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domenica 25 giugno 2017

La provvidenza rossa



Viaggio molto interessante nel Partito Comunista Italiano nel periodo della sua massima forza elettorale e della sua capacità di influenza nella società italiana.

Un “mistery”, una storia a cui partecipano personaggi fittizi e reali e che incrocia fatti realmente accaduti a vicende totalmente inventate.

Lodovico Festa, ex dirigente del PCI milanese e successivamente co-fondatore de “il Foglio”, ci mostra dall’interno il funzionamento di un sistema che, molto prima di trasformarsi in una “giocosa macchina da guerra” e perciò affondare e disperdersi mestamente in tanti rivoli, fu un caso impressionante di stato nello Stato, una struttura di potere efficientissima e capillarmente ramificata, proiettata verso obiettivi politici forti, e in grado di interloquire alla pari e riservatamente con altre strutture di potere del nostro Paese come la Chiesa Cattolica, le forze dell’ordine, i giornali, e di condizionare interi settori della società civile come la scuola, le università, la cultura.

Con il pretesto di narrare l’indagine parallela (della polizia e del partito) sull’omicidio di una militante alla fine del 1977 (pochi mesi prima che con il caso Moro in Italia cambiassero molte cose) l’autore ci accompagna nel suo vecchio mondo, permettendoci di osservare in presa diretta ciò che finora potevamo soltanto immaginare. Vengono mostrate, tra le altre cose, la complessità e l’ambiguità, l’idealismo e la doppiezza, la potenza e i germi del successivo decadimento, la disciplina e la passione, il culto per l’efficienza e la riservatezza, la precisione e il tatticismo e soprattutto la fitta rete di relazioni, che permetteva di dialogare senza chiasso con tutti e su tutto. Una grande storia indubbiamente, che merita rispetto e che suscita inquietudine.

Avesse scritto un saggio, sarebbe stata probabilmente una mattonata che ti dovevi fermare a metà del titolo. Invece Festa ci porta dentro le cose, e ce le fa vivere attraverso i funzionari, i sindacalisti, gli intellettuali, i giornalisti, gli imprenditori, le cooperative, gli ex-partigiani, gli infiltrati, i faccendieri, le spie, i pensionati, i circoli Arci, i semplici militanti. Si concede anche qualche consapevole anacronismo perché, come spiega nella nota finale, è “interessato a ricordare più le atmosfere, gli ambienti, le sequenze, le connessioni psicologiche (forse non inverosimili) che la precisa scansione degli avvenimenti”.

In questo modo riesci a digerire le oltre cinquecento pagine del romanzo (forse con qualche ripetitività di troppo verso la fine) impari parecchio e ti diverti pure.
Consigliato a chi è interessato alla storia italiana tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni 70 del secolo scorso e in particolare a chi vuole concedersi una visita nella sala macchine, o nella cucina, ormai diventati pezzi da museo, di un vecchio, glorioso, controverso e potente partito.

mercoledì 26 aprile 2017

Torto marcio



“Torto marcio” di Alessandro Robecchi è un giallo ambientato a Milano, dove nella primavera 2017 avvengono degli strani omicidi nei quali sopra il corpo della vittima viene misteriosamente deposto un sasso. Massoneria? Islamisti? Terroristi? E le vittime? Cos’hanno in comune, quali vite hanno vissuto, quali sono stati i loro affetti, affanni, affari e segreti?

La verità ha molte facce, maschere, sembianze, travestimenti. C’è la famelica verità giornalistica, degli opinionisti e degli editorialisti per cui ogni fatto è la conferma di una teoria, il pretesto per la sferzata quotidiana a qualche comodo bersaglio, l’occasione per frenare l’emorragia di vendite e di lettori. C’è la perfida verità del gossip, della maldicenza e dell’osceno commercio di sentimenti di cui pullula lo show business. C’è l’ambigua verità dell’ideologia, che spesso riempie le menti più deboli fino a confonderle e, per mezzo di ingannevoli certezze, trasfigura falsamente anche le azioni più abiette.  C’è l’ingarbugliata verità giudiziaria, dei verbali di polizia e delle sentenze: una matassa di fili di cui si perde quasi sempre il capo, o la coda, o un tratto più o meno lungo, dunque una verità sempre incompleta, sbiadita e innaturale. C’è la rassegnata verità degli ultimi, di quelli hanno che sempre saputo che gli ultimi resteranno sempre ultimi e non si lasciano fagocitare da nient’altro che da questa unica amara verità. E infine ci sono i fatti, nudi e crudi, senza additivi, ricette, commenti e spiegazioni.

Con “Torto marcio” Alessandro Robecchi scrive una storia facendo un inevitabile uso di cliché da romanzo poliziesco, con l’aggiunta di un evitabile (ma per la verità più contenuto) uso di cliché sociologici e la popola dei suoi personaggi ricorrenti: l’autore televisivo Monterossi, il sovrintendente di polizia Carella, il vice sovrintendente Ghezzi. Ci offre anche una topografia di Milano spaccata a metà, tra i vincenti, che hanno avuto tutto, e gli ultimi, che hanno perso tutto, o non hanno mai avuto niente, né mai l’avranno. Salvo poi scoprire che gli estremi si toccano, per certi tratti si confondono, prima di dividersi tra chi è destinato a “due lire bastarde e spavento” e chi invece potrà permettersi i migliori studi, un buon matrimonio, una bella casa in centro, soldi, fama, potere.

Mi sono molto piaciuti quasi tutti i personaggi della storia, soprattutto quelli dei ceti più popolari, che danno immediatezza e spontaneità alla narrazione. Mi ha colpito la bizzarria di alcuni, tipo il ladro imbranato che però sa riconoscere al volo le opere di Balla e Depero. La signora Ghezzi mi ricorda, non so perché, la signora Maigret.  Monterossi  e Ghezzi ci propongono infine l’elogio dall’alternativo: ci raccontano tutta la bellezza, la difficoltà e l’amarezza della condizione di chi vorrebbe tanto essere normale, ma nell’acqua in cui è costretto a nuotare gli tocca andare sempre controcorrente. Pesci fuor d’acqua e fuori dal tempo, che anche quando fanno centro e ottengono una vittoria, scoprono che ha un sapore ancora più aspro e amaro della sconfitta.

Il romanzo si chiude significativamente sulle note di Bob Dylan:

Most of the time/I'm halfway content/Most of the time/I know exactly where it all went/I don't cheat on myself/I don't run and hide/Hide from the feelings/That are buried inside/I don't compromise/And I don't pretend/I don't even care/If I ever see her again/Most of the time

giovedì 29 ottobre 2015

BookCity Milano 2015




Archiviata lo scorso week end anche la quarta edizione di Bookcity Milano, manifestazione che anno dopo anno diventa sempre più interessante e coinvolgente. La formula degli eventi dislocati in diversi luoghi della città è molto azzeccata, semmai il dilemma è la scelta ogni volta pìù dolorosa tra le numerose proposte in programma.

Combinando desiderio di approfondimento per  letture in corso o appena terminate, curiosità per libri ancora in wishlist, tempo disponibile, logistica e molti altri fattori, alla fine sono riuscito a partecipare a quattro iniziative. In ordine cronologico: l’incontro con Nassim Taleb al Piccolo Teatro Grassi, l’incontro con Corrado Augias ancora al Piccolo Teatro Grassi, l’incontro con Antonio Scurati e Aldo Cazzullo al Castello Sforzesco e infine l’incontro con Raul Montanari alla Fondazione Catella.


Nassim Taleb, è l’autore del celebre Cigno Nero, il saggio in cui spiega l’enorme importanza dell’imprevisto nella vita individuale e nella storia e nel quale critica le pretese di economisti, matematici e analisti finanziari di spiegarci il mondo e di suggerirci cosa è giusto fare o non fare. Pubblicato nel 2007, e ovviamente diventato un best seller durante gli anni della crisi seguita al caso Lehman Brothers, il Cigno Nero ha diviso il pubblico e gli addetti ai lavori.

L’ultimo libro di Nassim Taleb è però Antifragile, nel quale sostiene che ad essere meglio attrezzato ad affrontare una crisi non è chi è “robusto”, ma chi è il vero opposto del fragile, ovvero l’antifragile, che significa agile, snello, poco centralizzato, poco burocratizzato, poco regolato e per questo resistente agli urti molto meglio di chi è pesante e corazzato.  Meglio una sana e vitale confusione, meglio i litigi e il disordine piuttosto che una soporifera, illusoria e temporanea quiete destinata a provocare catastrofi al primo cigno nero in agguato. Antifragile è del 2012 e, sarà un caso, mai come in questi ultimi anni il linguaggio aziendale, economico e politico ha fatto uso del termine “resilienza”, che in precedenza era utilizzato solo da ingegneri e psicologi. 
Tra i velluti rossi del Piccolo Teatro, intervistato da Danilo Taino del Corriere della Sera e da Alberto Foà di Acomea SGR, Taleb ha spiegato le sue teorie sulla gestione del rischio facendo riferimento a diversi argomenti di attualità e a interessanti richiami storici. Le frasi ad effetto:

“Alla fine i numeri mentono sempre, guardate alle passioni”

“Fidatevi esclusivamente delle opinioni per cui chi le ha espresse si è preso un rischio”.

Corrado Augias, solo sotto i riflettori sul palco del Piccolo, ha introdotto il suo libro Le ultime diciotto ore di Gesù rispondendo poi a numerose domande del pubblico. Augias è un grande affabulatore, dal linguaggio forbito e capace di arricchire la conversazione con esempi, aneddoti e citazioni colte e interessanti. Una per tutte: per rendere l’idea di cosa poteva essere un procuratore  delle provincie romane come Ponzio Pilato, Augias ricorda la definizione che Tacito diede di Felice, procuratore della Giudea ai tempi di Paolo di Tarso:  “esercitò il potere di un re con lo spirito di uno schiavo”, frase immensa e potente, come spesso accade con Tacito.

Augias definisce la sua ultima fatica come “un romanzo non-fiction”, ovvero un romanzo non di pura immaginazione. Per alcuni personaggi, in particolare Pilato e Giuda Iscariota, l’apostolo che tradì Gesù, ha voluto ristabilire un po’ di verità storica, togliendoli dalla luce ambigua che su di loro viene indirizzata dai Vangeli canonici. In particolare il Vangelo di Matteo, scritto dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e nel quale si percepisce la voglia di compiacere gli occupanti romani. Per altri personaggi, in particolare Giuseppe e Maria, di cui i Vangeli parlano pochissimo, ha cercato di raccontare semplicemente un padre e una madre. Alla richiesta di una spiegazione del suo interresse, da non credente, per i temi religiosi, Augias risponde sagace: “Perché ormai privo di riferimenti ideologici e politici a cui ispirarmi … ho guardato più in alto!”
   

Nell’ampio spazio del Cortile delle Armi del Castello Sforzesco, sotto la tendopoli dell’Auditorium, Antonio Scurati e Aldo Cazzullo hanno conversato sui rispettivi libri, Il tempo migliore della nostra vita e Possa  il mio sangue servire, intervallati dalle letture dei brani fatta con maestria da Anna Nogara.

Il messaggio che hanno trasmesso forte e chiaro è che la generazione dura e tosta che ha fatto la Resistenza è un modello per i giovani d’oggi molto più di quanto lo sia la generazione degli attuali padri, cresciuti negli anni del benessere e dello sviluppo economico (Cazzullo è del 1966, Scurati del 1969). Una generazione, quella dei baby boomers, incapace di pensarsi al plurale, di fare delle cose insieme, di dire “noi”. Dunque per trovare gli “eroi” bisogna voltarsi indietro, guardare al passato, saltare gli errori e le deviazioni della generazione che ha fatto il ’68 e arrivare dritti dritti ai tempi duri della guerra, del fascismo, della resistenza, della povertà, della ricostruzione. A Cazzullo sembra che le preoccupazioni dei padri rispetto ai figli si siano trasformate di pari passo con la crescita del benessere e l’abbassamento della tensione morale. Infatti osserva che la generazione dei nostri nonni era ossessionata dal cibo, la loro preoccupazione era innanzi tutto sfamare la famiglia. La generazione dei nostri padri invece era ossessionata dallo studio: voleva che i figli studiassero, perché avessero un avvenire migliore. Ora la generazione nata a cavallo degli anni sessanta e settanta è ossessionata dal fatto che i figli siano felici e che non provino il minimo dispiacere. Chiosa finale di Scurati: sembra che l’ossessione del cibo sia tornata alla grande da qualche anno a questa parte … (Come negarlo?)


Atmosfera più raccolta alla Fondazione Catella, dove Raul Montanari ha parlato e letto brani del suo ultimo romanzo Il regno degli amici, supportato e guidato dalle ottime domande di Selvaggia Lucarelli.

Il romanzo affronta il mondo degli adolescenti, un’età in cui l’uomo, molto più che la donna, scopre una volta per tutte la propria identità, per non allontanarsene più. Mentre la donna ha un rapporto più sano con il trascorrere del tempo, l’uomo rimane per tutta la vita legato a quell’ ”io” conosciuto da ragazzo, generalmente in modo traumatico (“il danno”), ascolterà pateticamente sempre la stessa musica, manterrà gli stessi gusti, etc.  L’adolescenza è ovviamente anche l’età delle grandi domande filosofiche, fatte con una purezza mai più eguagliata, ed è soprattutto l’età in cui si affrontano come su un ring l’amicizia e l’amore. Per il Montanari adolescente qual è stato il danno? La scoperta che in amore non vale il merito. “Ho provato cosa significa pensare di valere poco nel grande mercato dell’amore”,

La chiacchierata prosegue poi piacevolmente spaziando dal personaggio totemico dei romanzi di Montanari (Ric Velardi) alle caratteristiche della sua scrittura: “alcuni mi classificano erroneamente nel genere noir, ma io non gli appartengo, perché a parte il ritmo serrato che a volte può avere la mia scrittura a me non interessano gli elementi che normalmente caratterizzano un noir, e cioè le indagini della polizia, il rendiconto alla giustizia, etc. A me interessa il dentro e non il fuori”.

Raul Montanari gestisce anche una nota scuola di scrittura creativa e non può mancare qualche domanda al riguardo, a cui risponde partendo da una citazione di Stephen King: “il talento è una merce che si vende a chili, come il sale; la differenza la fa la determinazione”. La tecnica si può apprendere a scuola, risparmiando così anni di lavoro, e unita alla determinazione ti può portare dove vuoi. La scrittura nasce comunque quasi sempre dal dolore, dal non sentirsi a posto con il mondo. C’è del vero nel detto “o scrivi o vivi”. Scrivere è sempre un no. Se uno si sente in armonia con il mondo, difficilmente scrive, al massimo dipinge.

Tra il serio e lo scherzoso, racconta infine di come lui stesso sia stato molto aiutato da Aldo Busi, durante un periodo molto difficile della sua vita, nei primi anni novanta. Busi gli faceva lunghissime telefonate quotidiane, regalandogli alla fine alcuni insegnamenti che gli hanno fatto compiere progressi enormi. Ma con un monito: “guarda che le storie prima o poi finiscono, io ne ho cinque, dopo non resta che ripetersi …”

Una curiosità: le due passioni di Raul Montanari (a parte la scrittura, che non è una passione, ma è la sua vita) sono gli scacchi e la pesca con la mosca. Cos’hanno in comune? Niente, solo il fatto che gli sono state trasmesse da due differenti zii.


In conclusione, quattro incontri molto interessanti, in ognuno dei quali il tempo è volato, in luoghi dove è sempre bello tornare, dove si sono conosciuti da vicino gli autori, si sono raccolte informazioni e curiosità e soprattutto si è rafforzato il significato della lettura. Quando la parola esce dalla pagina scritta, si amplia, si completa e si collega più facilmente all’esperienza di vita. 

 Arrivederci al prossimo anno!



mercoledì 1 aprile 2015

Mio padre è stato anche Beppe Viola


“Mio padre è stato anche Beppe Viola” è un bel ritratto di un uomo pieno di ironia, di genio, di capacità di improvvisazione, scritto con amore da una figlia cui capitò di perdere il padre troppo presto.

Beppe Viola, indimenticabile giornalista sportivo, morì per un ictus il 17 ottobre 1982, a quarantadue anni, dopo la partita Inter-Napoli a cui stava lavorando. Ricordo ancora, dopo oltre trent’anni, il commosso articolo-necrologio che gli dedicò Gianni Brera, e che ho ritrovato in rete:  

“Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli… Povero vecchio Bepinoeu!  Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato in una corsa. Tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva uno humour naturale e beffardo, un’innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per avere chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo.  Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io che soprattutto per questo lo amavo, ora provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore…”

Marina Viola ci avvisa: “questo non è un libro su Beppe Viola. E’ un libro su mio padre, quello che mi sgridava quando la facevo fuori dal vaso, quello che mi firmava le giustificazioni, quello che veniva in vacanza con me, che leggeva il giornale sulla poltrona.” Il suo omaggio e saluto al papà ci mette in contatto con la straripante personalità di un personaggio che era Beppe Viola anche tra le mura domestiche, genio e sregolatezza sempre, che si trattasse di commentare una partita di calcio, scrivere una canzone con Jannacci, la sceneggiatura di un film, un testo per Teo Teocoli o per Cochi e Renato, scommettere su un cavallo, far arrivare in ritardo Bruno Pizzul alla sua prima telecronaca, intervistare Gianni Rivera su un tram con i passeggeri che si muovono intorno, coinvolgere la figlia di nove anni nell’intervista televisiva a Umberto Tozzi e concludere tutti e tre alla mensa della Rai, spedire a casa da sola a sei anni, da San Siro a viale Argonne un’altra figlia “rea” di eccessiva incompetenza calcistica.

Quest’ultimo episodio merita una citazione: “Anche Anna dovette tornare a casa da sola, una volta che aveva appena sei anni: fu  quando lui decise di portarla a vedere una partita di calcio a San Siro, che non è propriamente vicino a via Sismondi. Lei era ovviamente gasatissima, e fingendo di voler imparare le regole del gioco gli chiese: <<Ma quello che corre vestito di nero, di che squadra è?>>. Mio padre non rispose neanche: si alzò, afflitto, la scortò fino all’uscita dello stadio. <<Là in fondo c’è la metropolitana, arrangiati. Ci vediamo a casa>>”

Sul lavoro non tollerava sciatterie, e arrivava a multare chi usava parole retoriche come “sfrecciare” o espressioni inappropriate come “ginocchio in disordine”, il centrocampista va a battere”, “il tiro si spegne”. Del resto, erano i tempi in cui raccontare lo sport era ancora materia umanistica, coltivata da uomini come Sergio Zavoli, Gianni Brera, Oreste del Buono.

Il ritratto di Beppe Viola, la storia di personaggi come il padre marconista e la madre Cicchinina, la rumorosa compagnia degli amici del bar Gattullo e del Derby, è anche il ricordo di una Milano che oggi è difficile riconoscere, di famiglie vissute sempre nello stesso piccolo reticolo di strade attorno a via Lomellina, vacanze in Liguria, il tram la mattina presto, le botteghe, il vicinato, il quartiere.

Consigliato a quelli che si ricordano di Beppe Viola e vorrebbero che ci fosse ancora. Quelli che quando Beppe Viola scriveva, ancora non erano nati.  Quelli che quest’anno vanno in Patagonia. Quelli che in Patagonia non ci sono mai andati. Quelli che preferiscono il kick boxing. Quelli che vogliono leggere una bella storia normale, su un personaggio che non era tanto normale.

martedì 27 maggio 2014

Silenzio a Milano



“Reportage di anime”. Così sono stati definiti alcuni scritti di Anna Maria Ortese.

Silenzio a Milano, raccolta di articoli e racconti scritti alla fine degli anni ’50 conferma pienamente quella definizione. Che si parli della Stazione Centrale, vista come porta di comunicazione con le moderne divinità della produttività e della laboriosità alienante, tempio in cui si celebrano rinnovati sacrifici umani in omaggio al Vuoto, al Brutto e all’Inutile, o dei ragazzi disadattati di Arese, malinconici prigionieri dell’attesa di un focolare domestico che da tempo li ha esclusi, la sostanza non cambia.

Documentandomi un po’ sull’autrice, anche sulle opere che non conosco, ho appreso che il silenzio riveste una particolare importanza per  la sua poetica, a cominciare dalla poesia d’esordio “Manuele” scritta per il fratello marinaio, morto al largo della Martinica.

In Silenzio a Milano ci sono sette articoli e racconti e almeno altrettanti tipi di silenzio.  In “Una notte alla stazione” c’è il silenzio che scende sui luoghi della produttività meneghina e come la nebbia li avvolge, dopo che la città ha consumato il suo quotidiano pasto di vite umane. “I ragazzi di Arese” ci parla del silenzio di chi non ha voce per farsi sentire, o di chi può solo urlare il proprio dolore dietro una spessa barriera di vetro. “Locali notturni” evoca il silenzio che ci sorprende a festa finita, quando gli orchestrali se ne vanno, la malinconia di tutti i giorni resta e misuriamo quanto effimero sia ogni tentativo di evasione. “Le piramidi di Milano” rivelano il silenzio di morte che abita lo spazio riservato a conservare l’ordine e il rispetto della Legge. Con “La città è venduta” partecipiamo al silenzio di chi non sa rispondere a domande che sarebbe meglio evitare, fuggire, dimenticare. Con “Il disoccupato” scopriamo il silenzio cupo e ostinato dell’efficienza che respinge coloro che non si adeguano e non si adattano ad essere trasformati in “cose”, senza occhi per guardare e cuore per vivere (eppure il milanese Berto, così innocentemente fiero delle vendite di elettrodomestici e il calabrese Antonio, inebetito dalla sua incapacità di integrarsi, rappresentano due modi diversi di essere disgraziati, uniti già dal loro primo incontro in sanatorio). E infine “Lo sgombero” ci mostra il silenzio di chi scopre con sgomento che il mondo non sa cosa farsene dei valori e delle qualità umane, anzi, sono proprio i sani principi e i buoni valori che rendono inadeguati e inadatti a vivere.

La Ortese ha un radar speciale per cogliere frammenti di varia umanità nascosti in un gesto, uno sguardo, una pausa, un’increspatura della voce o nelle rughe che attraversano un volto. Poi ricompone tutti i frammenti per ottenere storie vive, reali o di fantasia, ma sempre autentiche.

Quando scrive come giornalista, illuminante a questo riguardo il pezzo sulla Stazione Centrale, “porta del lavoro, ponte delle necessità, estuario del sangue semplice”, la Ortese ci offre uno spicchio di realtà parziale e personalissimo, su cui si può anche dissentire nel merito, senza che questo impedisca di rimanere incantati dall’efficacia e dalla bellezza della sua rappresentazione.

In un primo tempo si può dubitare che sacrifichi la verità in omaggio alla bellezza, ma poi ci si convince che ciò che scrive è autentico (che è già una buona approssimazione al vero) in quanto intrinsecamente bello.

Le ideologie, gli stereotipi, i freddi numeri che possono essere usati per dire tutto e il contrario di tutto, si sbriciolano davanti alla stupefacente capacità della Ortese di cogliere l’essenziale che, se non proprio invisibile agli occhi come sosteneva Antoine Saint Exupery, certamente non si lascia facilmente catturare da microfoni, telecamere e registratori.

E siamo al “reportage di anime”, espressione utilizzata per descrivere i suoi articoli scritti nel 1954 per l’Europeo come inviata in Russia. Questi articoli, ripubblicati cinquant’anni dopo, sono stati il primo contatto che ho avuto con questa scrittrice e mi hanno immediatamente impressionato per la loro bellezza, per il modo così inconsueto, così vero, così intimo di affrontare una pagina giornalistica.

Ho scoperto recentemente che proprio questi articoli, per i quali la Ortese fu accusata di essere da una parte troppo severa e dall’altra troppo benevola nei confronti della Russia di Stalin, scatenarono polemiche e furono l’inizio del progressivo distacco dell’Ortese dal Partito Comunista Italiano. Sancirono anche un’altra rottura: quella tra la scrittrice e le donne. La Ortese fece infatti il viaggio in compagnia di una delegazione dell’Unione Donne Italiane, che non mancò di farle sentire tutta la propria ostilità per aver scritto “Il mare non bagna Napoli” , una raccolta di racconti impietosi su questa città. “Tornai dalla Russia con dei dubbi sulla natura femminile, da allora le donne mi sono piaciute di meno” concluse la Ortese.

L’espressione “reportage di anime” mi sembra molto calzante anche per Silenzio a Milano perché rende un  l’idea di ciò che distingue questi scritti da un’atmosfera che altrimenti sembrerebbe di stampo “neorealista”.  La Ortese va invece molto oltre la rappresentazione di un contesto sociale e dei tipi umani che lo caratterizzano.

L’impressione è che la sua forza  stia soprattutto nella curiosità e nell’empatia con l’essere umano e nella sincerità dello sguardo con cui cerca di comprenderlo, indipendentemente dalla posizione sociale, dal ruolo professionale, dalla lingua, dalla latitudine, dalla cultura.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di Sole:

ed è subito sera”

Per raccontare i tanti modi di vivere quella solitudine e quella brevità, la Ortese usa sia la cronaca giornalistica, (nella quale a ben vedere non ci parla veramente di Napoli o di Milano, della Russia o dell’Italia, ma sempre e soltanto di quella solitudine e di quella brevità)  sia il racconto.

Anni dopo introdurrà anche l’elemento fantastico, tanto da far parlare qualche critico di “realismo magico”, ma questo è un nuovo capitolo che anch’io devo ancora iniziare. Magari proprio quest'anno, visto che il prossimo 13 giugno sarà il centenario della nascita di questa grande scrittrice.