Ieri, sabato 22 aprile, ho trascorso un’interessantissima
giornata fitta di incontri a Tempo di Libri, la nuova fiera del libro che si
svolge nel quartiere di Fiera Milano, a Rho.
La mattinata parte subito
frizzante: il primo incontro è con Marco
Malvaldi e Chiara Valerio (che è
anche direttrice della manifestazione) sul tema “Matematica e libertà”.
 |
| Marco Malvaldi e Chiara Valerio |
Un’ora volata
via troppo in fretta, avrei voluto ascoltare ancora la torrenziale e
autoironica autrice della “Storia umana della matematica” in compagnia dell’ex
ricercatore pisano che ha preferito il BarLume all’Università. Tra citazione di
teoremi, aneddoti e divulgazione impepata dalla verve dei due scrittori, non si
è proprio corso il rischio di annoiarsi. Portandosi a casa anche un po’ di
spunti da ricordare. Ne voglio citare almeno uno, sulla manipolazione dei dati
apparentemente scientifici. Stati Uniti d’America, caso O.J. Simpson, accusato
di aver ucciso la moglie. Emerge che lui era solito picchiarla. L’avvocato
difensore impressiona la giuria citando questa statistica: quando un marito
picchia la moglie, soltanto in un caso su 2.500 poi la uccide. Il dato è
giusto, ma la statistica è presentata in modo sbagliato, perché omette una
condizione fondamentale. La statistica corretta è questa: in caso di morte
violenta della moglie, se si scopre che il marito la picchiava, nel 98% dei casi lui è anche
responsabile della sua morte. Da allora negli USA la statistica forense deve
obbligatoriamente sottoporsi a test di correttezza scientifica.
 |
| Andrea Vitali |
Alle 11.30 c’è giusto il tempo di
affacciarsi da Andrea Vitali, che
legge pagine che ci trasportano sulle acque del lago di Como, prima di seguire
la presentazione del nuovo romanzo di Carlo
Lucarelli, “Intrigo italiano”, un giallo ambientato negli anni ’50 del secolo
scorso.
Lucarelli parla dell’analogia tra
il giallo e tante vicende della storia e cronaca italiana. Azzarda anche un
ardito parallelismo tra il mestiere di giallista e il mestiere di storico:
entrambi devono scavare, investigare, ricostruire e naturalmente documentarsi.
Per lo scrittore, specie se di romanzi gialli, la cura dei dettagli, la
credibilità del contesto è fondamentale.
 |
| Carlo Lucarelli |
La polizia italiana ha istituito il “Premio
Fedeli” per giudicare la verosimiglianza dell’ambientazione dei nostri gialli.
E le storie ambientate in anni che l’autore non ha vissuto in prima persona
pongono evidentemente ancora più difficoltà. Compiendo ogni gesto quotidiano,
occorre immaginare come lo avrebbero fatto a quei tempi. Sapevate ad esempio
che le strisce pedonali sono state introdotte in Italia soltanto con il codice
della strada del 1959? Per questo nei film girati in epoca precedente tutti corrono
quando attraversano la strada. Poi ci sono i dettagli, pur giusti, che non
corrispondono al senso comune dei lettori, che li avvertono come sbagliati. Ad
esempio, tutti ricordiamo che durante il fascismo era in voga l’uso del “voi”
invece che del “lei”. Eppure il cambio del pronome di cortesia avvenne soltanto
nell’ultima parte del periodo fascista, mentre per buona parte del ventennio ci
si dava normalmente del “lei”. In questi casi, lo scrittore adotta alcuni
escamotage per far capire al lettore che non si tratta di una svista, ma di un
dettaglio corretto, anche se apparentemente incongruo.
Alle 12.30 scelgo il dibattito
tra Piercamillo Davigo e Giuliano Pisapia, sullo spunto del
saggio scritto dall’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Il
sistema della corruzione”. Le posizioni di entrambi sono note, ma dopo un’ora
di dialogo serrato gli appunti sono fittissimi ed è difficile fare una sintesi.
 |
| Pier Camillo Davigo e Giuliano Pisapia |
Preferisco riportare un paio di osservazioni su cui mi sono trovato
particolarmente in sintonia. Pisapia ha giustamente rilevato come le statistiche
che evidenziano che l’Italia, in quanto a livello di corruzione, raggiunge
posizioni preoccupanti in compagnia di Paesi del Terzo e Quarto Mondo, non tengano conto della micro corruzione, capillare e diffusissima
che esiste in quei Paesi: se fosse rilevata, l’Italia non sarebbe così in fondo
alla classifica. Davigo invece ha criticato la troppo ampia discrezionalità
concessa al giudice nel decidere la pena (il furto d’auto può essere
sanzionabile da un minimo di 17 giorni a un massimo di 30 anni) sostenendo che
il problema non è di alzare i massimi, bensì i minimi. Si è poi esibito in un’efficace
boutade, citando inavvertitamente “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, quando
ha calcolato che, che tra il cumulo di attenuanti, rito abbreviato ed altri
benefici, l’uxoricidio potrebbe risultare più conveniente rispetto ad una causa
di separazione.
E in merito alla corruzione, oltre
ad evidenziare alcune incongruenze tecniche nella legislazione e negli
strumenti a disposizione della magistratura, ha sottolineato molto l’aspetto
culturale che caratterizza il nostro Paese. Ci sono comportamenti che
dovrebbero essere sanzionati socialmente anche se non sono reati: in molti
Paesi ciò avviene normalmente, ma in Italia “si aspettano le sentenze”.
Soprattutto, gli onesti hanno il torto di non prendere sufficientemente le
distanze dai disonesti.
Alla fine ho acquistato il libro
di Davigo, non perché mi riconosca interamente nelle sue tesi (come minimo ne
so troppo poco) ma perché ogni proposta intelligente mi sembra utile a farsi un’idea
migliore sul tema.
Dopo il dibattito sulla
giustizia, la pausa pranzo prosegue “leggera” con il dibattito sulla
burocrazia: ore 13.30, è il turno di Francesco
Giavazzi e Giorgio Barbieri, che
hanno scritto “I signori del tempo perso” e rispondono alle domande di Ferruccio De Bortoli.
 |
| Francesco Giavazzi, Giorgio Barbieri e Ferruccio De Bortoli |
Andiamo
direttamente alle proposte: in attesa di leggere il libro, sembra che la
proposta sia fondamentalmente una: rotazione dei dirigenti, non permettere che
ci siano posizioni che si trasformino in una sorta di mandarinato. E creare l’obbligo
di trasferirsi al settore privato dopo un certo numero di anni, in modo che la
necessità di farsi assumere diventi incentivo alla qualità del lavoro. Spesso
nella successione dei Governi non si avverte cambiamento perché la macchina
dell’esecutivo rimane nelle mani dei più alti funzionari. Nessuno dei Governi
italiani degli ultimi anni (con l’eccezione di Ciampi nel 1993) è mai riuscito
a sostituire i massimi funzionari ministeriali. La riforma della Pubblica Amministrazione
tentata dal ministro Madia, pur contenendo violazioni a ben sei articoli della
Costituzione, prevedeva la rotazione dei dirigenti. Anche Boeri all’INPS sta
facendo azioni in questo senso. Non a caso le reazioni sono molto forti.
Anche in questo caso, acquisto il
libro per cercare di capire meglio. E una domanda mi ronza in testa: ok la
rotazione, ma in questo modo non si creano i presupposti per uno “spoil system” senza freni?
Una rilettura del capitolo introduttivo della “Lettera Scarlatta”, nel quale
Hawthorne parla della sua esperienza di funzionario alla Dogana, può essere un
utile accompagnamento al saggio di Giavazzi-Barbieri.
Alle 15.30, altra tappa della mia
maratona fieristica (prevalentemente dedicata ai saggi) con Luca Ricolfi, Marco Damilano e Guliano
Pisapia. Si presenta l’ultimo libro di Ricolfi: “Sinistra e popolo”.
 |
| Luca Ricolfi, marco Damilano, Giuliano Pisapia |
Damilano
esordisce perfido con l’annuncio che con questo libro si demolisce niente meno
che il Bobbio di “Destra e Sinistra” , cosa che inizialmente non mi scalfisce
(figurarsi, ci vuol altro!) ma poi piano piano affiora e si impone l’imperativo
di disseppellire quel libricino fitto di annotazioni, dovunque esso sia, e di metterlo
a confronto con l’impertinente Ricolfi, che come sempre esprime concetti anche
molto forti, ma sostenuti da un grosso lavoro di ricerca e di analisi.
Il sociologo torinese chiarisce
subito che il suo intento non è di dimostrare il distacco tra la sinistra e i
ceti popolari, che è un fatto piuttosto evidente, ma di cercare di capire
quando esso sia iniziato e perché. E si parte da lontano: Ricolfi sostiene che la
lunga marcia che ha reso la sinistra sempre più impiegatizia (anzi
pubblico-impiegatizia) e sempre meno operaia, iniziò nel mitico PCI di
Berlinguer.
E con questo salgono a tre i
volumi che metto in borsa con l’intento non tanto di condividere, quanto di
capire, confrontare, distinguere.
16.30: non si propongono libri,
ma si ragiona sull’affidabilità di ciò che si legge (“fake news” è l’espressione
ormai entrata nel lessico quotidiano) nell’incontro con Corrado Sinigaglia (professore di filosofia della scienza) e Giovanni Ziccardi (professore di
informatica giuridica) moderato da Piero
Attanasio dell’Associazione Italiana Editori.
 |
| Corrado Sinisgaglia, Piero Attanasio e Giovanni Ziccardi |
Il titolo del dibattito è: “I
libri nel mondo della post verità”. Sinigaglia precisa opportunamente che la
tendenza alla dequalificazione delle pubblicazioni, anche in campo scientifico,
è iniziata ben prima dell’era Internet 2.0 (la seconda fase di internet, quella
caratterizzata dai social network che concedono a chiunque la possibilità di
raggiungere una grande potenza mediatica). Inoltre le “fake news” sono spesso
estrapolazioni di fatti localmente veri, ma del tutto decontestualizzati.
Contrastarle è spesso una fatica vana, in quanto il “fake” fa sempre più
audience della noiosa e faticosa verità. Ziccardi aggiunge che si creano
meccanismi perversi basati sul consenso, nei quali la fake news è la moneta di
scambio per la crescita di popolarità. In questo l’editoria può avere un ruolo
fondamentale. Gli studiosi che dedicano anni di studio prima di pubblicare un
libro, che magari da decenni sono concentrati su un’unica area di
approfondimento, hanno bisogno di canali in cui la loro comunicazione “fuori
dal tempo” possa essere veicolata.
D’altronde, è la mia riflessione
personale, le fake news sembrano ormai strangolare l’enorme libertà di
espressione che si era creata nei primi tempi dell’era dei social network. Man
mano che le voci sulla piazza virtuale sono aumentate, soltanto chi grida più
forte riesce a farsi sentire. E non sempre chi grida più forte dice le cose più
sensate. E sui pericoli di un eccessivo “controllo” dell’informazione, mi viene
da pensare alla vecchia distinzione tra i fatti e le opinioni: dovremmo
fare in modo di dividerci sulle opinioni, evitando di parlare a vanvera sui
fatti.
 |
| Domenico Quirico e Sergio Ramazzotti |
Concludo la mia visita a Tempo di
Libri con l’incontro con il giornalista Domenico
Quirico e il fotoreporter Sergio
Ramazzotti sul tema: “E’ ancora possibile fare del buon giornalismo?”,
sottotitolo del libro di Quirico “Il tuffo nel pozzo”.
E’ l’incontro più carico
di pathos di tutta la giornata. Quirico, inviato in zone di guerra, sequestrato
in Siria per cinque mesi, è un reporter che interpreta la sua professione come
una missione totalizzante, dove non sono possibili mediazioni o compromessi.
Per lui esiste un solo modo di fare giornalismo: raccontare ciò che si vede e
soltanto ciò che si vede. I giornali si ridurrebbero a cinque pagine scarse, ma
sarebbero infinitamente più interessanti.
Sergio Ramazzotti presenta una
storia in immagini, che si svolge nell’arco di 72 ore, da guardare in silenzio,
per scoprire alla fine che si tratta di un viaggio per andare a morire in una “clinica”
svizzera che pratica l’eutanasia, o per meglio dire, il suicidio assistito. Una
storia che tocca l’anima (questo dovrebbe fare per Quirico il buon
giornalista: toccare l’anima) e ci fa vedere con i nostri occhi queste
famigerate “cliniche”, in realtà bilocali con angolo cottura. Essere sul
posto, raccontare in presa diretta, è tutto ciò che di nobile esiste nella
professione del giornalista. E del
fotoreporter.
Dulcis in fundo, i mei acquisti:
oltre ai libri presentati durante l’incontro, ho approfittato dell’occasione
per aggiungere sullo scaffale due romanzi che si preannunciano come due
gioiellini della letteratura: I duellanti di Conrad e Il colpo di grazia di Marguerite
Yourcenar. Inoltre un saggio economico di Stiglitz: La grande frattura – La disuguaglianza e i modi per
sconfiggerla.