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giovedì 15 agosto 2024

Paul Auster, L'invenzione della solitudine



Ritratto di un uomo invisibile.

"Era assente già prima di morire, e le persone più vicine a lui avevano imparato da un pezzo ad accettarne l'assenza, considerandola il tratto più essenziale del suo essere"
"Se da vivo continuavo ad esaminarlo cercando in lui il padre che non c'era, sento ancora il bisogno di cercarlo da morto. La sua morte non ha cambiato nulla. L'unica differenza è che mi manca il tempo"
"La morte sottrae all'uomo i suo corpo." "...presupponendo che l'uomo continui ad esistere, ma solo come idea, come insieme d'immagini e memorie nella mente di altri uomini. Quanto al corpo, non è che carne ed ossa, un ammasso di pura materia"
"Dietro le quinte della mia memoria: un desiderio di compiere un'impresa eccezionale, di impressionarlo con un gesto dalle dimensioni eroiche"



Il libro della memoria.

"Quando muore il padre, scrive, il figlio diviene padre e figlio di se stesso"
Pascal ("Tutta l'infelicità dell'uomo deriva da una ragione soltanto: non sa star tranquillo nella sua stanza"). La camera da letto di Van Gogh ad Arles, l'apparente tranquillità e l'urlo che sale. Hölderlin per 36 anni nella sua zimmer, dopo la morte d Suzette. La stanza di Emily Dickinson, che non puoi trovare nella casa museo di Amherst, perché già tutta nelle sue poesie. Vermeer, la Donna in Blu (la rappresentazione potente di tutto ciò che non si vede, di ciò che è fuori dalla stanza).
Cicerone, Giordano Bruno, tecniche di memorizzazione degli antichi, attraverso luoghi, immagini. Oggetti che evocano ricordi ed emozioni(Proust). "La memoria: lo spazio in cui le cose accadono per la seconda volta"
"La memoria, quindi, non tanto come passato che racchiudiamo in noi, ma come prova del nostro vivere nel presente. Se un uomo vuol essere davvero presente fra le cose che lo circondano, non deve pensare a se stesso, ma a quello che vede. Deve dimenticare se stesso per essere lì; e da questo oblio nasce il potere della memoria. E' un modo di vivere la propria vita affinché nulla vada mai perduto"
Coincidenze. La natura del caso. Significato o assenza di significato. Vita reale e vita immaginaria. Freud. Collodi ed il suo doppio. Geppetto libera Pinocchio dalla materia. Michelangelo libera Mosè.
Leibniz, tutta la materia è collegata, la lingua è relazione, giocare con le parole, tradurre e rimare (creare e ricreare). "Una parola diventa un'altra parola, una cosa ne diventa un'altra"
"Nello spazio della memoria ogni cosa è al contempo se stessa e qualcos'altro"
"Ciascun libro è un'immagine di solitudine, un oggetto concreto che si può prendere, riporre, aprire e chiudere, e le sue parole rappresentano molti mesi, se non anni, della solitudine di un individuo, sicché a ogni parola che leggiamo in un libro potremmo dire che siamo di fronte a una particella di quella solitudine"
Giona nel ventre della balena, Pinocchio trova Geppetto nel pescecane. Dove si pensa d incontrare la fine, lì c'è la salvezza. Enea e Anchise (e Ascanio).
Padri e figli. Rembrandt e i ritratti del figlio Titus. E il ritratto di Sir Walter Raleigh con il figlio Wat (1602). Anatole Mallarmé. Anna Frank. I bambini della Cambogia. La mostruosità del mondo.
"A. guarda suo figlio e capisce che non deve permettersi di disperare". "Il pensiero del dolore di un bimbo, dunque, è mostruoso ai suoi occhi. Ancora più mostruoso della mostruosità del mondo stesso, perché carpisce al mondo la sua sola consolazione"
"Si dice che gli uomini impazzirebbero se la notte non sognassero; analogamente, se a un bimbo si nega l'acceso all'immaginario, non prenderà mai contatto con la realtà. Il bisogno di storie per un bambino non è meno vitale del bisogno di cibo, e si manifesta con lo stesso meccanismo della fame"
Shehrzad, il racconto che si fa vita.
"Tutte le migliaia di ore che A. ha trascorso con lui nei primi tre anni della sua vita, tutti i milioni di parole che gli ha detto, le lacrime che gli ha asciugato...tutto questo svanirà dal ricordo del bambino, per sempre"
"Ciò che il vecchio gli indica è che i nostri figli sono sempre invisibili. E' la più semplice delle verità: una vita appartiene soltanto alla persona che la vive; la vita stessa esigerà di vivere; vivere è lasciar vivere".









 

lunedì 21 agosto 2017

Giuseppe Berto, Il male oscuro

Di questo romanzo mi ha colpito innanzi tutto lo stile.
E’ un lunghissimo monologo nel quale i periodi, già piuttosto lunghi fino a circa metà del volume, man mano che ci si addentra nella psiche del protagonista-narratore diventano un fluire continuo, aumentano progressivamente di lunghezza e si può arrivare a leggere quasi cinquanta pagine prima di trovare un punto e tirare il fiato.
In qualche modo mi ha ricordato l’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce, quello con i pensieri di Molly, scritto completamente senza punteggiatura. Niente paura: Berto le virgole le mette, ma ugualmente ci fa fluttuare in una continua corrente di pensieri, parole, ripetizioni, ossessioni, che richiede grande padronanza di scrittura e soprattutto un’intensità di contenuti fuori dal comune.
E infatti la seconda cosa che mi ha molto impressionato è come si possano scrivere trecentocinquanta dense e fittissime pagine guardando continuamente il proprio ombelico, anzi descrivendo centimetro per centimetro il proprio intestino e allo stesso tempo raccontare lo smarrimento di un’intera generazione, di un ambiente sociale, per certi versi persino di una nazione.
“Anche narrando la propria vita uno può narrare la vita umana” dichiarò Berto in un’intervista all’uscita del romanzo, nel 1964.
Giuseppe Berto, classe 1914, era figlio di un carabiniere “nei secoli fedele” al Re, poi divenuto cappellaio nella provincia veneta ma con scarsissima attitudine al commercio, data la natura di uomo tutto d’un pezzo che l’esperienza militare, l’ambiente provinciale, le ristrettezze economiche e i valori imbevuti di retorica patriottica tardo risorgimentale non avevano contribuito ad ammorbidire.
L’inquietudine di Berto, la ribellione al clima soffocante familiare e provinciale (abbondantemente assimilato nei principi e nei valori, dunque la ribellione è un po’ contro una parte di se stesso) lo porta ad arruolarsi in Africa con le camicie nere, a spendere in guerra gli anni migliori, cercando anche la bella morte come estrema forma di gloria e liberazione, per poi tornare sfinito, vinto e disilluso in una società ormai trasformata, estranea e aliena, popolata da uomini nuovi dai quali si sente lontanissimo, ragion per cui coltiva la vocazione, e anche un po’ il gusto, di restare ai margini.
Non a caso, Berto ebbe tra i suoi primi estimatori Indro Montanelli (classe 1909) con il quale condivise alcune esperienze e stati d’animo: dalle frequenti crisi depressive all’Abissinia vissuta con giovanilistico anelito di fuga e avventura, alla ricorrente polemica contro la nuova cultura dominante affermatasi dopo la Liberazione.
I personaggi principali e le figure chiave di questo romanzo non hanno un nome e si riconoscono come “il padre”, “la sorella maggiore”, “la vedova”, “la ragazzetta”, “la moglie”, “il vecchietto”, “il luminare” etc., puri strumenti di descrizione del male oscuro del protagonista e della sua solitudine in una società che sembra disinteressarsi di qualsiasi cosa che non riguardi i consumi, il benessere materiale, il progresso, i nuovi prodotti.
Il male oscuro che lo ha così tanto tormentato, sembra volerci dire Berto, è comune a molti, ma pochi ne hanno parlato direttamente e senza finzione poetica.
Eppure, come recita Eschilo in una delle epigrafi in esergo: “il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”. Dunque Berto si racconta e lo fa talmente impudicamente che solo grazie ad un’arguta ed efficacissima ironia riesce a non farci distogliere lo sguardo, anzi a farsi seguire tra ospedali e lettini per terapia psicoanalitica neanche si trattasse della fuga del Corsaro Nero nella foresta di Maracaibo.
La citazione di Eschilo è tratta dal Prometeo: la ribellione verso il proprio microcosmo e le aspirazioni negate. Le altre due epigrafi che aprono il romanzo sono di Freud, imprescindibile, visti i continui (anche divertenti) riferimenti alla psicoanalisi e di Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore) che insieme a Svevo (La coscienza di Zeno) viene indicato dallo stesso Berto come nume tutelare della sua opera.
Gadda, dal quale Berto trasse ispirazione anche per il titolo del romanzo, gli diede anche la soddisfazione di un pubblico encomio in radio.
E a proposito di soddisfazioni: come deve essere stato vincere il Campiello, a Venezia, lui nato a Mogliano Veneto da un carabiniere nei secoli fedele che gli profetizzava un futuro fatto di galera e fallimenti?

“e così scavo nella mia solitudine e nel mio avvilimento pensando che un giorno gliela farò vedere a tutti questi veneziani chi sono io”.

giovedì 29 ottobre 2015

BookCity Milano 2015




Archiviata lo scorso week end anche la quarta edizione di Bookcity Milano, manifestazione che anno dopo anno diventa sempre più interessante e coinvolgente. La formula degli eventi dislocati in diversi luoghi della città è molto azzeccata, semmai il dilemma è la scelta ogni volta pìù dolorosa tra le numerose proposte in programma.

Combinando desiderio di approfondimento per  letture in corso o appena terminate, curiosità per libri ancora in wishlist, tempo disponibile, logistica e molti altri fattori, alla fine sono riuscito a partecipare a quattro iniziative. In ordine cronologico: l’incontro con Nassim Taleb al Piccolo Teatro Grassi, l’incontro con Corrado Augias ancora al Piccolo Teatro Grassi, l’incontro con Antonio Scurati e Aldo Cazzullo al Castello Sforzesco e infine l’incontro con Raul Montanari alla Fondazione Catella.


Nassim Taleb, è l’autore del celebre Cigno Nero, il saggio in cui spiega l’enorme importanza dell’imprevisto nella vita individuale e nella storia e nel quale critica le pretese di economisti, matematici e analisti finanziari di spiegarci il mondo e di suggerirci cosa è giusto fare o non fare. Pubblicato nel 2007, e ovviamente diventato un best seller durante gli anni della crisi seguita al caso Lehman Brothers, il Cigno Nero ha diviso il pubblico e gli addetti ai lavori.

L’ultimo libro di Nassim Taleb è però Antifragile, nel quale sostiene che ad essere meglio attrezzato ad affrontare una crisi non è chi è “robusto”, ma chi è il vero opposto del fragile, ovvero l’antifragile, che significa agile, snello, poco centralizzato, poco burocratizzato, poco regolato e per questo resistente agli urti molto meglio di chi è pesante e corazzato.  Meglio una sana e vitale confusione, meglio i litigi e il disordine piuttosto che una soporifera, illusoria e temporanea quiete destinata a provocare catastrofi al primo cigno nero in agguato. Antifragile è del 2012 e, sarà un caso, mai come in questi ultimi anni il linguaggio aziendale, economico e politico ha fatto uso del termine “resilienza”, che in precedenza era utilizzato solo da ingegneri e psicologi. 
Tra i velluti rossi del Piccolo Teatro, intervistato da Danilo Taino del Corriere della Sera e da Alberto Foà di Acomea SGR, Taleb ha spiegato le sue teorie sulla gestione del rischio facendo riferimento a diversi argomenti di attualità e a interessanti richiami storici. Le frasi ad effetto:

“Alla fine i numeri mentono sempre, guardate alle passioni”

“Fidatevi esclusivamente delle opinioni per cui chi le ha espresse si è preso un rischio”.

Corrado Augias, solo sotto i riflettori sul palco del Piccolo, ha introdotto il suo libro Le ultime diciotto ore di Gesù rispondendo poi a numerose domande del pubblico. Augias è un grande affabulatore, dal linguaggio forbito e capace di arricchire la conversazione con esempi, aneddoti e citazioni colte e interessanti. Una per tutte: per rendere l’idea di cosa poteva essere un procuratore  delle provincie romane come Ponzio Pilato, Augias ricorda la definizione che Tacito diede di Felice, procuratore della Giudea ai tempi di Paolo di Tarso:  “esercitò il potere di un re con lo spirito di uno schiavo”, frase immensa e potente, come spesso accade con Tacito.

Augias definisce la sua ultima fatica come “un romanzo non-fiction”, ovvero un romanzo non di pura immaginazione. Per alcuni personaggi, in particolare Pilato e Giuda Iscariota, l’apostolo che tradì Gesù, ha voluto ristabilire un po’ di verità storica, togliendoli dalla luce ambigua che su di loro viene indirizzata dai Vangeli canonici. In particolare il Vangelo di Matteo, scritto dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e nel quale si percepisce la voglia di compiacere gli occupanti romani. Per altri personaggi, in particolare Giuseppe e Maria, di cui i Vangeli parlano pochissimo, ha cercato di raccontare semplicemente un padre e una madre. Alla richiesta di una spiegazione del suo interresse, da non credente, per i temi religiosi, Augias risponde sagace: “Perché ormai privo di riferimenti ideologici e politici a cui ispirarmi … ho guardato più in alto!”
   

Nell’ampio spazio del Cortile delle Armi del Castello Sforzesco, sotto la tendopoli dell’Auditorium, Antonio Scurati e Aldo Cazzullo hanno conversato sui rispettivi libri, Il tempo migliore della nostra vita e Possa  il mio sangue servire, intervallati dalle letture dei brani fatta con maestria da Anna Nogara.

Il messaggio che hanno trasmesso forte e chiaro è che la generazione dura e tosta che ha fatto la Resistenza è un modello per i giovani d’oggi molto più di quanto lo sia la generazione degli attuali padri, cresciuti negli anni del benessere e dello sviluppo economico (Cazzullo è del 1966, Scurati del 1969). Una generazione, quella dei baby boomers, incapace di pensarsi al plurale, di fare delle cose insieme, di dire “noi”. Dunque per trovare gli “eroi” bisogna voltarsi indietro, guardare al passato, saltare gli errori e le deviazioni della generazione che ha fatto il ’68 e arrivare dritti dritti ai tempi duri della guerra, del fascismo, della resistenza, della povertà, della ricostruzione. A Cazzullo sembra che le preoccupazioni dei padri rispetto ai figli si siano trasformate di pari passo con la crescita del benessere e l’abbassamento della tensione morale. Infatti osserva che la generazione dei nostri nonni era ossessionata dal cibo, la loro preoccupazione era innanzi tutto sfamare la famiglia. La generazione dei nostri padri invece era ossessionata dallo studio: voleva che i figli studiassero, perché avessero un avvenire migliore. Ora la generazione nata a cavallo degli anni sessanta e settanta è ossessionata dal fatto che i figli siano felici e che non provino il minimo dispiacere. Chiosa finale di Scurati: sembra che l’ossessione del cibo sia tornata alla grande da qualche anno a questa parte … (Come negarlo?)


Atmosfera più raccolta alla Fondazione Catella, dove Raul Montanari ha parlato e letto brani del suo ultimo romanzo Il regno degli amici, supportato e guidato dalle ottime domande di Selvaggia Lucarelli.

Il romanzo affronta il mondo degli adolescenti, un’età in cui l’uomo, molto più che la donna, scopre una volta per tutte la propria identità, per non allontanarsene più. Mentre la donna ha un rapporto più sano con il trascorrere del tempo, l’uomo rimane per tutta la vita legato a quell’ ”io” conosciuto da ragazzo, generalmente in modo traumatico (“il danno”), ascolterà pateticamente sempre la stessa musica, manterrà gli stessi gusti, etc.  L’adolescenza è ovviamente anche l’età delle grandi domande filosofiche, fatte con una purezza mai più eguagliata, ed è soprattutto l’età in cui si affrontano come su un ring l’amicizia e l’amore. Per il Montanari adolescente qual è stato il danno? La scoperta che in amore non vale il merito. “Ho provato cosa significa pensare di valere poco nel grande mercato dell’amore”,

La chiacchierata prosegue poi piacevolmente spaziando dal personaggio totemico dei romanzi di Montanari (Ric Velardi) alle caratteristiche della sua scrittura: “alcuni mi classificano erroneamente nel genere noir, ma io non gli appartengo, perché a parte il ritmo serrato che a volte può avere la mia scrittura a me non interessano gli elementi che normalmente caratterizzano un noir, e cioè le indagini della polizia, il rendiconto alla giustizia, etc. A me interessa il dentro e non il fuori”.

Raul Montanari gestisce anche una nota scuola di scrittura creativa e non può mancare qualche domanda al riguardo, a cui risponde partendo da una citazione di Stephen King: “il talento è una merce che si vende a chili, come il sale; la differenza la fa la determinazione”. La tecnica si può apprendere a scuola, risparmiando così anni di lavoro, e unita alla determinazione ti può portare dove vuoi. La scrittura nasce comunque quasi sempre dal dolore, dal non sentirsi a posto con il mondo. C’è del vero nel detto “o scrivi o vivi”. Scrivere è sempre un no. Se uno si sente in armonia con il mondo, difficilmente scrive, al massimo dipinge.

Tra il serio e lo scherzoso, racconta infine di come lui stesso sia stato molto aiutato da Aldo Busi, durante un periodo molto difficile della sua vita, nei primi anni novanta. Busi gli faceva lunghissime telefonate quotidiane, regalandogli alla fine alcuni insegnamenti che gli hanno fatto compiere progressi enormi. Ma con un monito: “guarda che le storie prima o poi finiscono, io ne ho cinque, dopo non resta che ripetersi …”

Una curiosità: le due passioni di Raul Montanari (a parte la scrittura, che non è una passione, ma è la sua vita) sono gli scacchi e la pesca con la mosca. Cos’hanno in comune? Niente, solo il fatto che gli sono state trasmesse da due differenti zii.


In conclusione, quattro incontri molto interessanti, in ognuno dei quali il tempo è volato, in luoghi dove è sempre bello tornare, dove si sono conosciuti da vicino gli autori, si sono raccolte informazioni e curiosità e soprattutto si è rafforzato il significato della lettura. Quando la parola esce dalla pagina scritta, si amplia, si completa e si collega più facilmente all’esperienza di vita. 

 Arrivederci al prossimo anno!



sabato 19 settembre 2015

Danny l'eletto

Fin dalle origini della tradizione chassidica, il tzaddik era il capo della comunità, un uomo particolarmente devoto, sapiente e sensibile, che la gente seguiva con fiducia e a lui si rivolgeva per ogni problema. I chassidim riconoscevano nello tzaddik un vincolo sovrumano tra loro e Dio.
Come spesso succede quando i movimenti spontanei, guidati da uomini particolarmente carismatici, si cristallizzano e diventano istituzioni, anche nel chassidismo ci furono abusi. La carica di tzaddik divenne spesso ereditaria, molti tzaddikim vivevano come monarchi orientali, le comunità divennero clan chiusi e dogmatici che, anche per il tramite di barbe, riccioli e vestiti scuri con le frange, si illudevano di fermare il tempo alla Polonia del diciottesimo secolo.
Ogni aspetto estraneo allo studio del Talmud era un potenziale pericolo e si composero liste di cose lecite e di cose proibite, molti libri vennero messi al bando e si diffuse la pratica dei matrimoni combinati fin dalla più tenera età. Studiare le materie ebraiche in lingua ebraica anziché in yiddish era considerato un peccato inaudito, perché l’ebraico era la Lingua Santa e usarlo normalmente in classe era una profanazione del Nome di Dio.
Quando il movimento sionista iniziò a propugnare uno Stato ebraico in Palestina, trovò nelle comunità chassidiche uno strenuo avversario, perché non si ammetteva una patria ebraica che non avesse al centro la Torah, non doveva quindi esserci una patria ebraica fino all’avvento del Messia.
Fanatismo? Certamente. Eppure anche un ebreo liberale, pur non condividendo affatto queste scelte e questi comportamenti, può affermare che “il fanatismo d’uomini dello stampo del rabbino Saunders ci ha conservati in vita durante duemila anni di esilio.
Le ultime, sconvolgenti quindici pagine di “Danny l’eletto” gettano una luce nuova su tutto il romanzo e rivelano che ci può essere un’infinita tenerezza nella dura roccia che protegge e custodisce le radici della pianta cresciuta con fatica al suo interno. Se ci si ferma alla superficie, si sperimenta solo il lato duro, ruvido, sgradevole, e anche violento, di uno stile di vita incomprensibile e inaccettabile.
Ma scavando in profondità (e per questo occorre che ci siano delle profondità, quindi l’integralismo non è per tutti) si può scoprire un sorprendente ed inesauribile pozzo di sensibilità, comprensione, amore ed empatia. Si può scoprire che dietro veti, bandi e proibizioni si nasconde la consapevolezza che essi saranno tutti abbattuti e che è ineluttabile che le regole formali, le prescrizioni, i codici siano prima trasgrediti e poi abbandonati. Nel frattempo, con severità, disciplina e rigore ben oltre ogni limite comprensibile, avranno forgiato un’anima, avranno formato un uomo.
Quest’uomo potrà anche tagliarsi i riccioli, la barba, smettere gli abiti scuri e le frange, ma rimarrà per sempre profondamente un tzaddik, un giusto, un sapiente, un caritatevole, un uomo che anche nella confusione delle strade del mondo non perderà mai la propria.
“Danny l’eletto” ci parla dell’amicizia di due ragazzi ebrei newyorkesi, alla fine della seconda guerra mondiale.  Reuven è figlio del professor Malter, un ebreo colto e di larghe vedute, sostenitore e promotore del sionismo. Daniel invece è figlio del rabbino Saunders, uno tzaddik di grande carisma, stimato, e rispettato da tutti.
Danny, destinato ad ereditare la carica del padre, è un ragazzo eccezionalmente intelligente, curioso e sensibile. Divora di nascosto letture “proibite”, stringe amicizie pericolose eppure non osa mettere in discussione né l’autorità del padre, né il severo (forse anche crudele) sistema di vita entro cui è cresciuto.
Non si tratta solo di un grande romanzo sull’amicizia: il libro ci parla anche di padri e di figli, di silenzi e di incomunicabilità, di parole dette in silenzio, di canali di comunicazione incredibilmente tortuosi, che devono farsi strada tra le complessità dell’anima.
E’ un libro che invita anche a riflettere, noi apparentemente liberi, liberali, laicissimi, aperti e democratici. Ci invita a non fermarci all’aspetto sgradevole e aspro della roccia, ad andare oltre le idee e i comportamenti che ci sembrano incomprensibili, arcaici, ottusi e bigotti. Troppo facile denigrarli, rifiutarli, rispondere al fanatismo con altrettanto fanatica superficialità. L’istinto sarebbe quello, ed è naturale. Infatti, anche l’amicizia tra Reuven e Danny nasce da uno scontro, dall’odio persino. Ma poi i due ragazzi fanno leva sulle proprie qualità e da quella contrapposizione nasce una grande amicizia, un legame solido, un ponte tra due mondi apparentemente incomunicabili.
Non dovremmo mai dimenticare che il dialogo è sempre possibile. A due condizioni: che si abbia la voglia e la capacità di scavare, e che sotto la superficie ci sia qualcosa.
Crescere un figlio nel dolore e nel sacrificio, imporre a sé e agli altri privazioni e sofferenze, continuerà a sembrarci un prezzo inaccettabile per forgiare un carattere. Ma chi vive in un mondo protetto da barriere sa e si aspetta che esse siano superate prima o poi, sa che quel mondo si dissolverà e si mescolerà con altri mondi.
Forse è proprio su questo che si fonda il dialogo: la capacità di guardare avanti, pur senza dimenticare la validità delle proprie ragioni e restando intimamente fedeli alle proprie radici.


giovedì 21 maggio 2015

Giorgio Fontana, Morte di un uomo felice




Alla fine mi è piaciuto. Parto da questa considerazione banale, che per me è anche l’arrivo di un percorso abbastanza travagliato.

Non mi è piaciuto subito questo romanzo vincitore del Campiello 2014: l’ho dovuto abbandonare dopo cento pagine, leggere qualcosa nel frattempo, riprendere vincendo lo scetticismo, ricominciare daccapo e farmi conquistare pagina dopo pagina, versando anche qualche lacrima nel finale, segno che emotivamente mi aveva ormai catturato.

Morte di un uomo felice è la storia di Giacomo Colnaghi, magistrato impegnato nelle indagini sul terrorismo rosso, nome di fantasia ispirato però ad alcuni casi realmente esistiti di uomini eroicamente normali, “eroi borghesi” per richiamare un titolo che ha aperto la strada a un filone affollato e fortunato a cavallo tra narrativa e testimonianza.

Giacomo Colnaghi viene assassinato nel 1981, lo stesso anno di nascita dell’autore, Giorgio Fontana. Non deve essere stato facile cercare di documentarsi su un periodo che non si è vissuto, ma del quale esiste ancora una memoria molto nitida e precisa in tante persone. Diciamo quindi subito che l’ambientazione è uno dei punti di debolezza di questo romanzo. Gli anni settanta possono essere descritti in tanti modi, ma non c’è dubbio che chi li ha vissuti si ricorda una caratteristica su tutte: erano anni iperpoliticizzati.

Tutto era intriso di politica, anche le cose che con la politica c’entravano poco o nulla: l’arte, il cinema, la musica, la letteratura, l’amore, lo sport, la scuola, la cronaca, l’economia, il lavoro, la religione, tutto.

Questo non emerge più di tanto nel romanzo, dove la nota che spicca è piuttosto il profumo di pulito e di ordine che si respira nelle case delle suore, semplicità, scherzi da prete, un po’ di noia, battute da sagrestia, Bernanos e riflessioni morali lontane anni luce dagli slogan virulenti e primordiali degli anni di piombo.

Colnaghi è un cattolico di sinistra, figlio di un partigiano ucciso dai fascisti, quelli veri, ma è anche un uomo che si interroga e vuole capire, partendo dalla sua storia di figlio, di padre, di marito, di cristiano praticante.

Il personaggio funziona, alla grande, e alla lunga si impone e fa scivolare il contesto in un secondo piano molto sfocato. Gli ambienti che frequenta, la sua storia personale, i suoi tormenti, la sua normale quotidianità sono un’alternativa valida, sana e pulita a percorsi molto più chiassosi e superficiali, che hanno goduto, e in qualche modo continuano a godere, di ampia popolarità mediatica.

Nel tentativo di darci una rappresentazione “viva” del protagonista, Fontana attinge forse un po’ troppo insistentemente alle proprie esperienze di studente fuori sede: le Ferrovie Nord (l’autore e il suo personaggio sono di Saronno), l’appartamentino a Lambrate, la bicicletta, la topografia minima dei luoghi dove si mangia “un panino stupendo”, la trattoria sui Navigli, le passeggiate notturne e solitarie nelle vie del centro, il bar di periferia.

Non riesce ad andare molto più in là, né ad immedesimarsi veramente nella psicologia di un uomo che si avvia alla mezza età: gli fa fumare la pipa (gesto totalmente fuori linea rispetto agli tratti del protagonista), gli crea dialoghi da sbadiglio con la moglie e un’astinenza sessuale prolungata. Stop. Funziona meglio con la madre, con il figlio e con gli amici, rapporti che il trentenne Fontana descrive in modo meno impacciato, trovandosi maggiormente a suo agio.

E allora perché funziona il protagonista e la sua storia? Vista dall’esterno, appare un po’ posticcia e stiracchiata, costruita su spunti un po’ scontati (il magistrato e il terrorista che partono dallo stesso ambiente sociale, frequentano entrambi l’oratorio e poi approdano a scelte di vita opposte) e su riflessioni non particolarmente originali (lo Stato che tradisce la Resistenza, i terroristi rossi che ne sporcano il nome e ne usurpano gli ideali) ma l’esterno non è il punto giusto dove posizionarsi. Ciò che inizialmente mi sembrava un ostacolo a proseguire nella lettura, successivamente l’ho interpretato come il segno di una scrittura ancora un po’ acerba, di una maturità ancora non raggiunta, nell’ambito di un’opera nell’insieme bella, utile ed efficace.

Il romanzo funziona nel momento in cui si capisce che non si tratta di un libro sugli anni di piombo.

Funziona quando si capisce che si tratta di una storia intima, che ci parla della difficoltà dei figli ad essere all’altezza dei padri, del paradosso per cui la normalità finisce spesso per diventare il vero eroismo, della difficoltà che le persone libere hanno ad esprimere se stesse, perché la loro indipendenza rischia continuamente di essere strumentalizzata da chi (la stragrande maggioranza) ha una concezione più tribale della vita, del lavoro, della società.

Da questa prospettiva riacquistano un senso i dialoghi scontati, i frammenti di piatta quotidianità che altrimenti sembrerebbero indice di scarsa fantasia e di scrittura esangue. Invece, silenziosamente e inaspettatamente, Giacomo Colnaghi e suo padre Ernesto, il partigiano Beppo la cui storia viene raccontata in parallelo a quella del figlio, riescono a conquistarti, ti ci affezioni, probabilmente li ricorderai bene e a lungo.

Il romanzo nasce da un interrogativo sulla giustizia, sul modo di fare giustizia, di essere magistrato.

L’autore lo dichiara nella nota finale: "questo libro forma un dittico ideale con il precedente Per legge superiore”. Un dittico sulla giustizia. Applicare le leggi in

modo cinico e notarile oppure spellarsi mani e piedi per cercare un diverso senso di giustizia, andare incontro a numerose frustrazioni e magari rimetterci la vita. Un interrogativo valido, importante, una grande questione su cui riflettere, ma anche il peccato originale del romanzo, che in certe parti risulta un po’ imbrigliato dai suoi stessi schemi.

In definitiva un’opera interessante, consigliabile, e uno scrittore da seguire nelle sue prossime prove.

lunedì 4 maggio 2015

L'imperatore di Portugallia, una favola per adulti



L’imperatore di Portugallia è un romanzo scritto nel 1914 da Selma Lagerlöf (1858-1940), importante scrittrice svedese che vinse il premio Nobel nel 1909.

 Jan, un povero bracciante che vive con la moglie Kattrinna in un luogo sperduto della Scandinavia, diventato inaspettatamente padre,  si scopre un fortissimo attaccamento alla sua unica figlia, Klara Gulla.

Sul tema di questo grande amore, si sviluppa una storia apparentemente semplice e tuttavia precisa, nitida, intensa e ricca di emotività.

La forza dell’amore paterno, così grande e potente, diventa follia, cecità, chiaroveggenza, trasfigura una realtà troppo brutta per essere sopportata e la trasforma in sogno e poesia.

Capitoletti brevi, personaggi appena stilizzati, atmosfera fiabesca (siamo nella terra dei Troll) caratterizzano questo interessante e godibile romanzo, ma si avverte anche un profumo di nordica severità luterana, qualche nota agrodolce di moralismo didascalico alla De Amicis (in fondo il libro è stato scritto in un’epoca che non aveva ancora conosciuto due guerre mondiali e la frantumazione dei valori compiuta dal “secolo breve”) e, volendo esagerare, una pallida eco di un Re Lear, meno grandiosamente tragico, più tenero e mansueto, eppure a suo modo indimenticabile.

Ad avvolgere tutto ci sono le forze della natura, i boschi, il freddo e la luce delle terre del nord.