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venerdì 6 ottobre 2017

Saluti



Darlington Hall, ottobre 2017

E' con grande soddisfazione ed orgoglio che sono lieto di condividere con voi la notizia, diffusa da poche ore, che Mr. Ishiguro ha vinto, tanto meritatamente quanto inaspettatamente, il premio Nobel per la Letteratura 2017. 

Ora si può davvero dire che il cerchio si è chiuso e che ogni cosa può tornare al suo posto senza ulteriore indugio.

Ho già raccontato di come per la prima volta dopo tanti anni uscii dai protettivi confini di Darlington Hall, approfittando della benevolenza con cui  Mr. Farraday, il nuovo brillante proprietario, mi propose di allontanarmi per qualche tempo dalla dimora dove a lungo avevo servito sua signoria Lord Darlington, per andare alla scoperta del mondo esterno. Come noto, accettai la cortese offerta soltanto dopo aver realizzato che essa sarebbe stata una magnifica occasione per verificare cosa Miss Kenton avesse in mente e se ci fosse una seppur remota possibilità di riaverla in servizio con noi.

Quel viaggio fu un’esperienza  eccezionalmente istruttiva, per certi versi elettrizzante e illuminante, che mi diede nuova ispirazione per perfezionare il servizio che sono onorato di rendere nella casa alla quale dedico tutto il mio impegno e tutte le mie energie.

Ho raccontato queste cose in un primo “post”, circa quattro anni fa, a cui ne sono seguiti numerosi altri. E’ sorprendente come la vanità, la curiosità e altre debolezze umane ci portino invero a scoprire che il mondo è un luogo pieno di bellezza e che anche la sua pallida rappresentazione virtuale, il cosiddetto “web”, può essere incredibilmente interessante se solo si ha l’accortezza di proteggersi dai pochi facinorosi che diffondono miasmi e veleni, finendo solo con il nuocere a sé e agli altri. 
Resto convinto, forse ingenuamente, che la forza della parola prevarrà sempre sulla menzogna, la violenza e l’inganno.

Ora, dopo il prestigioso riconoscimento assegnato allo scrittore che benevolmente mi ha donato forma e vita e al quale sarò eternamente debitore, è tempo di tornare nuovamente a casa.

Auguro a tutti coloro che in questo tempo ho incidentalmente incontrato nel variegato mondo del web un buon proseguimento, felicità e pace.

Con rispetto,

Stevens


sabato 27 agosto 2016

William Klein, l'incontenibile geometria della strada




Al Palazzo della Ragione di Milano, fino all’11 settembre si può visitare la mostra fotografica dedicata a William Klein.

Mostra molto interessante su un artista poliedrico e anticonformista, che ha creato un suo personalissimo stile nella fotografia.

Nato a New York nel 1928 da famiglia ebrea di origini ungheresi, fin da ragazzo si appassiona all’arte e alla letteratura.  A quattordici anni inizia a studiare sociologia al college e a diciotto anni interrompe gli studi per entrare come operatore radio nell’esercito d’occupazione in Germania, poi a Parigi. Qui studia alla Sorbona con André Lhote e Fernand  Léger, conosce la moglie Florin  e diventa pittore. Le sue opere sono astratte e ispirate alle geometrie del Bauhaus, a Mondrian e Max Bill.

Nel 1952 viene chiamato da Giorgio Strehler a Milano per esporre al Piccolo Teatro. Subito dopo collabora con l’architetto Angelo Mangiarotti (Léger consigliava di lavorare come i pittori del Quattrocento, collaborando con gli architetti) per delle pitture murali che lui decide di eseguire su pannelli mobili, scoprendo l’enorme varietà di forme che si ottengono con la loro rotazione.

Nel 1954 torna a New York e senza avere particolari conoscenze di fotografia, realizza un diario fotografico della sua città d’origine, forse seguendo un altro consiglio di Léger: “Lascia perdere i musei e le gallerie, pensa solo alla strada.” Le immagini di Klein colpiscono perché sovvertono i canoni fino ad allora seguiti in fotografia, che si erano imposti soprattutto attraverso Henry Cartier Bresson, secondo il quale la fotografia doveva essere pulita, oggettiva, ordinata. Klein sovverte tutto questo in nome del realismo e dunque esegue primi piani molto ravvicinati, crudi, immagini a volte sfocate, o sgranate, sempre molto piene di persone e di oggetti, con molte linee di movimento al proprio interno. Per ironia della sorte, Klein fotografa con una macchina appartenuta proprio a Cartier-Bresson. Però rinuncia al tradizionale obiettivo 50 mm, privilegiando spesso il grandangolo da 28 mm per riempire il più possibile le sue immagini.

Ecco come lo stesso Klein descrive le sue prime esperienze fotografiche per le strade di New York: 

“Era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorkesi come un esploratore avrebbe trattato uno zulu, cercando lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia. Nel mio libro su New York, c’era un sottotitolo, stile tabloid. Trance Witness Revels. Tre parole che per me allora riassumevano tutto ciò che avevo da dire sulla fotografia. Chance Witness è chi capita per caso su una tragedia. Revels è un gioco di parole con reveals. Rivelare, ma anche gozzovigliare. Il tutto sotto il segno della trance. Riscoprivo la mia città e riscoprivo la fotografia. Privo di formazione e senza tante conoscenze, mi dovevo ingegnare con quello che ottenevo. La mia formazione era diversa: disegno, litografia, pittura – che tentavo di applicare alla fotografia. Quello che i professionisti avrebbero gettato nel cestino per me era un eccellente materiale da rilavorare”.


Il libro su New York ottiene un immediato grande successo. Nel 1956 Federico Fellini invita William Klein a Roma, chiedendogli di fargli da assistente per il film Le notti di Cabiria. Le riprese vengono tuttavia posticipate e così Klein inizia a girare per Roma con guide d’eccezione come Flaiano, Moravia e Pasolini. Nasce un libro fotografico anche su questa città.

 Ascoltiamo nuovamente Klein:

“Roma è la mia città fortunata. Nel 1956 pubblicai il mio libro fotografico su New York. All’epoca sorprese, sconvolse e influenzò un’intera generazione di fotografi. In quel periodo ero soprattutto un pittore astratto, ma la pittura geometrica e hard edge che praticavo non mi consentiva di dire la mia sul mondo intorno a me. Fu così che provai a sperimentare con la fotografia. Dopo il libro su New York sentivo di aver detto tutto quello che volevo con una macchina fotografica e il mio successivo obiettivo diventò il cinema. Ero un appassionato di Fellini e riuscii a combinare un incontro con lui a Parigi. Desideravo dargli una copia del mio libro. Lui mi disse: ce l’ho già, la tengo vicino al letto. Ma perché non vieni a Roma e diventi mio assistente? Ero nel cuore dei miei vent’anni e così senza problemi arrivai a Roma. Naturalmente Federico aveva già uno stuolo di assistenti ma, ad ogni modo lavorai con lui al casting di Le notti di Cabiria, documentando un intero esercito di prostitute e protettori. Il film però fu rimandato e io mi ritrovai a pensare:va bene ho fatto un libro su New York, allora perché non farne uno anche su Roma?”

 Klein collaborò a lungo con Vogue (anche il suo primo libro su New York fu realizzato per l’interessamento di Alex Liberman, pittore ed editore di Vogue America), ma anche come fotografo di moda fu sempre propenso a rompere gli schemi:
 

 “Quando mi mostrarono gli abiti mi fu immediatamente chiaro che le modelle avrebbero attraversato piazza di Spagna sulle strisce pedonali. Sfilando avanti e indietro, si sarebbero incrociate e avrebbero reagito l’una all’altra. Per appiattire la prospettiva, progettai di salire sulla scalinata della piazza e usare un teleobiettivo. Le ragazze passeggiarono avanti e indietro fino a quando iniziarono a catturare l’attenzione dei passanti. Ero in cima alla scalinata con la mia macchina fotografica, all’insaputa della gente. Gli uomini iniziarono a pensare che fossero prostitute impazzite e si avvicinarono, cercando di palparle. La direttrice di Vogue iniziò a innervosirsi, temendo se non uno stupro di gruppo, un blocco del traffico”.

Tra il 1959 e il 1960 Klein si reca in Russia per lavorare ad un libro fotografico su Mosca, che fu pubblicato nel 1964.

“Come tutti, anch’io mi ero fatto un’idea dell’Unione Sovietica.E nella mia mente c’erano anche le immagini di Vertov, Rodčenko e compagnia bella, così come le inquadrature televisive del Presidium, quelle mummie decorate con grugni che sembravano le porte di una prigione. Temevo che mi sarei ritrovato in una città chiusa, noiosa. Ma poi provai una sorta di emozione – niente a che vedere con la rabbia che mi ispirava New York – una specie di malinconia vagamente disperata, quasi tenera, non lontana dal sentimento che avevo provato, in gioventù, leggendo i romanzi russi”.




  
 Nel 1961 è la volta di Tokio, altra città e altro libro:

 





Infine non poteva mancare la città nella quale Klein ha scelto di vivere, fin dagli studi alla Sorbona e dalle sue prime esperienze come pittore, Parigi. Klein la ritrae prevalentemente piena di gente, frettolosa, multietnica, multiculturale, colorata, molto lontana dal cliché della città romantica e brumosa di tanti altri artisti.






Negli anni Novanta Klein ritorna alle origini, nel senso che riprende in mano i pennelli e rielabora alcune sue celebri opere:

“Ripresi in mano i pennelli per la prima volta dopo molti anni. Ma riprodurre le linee, i cerchi e le croci che tutti i fotografi del mondo usano per evidenziare gli scatti scelti non mi bastava.

Vidi la possibilità di inventare un nuovo tipi di oggetti artistici coniugando in modo organico, non arbitrario, pittura e fotografia.

Stranamente, il mio metodo di lavoro era completamente diverso da quello che utilizzavo quando stavo con Léger e anche dopo, al tempo delle astrazioni geometriche hard edge. Per Léger le pennellate di Van Gogh, Picasso e degli action painters erano bandite. Le forme dovevano avere contorni netti e superifici piatte… Ma quando iniziai a dipingere i provini ci furono solo pennellate di esultanza. L’esultanza della pittura richiamava la gioia che si prova scattando una fotografia. Per me scattare una foto era una gioia, era un’esperienza fisica che mi dava la carica”


giovedì 26 novembre 2015

La strana biblioteca




La strana biblioteca è una favola di Haruki Murakami  che, nell’edizione italiana, è illustrata da Lorenzo Ceccotti. Una settantina di pagine scritte a caratteri grandi, con lo stile semplice e un po’ enigmatico di tutte le fiabe, intervallate da numerose  inquietanti illustrazioni. Una lettura di pochi minuti che libera una gran quantità di immagini, ci si mette più tempo a riflettere sul suo possibile significato che a leggerla.

C’è una biblioteca, c’è un bambino, e c’è il male. Nella biblioteca, nel labirinto degli infiniti mondi che si parlano, si intrecciano e si rincorrono, le tenebre possono essere rischiarate dalla luna nuova, si possono fare incontri con le più tenere creature dei tuoi sogni, e si può sperare che il cane feroce che ti terrorizza e ti mangerà vivo sia invece attaccato e annientato dal tuo piccolo storno. E quando uscirai dal labirinto delle pagine, il male rimarrà prigioniero lì dentro e nessuno ti farà domande, né ti chiederà spiegazioni.

Nel mondo reale non è così, la sofferenza e la solitudine si dissolvono con molta più fatica. “Quando sono solo, il buio intorno a me si fa molto profondo. Come in una notte di luna nuova”. Il mio piccolo storno rimarrà sempre un uccellino, non incontrerò mai l’uomo pecora e nessuna ragazza dalla pelle splendente come la luna verrà a sedersi vicino a me.

Come sarebbe bello se la tristezza e il dolore potessero sempre essere rinchiuse tra le pagine di un libro….

Pubblicato per Qlibri; per visualizzare commenti e scheda libro  clicca qui

domenica 31 agosto 2014

Quando mancano le parole



La scrittrice belga Amélie Nothomb è nata e vissuta diversi anni in Giappone, Paese nel quale sono ambientati anche alcuni dei suoi libri.
Nella lingua giapponese esiste un termine che manca in altre lingue, per definire un concetto che sembra un ossimoro. Natsukashii è la nostalgia felice ed è ciò che si prova, come spiega la Nothomb, “nell’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza”.
Non è un’emozione o un concetto che manchi alla nostra esperienza: manca piuttosto la parola, tanto che per esprimerla dobbiamo ricorrere ai segni esteriori e ai gesti, come Proust con la madeleine.
L’Occidente tende a considerare la nostalgia come una debolezza, la irride, la disprezza. La considera, per dirla con la Nothomb, “un valore passatista tossico”.
Io non sono né un esperto né tutto sommato un grande ammiratore del mondo orientale e giapponese in particolare. Però mi affascina quella capacità che a oriente c’è e a occidente molto meno, di stare in silenzio, di andare oltre le parole, di non lasciarsi prendere dal panico ogni volta che il torrente di suoni in cui siamo continuamente immersi si interrompe per un breve intervallo.
E poi siamo ossessionati dal “fare”. Dobbiamo riempire la nostra giornata e tutte le giornate della nostra vita, di parole, fatti, azioni. Spesso un libro giapponese o un film cinese ci irritano perché la sensazione è che non succeda mai nulla.
“La nostalgia felice” è un libricino di poco più di cento pagine, una sorta di diario della scrittrice che ritorna dopo molti anni nella terra della sua infanzia e giovinezza, dove incontra la sua vecchia tata, un suo ex fidanzato, la traduttrice e l’editore giapponese dei suoi romanzi. E visita la città di Fukushima dopo il terremoto dell'11 marzo 2011 e conseguente incidente alla centrale nucleare.
In cento pagine non succede effettivamente quasi nulla o viene raccontato in modo che sembra non succeda nulla. Eppure la scrittrice, con troupe televisiva al seguito, nei dieci giorni di permanenza sul suolo giapponese non si ferma mai: Shukugawa, Kobe, Kyoto, Fukushima e infine su e giù per Tokyo.
I fatti e i luoghi si intravedono appena, giusto per evocare un’emozione e lasciare alla fantasia del lettore il compito di interpretare ed estendere quell’emozione. Sembra di osservare quelle fotografie dove le immagini sono manipolate con varie tecniche per renderle più sfocate, o in negativo, o stilizzate. Come ci fosse uno schermo deformante a proteggere il pudore di chi racconta e a offrire infiniti spazi interpretativi ed evocativi a chi guarda, o legge.
Oltre al diario interiore, il libro ci offre anche una sorta diario di viaggio, con interessanti osservazioni (almeno per me, che non ne so nulla) sui luoghi di questo personale pellegrinaggio della memoria. La visita alla Fukushima del post terremoto, è occasione per un omaggio ad alcune virtù tipicamente nipponiche.
Il natsukashii può accendersi anche prendendo spunto da oggetti assolutamente ordinari come la biancheria, un canaletto di scolo, le fogne, le finestre dei bagni scolastici. Naturalmente, trattandosi di un viaggio nei luoghi dell’infanzia, c’è spazio anche per scivoli e altalene.
Il ripetuto collegamento tra scampoli di vita apparentemente irrilevanti e le più profonde cavità dell’anima qualche volta mi affascina e qualche volta mi sembra stucchevole. Mi evoca il “racconto della perversione” che Calvino incluse in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.
Quando le corde della nostra emozione non sono perfettamente in sintonia con quelle dell’autore, può essere che siamo noi un po’ insensibili, ma può anche essere che l’autore stia un po’ bluffando.
Oppure sta parlando a un selezionato gruppo di lettori. Nel caso della Nothomb: quelli che amano incondizionatamente il Giappone oppure quelli che hanno letto tutti o buona parte dei suoi libri. Io non appartengo né al primo gruppo, né al secondo e dunque mi rimane addosso per tutte le pagine un vago senso di spaesamento e di estraneità.
Al lettore italiano può infine succedere di avere un sussulto che la scrittrice belga non avrebbe mai pensato di provocare. Durante un viaggio in treno, la Nothomb si chiude in bagno per parlare al cellulare. Il pensiero va ovviamente ai logorroici conversatori telefonici di casa nostra, capaci di infliggere i più intimi dettagli dei fatti loro a interi scompartimenti ferroviari. Proporrei di mandarli in Giappone, o almeno di farli passare sotto lo sguardo accigliato della severa Amélie.