, pattinatore e scalatore), reporter, professore universitario e
pioniere dell’agro-ecologia in Croazia.
A Milano in questi giorni (1-13 agosto) è in corso una
mostra dedicata ai suoi scatti negli anni Trenta del secolo scorso. Molte foto
dedicate allo sport, alla gente comune, a coloro che vivono ai margini della
società. Janeković non giudica e non
cerca l’effetto facile, si limita ad offrire frammenti di vita vissuta di Zagabria, la sua città che ama molto.
“In uno stile che
ricorda la miglior fotografia tedesca di quel tempo, le sue fotografie sportive
annotano in prevalenza il movimento e l’uso di prospettive trasversali e di
angoli di ripresa inusuali.
Nello sport e nella danza l’idealizzazione del
corpo umano, finalmente libero, era predominante". (Marija Toncović,
docente di storia della fotografia all’Università di Zagabria)
"Nel raffrontare personaggi
di differenti estrazioni sociali, le signore di città alle semplici contadine,
soprattutto nelle scene dei mercati e delle fiere, riusciva a realizzare
dialoghi spiritosi caratterizzati da allusioni farsesche e al ritmo della
replica comica, tracciando con effetto i contorni civili del tempo".
(Marija Toncović)

Gli anni Venti e
Trenta rappresentano per il fotogiornalismo, grazie all’urbanizzazione, all’avvento
della società dei consumi, e della diffusione dello sport e degli svaghi di
massa, anni di grande creatività. (Marija Toncović)
Sebbene fosse la
stessa fotografia giornalistica a dettare il tema, l’occhio vivo di Janeković
spostava spesso l’obiettivo dall’universale al particolare. Scorgeva segmenti
di oggetti dall’apparenza non importanti e li traeva fuori dall’insieme. I
dettagli delle foto scattate acquistavano così un’autonomia fuori dal contesto e
una dignità che la stessa fotografia innalzava a livello di opera d’arte.” (Marija Toncović)
Riporto integralmente il commento di Marco Miglio, curatore della mostra milanese e professore di cultura visuale e teorie della
visione, CFP Bauer Milano:
<<L’opera del fotografo
zagrebese Duro Janeković è stata valorizzata solo di recente in
Croazia e, per questo motivo, è
ancora del tutto sconosciuta in Italia.Oltre a presentare delle indubbie convergenze
stilistiche con la fotografia modernista europea (Nuova Obiettività, Nuova
Visione,Costruttivismo) il suo linguaggio è caratterizzato da tratti originali,
di indubbio valore autoriale.
Innanzi tutto Janeković
descrive la realtà attraverso quello che è visibile all’interno dei margini
dell’inquadratura ma anche, e forse soprattutto, attraverso le relazioni che il fotografo intrattiene
con il non fotografato e che il fotografabile intrattiene con il non
fotografabile . La dimensione espressiva delle sue immagini oscilla tra il
referenziale della realtà inquadrata e l’immaginabile di quello che è stato
escluso dall’inquadratura, oppure non è rappresentabile fotograficamente. Janeković,
oltre a mostrare, ci costringe a
interrogarci su ciò che non riusciamo a vedere, perché al di fuori dei margini dell’inquadratura oppure occluso
o reso illeggibile dall’esposizione e dai fattori di contrasto.
 |
| Come gli abitanti delle periferie tirano avanti |
Se osserviamo per
esempio Come gli abitanti delle periferie tirano avanti, quello
che suscita interesse non è solo il suo contenuto denotativo, ma anche la sapiente
decontestualizzazione allusiva, che conferisce
all’immagine una connotazione misteriosa e ambigua. Cosa c’è dietro lo
steccato? Dove sta andando quella signora che affronta un "mare" di fango con
tacchi, paltò e ombrello puntato verso il cielo? Qual è il suo destino? Questa
immagine esprime, poeticamente, l’enigma dell’oggettività fotografica.
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| Madre e figlia sul tram |
Lo stesso vale per un’immagine
che mi colpisce per la sua delicata poesia Madre e figlia sul
tram: una bambina, con il suo morbido pon-pon bianco tenuta
teneramente in braccio dalla mamma, una elegante signora con cappellino. Anche
in questo caso le scelte compositive ci portano a chiederci, più o meno
consapevolmente, quello che entrambe, in sintonia, stanno osservando con tanto
interesse, ma che, essendo stato escluso dall’inquadratura, rimarrà comunque e
per sempre un mistero.
La fotografia di Janeković, attraverso le sue presenze, ci parla delle
rispettive assenze. Ed in questo è profondamente esistenzialista. Il contenuto referenziale è spesso legato
indissolubilmente a quello che, non essendo stato fissato sul negativo, è
andato perso per sempre, cancellato dal flusso del tempo che passa, ma che, in
virtù della costruzione retorica dell’inquadratura, continua a riverberarsi
nell’immagine. Il realismo ontologico, connaturato al processo fotografico,contribuisce
ad enfatizzare gli effetti di questa dinamica.
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| Stazione di servizio |
Nei momenti di
maggiore ispirazione, questo aspetto assume addirittura connotati metafisici .In Stazione di servizio l’immagine di un benzinaio avvolto da una
notte fredda e brumosa, seduto su uno scomodo sgabellino in attesa dei clienti,
trascende il suo contenuto referenziale, per diventare rappresentazione di una
condizione esistenziale che rimanda al significato stesso del concetto di attesa,
ed è in grado di sintetizzare visivamente le teorie bergsoniane sul tempo.
Questo "realismo magico" che traspare dalle immagini del fotografo
zagrebese, è forse il contenuto espressivo più significativo della sua opera, dalla quale emerge, a mio avviso, tutta la
valenza intrinsecamente metafisica dell’immagine fotografica. Ed in questo, la
fotografia di Janecović è pienamente autoriale.
Per questi motivi Duro
Janeković , fotografo croato, è un
grande artista europeo. Europeo perché la sua opera, con i tratti di
originalità che ho cercato di evidenziare, manifesta una comune sensibilità
espressiva ed estetica con le più avanzate tendenze di ricerca che
parallelamente vengono elaborate dai più interessanti fotografi europei. Artista
perché utilizzando la fotografia in
senso ‘pienamente fotografico’, riesce ad esprimere anche la dimensione metafisica
di questo mezzo che, nella sua apparente oggettività meccanica, può tuttavia
consentirci di accedere ad una nuova esperienza del reale: magica, straniante e
misteriosa.>>