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sabato 14 settembre 2024

Donna in blu, Johannes Vermeer









 



"Pensa ad esempio, alle donne di Vermeer, sole nelle loro stanza, con la viva luce del mondo reale che penetra da una finestra (a seconda dei casi aperta o chiusa); e alla profonda fissità di quelle solitudini, evocazione quasi atroce del quotidiano e delle sue varianti domestiche, Pensa, in particolare, a un dipinto visto durante il viaggio ad Amsterdam, Donna in blu, la cui contemplazione, al Rijksmuseum, quasi lo paralizzò. Come ha scritto un critico: <<La lettera, la mappa, la gravidanza della donna, la sedia vuota, la scatola aperta, la finestra che non si vede: tutte sono allusioni o simboli naturali dell'assenza, del non veduto, di altri spiriti, altre volontà, altri tempi e luoghi, del passato e del futuro, della nascita e, forse, della morte. In generale di un mondo che trascende i confini della cornice, e di orizzonti più vasti, più ampi, che si chiudono dando di cozzo nella scena sospesa davanti ai nostri occhi. Ed è tuttavia sulla pregnanza e sull'autosufficienza dell'attimo presente che insiste Vermeer; con convinzione tale che la sua capacità di orientare e contenere si carica di valore metafisico.>>

Ancor più degli oggetti elencati, è la qualità della luce che entra dalla finestra non vista che lo persuade a volgere l'attenzione verso il difuori, al mondo oltre il dipinto. A. fissa attentamente il volto della donna, e a poco a poco riesce quasi a udirne la voce interiore mentre legge la lettera che ha nelle mani. Quella donna così avanti nella gravidanza, così tranquilla nell'imminenza della maternità, con la lettera estratta dalla scatola, sicuramente letta già cento volte; e lassù, appesa al muro alla sua destra, una mappa del mondo che è immagine di tutto quanto esiste fuori dalla stanza: quella luce, che scende dolcemente sul suo volto e si riflette sul grembiule blu, il ventre gonfio di vita il cui blu è immerso nella luminosità, in una luce così pallida da essere quasi bianca. Far seguire altri esempi analoghi: Donna che versa il latte, Donna con la bilancia, Donna che indossa le perle, Giovane donna alla finestra con una brocca, Fanciulla che legge una lettera alla finestra aperta. La pregnanza e l'autosufficienza dell'attimo presente."

Paul Auster, L'invenzione della solitudine

sabato 19 settembre 2015

Danny l'eletto

Fin dalle origini della tradizione chassidica, il tzaddik era il capo della comunità, un uomo particolarmente devoto, sapiente e sensibile, che la gente seguiva con fiducia e a lui si rivolgeva per ogni problema. I chassidim riconoscevano nello tzaddik un vincolo sovrumano tra loro e Dio.
Come spesso succede quando i movimenti spontanei, guidati da uomini particolarmente carismatici, si cristallizzano e diventano istituzioni, anche nel chassidismo ci furono abusi. La carica di tzaddik divenne spesso ereditaria, molti tzaddikim vivevano come monarchi orientali, le comunità divennero clan chiusi e dogmatici che, anche per il tramite di barbe, riccioli e vestiti scuri con le frange, si illudevano di fermare il tempo alla Polonia del diciottesimo secolo.
Ogni aspetto estraneo allo studio del Talmud era un potenziale pericolo e si composero liste di cose lecite e di cose proibite, molti libri vennero messi al bando e si diffuse la pratica dei matrimoni combinati fin dalla più tenera età. Studiare le materie ebraiche in lingua ebraica anziché in yiddish era considerato un peccato inaudito, perché l’ebraico era la Lingua Santa e usarlo normalmente in classe era una profanazione del Nome di Dio.
Quando il movimento sionista iniziò a propugnare uno Stato ebraico in Palestina, trovò nelle comunità chassidiche uno strenuo avversario, perché non si ammetteva una patria ebraica che non avesse al centro la Torah, non doveva quindi esserci una patria ebraica fino all’avvento del Messia.
Fanatismo? Certamente. Eppure anche un ebreo liberale, pur non condividendo affatto queste scelte e questi comportamenti, può affermare che “il fanatismo d’uomini dello stampo del rabbino Saunders ci ha conservati in vita durante duemila anni di esilio.
Le ultime, sconvolgenti quindici pagine di “Danny l’eletto” gettano una luce nuova su tutto il romanzo e rivelano che ci può essere un’infinita tenerezza nella dura roccia che protegge e custodisce le radici della pianta cresciuta con fatica al suo interno. Se ci si ferma alla superficie, si sperimenta solo il lato duro, ruvido, sgradevole, e anche violento, di uno stile di vita incomprensibile e inaccettabile.
Ma scavando in profondità (e per questo occorre che ci siano delle profondità, quindi l’integralismo non è per tutti) si può scoprire un sorprendente ed inesauribile pozzo di sensibilità, comprensione, amore ed empatia. Si può scoprire che dietro veti, bandi e proibizioni si nasconde la consapevolezza che essi saranno tutti abbattuti e che è ineluttabile che le regole formali, le prescrizioni, i codici siano prima trasgrediti e poi abbandonati. Nel frattempo, con severità, disciplina e rigore ben oltre ogni limite comprensibile, avranno forgiato un’anima, avranno formato un uomo.
Quest’uomo potrà anche tagliarsi i riccioli, la barba, smettere gli abiti scuri e le frange, ma rimarrà per sempre profondamente un tzaddik, un giusto, un sapiente, un caritatevole, un uomo che anche nella confusione delle strade del mondo non perderà mai la propria.
“Danny l’eletto” ci parla dell’amicizia di due ragazzi ebrei newyorkesi, alla fine della seconda guerra mondiale.  Reuven è figlio del professor Malter, un ebreo colto e di larghe vedute, sostenitore e promotore del sionismo. Daniel invece è figlio del rabbino Saunders, uno tzaddik di grande carisma, stimato, e rispettato da tutti.
Danny, destinato ad ereditare la carica del padre, è un ragazzo eccezionalmente intelligente, curioso e sensibile. Divora di nascosto letture “proibite”, stringe amicizie pericolose eppure non osa mettere in discussione né l’autorità del padre, né il severo (forse anche crudele) sistema di vita entro cui è cresciuto.
Non si tratta solo di un grande romanzo sull’amicizia: il libro ci parla anche di padri e di figli, di silenzi e di incomunicabilità, di parole dette in silenzio, di canali di comunicazione incredibilmente tortuosi, che devono farsi strada tra le complessità dell’anima.
E’ un libro che invita anche a riflettere, noi apparentemente liberi, liberali, laicissimi, aperti e democratici. Ci invita a non fermarci all’aspetto sgradevole e aspro della roccia, ad andare oltre le idee e i comportamenti che ci sembrano incomprensibili, arcaici, ottusi e bigotti. Troppo facile denigrarli, rifiutarli, rispondere al fanatismo con altrettanto fanatica superficialità. L’istinto sarebbe quello, ed è naturale. Infatti, anche l’amicizia tra Reuven e Danny nasce da uno scontro, dall’odio persino. Ma poi i due ragazzi fanno leva sulle proprie qualità e da quella contrapposizione nasce una grande amicizia, un legame solido, un ponte tra due mondi apparentemente incomunicabili.
Non dovremmo mai dimenticare che il dialogo è sempre possibile. A due condizioni: che si abbia la voglia e la capacità di scavare, e che sotto la superficie ci sia qualcosa.
Crescere un figlio nel dolore e nel sacrificio, imporre a sé e agli altri privazioni e sofferenze, continuerà a sembrarci un prezzo inaccettabile per forgiare un carattere. Ma chi vive in un mondo protetto da barriere sa e si aspetta che esse siano superate prima o poi, sa che quel mondo si dissolverà e si mescolerà con altri mondi.
Forse è proprio su questo che si fonda il dialogo: la capacità di guardare avanti, pur senza dimenticare la validità delle proprie ragioni e restando intimamente fedeli alle proprie radici.


giovedì 29 maggio 2014

Silenzio


Ecco, discretamente, il rumore dei suoi tacchi che si allontanano. Non la incontreremo mai più in questa vita, in questa città come in altre città, dopo questa notte. Ma quei passi e quel silenzio, dovunque.

Anna Maria Ortese, Silenzio a Milano

martedì 27 maggio 2014

Silenzio a Milano



“Reportage di anime”. Così sono stati definiti alcuni scritti di Anna Maria Ortese.

Silenzio a Milano, raccolta di articoli e racconti scritti alla fine degli anni ’50 conferma pienamente quella definizione. Che si parli della Stazione Centrale, vista come porta di comunicazione con le moderne divinità della produttività e della laboriosità alienante, tempio in cui si celebrano rinnovati sacrifici umani in omaggio al Vuoto, al Brutto e all’Inutile, o dei ragazzi disadattati di Arese, malinconici prigionieri dell’attesa di un focolare domestico che da tempo li ha esclusi, la sostanza non cambia.

Documentandomi un po’ sull’autrice, anche sulle opere che non conosco, ho appreso che il silenzio riveste una particolare importanza per  la sua poetica, a cominciare dalla poesia d’esordio “Manuele” scritta per il fratello marinaio, morto al largo della Martinica.

In Silenzio a Milano ci sono sette articoli e racconti e almeno altrettanti tipi di silenzio.  In “Una notte alla stazione” c’è il silenzio che scende sui luoghi della produttività meneghina e come la nebbia li avvolge, dopo che la città ha consumato il suo quotidiano pasto di vite umane. “I ragazzi di Arese” ci parla del silenzio di chi non ha voce per farsi sentire, o di chi può solo urlare il proprio dolore dietro una spessa barriera di vetro. “Locali notturni” evoca il silenzio che ci sorprende a festa finita, quando gli orchestrali se ne vanno, la malinconia di tutti i giorni resta e misuriamo quanto effimero sia ogni tentativo di evasione. “Le piramidi di Milano” rivelano il silenzio di morte che abita lo spazio riservato a conservare l’ordine e il rispetto della Legge. Con “La città è venduta” partecipiamo al silenzio di chi non sa rispondere a domande che sarebbe meglio evitare, fuggire, dimenticare. Con “Il disoccupato” scopriamo il silenzio cupo e ostinato dell’efficienza che respinge coloro che non si adeguano e non si adattano ad essere trasformati in “cose”, senza occhi per guardare e cuore per vivere (eppure il milanese Berto, così innocentemente fiero delle vendite di elettrodomestici e il calabrese Antonio, inebetito dalla sua incapacità di integrarsi, rappresentano due modi diversi di essere disgraziati, uniti già dal loro primo incontro in sanatorio). E infine “Lo sgombero” ci mostra il silenzio di chi scopre con sgomento che il mondo non sa cosa farsene dei valori e delle qualità umane, anzi, sono proprio i sani principi e i buoni valori che rendono inadeguati e inadatti a vivere.

La Ortese ha un radar speciale per cogliere frammenti di varia umanità nascosti in un gesto, uno sguardo, una pausa, un’increspatura della voce o nelle rughe che attraversano un volto. Poi ricompone tutti i frammenti per ottenere storie vive, reali o di fantasia, ma sempre autentiche.

Quando scrive come giornalista, illuminante a questo riguardo il pezzo sulla Stazione Centrale, “porta del lavoro, ponte delle necessità, estuario del sangue semplice”, la Ortese ci offre uno spicchio di realtà parziale e personalissimo, su cui si può anche dissentire nel merito, senza che questo impedisca di rimanere incantati dall’efficacia e dalla bellezza della sua rappresentazione.

In un primo tempo si può dubitare che sacrifichi la verità in omaggio alla bellezza, ma poi ci si convince che ciò che scrive è autentico (che è già una buona approssimazione al vero) in quanto intrinsecamente bello.

Le ideologie, gli stereotipi, i freddi numeri che possono essere usati per dire tutto e il contrario di tutto, si sbriciolano davanti alla stupefacente capacità della Ortese di cogliere l’essenziale che, se non proprio invisibile agli occhi come sosteneva Antoine Saint Exupery, certamente non si lascia facilmente catturare da microfoni, telecamere e registratori.

E siamo al “reportage di anime”, espressione utilizzata per descrivere i suoi articoli scritti nel 1954 per l’Europeo come inviata in Russia. Questi articoli, ripubblicati cinquant’anni dopo, sono stati il primo contatto che ho avuto con questa scrittrice e mi hanno immediatamente impressionato per la loro bellezza, per il modo così inconsueto, così vero, così intimo di affrontare una pagina giornalistica.

Ho scoperto recentemente che proprio questi articoli, per i quali la Ortese fu accusata di essere da una parte troppo severa e dall’altra troppo benevola nei confronti della Russia di Stalin, scatenarono polemiche e furono l’inizio del progressivo distacco dell’Ortese dal Partito Comunista Italiano. Sancirono anche un’altra rottura: quella tra la scrittrice e le donne. La Ortese fece infatti il viaggio in compagnia di una delegazione dell’Unione Donne Italiane, che non mancò di farle sentire tutta la propria ostilità per aver scritto “Il mare non bagna Napoli” , una raccolta di racconti impietosi su questa città. “Tornai dalla Russia con dei dubbi sulla natura femminile, da allora le donne mi sono piaciute di meno” concluse la Ortese.

L’espressione “reportage di anime” mi sembra molto calzante anche per Silenzio a Milano perché rende un  l’idea di ciò che distingue questi scritti da un’atmosfera che altrimenti sembrerebbe di stampo “neorealista”.  La Ortese va invece molto oltre la rappresentazione di un contesto sociale e dei tipi umani che lo caratterizzano.

L’impressione è che la sua forza  stia soprattutto nella curiosità e nell’empatia con l’essere umano e nella sincerità dello sguardo con cui cerca di comprenderlo, indipendentemente dalla posizione sociale, dal ruolo professionale, dalla lingua, dalla latitudine, dalla cultura.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di Sole:

ed è subito sera”

Per raccontare i tanti modi di vivere quella solitudine e quella brevità, la Ortese usa sia la cronaca giornalistica, (nella quale a ben vedere non ci parla veramente di Napoli o di Milano, della Russia o dell’Italia, ma sempre e soltanto di quella solitudine e di quella brevità)  sia il racconto.

Anni dopo introdurrà anche l’elemento fantastico, tanto da far parlare qualche critico di “realismo magico”, ma questo è un nuovo capitolo che anch’io devo ancora iniziare. Magari proprio quest'anno, visto che il prossimo 13 giugno sarà il centenario della nascita di questa grande scrittrice.

martedì 17 settembre 2013

Il silenzio del mare



Avvertenza per l’uso, soprattutto a beneficio degli amanti del mare, che vedo già pronti a “tuffarsi” in pagine piene di profumo di salsedine e dolce sciabordio delle onde: il mare di cui si parla in questo libro (non un romanzo, ma un racconto di una quarantina di pagine) è soltanto metaforico.

Come sotto  la superficie silenziosa e apparentemente quieta del mare, innumerevoli esseri viventi lottano tra di loro, così nel silenzio impenetrabile che avvolge tre persone costrette a coabitare sotto lo stesso tetto nella Francia occupata dai nazisti, si agitano e pulsano svariate emozioni, inquietudini, attrazioni e costrizioni.

1940 - In una cittadina francese un uomo e la sua giovane nipote sono costretti ad ospitare il giovane ufficiale tedesco Werner von Ebrennac. In quanto nemico, decidono di non rivolgergli mai la parola, nonostante egli sia un uomo gentile, colto e sensibile, e si comportano come se non esistesse. I tre personaggi avrebbero tutto per piacersi: lo stesso amore per la musica, la stessa delicatezza d'animo e, nel caso dei due giovani, un reciproco magnetismo, un'attrazione tanto forte quanto disperatamente soffocata.

Su tutto s'impone il risentimento per la libertà violata, la dignitosa e intransigente ribellione a ogni forma di oppressione, la volontà di non concedere nulla al nemico, quand'anche si presentasse con i tratti amichevoli e garbati del giovane von Ebrennac.

"Io non posso offendere un uomo senza soffrire, si tratti pure anche del mio nemico" dice lo zio. Empatia, stima, ammirazione, passione amorosa, filtrano attraverso la glaciale indifferenza dei due francesi e i lunghi appassionati monologhi del tedesco. Alla fine del racconto non sapremo nulla dei due patrioti, nemmeno i loro nomi, mentre sapremo moltissimo dell'ufficiale: musicista e compositore, figlio di un socialista europeista (e dalle origini francesi, come rivela il cognome), cresciuto con il culto per la musica tedesca e per la letteratura francese, studi a Monaco, Norimberga, Stoccarda e Salisburgo, viaggi a Londra, Vienna, Roma e Varsavia. Tutto ciò non è sufficiente a vincere l’irremovibile rifiuto per l’occupazione che la sua presenza nella casa rappresenta.

Il vero protagonista del racconto è il silenzio, nel quale apparentemente non succede nulla e dove si dicono invece molte cose. E il silenzio, semplice e tuttavia carico di significati, ci accompagna anche  nella scena finale, facendoci capire che si tratta di silenzio che continuerà a parlare.

Pare che quando il libro uscì in Germania, l’autore ricevette molte lettere di protesta in merito al carattere dell'ufficiale, che i lettori tedeschi giudicavano inverosimilmente troppo delicato.

Il racconto fu scritto nel 1942 dal disegnatore satirico Jean Bruller, che si nascose sotto lo pseudonimo di Vercors. De Gaulle lo fece tradurre su un volantino, per paracadutarlo in Inghilterra, come per sottolineare il patriottismo di cui erano capaci i suoi connazionali. In seguito fu diffuso in tutto il mondo. In Italia fu tradotto da Natalia Ginzburg.


Vercors, Il silenzio del mare