Por detrás de ti te busco.
No en tu espejo, no en tu letra,
ni en tu alma.
Detrás, más allá.
Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio
e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, più oltre.
Pedro Salinas, La voce a te dovuta
«L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla». Italo Calvino, “Il cavaliere inesistente”
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martedì 7 marzo 2017
La voce a te dovuta
giovedì 1 settembre 2016
Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess
“I ragazzi Burgess”, penultimo romanzo di Elizabeth
Strout, ci parla della complessità dei rapporti famigliari, di quanto possono essere chiuse le piccole comunità paesane, della difficoltà di capirsi fra diversi, ma è anche una lettura godibile e rilassante, come guardare una commedia holliwoodiana anni ’50 alle
cinque del pomeriggio. Potete leggere la trama e altre recensioni qui.
Il prologo, nel quale due vedove, madre e figlia, conversano e rievocano le comuni conoscenze , scostando pensosamente le tende per
guardare le betulle, dà il tono all’intera narrazione, come se l’autrice
volesse ammorbidire l’impatto degli eventi più drammatici, stemperandoli nella
luce tiepida del suo stile confortevole.
Seguendo i personali ricordi delle due
signore, si fa velocemente amicizia con Jim, Bob e Susan Burgess, si conoscono
i rispettivi coniugi e anche Zachary, il ragazzo ignorantello e impaurito che
dà impulso alla storia e ne sostiene la trama fino almeno a metà.
Nella prima parte i personaggi sono vivi e credibili, pur
riconducendosi ciascuno a qualche archetipo del cittadino americano, e sono ben
inseriti in tematiche culturali e sociali appena tratteggiate, per non
disturbare troppo i personaggi in primo piano, eppure rese efficacemente.
Da metà in poi, il romanzo ha una svolta, il motore iniziale
della storia rallenta e si spegne e rimangono i personaggi, soli e nudi e senza
maschera. “Nessuno mi può giudicare” potrebbe essere il titolo di questa
seconda parte o, come la vedova più anziana afferma nel prologo, “nessuno
conosce mai veramente qualcuno”. E' nella seconda parte che l'attenzione si sposta dalle dinamiche sociali a quelle famigliari.
L’eroe abile, disinvolto e pragmatico della prima parte,
quello attento ai bisogni e alle debolezze umane (per prendersene cura, nel
caso dei propri familiari, oppure per sfruttarli a proprio vantaggio, nel caso
di avversari e ostacoli nella battaglia per la vita), il self made man che non
sopporta i gretti razzisti ma è ugualmente allergico alle ipocrisie dei
moralisti di professione e infastidito dal fanatismo del “politically correct”,
l’uomo fuggito dall’ambiente chiuso del Maine e che riesce a non farsi
fagocitare dalla Grande Mela, il professionista di successo, il marito
invidiato, il padre che tutti vorrebbero avere ha un suo lato oscuro. Non
sorprende che ci sia, perché ce lo aspettavamo e avevamo messo in conto che
potesse essere esattamente “quello”. Sorprende piuttosto che questa scoperta
abbia il potere di mandare in frantumi il personaggio e buona parte del
mordente della storia.
Il romanzo funziona ancora, perché a questo punto il lettore
è stato saldamente agganciato all’amo, però non c’è più la naturale scioltezza
dell’avvio.
Una volta chiuso e rimesso il libro al suo posto sullo
scaffale, ci capiterà di ripensare a Jim, Bob, Susan, Hellen, Pam e Zach come a
persone incontrate in una lunga e piacevole vacanza, che ci hanno fatto
divertire, ci hanno confidato qualche segreto e resi partecipi di qualche
angoscia, senza tuttavia risultare mai invadenti, né noiosi. Tutti insieme ci
hanno confermato che la famiglia è un delicatissimo intrico di sottili equilibri e che gli Stati Uniti d’America sono un posto dove è molto
complicato nascere, crescere e vivere. Insomma, ce n’è di che rimanere
soddisfatti, alle cinque del pomeriggio, tra un biscottino e l’altro, con il
sole che filtra delicato dalle tende, mentre fuori il vento accarezza le betulle.
“Che cosa farò, Bob? Non ho più una famiglia”.
“Sì che ce l’hai”, rispose Bob. “Hai una moglie che ti odia. Tre figli che ce l’hanno a morte con te. Un fratello e una sorella che ti fanno impazzire. E un nipote che una volta era una nullità, ma a quanto parte ultimamente lo è un po’ meno. Questo è ciò che si definisce una famiglia”.
martedì 2 agosto 2016
Lettera di Cicerone alla moglie Terenzia, 5 ottobre 58 a.C.
Competizione, potere e vendette
trasversali. Uso disinvolto della giustizia. Famiglie che pagano le scelte
scomode di chi si trova (momentaneamente o definitivamente) dalla parte
perdente della storia.
Queste sono alcune delle
suggestioni che mi suscita questa lettera di Cicerone, mentre cerco di
coglierne i collegamenti con la contemporaneità.
Antefatto e contesto: anni 66-63
a.C. Catilina, con l’appoggio di Crasso ed approfittando della lontananza di
Pompeo, tenta più volte la scalata al potere, blandendo, cospirando e
minacciando. Fiaccata dalla guerra tra Mario e Silla, la repubblica sta
attraversando i suoi ultimi convulsi decenni, tra rivolte degli schiavi,
ribellioni nelle province, scorrerie dei pirati e crescente malcontento popolare.
Ogni abile comandante militare, capace di fidelizzare le truppe e di sviluppare
proprie clientele è contemporaneamente una necessità e una minaccia per un
impaurito Senato, che ormai ripone le proprie speranze di sopravvivenza e
indipendenza soprattutto nella moltiplicazione dei condottieri e nella
competizione che ne scaturisce, cercando
di procrastinare il più possibile il momento in cui ne prevarrà uno solo. Cicerone,
appartenente ad un’agiata famiglia di possidenti, ha circa quarant’anni e
soprattutto ha l’energia, l’ambizione, l’abilità e la credibilità dell’uomo d’ordine,
capace di far “prevalere la toga sulla spada”, e allo stesso tempo può
presentarsi come homo novus, in grado
di innervare un’oligarchia ormai
asfittica e ripiegata su se stessa. L’aristocrazia nobiliare lo apprezza per il
suo valore, però lo considera, spocchiosamente, un corpo estraneo. Con un celebre discorso passato alla storia e
nei manuali di latino degli studenti di tutte le generazioni, Cicerone denuncia
in Senato il tentativo di colpo di Stato di Catilina e ottiene che cinque
congiurati siano condannati a morte seduta stante, con una forzatura giuridica fatta immancabilmente
rilevare da Giulio Cesare.
Cicerone fu davvero mosso
esclusivamente dall’urgenza di salvare la repubblica? Oppure colse la sua grande
e irripetibile occasione ed esagerò il pericolo, a costo di sacrificare vite
umane senza un giusto processo, pur di ritagliarsi il ruolo di salvatore della
patria? E’ questa la sua hybris, che fatalmente gli toccherà espiare?
La ruota gira, i problemi
rimangono irrisolti, i tre maggiori contendenti (Pompeo, Cesare e Crasso) si
studiano, nessuno se la sente di tentare l’affondo decisivo, anzi tatticamente
danno vita ad un’innaturale alleanza (un mostro a tre teste secondo la
definizione dello stesso Cicerone).
Tra i beneficiati dal nuovo
sistema di potere, un po’ diverso da quello per cui aveva lavorato un cultore
della legalità come Cicerone, vi è anche Clodio, il fratello minore della Lesbia
cantata da Catullo.
Costui aveva già creato scandalo e
sacrilegio introducendosi nella casa di Giulio Cesare travestito da donna durante
i misteri della Bona Dea, il cui accesso era vietato agli uomini. Il solito
Cicerone era stato il suo accusatore, ma Crasso lo aveva fatto assolvere,
comprando alcune testimonianze. Cesare stesso, nonostante Clodio con quella
bravata intendesse insidiarne la moglie, ripudiò Pompea (perché “la moglie di
Cesare deve essere sopra ogni sospetto”) ma non testimoniò contro di lui.
Dunque Clodio approfitta della
nuova situazione per vendicarsi di Cicerone e ottiene una legge contra personam, nel caso specifico una
legge che commina l’esilio a chi abbia fatto condannare a morte cittadini
romani senza consentire l’appello al popolo (ogni riferimento alla congiura di
Catilina di pochi anni prima ovviamente non è casuale).
L’esilio di Cicerone dura un anno
e mezzo, dalla primavera del 58 all’estate del 57, quando viene interrotto
anche per intercessione di Pompeo. Nel
frattempo i suoi beni sono stati
confiscati o distrutti e nel momento in cui Cicerone scrive da Tessalonica questa
lettera alla moglie Terenzia, si trova davvero in preda alla disperazione.
"Non credere che io scriva a nessuno lettere più lunghe, a meno che qualcuno non mi abbia scritto parecchio: allora penso che sia conveniente rispondergli; e infatti, non ho cose da scrivere e in questo periodo non faccio nulla con maggiore difficoltà. A te, poi, e alla nostra figliola non posso scrivere senza che mi sgorghino le lacrime dagli occhi.
Vi vedo in preda alla disperazione, voi che avrei voluto sempre al colmo della felicità: e questo avrei dovuto garantirvi, e se non fossi stato tanto debole ve lo avrei garantito. Ho un affetto grandissimo per il nostro Pisone, che se lo merita ampiamente. Gli ho scritto, come ho potuto, per fargli coraggio e per ringraziarlo nel modo dovuto. Capisco che riponi delle speranze nei nuovi tribuni della plebe. Può essere una sicurezza, purché Pompeo dia il suo benestare; ma tuttavia ho paura di Crasso. Vedo che ti comporti in ogni circostanza nel modo più coraggioso e amorevole, e non mi sorprende; ma sono desolato che le mie sventure trovino sollievo a prezzo di sofferenze tue così grandi: me lo ha scritto Publio Valerio, uomo di una cortesia squisita – e non ho potuto leggere le sue righe senza scoppiare a piangere - , in che maniera tu sia stata trascinata dal tempio di Vesta agli uffici del tribunale. Vita mia, mia sola nostalgia, a cui tutti solevano rivolgersi per avere un aiuto! E ora, Terenzia mia, saperti così tormentata, così afflitta nel pianto e nella umiliazione, e che questo avviene per colpa mia, che ho salvato gli altri per trascinare noi stessi alla rovina. Quanto a quello che scrivi della casa, cioè dell’area della casa, se solo essa mi sarà restituita solo allora io mi crederò reintegrato nei miei diritti. Ma queste cose non dipendono da noi. Soffro che per affrontare tutte le spese che ci sono da fare tu ti riduca in ristrettezze crudeli. Se questa faccenda si conclude, otterremo tutto; se il destino continuerà a infierire su di noi, dovrai tu addirittura miseramente disperdere gli avanzi della tua agiatezza? Ti scongiuro, vita mia; riguardo alle necessità impellenti lascia che ti diano una mano quelli che possono (solo che lo vogliano!) e se mi ami non logorare la tua salute così fragile. Giorno e notte mi stai davanti agli occhi; vedo anche che a te fa capo ogni cosa. Perciò abbi rispetto per la tua salute, se vuoi che otteniamo quello che speri e per cui ti adoperi. Non so a chi debba rivolgermi se non a quelli che scrivono a me o a quelli di cui voi scrivete a me qualcosa. Non andrò più lontano, se è questo che desiderate; ma vorrei vostre lettere il più spesso possibile, specie se c’è qualche cosa di più solido su cui fondare le nostre speranze. Addio, nostalgia del mio cuore, addio."
Marco Tullio Cicerone, Lettere - traduzione di Riccardo Scarcia, BUR 1981. Ripreso in “Cara amata immortale”, Le più grandi lettere d’amore di tutti i tempi – a cura di Roberta Serra, Bompiani 1998
sabato 21 febbraio 2015
Furore, film di John Ford (1940)
Furore, tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck (1939), nel 1941
vinse il premio Oscar come miglior film. Tom Joad fu interpretato da Henry Fonda, che ebbe la
nomination, ma non vinse il premio per il miglior attore protagonista. Oscar
anche alla regia per John Ford. A Jane Darwell (mamma Joad) l’Oscar per la
miglior attrice non protagonista.

The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck
Chiudiamo gli occhi e proviamo ad
immaginare.
Una tempesta di polvere, un
disastro ecologico di grandi proporzioni, favorito da decenni di avido
sfruttamento della terra.
Un esodo, una massiccia migrazione, che dalle terre inaridite conduce migliaia di
famiglie verso una speranza di lavoro, cibo, sopravvivenza.
Un sistema finanziario e bancario
che per sopravvivere deve continuare ad alimentarsi anche quando la terra
diventa sterile per umana insipienza e
ingordigia, anche quando gli uomini non hanno di che mangiare e pagare le
tasse, anche quando le famiglie digiunano e non hanno più casa.
Un muro compatto di funzionari,
impiegati, operai, commercianti, piccoli
risparmiatori, pensionati e poveri diavoli: per sfamare se stessi e le
loro famiglie seguono senza colpa le fredde leggi di un sistema in base al
quale gli appetiti servono unicamente ad alimentare nuovi e più grandi appetiti
e dove chi si accontenta non gode, ma soccombe e lascia spazio al più forte, al
più fortunato, al più ingordo, al più veloce.
Una terra ricca e fertile,
un’agricoltura che è diventata commercio e industria e poi finanza. Un mondo di
benessere che attrae, che richiama, che ha bisogno di braccia, tante braccia, e
più sono e meno costano, dunque occorre chiamare uomini, donne e bambini da
lontano, molto lontano, abbagliati dal miraggio e disposti a tutto.
Una moltitudine in movimento che
varca confini e occupa spazi, che ha fame e non ha soldi, che è primordiale nei
suoi bisogni e dunque appare rozza, brutale, sporca, minacciosa, infetta.
Una comunità sotto assedio, che
teme per il proprio lavoro, la propria casa, la propria salute, la propria
sicurezza, le proprie donne, la propria identità e il timore diventa paura e la
paura diventa odio e l’odio diventa pregiudizio e l’ignoranza propaga il pregiudizio,
l’odio, la paura.
Chi ha paura cerca una difesa.
Contro la sporcizia, contro le malattie, contro la criminalità, contro il
pericolo venuto da lontano. Occorre stringersi, unirsi, armarsi, vigilare,
respingere.
E c’è, soprattutto, l’inesorabile
legge della domanda e dell’offerta che regola il mercato, il delicato
meccanismo che per essere mantenuto tonico ed efficiente deve fondarsi sullo
spreco, sulla deliberata distruzione di parte del raccolto per tenerne alto il
prezzo.
Ma sacrificare i frutti della
terra in nome del dio denaro, mentre gli uomini non hanno di che sfamarsi,
significa commettere azione empia verso la terra e verso gli uomini. E‘ una
ubris che aspetta di essere risarcita, e infatti i grappoli d’uva lasciata
marcire sui tralci diventano grappoli d’ira, collera, furore.
Ora possiamo riaprire gli occhi.
Dove abbiamo visto tutto questo?
Queste immagini, queste scene che
potrebbero essere cronaca del XXI secolo fanno da sfondo e da ambientazione ad
un grande romanzo scritto settantacinque anni fa e ancora in grado di competere
in attualità, forza e incisività con
tante inchieste, ricerche o riflessioni contemporanee.
John Steinbeck scrisse Grapes of
Wrath nel 1939, dopo aver studiato la condizione di vita dei contadini dell’Oklahoma
a metà degli anni Trenta del secolo scorso, quelli che seguirono la Grande
Depressione e sconvolti dalla Dust Bowl, il cataclisma che li fece migrare in
massa verso ovest, alla disperata ricerca di lavoro.
La storia della famiglia Joad, del
suo viaggio della speranza lungo la Route 66 vuole riassumere e rappresentare l’epopea
di un’intera generazione di agricoltori e
favorire la denuncia di “un’economia
che uccide” , come dice Papa Francesco. Se “Nutrire il pianeta, energia per la vita” (tema
di Expo 2015) ci sembra un obiettivo oggi tanto utopico quanto urgente e
necessario, è segno che in questi decenni ancora tante famiglie Joad in ogni
parte del globo hanno intrapreso con diverse fortune il loro viaggio della
speranza.
Pagine che scorrono veloci,
parole che pungono, personaggi che rimangono impressi. Tra tutti, mi piace
ricordare due donne. L’immensa Ma’, vero centro di gravità della famiglia,
titanica e bellissima nel suo impossibile sforzo di tenere unita la famiglia e
nel difenderne valori e dignità, e la piagnucolosa Rose of Sharon, a cui spetta
l’onore della scena finale del romanzo, perché anche i deboli talvolta trovano
nelle avversità qualche occasione di riscatto.
Storia che scava, che colpisce,
che ispira (John Ford, Woody Guthrie, Bruce Springsteen) e che continuerà a
parlarci a lungo. “Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in
tutti i posti … dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che
lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì …. Dove c’è uno sbirro che
picchia qualcuno, io sarò lì … e sarò nelle risate dei bambini quando hanno
fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose
che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito … be’, io sarò lì”.
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