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domenica 25 giugno 2017

La provvidenza rossa



Viaggio molto interessante nel Partito Comunista Italiano nel periodo della sua massima forza elettorale e della sua capacità di influenza nella società italiana.

Un “mistery”, una storia a cui partecipano personaggi fittizi e reali e che incrocia fatti realmente accaduti a vicende totalmente inventate.

Lodovico Festa, ex dirigente del PCI milanese e successivamente co-fondatore de “il Foglio”, ci mostra dall’interno il funzionamento di un sistema che, molto prima di trasformarsi in una “giocosa macchina da guerra” e perciò affondare e disperdersi mestamente in tanti rivoli, fu un caso impressionante di stato nello Stato, una struttura di potere efficientissima e capillarmente ramificata, proiettata verso obiettivi politici forti, e in grado di interloquire alla pari e riservatamente con altre strutture di potere del nostro Paese come la Chiesa Cattolica, le forze dell’ordine, i giornali, e di condizionare interi settori della società civile come la scuola, le università, la cultura.

Con il pretesto di narrare l’indagine parallela (della polizia e del partito) sull’omicidio di una militante alla fine del 1977 (pochi mesi prima che con il caso Moro in Italia cambiassero molte cose) l’autore ci accompagna nel suo vecchio mondo, permettendoci di osservare in presa diretta ciò che finora potevamo soltanto immaginare. Vengono mostrate, tra le altre cose, la complessità e l’ambiguità, l’idealismo e la doppiezza, la potenza e i germi del successivo decadimento, la disciplina e la passione, il culto per l’efficienza e la riservatezza, la precisione e il tatticismo e soprattutto la fitta rete di relazioni, che permetteva di dialogare senza chiasso con tutti e su tutto. Una grande storia indubbiamente, che merita rispetto e che suscita inquietudine.

Avesse scritto un saggio, sarebbe stata probabilmente una mattonata che ti dovevi fermare a metà del titolo. Invece Festa ci porta dentro le cose, e ce le fa vivere attraverso i funzionari, i sindacalisti, gli intellettuali, i giornalisti, gli imprenditori, le cooperative, gli ex-partigiani, gli infiltrati, i faccendieri, le spie, i pensionati, i circoli Arci, i semplici militanti. Si concede anche qualche consapevole anacronismo perché, come spiega nella nota finale, è “interessato a ricordare più le atmosfere, gli ambienti, le sequenze, le connessioni psicologiche (forse non inverosimili) che la precisa scansione degli avvenimenti”.

In questo modo riesci a digerire le oltre cinquecento pagine del romanzo (forse con qualche ripetitività di troppo verso la fine) impari parecchio e ti diverti pure.
Consigliato a chi è interessato alla storia italiana tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni 70 del secolo scorso e in particolare a chi vuole concedersi una visita nella sala macchine, o nella cucina, ormai diventati pezzi da museo, di un vecchio, glorioso, controverso e potente partito.

martedì 6 settembre 2016

Numeri e parole, la difficile coesistenza





Nel mondo del lavoro circola spesso la battuta sugli avvocati che, trovandosi di fronte a qualsiasi numero, fosse anche un numero di pagina, si fermano e chiedono istruzioni sul da farsi. Viceversa, i colleghi impegnati in attività creative o di comunicazione faticano a intendersi con gli amministrativi e i tecnici che “ragionano solo a numeri”. Ma c’è davvero così incompatibilità tra parole e numeri? 

Proviamo a vedere le esperienze di scrittori celebri che, per caso, vocazione o necessità hanno svolto anche attività in cui i numeri sono importanti.

Raymond Chandler (1888-1959) l’inventore del detective Philip Marlowe, lavorò come contabile e poi come direttore per alcune compagnie petrolifere.  “Odiavo gli affari, ma nonostante ciò alla fine divenni funzionario e direttore di una mezza dozzina di società petrolifere indipendenti” (Parola di Chandler, 2011, la biografia attraverso le lettere e altri scritti) . Fu licenziato per ubriachezza nel 1932, a 44 anni.

Al contrario, la giallista argentina Claudia Piñeiro (n. 1960) dopo essersi laureata in Economia e Commercio ha fatto per dieci anni la contabile e la commercialista e non pare così traumatizzata da questa esperienza.

 Nathaniel Hawthorne ( 1804-1864) fu, come Geoffrey Chaucer (1343-1400), funzionario di dogana. Esperienza breve ma intensa, tanto che Hawthorne sentì il bisogno di raccontarla diffusamente nel capitolo introduttivo della Lettera Scarlatta. Giusto per dare un’idea: “Cercavo di calcolare quanto a lungo sarei potuto rimanere nella Dogana, con la possibilità di uscirne ancora un uomo”.  Infatti Hawthorne considerò una fortuna il suo licenziamento in seguito al cambio di amministrazione, perché così tornò a fare il letterato.

Anche Herman Melville (1819-1891) amico di Hawthorne  tanto da dedicargli Moby Dick, ricoprì l’incarico di ispettore delle Dogane,  ma seguendo una parabola più malinconica dell’autore della Lettera scarlatta: dopo l’insuccesso seguito alla pubblicazione di Moby Dick e di Bartleby  lo scrivano, rimase a svolgere questo lavoro per un ventennio, fino a pochi anni dalla morte.

Diverso il caso di Giuseppe Pontiggia (1934-2003) che alla sua esperienza lavorativa da bancario dedicò il suo primo libro, dall’eloquente titolo: La morte in banca. Sopravvisse andandosene presto.

Invece Italo Svevo (1861-1928) attese per vent’anni, senza particolare entusiasmo, al suo impiego alla Banca Union. Raccontò questa sua esperienza, addolcita dalle due ore trascorse ogni sera nella biblioteca civica, nel romanzo Una Vita.

Altro bancario celebre fu Thomas Eliot (1888-1965), mentre il poeta americano Wallace Stevens  (1879-1955) fece il dirigente assicurativo con buona soddisfazione, tanto da affermare: “i soldi sono una specie di poesia”. Soddisfazione che, come sappiamo, non era molto condivisa da un altro celebre impiegato assicurativo: Franz Kafka (1883-1924); eppure  non si fatica a credere che il tormentato e geniale scrittore praghese svolgesse il suo incarico con scrupolo e dedizione, come sostiene chi ha esaminato le sue perizie e relazioni.

Thomas Mann (1855-1975), fu invece impiegato assicurativo per un anno soltanto, ma l’esperienza famigliare e le vicende della ditta paterna gli ispirarono a soli venticinque anni un grandissimo capolavoro dove molto spazio viene dato al conflitto tra senso del  dovere e indole contemplativa.

Guy de Maupassant (1850-1893) fu un impiegato ministeriale, certamente non troppo zelante e pure raccomandato; in compenso John Milton( 1608-1674)  si impegnò con passione nell’amministrazione dello Stato. E anche il poeta Edmund Spenser  (1522-1599), suo connazionale, fu un abile funzionario governativo in un ambiente pieno di insidie come la corte della regine Elisabetta.

Cambiamo genere di numeri: dopo i contabili, i bancari, gli assicuratori e i funzionari pubblici passiamo agli ingegneri, ai fisici, ai ricercatori.

Marco Malvaldi (n.1974) prima di scrivere gialli è stato ricercatore in chimica industriale. Non rinnega la sua vecchia professione, anzi quando può la sfoggia.

Paolo Giordano (n.1982) è laureato in fisica e il suo omaggio ai numeri lo ha voluto inserire nel suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi. E i numeri ha continuato a studiarli per un po'; dileguandosi, per sua stessa ammissione, al momento di iniziare a lavorare davvero.

Luciano De Crescenzo (n.1928) prima del successo come scrittore, uomo di spettacolo  e divulgatore di filosofia è stato a lungo ingegnere alla IBM.

Anche un innovatore del linguaggio come Carlo Emilio Gadda (1893-1973) esercitò a lungo la professione di ingegnere in Italia e all’estero. Mentre Salvatore Quasimodo (1901-1968) fu per dodici anni geometra al genio civile a Reggio Calabria, Firenze, Imperia e Milano.

Ingegnere del genio militare fu infine Fëdor Dostoevskij (1821-1881) ma per nostra fortuna si dimise dall’esercito molto in fretta.

Anche Robert Musil (1880-1942) fu ingegnere e professore universitario, però fu anche tante altre cose;  questo non gli impedì di scrivere, nell’Uomo senza qualità: ”Erano invasati dalla paura di non aver tempo per tutto, e non sapevano che aver tempo significa precisamente non aver tempo per tutto”.

Insomma, tirando le somme sembra che effettivamente la coesistenza tra numeri e parole, tra economia, tecnica e letteratura non riscuota generalmente grandi entusiasmi.  Chi può, abbandona la dura e grigia realtà dei numeri per fuggire verso il colorato e affascinante mondo dell’alfabeto.

Soltanto Adriano Olivetti riuscì a portare in fabbrica non solo libri e biblioteche, ma anche scrittori, poeti e intellettuali.

Nel lavoro,  diceva Italo Calvino, in qualunque tipo di lavoro, ciò che conta è il metodo, l’impegno costante, ripetitivo, artigiano. Su questa robusta e solida tavolozza, costruita con fatica e tenacia, puoi alla fine incollare le ali di farfalla, il guizzo della fantasia. Ma se manca la base, se ci sono soltanto le ali di farfalla, non avrai realizzato altro che una marmellata fragile, effimera e inconsistente.

Si capisce però che, potendo scegliere, questa tavolozza ognuno  voglia costruirsela nel campo che più gli aggrada. Preferibilmente lontano dagli uffici e dal lavoro organizzato dagli altri.

martedì 2 agosto 2016

Lettera di Cicerone alla moglie Terenzia, 5 ottobre 58 a.C.

Competizione, potere e vendette trasversali. Uso disinvolto della giustizia. Famiglie che pagano le scelte scomode di chi si trova (momentaneamente o definitivamente) dalla parte perdente della storia.
Queste sono alcune delle suggestioni che mi suscita questa lettera di Cicerone, mentre cerco di coglierne i collegamenti con la  contemporaneità.
Antefatto e contesto: anni 66-63 a.C. Catilina, con l’appoggio di Crasso ed approfittando della lontananza di Pompeo, tenta più volte la scalata al potere, blandendo, cospirando e minacciando. Fiaccata dalla guerra tra Mario e Silla, la repubblica sta attraversando i suoi ultimi convulsi decenni, tra rivolte degli schiavi, ribellioni nelle province, scorrerie dei pirati e crescente malcontento popolare. Ogni abile comandante militare, capace di fidelizzare le truppe e di sviluppare proprie clientele è contemporaneamente una necessità e una minaccia per un impaurito Senato, che ormai ripone le proprie speranze di sopravvivenza e indipendenza soprattutto nella moltiplicazione dei condottieri e nella competizione che ne scaturisce,  cercando di procrastinare il più possibile il momento in cui ne prevarrà uno solo. Cicerone, appartenente ad un’agiata famiglia di possidenti, ha circa quarant’anni e soprattutto ha l’energia, l’ambizione, l’abilità e la credibilità dell’uomo d’ordine, capace di far “prevalere la toga sulla spada”, e allo stesso tempo può presentarsi come homo novus, in grado di innervare un’oligarchia  ormai asfittica e ripiegata su se stessa. L’aristocrazia nobiliare lo apprezza per il suo valore, però lo  considera, spocchiosamente, un corpo estraneo.  Con un celebre discorso passato alla storia e nei manuali di latino degli studenti di tutte le generazioni, Cicerone denuncia in Senato il tentativo di colpo di Stato di Catilina e ottiene che cinque congiurati siano condannati a morte seduta stante, con una  forzatura giuridica fatta immancabilmente rilevare da Giulio Cesare. 

Cicerone fu davvero mosso esclusivamente dall’urgenza di salvare la repubblica? Oppure colse la sua grande e irripetibile occasione ed esagerò il pericolo, a costo di sacrificare vite umane senza un giusto processo, pur di ritagliarsi il ruolo di salvatore della patria? E’ questa la sua hybris, che fatalmente gli toccherà espiare?

La ruota gira, i problemi rimangono irrisolti, i tre maggiori contendenti (Pompeo, Cesare e Crasso) si studiano, nessuno se la sente di tentare l’affondo decisivo, anzi tatticamente danno vita ad un’innaturale alleanza (un mostro a tre teste secondo la definizione dello stesso Cicerone).
Tra i beneficiati dal nuovo sistema di potere, un po’ diverso da quello per cui aveva lavorato un cultore della legalità come Cicerone, vi è anche Clodio, il fratello minore della Lesbia cantata da Catullo.
Costui aveva già creato scandalo e sacrilegio introducendosi nella casa di Giulio Cesare travestito da donna durante i misteri della Bona Dea, il cui accesso era vietato agli uomini. Il solito Cicerone era stato il suo accusatore, ma Crasso lo aveva fatto assolvere, comprando alcune testimonianze. Cesare stesso, nonostante Clodio con quella bravata intendesse insidiarne la moglie, ripudiò Pompea (perché “la moglie di Cesare deve essere sopra ogni sospetto”) ma non testimoniò contro di lui.
Dunque Clodio approfitta della nuova situazione per vendicarsi di Cicerone e ottiene una legge contra personam, nel caso specifico una legge che commina l’esilio a chi abbia fatto condannare a morte cittadini romani senza consentire l’appello al popolo (ogni riferimento alla congiura di Catilina di pochi anni prima ovviamente non è casuale).


L’esilio di Cicerone dura un anno e mezzo, dalla primavera del 58 all’estate del 57, quando viene interrotto anche per intercessione di Pompeo.  Nel frattempo i suoi beni  sono stati confiscati o distrutti e nel momento in cui Cicerone scrive da Tessalonica questa lettera alla moglie Terenzia, si trova davvero in preda alla disperazione.
"Non credere che io scriva a nessuno lettere più lunghe, a meno che qualcuno non mi abbia scritto parecchio: allora penso che sia conveniente  rispondergli; e infatti, non ho cose da scrivere e in questo periodo non faccio nulla con maggiore difficoltà. A te, poi, e alla nostra figliola non posso scrivere senza che mi sgorghino le lacrime dagli occhi.
   Vi vedo in preda alla disperazione, voi che avrei voluto sempre al colmo della felicità: e questo avrei dovuto garantirvi, e se non fossi stato tanto debole ve lo avrei garantito. Ho un affetto grandissimo per il nostro Pisone, che se lo merita ampiamente. Gli ho scritto, come ho potuto, per fargli coraggio e per ringraziarlo nel modo dovuto. Capisco che riponi delle speranze nei nuovi tribuni della plebe. Può essere una sicurezza, purché Pompeo dia il suo benestare; ma tuttavia ho paura di Crasso. Vedo che ti comporti in ogni circostanza nel modo più coraggioso e amorevole, e non mi sorprende; ma sono desolato che le mie sventure trovino sollievo a prezzo di sofferenze tue così grandi: me lo ha scritto Publio Valerio, uomo di una cortesia squisita – e non ho potuto leggere le sue righe senza scoppiare a piangere - , in che maniera tu sia stata trascinata dal tempio di Vesta agli uffici del tribunale. Vita mia, mia sola nostalgia, a cui tutti solevano rivolgersi per avere un aiuto! E ora, Terenzia mia, saperti così tormentata, così afflitta nel pianto e nella umiliazione, e che questo avviene per colpa mia, che ho salvato gli altri per trascinare noi stessi alla rovina. Quanto a quello che scrivi della casa, cioè dell’area della casa, se solo essa mi sarà restituita solo allora io mi crederò reintegrato nei miei diritti. Ma queste cose non dipendono da noi. Soffro che per affrontare tutte le spese che ci sono da fare tu ti riduca in ristrettezze crudeli. Se  questa faccenda si conclude, otterremo tutto; se il destino continuerà a infierire su di noi, dovrai tu addirittura miseramente disperdere gli avanzi della tua agiatezza? Ti scongiuro, vita mia; riguardo alle necessità impellenti lascia che ti diano una mano quelli che possono (solo che lo vogliano!) e se mi ami non logorare la tua salute così fragile. Giorno e notte mi stai davanti agli occhi; vedo anche che a te fa capo ogni cosa. Perciò abbi rispetto per la tua salute, se vuoi che otteniamo quello che speri e per cui ti adoperi. Non so a chi debba rivolgermi se non a quelli che scrivono a me o a quelli di cui voi scrivete a me qualcosa. Non andrò più lontano, se è questo che desiderate; ma vorrei vostre lettere il più spesso possibile, specie se c’è qualche cosa di più solido su cui fondare le nostre speranze. Addio, nostalgia del mio cuore, addio."

Marco Tullio Cicerone, Lettere - traduzione di Riccardo Scarcia, BUR 1981. Ripreso in “Cara amata immortale”, Le più grandi lettere d’amore di tutti i tempi – a cura di Roberta Serra, Bompiani 1998 

sabato 30 luglio 2016

Massimo Carlotto, Il fuggiasco



Massimo Carlotto, oggi affermato scrittore di noir, è stato anche il protagonista di uno dei casi giudiziari più incredibili della Repubblica Italiana.

Nel 1976, quando aveva appena diciannove anni, fu accusato dell’omicidio di una ragazza ventiquattrenne, Margherita Magello, per il quale si presentò come testimone, rimanendone invece per sempre unico imputato. 


Fu processato undici volte, con giudizi che hanno coinvolto anche la Corte Costituzionale, venne giudicato da ottantasei giudici e cinquanta periti, trascorse sei anni in carcere, rischiandone di morire, fuggì all’estero, in Francia e poi in Messico, dove fu catturato ed espulso. 
Quando si costituì, fece l’amara scoperta che il suo ordine di cattura era rimasto dimenticato per anni in un cassetto, dove probabilmente sarebbe rimasto ancora a lungo se lui non fosse rimpatriato. 
La “sfiga giudiziaria”, secondo la definizione di uno dei suoi legali, si accanì contro di lui in molte forme. Esami di laboratorio e prove a favore misteriosamente sparite, una riforma del Codice di procedura penale entrata in vigore nel bel mezzo di uno dei suoi processi, ponendo dubbi amletici ai giudici, un presidente di corte andato in pensione appena prima di poter recepire l’invito della Corte Costituzionale ad assolvere l’imputato, con conseguente necessità di ricominciare daccapo per mezzo di nuovi giudici che sorprendentemente ignorarono prove a discarico, non ascoltarono le testimonianze ed emisero un verdetto di condanna.

Tutta la vicenda si concluse solo nel 1993 con la grazia Presidenziale, dopo che si erano formati diversi comitati di solidarietà in Italia e all’estero. La famiglia della vittima si oppose alla concessione della grazia.


Il periodo in cui si svolsero i processi e la giovanile militanza di Massimo Carlotto in Lotta Continua sicuramente influirono nel dividere l’opinione pubblica e molto probabilmente condizionarono anche i giudici.

Si tratta di uno dei tanti casi in cui la macchina giudiziaria italiana trasmette la sensazione di obbedire a rituali e procedure completamente sganciate dal buon senso e di non riuscire a proteggersi da errori e veri e propri pasticci così clamorosi da far dubitare che siano dovuti a semplice imperizia. 
In queste situazioni perdono tutti, a partire dalle vittime e dai loro famigliari, che dal clamore mass mediatico ricavano ulteriore motivo di dolore.

In una delle sentenze di condanna, i giudici scrissero che intendevano fare del caso Carlotto “una storia dignitosa per la giustizia italiana”. Ecco, probabilmente il cittadino italiano avrebbe più fiducia nella giustizia se potesse sperare in giudici meno animati dal sacro fuoco di rimettere ordine nel mondo e più propensi a non distrarsi, ad ascoltare i testimoni, a non perdere le prove, ad attenersi ai fatti, a cercare di formarsi un giudizio, invece di rimanere fedeli ad un pregiudizio.

Al cittadino piacerebbe che ogni giudice si ricordasse che i fatti di cui è chiamato ad occuparsi hanno già provveduto a seminare una buona quantità di sofferenza nel mondo e che il suo primo obiettivo dovrebbe essere quello di non aggiungerne dell’altra.

 ***

Il fuggiasco è il primo “romanzo” di Massimo Carlotto, pubblicato nel 1994 ed è in realtà è il racconto autobiografico di come vive un “latitante per caso”, cioè non preparato alla vita clandestina, al contrario degli appartenenti alla criminalità organizzata o ai gruppi terroristici.

La narrazione di Carlotto non segue un ordine cronologico, ma procede per temi e argomenti: i travestimenti, il cibo, il lavoro, la polizia, i rapporti con il variegato mondo degli esuli, dei clandestini, degli “irregolari”, gli amori, il carcere, i processi.



Lo stile spumeggiante dell’autore ci sostiene nel proposito di leggere a oltranza, fino ad uno sfinimento che tarda ad arrivare. Più leggere, ironiche e forse anche un po’ di maniera le pagine “parigine” della storia, e più cupe, gravi, drammatiche le parti ambientate a Città del Messico. Molto può dipendere dalle personali esperienze e conoscenze, ma per quel che mi riguarda difficilmente dimenticherò il Messico di queste pagine.


Infine, qualsiasi siano le tue idee sul “caso Carlotto”, dopo questa lettura saranno rafforzate. Se prima eri indignato, lo sarai ancora di più, se eri dubbioso, sarai ancora più perplesso, se provavi disgusto, compassione, angoscia, sconforto, il tuo stato d’animo si ripresenterà più acuto di prima. Non è libro scritto per convincere, semmai per dividere.

Chi considera la lettura parte della vita e non un modo di evaderne, in queste pagine troverà pane per i suoi denti.
 
 













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Non mi interessa una nuova vita, Bulmero. Mi interessa quella che avevo prima”. (Massimo Carlotto, Il fuggiasco)

giovedì 30 giugno 2016

Patria, 1978-2010 di Enrico Deaglio



Proprio mentre sto leggendo l’interessantissimo “Patria, 1978-2010” di Enrico Deaglio, mi capita di notare sul Corriere della sera di qualche giorno fa la notizia che il boss  Raffaele Cutolo ha nuovamente ripetuto la storia, raccontata già oltre vent’anni fa, che la Nuova camorra organizzata avrebbe potuto liberare Aldo Moro durante i 55 giorni del suo sequestro, e che qualcuno di molto in alto nella Democrazia Cristiana bloccò l’operazione. Ne ha parlato anche con alcuni membri della nuova commissione d’inchiesta parlamentare che dopo 38 anni ancora indaga su questa pagina controversa della storia del nostro Paese.
 
Ricordo molto bene i giorni del 1978 in cui si svolse il “caso Moro”. 
Frequentavo la V Ginnasio e quel 16 marzo avevamo “tema in classe”. Ricordo che scelsi la traccia di attualità ed ebbi modo di parlare del povero Renato Curi, lo sfortunato calciatore del Perugia che fu stroncato da un infarto durante la partita casalinga con la Juventus. A quell’epoca, l’unica sezione del giornale che leggevo da cima a fondo, incluse formazioni, calendari e classifiche, era la pagina sportiva. Al massimo, davo un’occhiata distratta alla pagina del cinema, indugiando qualche secondo in più se ero abbastanza fortunato da trovare la locandina dell’ultimo film di Edwige Fenech.

Eravamo a metà del compito quando la nostra prof, rientrando sconvolta dalla pausa caffè, disse: ”Hanno ammazzato Moro!” Le prime, concitate notizie trasmesse per radio erano molto confuse e dunque in un primo tempo sembrava che nel massacro della scorta fosse compreso anche il presidente della DC. Io sapevo a malapena chi fosse Moro, ma da quel momento iniziai a seguire i telegiornali, ad avventurarmi nelle pagine politiche dei quotidiani e persino a leggere periodici come Panorama e L’Espresso. Seguii il dibattito sulla linea della fermezza e iniziai a prendere in simpatia coloro che provarono in ogni caso a salvargli la vita, in particolare il partito socialista di Bettino Craxi e i radicali di Marco Pannella.

Ricordo anche il 9 maggio. Fu di pomeriggio, stavamo giocando a calcio, quando un amico ci raggiunse portandoci la notizia: hanno trovato il cadavere in una macchina. Istintivamente pensai: “Ora le BR sono finite, hanno chiuso”. Già perché quello era un periodo in cui lo slogan “né con lo Stato, né con le BR” era discretamente popolare. Ma di fronte a un esito così ottusamente crudele, chi mai poteva avere ancora dubbi? Le BR avevano già ucciso in passato e uccisero ancora n via Fani, ma la sensazione fu che con il greve e scontato epilogo di quei 55 giorni, il terrorismo rosso si fosse tagliato per sempre i ponti con qualsiasi potenziale e improbabile seguito.

Fa un certo effetto veder raccolti nelle mille pagine del libro di Deaglio, a poca distanza l’uno dall’altro, tanti fatti che nella memoria  sono invece molto più distanziati, inevitabilmente più sfocati, alcuni anche dimenticati. Ed è impressionate vedere il continuo ricorrere, in tanti episodi apparentemente slegati tra loro, degli stessi personaggi: la mafia, la camorra, i terroristi, la P2, la banda della Magliana, i servizi segreti.

Eppure la storia d’Italia è stata anche altro. I ricordi personali sono molto diversi. La selezione dei fatti potrebbe anche essere diversa. Penso ad esempio ad una veduta aerea su un’isola. Si potrebbe zoomare sulla spiaggia, soffermarsi sui bambini che schiamazzano, sulla distesa di carne umana che sfrigola nell’olio, sulle barche dei pescatori cullate dalla risacca, oppure spostare l’attenzione sul borgo, i panni stesi, l’ombra che cerca di farsi largo tra il bagliore dei muri, la strada che si inerpica tra gli ulivi, un cane che attraversa solitario la piazza. Oppure si può andare più in là, verso il mare aperto, osservare le vele, la scia dei motoscafi o anche inabissarsi nelle acque scure, andar giù giù dove solo pochi ardimentosi si spingono per scoprire frammenti di un mondo “altro” eppure reale, fantastico e misterioso, popolato da inquietanti mostri marini, anfratti, aculei, vegetali repellenti, affascinanti macchie di colore, un mondo calmo, angosciante, immobile, regolato da leggi eterne che traggono forza dalla propria immutabilità. Un mondo che dai più viene conosciuto solo in modo frammentario, distratto, discontinuo, grazie a qualche fotografia, spezzoni di documentario, racconti, fantasie.

Deaglio sceglie quest’ultima prospettiva, giornalistica. Seleziona una concatenazione di avvenimenti che ogni anno ha conquistato spazio sui giornali e ci mostra come i fatti si siano continuamente incrociati e scambiati protagonisti, comprimari e spettatori. Ci suggerisce che mentre noi studiavamo, lavoravamo, giocavamo, ballavamo, facevamo l’amore, crescevamo i nostri figli, andavamo al cinema o in vacanza, questi fatti intrecciati hanno costituito un’unica fitta trama che ha caratterizzato la storia della nostra Patria, ha influito sul nostro destino e ancor più avrebbe potuto farlo se periodicamente non ci fosse stata l’azione di disturbo di qualche temerario e solitario incursore, in genere conclusa tragicamente.

Tante altre cose sono successe. Imprese hanno prosperato e altre hanno chiuso. Si sono alternati periodi di crisi economica e periodi di ripresa. Ci sono state scoperte scientifiche, cambiamenti di costume, successi e insuccessi sportivi, fenomeni mediatici. Si potrebbero quindi raccontare tante storie, tanti “film di carta” (come Deaglio definisce la sua opera), ognuno diverso dall’altro.

L’unica cosa che difficilmente mancherebbe da qualsiasi racconto è il ricordo dei momenti topici della nostra Nazionale di calcio. Nel racconto di mille Italie diverse, questo sarebbe quasi sicuramente il più frequente tratto unificante.
 La versione di Deaglio un po’ mi inquieta (il mio personale album dei ricordi non è così cupo) ma ugualmente mi intriga. Fa una certa impressione scorrere il campionario di mostri che si agitavano sul fondale marino appena qualche miglio più in là, mentre sonnecchiavamo inconsapevoli sul bagnasciuga