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domenica 19 aprile 2020

Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo


Sono tornato alle pagine del Gattopardo dopo tanti  anni, trovando la conferma, una volta di più, di quanto sia bello e necessario continuare a leggere e rileggere i classici.

Questa volta ho scelto la versione in audiolibro, splendidamente interpretata da Toni Servillo. Una versione che esalta la parabola esistenziale del  Principe di Salina, quel suo rimirar le stelle a fronte della pochezza delle vicende umane. L’arcinota denuncia del cinismo e dell’opportunismo che caratterizzano ogni epoca di veloce trasformazione (quel “se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi” ormai diventato proverbiale, tanto che ha finito per rinchiudere le bellissime pagine di questo romanzo in un recinto troppo angusto) si trasforma, in questa mia nuova “lettura”, nel disincanto di chi capisce tutti i limiti del vecchio come del nuovo ordine e li osserva con malinconico distacco.

Memorabili i dialoghi nei quali vediamo all'opera il Gattopardo nei suoi rapporti con i Borboni (l’udienza con re Ferdinando) , con i piemontesi  (la visita del prefetto Chevalley, in cui rifiuta il seggio senatoriale), e con i suoi dipendenti (“questi liberalucoli di campagna”) tanto indolenti quanto  calcolatori, avidi e rapaci, che rappresentano il ceto emergente, lesto a cogliere l’occasione per saltare sul carro del vincitore (“le rondini avrebbero preso il volo più presto”), miseri “sciacalletti e iene”, destinati a rimpiazzare i gattopardi e a costituire la futura classe dirigente soprattutto in forza dei loro limiti e della loro inconsapevolezza.

Don Fabrizio si trova più a proprio agio con uomini schietti e sinceri, “snob” ante litteram, come l’organista don Ciccio Tumeo, che sdegnati dal conformismo truffaldino dei tempi nuovi preferiscono aderire tardivamente alla fazione sconfitta (“ero un fedele suddito, sono diventato un borbonico schifoso”) e trova intellettualmente e spiritualmente più stimolante il rapporto con esponenti  di un potere eterno e carico di storia come il gesuita padre Pirrone. Solo per dovere sociale subisce la frequentazione, in tempi diversi, tanto della decrepita aristocrazia in disarmo, quanto dei rozzi e incolti uomini nuovi, come quel don Pietro Sedara che con rassegnato senso di ineluttabilità accoglie persino nella propria famiglia.

A plasmare il romanzo, più che i fatti e gli avvenimenti, sono soprattutto i pensieri del Principe, l’indulgenza verso la debolezza umana (“non era lecito odiare altro che l’eternità”), il continuo richiamo della sensualità (“pecco per non peccare più”) e le numerose riflessioni sulla Sicilia (“questo è il paese degli accomodamenti”), sulla sua storia (“sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate”) e sui siciliani   (“in Sicilia non importa far male o far bene, il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare”).

All’ombra del Principe, a movimentare, contestualizzare ed intervallare il flusso principale della narrazione, si consumano anche vicende minori, come lo struggimento dickinsoniano  della figlia Concetta, infelicemente innamorata del cugino Tancredi, o come il dramma privato di  padre Pirrone, chiamato a risolvere nel più tradizionale dei modi una vicenda d’onore che coinvolge la sua famiglia.

In conclusione, un romanzo che pare un monumento alla caducità umana, che si apre nel mese di maggio 1860 tra gli eccessi di un giardino dagli odori fin troppo prepotenti e nauseabondi e si chiude esattamente cinquant'anni dopo nello stesso mese, tra ossa, carcasse imbalsamate e polvere da gettare nell'immondizia.

Non stupisce che alla sua uscita, negli anni ’50 della ricostruzione post bellica, non abbia incontrato lo spirito del tempo, né che molti addetti ai lavori abbiano criticato l’argomento passatista, l’orientamento antistorico, lo stile decadente e poco innovativo. A noi che leggiamo per puro diletto,  Tomasi di Lampedusa regala invece una prorompente sensazione di bellezza e immortalità, tuttora in grado di affascinarci, anche per via del continuo filo di ironia, che non viene mai meno. 
“Ho settantatré anni, all'ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto un totale di due, tre al massimo. E i dolori, la noia, quanto erano stati? Inutile sforzarsi a contare, tutto il resto: settant'anni”.

lunedì 13 aprile 2020

Sono corso verso il NIlo

“Sono corso verso il Nilo” è un romanzo che nasce dall’impegno civile di ‘Ala al-Awani, dentista, scrittore e attivista del movimento egiziano per la democrazia Kifaya nel quale ha partecipato alla rivoluzione egiziana del 2011.
Indipendentemente dalla tensione morale e dai principi etici che ne stanno alla base, il romanzo mi ha positivamente impressionato per la capacità di tratteggiare un quadro molto ampio della società egiziana in molti dei suoi ceti, da quelli più popolari a quelli appartenenti all’oligarchia al potere. Da questo punto di vista, l’autore riesce ad illustrare in modo più leggero e ad un pubblico più ampio ciò che saggi politici o sociologici o inchieste giornalistiche cercano più faticosamente di raccontare, raggiungendo inevitabilmente un pubblico più ristretto. Inoltre si tratta di un libro letterariamente molto valido, con una storia avvincente nella sua drammaticità, uno stile fresco e godibile, personaggi interessanti e credibili. Non c’è un vero e proprio protagonista, ci sono una decina di personaggi, una decina di storie ugualmente importanti che si intrecciano e si alternano nella narrazione, contribuendo a rendere l’opera corale e avvolgente, ci si sente davvero immersi in un’atmosfera elettrizzante di cambiamento (su cui incombe la cupa consapevolezza di come andrà a finire), arrivando però a cogliere anche le ragioni di chi difende il regime e soprattutto dei moltissimi indifferenti, rappresentati nella loro quotidiana normalità, nella difficile arte di farsi strada nella vita senza mai ribellarsi e rimanendo costantemente vigili e pronti ad approfittare di ogni occasione di progresso per sé e soprattutto per i propri figli.

Ovviamente il tema religioso emerge ad ogni pagina, quasi ad ogni riga, ma in modo naturale, senza le forzature e le semplificazioni che in occidente ci siamo abituati a fare dall’inizio del XXI secolo. L’Islam di per sé non spiega né il regime oppressivo, né la corruzione, né le violenze o le discriminazioni: in nome della fede religiosa si può scendere in piazza per chiedere il cambiamento, oppure stare dall’altra parte della barricata e difendere il potere costituito, oppure tenersi fuori da tutto questo e continuare a fare la stessa vita di sempre. Ciò che l’autore rimprovera al suo popolo è di essere sottomessi non a Dio (in arabo muslim significa “sottomesso a Dio”), ma a chiunque eserciti il potere e di farsi manipolare da chi usa la religione, la corruzione e la polizia segreta per difendere i privilegi dell’oligarchia al comando, che detiene le redini del potere indipendentemente dal leader politico occasionalmente al governo.



Dal romanzo emerge poi anche il volto del fascismo, sempre uguale in tutte le latitudini e in tutte le culture: la repressione violenta e la tortura hanno l’obiettivo di annientare la persona nella sua dignità, di farla sentire una nullità, di mutilarla nello spirito ancora più che nel fisico, perché il fascismo di ogni epoca e paese pretende che non esistano individui, persone, ma soltanto masse indistinte, manipolabili e plasmabili con la propaganda.


In conclusione, un romanzo consigliabile a tutti per la sua qualità letteraria, per l’incisiva rappresentazione di un’importante realtà sociale contemporanea e per l’elevato valore morale che la ispira.

“Questa è la verità, Mazen. Io sono davvero una nullità, tu sei una nullità, tutti i ragazzi della rivoluzione sono una nullità. Ci hanno fatto, e continueranno a farci, tutto quel che vogliono. Ci ammazzeranno, ci violenteranno, ci faranno perdere un occhio con un proiettile di gomma, e nessuno sarà mai giudicato, nessuno mai pagherà. E sai perché? Perché siamo una nullità; perché abbiamo fatto una rivoluzione di cui nessuno aveva bisogno e che nessuno voleva. Lo so che tu credi ancora nel popolo. Io, invece, non ci credo più. Questo popolo, per la cui libertà e dignità sono morti i migliori di noi, non sa che farsene di libertà e dignità. Ti chiedevi il perché di tutto l’odio che abbiamo visto negli occhi degli ufficiali che ci ammazzavano. E’ perché loro detestano quello che noi rappresentiamo. E’ perché noi chiediamo di essere cittadini e non schiavi. Il popolo per cui abbiamo fatto la rivoluzione, Mazen, odia noi e odia la rivoluzione”.

domenica 2 luglio 2017

Sinistra e popolo - Il conflitto politico nell'era dei populismi

In questo suo ultimo saggio, Luca Ricolfi compie un’analisi accurata delle difficoltà della sinistra politica in tutto il mondo e del parallelo insorgere di movimenti “populisti” giungendo alla conclusione che destra e sinistra sono categorie politiche che hanno perso gran parte del loro significato e che il dibattito politico dei prossimi anni sarà piuttosto tra “forze dell’apertura” contrapposte alle “forze della chiusura”, senza che ciò implichi alcun giudizio morale  sulle une o sulle altre.
L’analisi di Ricolfi non punta a dimostrare il distacco tra la sinistra e la base sociale che essa tradizionalmente rappresentava fino a circa metà degli anni 70 del novecento, ma cerca di indagare le ragioni e i fattori che hanno determinato questo fenomeno in tutto il mondo occidentale.

Il ragionamento si sviluppa in tre parti e un epilogo. 
La prima parte è dedicata a confutare lo schema proposto da Norberto Bobbio, una delle figure più care nel pantheon della sinistra italiana, nel famoso e fortunato saggio “Destra e Sinistra” del 1994.  Nell’epoca in cui il distacco con i ceti popolari era già ampiamente avvenuto, quel libricino è all’origine del “cortocircuito logico che ha permesso alla sinistra di non comprendere quello che nel frattempo era diventata, nonché di prolungare il proprio atteggiamento di superiorità morale verso la destra.”

La seconda parte contiene una sintesi della storia economica degli ultimi quarant’anni. Se il periodo tra il ’46 e il ’75 è da considerare l’età dell’oro per la sinistra del mondo occidentale (crescita dei redditi, innalzamento dei livelli di istruzione, incremento generalizzato dei consumi, allargamento del welfare) negli anni successivi per via di ripetuti shock petroliferi, stagflazione e crisi fiscale dello Stato la situazione cambia irreversibilmente. Le trasformazioni sociali (scomparsa del tradizionale mondo popolare, raccontata ad esempio da Pasolini), economiche (fiammata liberista degli anni 80, globalizzazione, recessione prolungata),  politiche (fine della guerra fredda, comparsa di nuovi attori sulla scena internazionale, terrorismo islamico, flussi migratori), e demografiche (invecchiamento Paesi nord-occidentali, flussi migratori) modificano completamente la natura dei partiti di sinistra, che spesso salgono al governo abbagliati e frastornati dal successo del liberismo sfrenato dell’era Thatcher e Reagan,  abbandonano gradualmente la difesa dei ceti più deboli della società, si convertono al mercato e diventano il riferimento dei “ceti medi riflessivi”, colti e urbanizzati  che ormai inseguono solo ideali di progresso “politicamente corretti” come i diritti dei gay, le quote rosa, il linguaggio sessista, la fecondazione assistita, il testamento biologico, l’alimentazione naturale, i diritti degli animali, etc.
 In Italia, ad esempio, l’origine di questa parabola si colloca negli anni della politica del “compromesso storico” promossa da Berlinguer (altro mito della sinistra colpito dalla critica di Ricolfi) che ha determinato l’arrocco a difesa degli strati forti della classe operaia garantiti da sindacati e statuto dei lavoratori, rinunciando ad interessarsi del vasto mondo dei disoccupati, sottoccupati e irregolari, un mondo  senza protezioni su cui si fondava la sopravvivenza dei padroncini, artigiani e commercianti che costituivano la linfa vitale della DC.

Nella terza parte si indagano le origini del moderno populismo, ovvero della reazione dei ceti popolari al “tradimento” della sinistra, divenuta in gran parte “riformista” e ad un mondo che si presenta senza alcun sogno di “sol dell’avvenire”, ma piuttosto con la prospettiva di una lunga notte, di competizione sfrenata, assenza di crescita, insicurezza economica, fisica, sociale. Ricolfi propone un modello matematico nel quale tende a dimostrare che crisi economica, paura del terrorismo e interazione tra queste due variabili siano all’origine della forte domanda di protezione che è alla base di ogni populismo, sia che nasca con matrice di destra (più preoccupazione verso i flussi migratori) che con matrice di sinistra (preoccupazione verso gli interessi del grande capitale e verso le ingerenze economiche degli organismi sovranazionali). Inoltre sostiene che la domanda di protezione dei nuovi ceti popolari (sostanzialmente i perdenti della globalizzazione e gli abitanti delle periferie) si basa su evidenze oggettive e misurabili, di fronte alle quali la sinistra ha finora avuto una atteggiamento “negazionista”. La sinistra stessa d’altro canto si è strutturalmente modificata: mentre quarant’anni fa aveva il problema di aggregare qualche colletto bianco alle tute blu (da qui l’espansione verso il settore pubblico, la scuola, le università),oggi ha il problema opposto di trovare qualche operaio (o disoccupato o precario) che si aggiunga alle proprie fila composte prevalentemente da impiegati, insegnanti e funzionari pubblici. La stessa attenzione che la sinistra dedica agli immigrati e alle politiche di accoglienza, rivelerebbe il disperato bisogno che la sinistra ha di un baluardo contro il naufragio della propria identità. Senza immigrati, la sinistra non avrebbe più alcun segno visibile della propria vocazione ad occuparsi di chi sta in basso nella scala sociale.

La conclusione è che la ribellione dei ceti popolari parte da lontano (secondo alcuni studiosi la crisi della sinistra in America inizia nel secondo dopoguerra; in Italia è negli’80 che nasce il fenomeno degli operai con tessera CGIL che votano Lega Nord) e ai giorni nostri si è trasformata in insofferenza e aperta ostilità verso il “politicamente corretto”, che in alcuni casi è degenerato nel “follemente corretto”. La sinistra di governo viene perciò travolta dalla protesta contro l’establishment e contro l’assenza di senso di realtà che caratterizza le élites benpensanti a cui essa non solo si è totalmente assimilata, ma a cui ha fornito un modello culturale fatto di indulgenza, perdonismo, empatia, calore umano, sostanzialmente un’etica della generosità con cui la cultura “liberal” cerca di mitigare le proprie spinte individualiste.
Invece nell’ampia minoranza di persone che abita nel mondo di sotto e che si preoccupa più della sopravvivenza che dell’autorealizzazione, si fa strada l’idea che “il fondamento di ogni identità e di ogni diritto non è il singolo individuo, ma è la comunità cui il singolo appartiene alla nascita… E’ alla comunità che spetta difendere e preservare i propri costumi, la propria lingua, i propri modi di vita; è la comunità che ha il dovere di tutelare e promuovere il benessere dei suoi membri; è la comunità l’unica titolare del diritto di escludere o includere chi voglia entrarvi dall’esterno”.
Il dibattito futuro dunque sarà tra forze dell’apertura e forze della chiusura. In ognuno dei due schieramenti  ci sarà ancora, come pallido ricordo della sinistra e destra novecentesche, una distinzione tra chi è maggiormente propenso ad aprire ai capitali e chiudere alle persone o viceversa, ma il dibattito prevalente sarà tra l’insieme di forze (che siano di origine liberale o della sinistra riformista) interessate a cogliere le opportunità derivanti da una sempre maggiore apertura e interconnessione in tutti i campi, contrapposte alle forze (che siano eredi dei conservatori o della sinistra antagonista) prevalentemente concentrate sui rischi e sulla domanda di protezione che sale da chi è escluso da quelle opportunità.
Ricolfi, par di capire, propende per una saggia terza via: tra chi vorrebbe gettare ponti e chi pensa ad innalzare muri, sembra che apprezzi chi preferisce costruire porte. Perché le porte si possono aprire o chiudere, a seconda del momento e delle necessità.

Riferimenti/Percorsi di lettura

Ci sono molti temi e dunque molti libri che si possono intrecciare con questo saggio.  Innanzi tutto “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio (utile una rilettura dopo oltre 20 anni). Poi qualche libro sul populismo dei giorni nostri (ad esempio, “Populismo 2.O” di Marco Revelli, sociologo che tra l’altro è ispiratore di diversi punti di “Destra e sinistra” di Bobbio). Ricolfi si sofferma per diverse pagine anche in un confronto tra il declino della civiltà liberale ottocentesca descritta da Ortega y Gasset (“La ribellione delle masse”, 1929) e l’attuale periodo storico nel quale gli esclusi dalla globalizzazione cercano di far sentire la loro voce e di sovvertire l’ordine imposto nel “mondo di sopra”. Personalmente trovo che alcuni spunti di riflessione interessanti su questi temi provengano anche dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che da decenni è uno dei massimi studiosi della diseguaglianza e teorico dei benefici che le politiche redistributive possono dare anche alla crescita economica. Comunque il saggio di Ricolfi ha una ricchissima bibliografia e una fitta sezione note che vi consente di collegare queste pagine ai percorsi che più preferite. C’è poi una appendice statistica, per entrare nel merito del modello matematico proposto e con la componente quantitativa dell’analisi. Chicca finale: un’appendice “politicamente scorretta” sul Manifesto di Ventotene che vi farà venire voglia di andare a leggere direttamente il celebre scritto di Spinelli, Rossi e Colorni invece di fidarvi delle citazioni, anche di altissimo livello, che lo riguardano.

domenica 25 giugno 2017

La provvidenza rossa



Viaggio molto interessante nel Partito Comunista Italiano nel periodo della sua massima forza elettorale e della sua capacità di influenza nella società italiana.

Un “mistery”, una storia a cui partecipano personaggi fittizi e reali e che incrocia fatti realmente accaduti a vicende totalmente inventate.

Lodovico Festa, ex dirigente del PCI milanese e successivamente co-fondatore de “il Foglio”, ci mostra dall’interno il funzionamento di un sistema che, molto prima di trasformarsi in una “giocosa macchina da guerra” e perciò affondare e disperdersi mestamente in tanti rivoli, fu un caso impressionante di stato nello Stato, una struttura di potere efficientissima e capillarmente ramificata, proiettata verso obiettivi politici forti, e in grado di interloquire alla pari e riservatamente con altre strutture di potere del nostro Paese come la Chiesa Cattolica, le forze dell’ordine, i giornali, e di condizionare interi settori della società civile come la scuola, le università, la cultura.

Con il pretesto di narrare l’indagine parallela (della polizia e del partito) sull’omicidio di una militante alla fine del 1977 (pochi mesi prima che con il caso Moro in Italia cambiassero molte cose) l’autore ci accompagna nel suo vecchio mondo, permettendoci di osservare in presa diretta ciò che finora potevamo soltanto immaginare. Vengono mostrate, tra le altre cose, la complessità e l’ambiguità, l’idealismo e la doppiezza, la potenza e i germi del successivo decadimento, la disciplina e la passione, il culto per l’efficienza e la riservatezza, la precisione e il tatticismo e soprattutto la fitta rete di relazioni, che permetteva di dialogare senza chiasso con tutti e su tutto. Una grande storia indubbiamente, che merita rispetto e che suscita inquietudine.

Avesse scritto un saggio, sarebbe stata probabilmente una mattonata che ti dovevi fermare a metà del titolo. Invece Festa ci porta dentro le cose, e ce le fa vivere attraverso i funzionari, i sindacalisti, gli intellettuali, i giornalisti, gli imprenditori, le cooperative, gli ex-partigiani, gli infiltrati, i faccendieri, le spie, i pensionati, i circoli Arci, i semplici militanti. Si concede anche qualche consapevole anacronismo perché, come spiega nella nota finale, è “interessato a ricordare più le atmosfere, gli ambienti, le sequenze, le connessioni psicologiche (forse non inverosimili) che la precisa scansione degli avvenimenti”.

In questo modo riesci a digerire le oltre cinquecento pagine del romanzo (forse con qualche ripetitività di troppo verso la fine) impari parecchio e ti diverti pure.
Consigliato a chi è interessato alla storia italiana tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni 70 del secolo scorso e in particolare a chi vuole concedersi una visita nella sala macchine, o nella cucina, ormai diventati pezzi da museo, di un vecchio, glorioso, controverso e potente partito.

domenica 23 aprile 2017

Il mio Tempo di Libri



Ieri, sabato 22 aprile, ho trascorso un’interessantissima giornata fitta di incontri a Tempo di Libri, la nuova fiera del libro che si svolge nel quartiere di Fiera Milano, a Rho. 
La mattinata parte subito frizzante: il primo incontro è con Marco Malvaldi e Chiara Valerio (che è anche direttrice della manifestazione) sul tema “Matematica e libertà”. 

Marco Malvaldi e Chiara Valerio

Un’ora volata via troppo in fretta, avrei voluto ascoltare ancora la torrenziale e autoironica autrice della “Storia umana della matematica” in compagnia dell’ex ricercatore pisano che ha preferito il BarLume all’Università. Tra citazione di teoremi, aneddoti e divulgazione impepata dalla verve dei due scrittori, non si è proprio corso il rischio di annoiarsi. Portandosi a casa anche un po’ di spunti da ricordare. Ne voglio citare almeno uno, sulla manipolazione dei dati apparentemente scientifici. Stati Uniti d’America, caso O.J. Simpson, accusato di aver ucciso la moglie. Emerge che lui era solito picchiarla. L’avvocato difensore impressiona la giuria citando questa statistica: quando un marito picchia la moglie, soltanto in un caso su 2.500 poi la uccide. Il dato è giusto, ma la statistica è presentata in modo sbagliato, perché omette una condizione fondamentale. La statistica corretta è questa: in caso di morte violenta della moglie, se si scopre che il marito la picchiava, nel 98% dei casi lui è anche responsabile della sua morte. Da allora negli USA la statistica forense deve obbligatoriamente sottoporsi a test di correttezza scientifica.
Andrea Vitali


Alle 11.30 c’è giusto il tempo di affacciarsi da Andrea Vitali, che legge pagine che ci trasportano sulle acque del lago di Como, prima di seguire la presentazione del nuovo romanzo di Carlo Lucarelli, “Intrigo italiano”, un giallo ambientato negli anni ’50 del secolo scorso.



Lucarelli parla dell’analogia tra il giallo e tante vicende della storia e cronaca italiana. Azzarda anche un ardito parallelismo tra il mestiere di giallista e il mestiere di storico: entrambi devono scavare, investigare, ricostruire e naturalmente documentarsi. Per lo scrittore, specie se di romanzi gialli, la cura dei dettagli, la credibilità del contesto è fondamentale. 

Carlo Lucarelli
La polizia italiana ha istituito il “Premio Fedeli” per giudicare la verosimiglianza dell’ambientazione dei nostri gialli. E le storie ambientate in anni che l’autore non ha vissuto in prima persona pongono evidentemente ancora più difficoltà. Compiendo ogni gesto quotidiano, occorre immaginare come lo avrebbero fatto a quei tempi. Sapevate ad esempio che le strisce pedonali sono state introdotte in Italia soltanto con il codice della strada del 1959? Per questo nei film girati in epoca precedente tutti corrono quando attraversano la strada. Poi ci sono i dettagli, pur giusti, che non corrispondono al senso comune dei lettori, che li avvertono come sbagliati. Ad esempio, tutti ricordiamo che durante il fascismo era in voga l’uso del “voi” invece che del “lei”. Eppure il cambio del pronome di cortesia avvenne soltanto nell’ultima parte del periodo fascista, mentre per buona parte del ventennio ci si dava normalmente del “lei”. In questi casi, lo scrittore adotta alcuni escamotage per far capire al lettore che non si tratta di una svista, ma di un dettaglio corretto, anche se apparentemente incongruo.

Alle 12.30 scelgo il dibattito tra Piercamillo Davigo e Giuliano Pisapia, sullo spunto del saggio scritto dall’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Il sistema della corruzione”. Le posizioni di entrambi sono note, ma dopo un’ora di dialogo serrato gli appunti sono fittissimi ed è difficile fare una sintesi. 
Pier Camillo Davigo e Giuliano Pisapia


Preferisco riportare un paio di osservazioni su cui mi sono trovato particolarmente in sintonia. Pisapia ha giustamente rilevato come le statistiche che evidenziano che l’Italia, in quanto a livello di corruzione, raggiunge posizioni preoccupanti in compagnia di Paesi del Terzo e Quarto Mondo, non tengano conto della micro corruzione, capillare e diffusissima che esiste in quei Paesi: se fosse rilevata, l’Italia non sarebbe così in fondo alla classifica. Davigo invece ha criticato la troppo ampia discrezionalità concessa al giudice nel decidere la pena (il furto d’auto può essere sanzionabile da un minimo di 17 giorni a un massimo di 30 anni) sostenendo che il problema non è di alzare i massimi, bensì i minimi. Si è poi esibito in un’efficace boutade, citando inavvertitamente “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, quando ha calcolato che, che tra il cumulo di attenuanti, rito abbreviato ed altri benefici, l’uxoricidio potrebbe risultare più conveniente rispetto ad una causa di separazione.

E in merito alla corruzione, oltre ad evidenziare alcune incongruenze tecniche nella legislazione e negli strumenti a disposizione della magistratura, ha sottolineato molto l’aspetto culturale che caratterizza il nostro Paese. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere sanzionati socialmente anche se non sono reati: in molti Paesi ciò avviene normalmente, ma in Italia “si aspettano le sentenze”. Soprattutto, gli onesti hanno il torto di non prendere sufficientemente le distanze dai disonesti.

Alla fine ho acquistato il libro di Davigo, non perché mi riconosca interamente nelle sue tesi (come minimo ne so troppo poco) ma perché ogni proposta intelligente mi sembra utile a farsi un’idea migliore sul tema.

Dopo il dibattito sulla giustizia, la pausa pranzo prosegue “leggera” con il dibattito sulla burocrazia: ore 13.30, è il turno di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, che hanno scritto “I signori del tempo perso” e rispondono alle domande di Ferruccio De Bortoli

Francesco Giavazzi, Giorgio Barbieri e Ferruccio De Bortoli
Andiamo direttamente alle proposte: in attesa di leggere il libro, sembra che la proposta sia fondamentalmente una: rotazione dei dirigenti, non permettere che ci siano posizioni che si trasformino in una sorta di mandarinato. E creare l’obbligo di trasferirsi al settore privato dopo un certo numero di anni, in modo che la necessità di farsi assumere diventi incentivo alla qualità del lavoro. Spesso nella successione dei Governi non si avverte cambiamento perché la macchina dell’esecutivo rimane nelle mani dei più alti funzionari. Nessuno dei Governi italiani degli ultimi anni (con l’eccezione di Ciampi nel 1993) è mai riuscito a sostituire i massimi funzionari ministeriali. La riforma della Pubblica Amministrazione tentata dal ministro Madia, pur contenendo violazioni a ben sei articoli della Costituzione, prevedeva la rotazione dei dirigenti. Anche Boeri all’INPS sta facendo azioni in questo senso. Non a caso le reazioni sono molto forti.

Anche in questo caso, acquisto il libro per cercare di capire meglio. E una domanda mi ronza in testa: ok la rotazione, ma in questo modo non si creano i presupposti per uno “spoil system” senza freni? Una rilettura del capitolo introduttivo della “Lettera Scarlatta”, nel quale Hawthorne parla della sua esperienza di funzionario alla Dogana, può essere un utile accompagnamento al saggio di Giavazzi-Barbieri.



Alle 15.30, altra tappa della mia maratona fieristica (prevalentemente dedicata ai saggi) con Luca Ricolfi, Marco Damilano e Guliano Pisapia. Si presenta l’ultimo libro di Ricolfi: “Sinistra e popolo”. 
Luca Ricolfi, marco Damilano, Giuliano Pisapia


Damilano esordisce perfido con l’annuncio che con questo libro si demolisce niente meno che il Bobbio di “Destra e Sinistra” , cosa che inizialmente non mi scalfisce (figurarsi, ci vuol altro!) ma poi piano piano affiora e si impone l’imperativo di disseppellire quel libricino fitto di annotazioni, dovunque esso sia, e di metterlo a confronto con l’impertinente Ricolfi, che come sempre esprime concetti anche molto forti, ma sostenuti da un grosso lavoro di ricerca e di analisi.

Il sociologo torinese chiarisce subito che il suo intento non è di dimostrare il distacco tra la sinistra e i ceti popolari, che è un fatto piuttosto evidente, ma di cercare di capire quando esso sia iniziato e perché. E si parte da lontano: Ricolfi sostiene che la lunga marcia che ha reso la sinistra sempre più impiegatizia (anzi pubblico-impiegatizia) e sempre meno operaia, iniziò nel mitico PCI di Berlinguer.

E con questo salgono a tre i volumi che metto in borsa con l’intento non tanto di condividere, quanto di capire, confrontare, distinguere.

16.30: non si propongono libri, ma si ragiona sull’affidabilità di ciò che si legge (“fake news” è l’espressione ormai entrata nel lessico quotidiano) nell’incontro con Corrado Sinigaglia (professore di filosofia della scienza) e Giovanni Ziccardi (professore di informatica giuridica) moderato da Piero Attanasio dell’Associazione Italiana Editori. 
Corrado Sinisgaglia, Piero Attanasio e Giovanni Ziccardi

Il titolo del dibattito è: “I libri nel mondo della post verità”. Sinigaglia precisa opportunamente che la tendenza alla dequalificazione delle pubblicazioni, anche in campo scientifico,  è iniziata ben prima dell’era Internet 2.0 (la seconda fase di internet, quella caratterizzata dai social network che concedono a chiunque la possibilità di raggiungere una grande potenza mediatica). Inoltre le “fake news” sono spesso estrapolazioni di fatti localmente veri, ma del tutto decontestualizzati. Contrastarle è spesso una fatica vana, in quanto il “fake” fa sempre più audience della noiosa e faticosa verità. Ziccardi aggiunge che si creano meccanismi perversi basati sul consenso, nei quali la fake news è la moneta di scambio per la crescita di popolarità. In questo l’editoria può avere un ruolo fondamentale. Gli studiosi che dedicano anni di studio prima di pubblicare un libro, che magari da decenni sono concentrati su un’unica area di approfondimento, hanno bisogno di canali in cui la loro comunicazione “fuori dal tempo” possa essere veicolata. 

D’altronde, è la mia riflessione personale, le fake news sembrano ormai strangolare l’enorme libertà di espressione che si era creata nei primi tempi dell’era dei social network. Man mano che le voci sulla piazza virtuale sono aumentate, soltanto chi grida più forte riesce a farsi sentire. E non sempre chi grida più forte dice le cose più sensate. E sui pericoli di un eccessivo “controllo” dell’informazione, mi viene da pensare alla vecchia distinzione tra i fatti e le opinioni: dovremmo fare in modo di dividerci sulle opinioni, evitando di parlare a vanvera sui fatti.

Domenico Quirico e Sergio Ramazzotti
Concludo la mia visita a Tempo di Libri con l’incontro con il giornalista Domenico Quirico e il fotoreporter Sergio Ramazzotti sul tema: “E’ ancora possibile fare del buon giornalismo?”, sottotitolo del libro di Quirico “Il tuffo nel pozzo”. 

E’ l’incontro più carico di pathos di tutta la giornata. Quirico, inviato in zone di guerra, sequestrato in Siria per cinque mesi, è un reporter che interpreta la sua professione come una missione totalizzante, dove non sono possibili mediazioni o compromessi. Per lui esiste un solo modo di fare giornalismo: raccontare ciò che si vede e soltanto ciò che si vede. I giornali si ridurrebbero a cinque pagine scarse, ma sarebbero infinitamente più interessanti.

Sergio Ramazzotti presenta una storia in immagini, che si svolge nell’arco di 72 ore, da guardare in silenzio, per scoprire alla fine che si tratta di un viaggio per andare a morire in una “clinica” svizzera che pratica l’eutanasia, o per meglio dire, il suicidio assistito. Una storia che tocca l’anima (questo dovrebbe fare per Quirico il buon giornalista: toccare l’anima) e ci fa vedere con i nostri occhi queste famigerate “cliniche”, in realtà bilocali con angolo cottura. Essere sul posto, raccontare in presa diretta, è tutto ciò che di nobile esiste nella professione del giornalista.  E del fotoreporter.


Dulcis in fundo, i mei acquisti: oltre ai libri presentati durante l’incontro, ho approfittato dell’occasione per aggiungere sullo scaffale due romanzi che si preannunciano come due gioiellini della letteratura: I duellanti di Conrad e Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar. Inoltre un saggio economico di Stiglitz: La grande frattura – La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla.


sabato 3 settembre 2016

Nathaniel Hawthorne e lo spoil system



Nel 1848 Nathaniel Hawthorne, allora supervisore alla Dogana di Salem, fu licenziato a causa del cambio dell’amministrazione governativa.  Per lui fu un’autentica fortuna, come spiegò nel capitolo introduttivo della "Lettera Scarlatta" pubblicato due anni dopo, perché da quel momento si dedicò a tempo pieno alla scrittura e riuscì a vivere dei proventi della sua carriera di letterato.

Le parole seguenti sono però da ricordare ogni volta che (il riferimento alla cronaca recente non è causale) nelle aziende a forte influenza pubblica e nell'amministrazione statale, regionale e comunale viene realizzato il cosiddetto “spoil system”.

 "Per dare un completo quadro dei vantaggi della vita di un impiegato è necessario considerarlo all’inizio di un’amministrazione ostile. La sua posizione è, allora, sotto ogni punto di vista, una delle più moleste e sgradevoli che un infelice mortale possa sperimentare, tanto più che, ben di rado, ha la possibilità di un’alternativa migliore, sebbene quella che gli appare la peggiore, molto probabilmente, possa essere proprio la sua fortuna. Ma è proprio una strana sensazione, per un uomo dotato di qualche orgoglio e sensibilità, quella di sapere che il suo destino dipende da individui che non lo amano né lo capiscono, e dai quali, - poiché la scelta è confinata a queste due alternative – preferirebbe subir danni che non ricever favori.  Strano pure, per uno che ha mantenuto la sua calma durante la contesa, osservare la sete di sangue che improvvisamente si manifesta nell’ora del trionfo, ed esser conscio che egli è una delle vittime designate. La natura umana possiede pochi tratti più ripugnanti di questa tendenza – che ho osservato in uomini niente affatto peggiori del loro prossimo – a diventar crudeli, semplicemente perché posseggono la capacità di fare del male. Se la ghigliottina – cui sono condannati gli impiegati in carica – fosse una realtà invece di costituire semplicemente una delle più calzanti metafore, sono sinceramente persuaso che i membri attivi del partito vittorioso sarebbero così eccitati da farci tagliar la testa e ringraziare il cielo della splendida occasione che hanno avuto."
Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta