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sabato 25 aprile 2020

Il tunnel, Abraham Yehoshua


Consiglio a tutti questo romanzo dolce e delicato, che con tatto, ironia e naturalezza tocca questioni come il decadimento fisico, la vecchiaia, la malattia e sfiora grandi temi come la convivenza pacifica tra popoli diversi.

La natura, con tutta la bellezza e la crudeltà che la caratterizza, per gli anni del nostro tramonto spesso ci costringe a fermarci, a limitarci, ad affidarci alle cure degli altri, noi che negli anni migliori magari eravamo distratti, assorbiti solo a correre verso mete sempre nuove, senza mai tempo per ascoltare, mai tempo per vedere, per sostare, solo per fare.

La demenza senile, il “rimbambimento” come spregiativamente si potrebbe dire, è in effetti un po’ un tornare bambini, ritrovare il gusto dello stupore e della meraviglia, perdere quell'indipendenza che spesso ci illude di essere onnipotenti, ritrovare il limite e la necessità di doversi affidare agli altri.

E’ un deserto di umiliazione, imbarazzo e mortificazione da attraversare, nel quale fare nuove scoperte e vedere ogni cosa con occhi nuovi. E prima che sia troppo tardi e cali la notte, conviene attraversarlo questo deserto, senza rimpiangere il passato che ci vedeva dominatori, ma guardando avanti, verso l’alba che verrà dopo di noi.

venerdì 9 settembre 2016

Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri


Nonostante un incipit tra i meno accattivanti che io ricordi (due pagine in linguaggio volutamente notarile che fanno da prologo) “La simmetria dei desideri”è un romanzo caldo, accogliente, coinvolgente, che dà tanto e dispiace moltissimo finire. Potete leggere la trama e altre interessanti recensioni su QLIBRI
Si parla degli “anni di gesso”, come più volte vengono definiti dall’autore, ovvero quel periodo tra i venticinque e i trenta durante il quale la vita inizia a ingabbiarsi in un corso definito, si compiono scelte importanti e le amicizie devono fare i conti con la perdita dell’incertezza spensierata e con i nuovi legami famigliari.
I protagonisti sono quattro ragazzi israeliani nati e cresciuti ad Haifa, ma trasferitisi a Tel Aviv per inseguire le tipiche aspirazioni di indipendenza, libertà e vita nella grande metropoli. Non c’è una vera e propria trama, ma solo alcuni punti di riferimento che fanno da filo conduttore. Anche lo stile è originale, apparentemente inconcludente, ma in realtà capace di avvolgerti con cerchi concentrici e di procedere un po’ avanti negli avvenimenti e un po’indietro con i ricordi, divertendo e non annoiando, e mettendo in risalto le caratteristiche di una bellissima amicizia, nella quale è bandita ogni reticenza e si rivelano con sincerità le cose belle e quelle brutte, il divertimento e la noia, il chiasso e il silenzio, l’avventura e la paura, il gioco e la fatica, l’amore e il tradimento, l’ammirazione e l’ invidia, gli scherzi, i litigi, il cazzeggio, la presenza, la lontananza, e soprattutto l’esserci sempre e comunque per il tuo “fratello”.
Il racconto procede calmo, coerentemente con il self-control di Yuval, il componente del quartetto che racconta in prima persona, riuscendo ugualmente a sorprenderti, come il flusso della vita. Il coach di scrittura creativa di Yuval lo rimprovera per il silenzio riguardo all’epoca in cui si svolgono gli eventi. “Descrivi i cambiamenti nei tuoi personaggi, ma ignori quasi completamente i cambiamenti drammatici avvenuti nel tempo e nel luogo di cui racconti”. Yuval giustamente si ribella e rivendica invece come titolo di merito aver lasciato sullo sfondo, come pallida eco, i rumori dell’intifada, degli attentati, delle bombe, le immagini del servizio militare, dei territori occupati, dei posti di blocco. Tutto questo si intravede ma è fuori dal romanzo, il lettore lo sa e anche per questo percepisce un’unione ancora più salda tra i quattro amici, rafforzata dal contesto drammatico in cui vivono.
A proposito di quartetto, di contesto drammatico e di geometrie. Nella serie TV Braccialetti Rossi, un personaggio teorizza che per formare un gruppo sono indispensabili: il leader, il bello, il furbo e l’imprescindibile. E naturalmente la ragazza. Nel nostro caso sappiamo che Churchill è il leader (anche chi non ha letto il romanzo può immaginare che quel soprannome non è dovuto a sigari o doppio mento, ma ad altre caratteristiche), Yuval (l’io narrante), è l’imprescindibile, ovvero il membro del gruppo senza il quale il gruppo stesso si sfalderebbe. Glielo dice chiaramente Churchill: tu sei il collante, lo sei sempre stato. Senza di te, Tel Aviv è un sacco di cose brutte, con te è casa. Yaara è naturalmente la ragazza. Ofir, per i suoi riccioli e per la facilità con la quale cattura lo sguardo delle ragazze dovrebbe essere il bello. Per esclusione, Amichai dovrebbe essere il furbo. Ma, per le caratteristiche del personaggio, lo definirei piuttosto il saggio (e meno male perché i parallelismi troppo perfetti tolgono poesia).
Non toglie affatto poesia invece la simmetria a cui allude il titolo del libro: alla fine lo ricorderete come un romanzo tenerissimo, che non fa nulla per sedurvi, eppure vi attrae per un forte profumo di autenticità, quella stessa autenticità indispensabile nelle vere amicizie.

sabato 19 settembre 2015

Danny l'eletto

Fin dalle origini della tradizione chassidica, il tzaddik era il capo della comunità, un uomo particolarmente devoto, sapiente e sensibile, che la gente seguiva con fiducia e a lui si rivolgeva per ogni problema. I chassidim riconoscevano nello tzaddik un vincolo sovrumano tra loro e Dio.
Come spesso succede quando i movimenti spontanei, guidati da uomini particolarmente carismatici, si cristallizzano e diventano istituzioni, anche nel chassidismo ci furono abusi. La carica di tzaddik divenne spesso ereditaria, molti tzaddikim vivevano come monarchi orientali, le comunità divennero clan chiusi e dogmatici che, anche per il tramite di barbe, riccioli e vestiti scuri con le frange, si illudevano di fermare il tempo alla Polonia del diciottesimo secolo.
Ogni aspetto estraneo allo studio del Talmud era un potenziale pericolo e si composero liste di cose lecite e di cose proibite, molti libri vennero messi al bando e si diffuse la pratica dei matrimoni combinati fin dalla più tenera età. Studiare le materie ebraiche in lingua ebraica anziché in yiddish era considerato un peccato inaudito, perché l’ebraico era la Lingua Santa e usarlo normalmente in classe era una profanazione del Nome di Dio.
Quando il movimento sionista iniziò a propugnare uno Stato ebraico in Palestina, trovò nelle comunità chassidiche uno strenuo avversario, perché non si ammetteva una patria ebraica che non avesse al centro la Torah, non doveva quindi esserci una patria ebraica fino all’avvento del Messia.
Fanatismo? Certamente. Eppure anche un ebreo liberale, pur non condividendo affatto queste scelte e questi comportamenti, può affermare che “il fanatismo d’uomini dello stampo del rabbino Saunders ci ha conservati in vita durante duemila anni di esilio.
Le ultime, sconvolgenti quindici pagine di “Danny l’eletto” gettano una luce nuova su tutto il romanzo e rivelano che ci può essere un’infinita tenerezza nella dura roccia che protegge e custodisce le radici della pianta cresciuta con fatica al suo interno. Se ci si ferma alla superficie, si sperimenta solo il lato duro, ruvido, sgradevole, e anche violento, di uno stile di vita incomprensibile e inaccettabile.
Ma scavando in profondità (e per questo occorre che ci siano delle profondità, quindi l’integralismo non è per tutti) si può scoprire un sorprendente ed inesauribile pozzo di sensibilità, comprensione, amore ed empatia. Si può scoprire che dietro veti, bandi e proibizioni si nasconde la consapevolezza che essi saranno tutti abbattuti e che è ineluttabile che le regole formali, le prescrizioni, i codici siano prima trasgrediti e poi abbandonati. Nel frattempo, con severità, disciplina e rigore ben oltre ogni limite comprensibile, avranno forgiato un’anima, avranno formato un uomo.
Quest’uomo potrà anche tagliarsi i riccioli, la barba, smettere gli abiti scuri e le frange, ma rimarrà per sempre profondamente un tzaddik, un giusto, un sapiente, un caritatevole, un uomo che anche nella confusione delle strade del mondo non perderà mai la propria.
“Danny l’eletto” ci parla dell’amicizia di due ragazzi ebrei newyorkesi, alla fine della seconda guerra mondiale.  Reuven è figlio del professor Malter, un ebreo colto e di larghe vedute, sostenitore e promotore del sionismo. Daniel invece è figlio del rabbino Saunders, uno tzaddik di grande carisma, stimato, e rispettato da tutti.
Danny, destinato ad ereditare la carica del padre, è un ragazzo eccezionalmente intelligente, curioso e sensibile. Divora di nascosto letture “proibite”, stringe amicizie pericolose eppure non osa mettere in discussione né l’autorità del padre, né il severo (forse anche crudele) sistema di vita entro cui è cresciuto.
Non si tratta solo di un grande romanzo sull’amicizia: il libro ci parla anche di padri e di figli, di silenzi e di incomunicabilità, di parole dette in silenzio, di canali di comunicazione incredibilmente tortuosi, che devono farsi strada tra le complessità dell’anima.
E’ un libro che invita anche a riflettere, noi apparentemente liberi, liberali, laicissimi, aperti e democratici. Ci invita a non fermarci all’aspetto sgradevole e aspro della roccia, ad andare oltre le idee e i comportamenti che ci sembrano incomprensibili, arcaici, ottusi e bigotti. Troppo facile denigrarli, rifiutarli, rispondere al fanatismo con altrettanto fanatica superficialità. L’istinto sarebbe quello, ed è naturale. Infatti, anche l’amicizia tra Reuven e Danny nasce da uno scontro, dall’odio persino. Ma poi i due ragazzi fanno leva sulle proprie qualità e da quella contrapposizione nasce una grande amicizia, un legame solido, un ponte tra due mondi apparentemente incomunicabili.
Non dovremmo mai dimenticare che il dialogo è sempre possibile. A due condizioni: che si abbia la voglia e la capacità di scavare, e che sotto la superficie ci sia qualcosa.
Crescere un figlio nel dolore e nel sacrificio, imporre a sé e agli altri privazioni e sofferenze, continuerà a sembrarci un prezzo inaccettabile per forgiare un carattere. Ma chi vive in un mondo protetto da barriere sa e si aspetta che esse siano superate prima o poi, sa che quel mondo si dissolverà e si mescolerà con altri mondi.
Forse è proprio su questo che si fonda il dialogo: la capacità di guardare avanti, pur senza dimenticare la validità delle proprie ragioni e restando intimamente fedeli alle proprie radici.


venerdì 5 settembre 2014

Qualcuno con cui correre



Protagonisti di “Qualcuno con cui correre” sono due sedicenni, Assaf e Tamar, che occupano tutto il romanzo e lo riempiono della loro adolescenza.

Voglia di avventura, mistero, desiderio di distinguersi dagli altri, consapevolezza di essere unici e inconfondibili, timore di rimanere soli e incompresi, contrapposizione alla società degli adulti a cominciare dalla propria famiglia, attrazione per situazioni estreme in cui perdersi o trovarsi, distruggersi o porre il basamento della persona di domani . E naturalmente il sogno dell’anima gemella, la chimera di un amore che è sempre apparentemente, pudicamente e scaramanticamente senza speranza. Queste sono le caratteristiche di questa storia e corrispondono a buona parte delle caratteristiche di questa particolare età della vita.

Il sedicenne Assaf e la sua coetanea Tamar si cercano senza saperlo per tutta Gerusalemme fin dalle prime pagine del romanzo. La ricerca di Assaf è soprattutto fisica, concreta, materiale: in compagnia di un cane attraverserà strade e quartieri, approderà in pizzerie e conventi, conoscerà il carcere, le minacce, le percosse, il pericolo e poco a poco il quadro si farà più chiaro, l’obiettivo della sua ricerca più visibile e riconoscibile. La ricerca di Tamar è invece intima e mentale, e si sviluppa attraverso le pagine di un diario segreto, attraverso dialoghi interiori e confidenze con l’amica del cuore e l’obiettivo è chiaro fin dall’inizio: Bruce Willis e Harvey Keitel messi insieme, in un’unica persona: naturalmente impossibile o forse no, chissà. Tuttavia Tamar è tutt’altro che un’inconcludente e oziosa sognatrice, anzi con coraggio, abnegazione e senso del sacrificio dedica tutta se stessa al tentativo di salvare una persona cara, cacciandosi in un sacco di guai e di situazioni difficili. E’ proprio la sua generosa avventura a mettere Assaf sulle sue tracce.

A fianco di Assaf e di Tamar troviamo altri personaggi frequentemente rilevabili nella geografia adolescenziale: gli amici saggi e temprati dalle difficoltà della vita (Karnaf per Assaf e Leah per Tamar), che a differenza degli altri adulti assecondano le loro pulsioni ribelli, pur proteggendoli a distanza e offrendo loro una sicura sponda a cui aggrapparsi e poi Teodora, una sorta di nonnina stravagante e fuori dagli schemi che qui assume l’identità di una monaca greca, obbligata da ragazza a recludersi tutta la vita in un convento con la missione di accogliere in Terra Santa i pellegrini provenienti dalla sua isola di origine, e poi capace di rimanere fedele al giuramento prestato anche quando non ce ne sarebbe stato più bisogno, dopo che l’isola fu distrutta da uno spaventoso terremoto in cui perirono tutti i suoi abitanti.

La cagnetta Dinka è lo spunto originale da cui prende avvio la storia (Assaf durante le vacanze scolastiche lavora in municipio e gli viene assegnato il compito di trovare i proprietari di questo cane abbandonato) e sottolinea ulteriormente il valore dell’amicizia autentica e incondizionata, valore tra i più sentiti da ogni adolescente.

Naturalmente, essendo storia di avventura, non mancano i nemici, i cattivi e i loro sgherri, le vittime innocenti e i complici e soprattutto i naufraghi da salvare, quelli che pensano di aver trovato nella droga la garanzia e la protezione del loro talento, quelli che si illudono che grazie alla droga avrebbero suonato la chitarra come meglio solo Jimmy Hendrix e Dio avrebbero potuto fare, quelli che maneggiano con poca perizia poeti e filosofi maledetti e fanno della sconfitta la loro vocazione.

C’è l’infelice avventura del perdersi e c’è la felice, ma difficile avventura di salvare e salvarsi, trovare e trovarsi in questo romanzo intriso di adolescenza ma, come gli apologhi e le buone favole, godibile anche dai più grandi. Niente di trascendentale, ma di buon intrattenimento, come un telefilm di buona fattura.

martedì 17 settembre 2013

Il mio miglior nemico

In tutti i conflitti, anche in quelli più aspri e sanguinosi, prima o poi c’è qualcuno che inizia a interrogarsi sulle ragioni dell’altra parte. Qualcuno che inizia a riconoscere che nel campo avverso ci sono persone e famiglie con esigenze, sogni, sentimenti e speranze simili alle proprie. Qualcuno che si rende conto che il conflitto non può terminare con l’annientamento del nemico, se non altro perché sarebbe troppo lungo, faticoso, doloroso. Occorre invece parlarsi, dialogare, condividere qualche soluzione.
“Il mio miglior nemico” è un libro del 1995, e racconta la storia del conflitto Israele-Palestina dal punto di vista di due uomini, l’israeliano Uzi Mahnaimi e il palestinese Bassam Abu-Sharif che, dopo essersi ferocemente combattuti (uno nei servizi segreti militari, l’altro nell’OLP) arrivano alla conclusione che è necessario trovare un accordo.
Tra gli accordi di Oslo del 1993 e l’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1996 per mano di un fanatico, ci fu uno spazio breve che fece ben sperare i fautori della pace in quelle terre tormentate. Subito dopo prevalsero gli opposti estremismi e integralismi. Le posizioni di chi interpreta ogni tentativo di dialogo come un tradimento e un cedimento al nemico.
Quando il conflitto dura da tanto tempo, gli uomini e le donne coinvolti non riescono a staccarsi dal passato, e il passato è intriso di torti, ferite e lutti da vendicare. Di ingiustizie e umiliazioni incancellabili, spesso scolpite nella memoria fin da bambini. Si cresce con la rabbia e il desiderio di cambiare tutto, spaccare tutto.
Poi, un po’ alla volta si fa strada qualcuno che inizia a riconoscere anche nell’altra parte lo stesso passato, le stesse paure, le stesse angosce, qualcuno che inizia a recuperare la vista e che la usa per guardare al futuro. Queste persone non hanno vita facile. Devono vincere sospetti, diffidenze, devono essere profondamente integri e onesti, perché il dialogo basato sulla furbizia è forse peggio del conflitto aperto.
Il dialogo diventa fecondo quando si è profondamente convinti delle proprie ragioni, ma si è anche disposti ad ascoltare le ragioni dell’altro, ad accettare intimamente che entrambe le aspirazioni hanno una loro dignità.
Nel libro si alternano i racconti di Mahnaimi e di Abu Sharif. Il primo parte dal nonno lituano, emigrato in Palestina nel 1912, a 17 anni, per sfuggire alle repressioni contro gli ebrei nella Russia zarista. Invece della terra “di latte e di miele” trova una terra arida e infeconda, con poca acqua potabile da contendere ai villaggi arabi, un’esistenza miserabile. Dopo un anno, il novanta per cento dei coloni aveva abbandonato o era morto di malaria, tifo, colera o si era suicidato. Chi ebbe la forza di resistere, fu il nucleo dell’Israele a venire. Abu Sharif viene invece da un’antica e nobile famiglia palestinese, in prima fila già nel 1917 a respingere come illegale la risoluzione inglese di impegno a “favorire la fondazione in Palestina di una patria ebraica”. Segue lo sbigottimento, la delusione e la frustrazione per le sconfitte rimediate nel 1948 e nel 1967, poi la breve illusione del nasserismo, la voglia di riscatto, l’adesione all’OLP, la lotta armata.
Viene ripercorso un secolo attraverso il vissuto di una famiglia israeliana e di una famiglia palestinese, la storia si mescola con la testimonianza, i ricordi, i racconti dei padri.
Sfogliandolo ieri sera, ho trovato anche un brano tra i racconti di Abu Sharif, che mette i brividi, se si pensa che è stato scritto sei anni prima dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001: “Il piano di Haddad era semplice: riempire il bimotore di esplosivo, farlo pilotare da Abu Harb lungo la rotta prestabilita e lanciarlo contro il più alto edificio di Tel Aviv, la torre Shalom. La torre sarebbe crollata sugli edifici vicini, accrescendo i danni causati dallo scontro e dall’esplosione iniziale. Fortunatamente per gli israeliani, ma non per Abu Harb, questi si schiantò al suo ultimo volo di prova, sotto gli occhi del Maestro, e rimase gravemente ferito. Questo mise fine all’operazione.” 
Bassam Abu-Shari e Uzi Mahnaimi, Il mio miglior nemico, Edizioni Sellerio,1996, 293 pagg.
Il libro è nel catalogo delle Biblioteche del Nord Ovest Milano e anche in quello del Sud Ovest.