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giovedì 15 agosto 2024

Paul Auster, L'invenzione della solitudine



Ritratto di un uomo invisibile.

"Era assente già prima di morire, e le persone più vicine a lui avevano imparato da un pezzo ad accettarne l'assenza, considerandola il tratto più essenziale del suo essere"
"Se da vivo continuavo ad esaminarlo cercando in lui il padre che non c'era, sento ancora il bisogno di cercarlo da morto. La sua morte non ha cambiato nulla. L'unica differenza è che mi manca il tempo"
"La morte sottrae all'uomo i suo corpo." "...presupponendo che l'uomo continui ad esistere, ma solo come idea, come insieme d'immagini e memorie nella mente di altri uomini. Quanto al corpo, non è che carne ed ossa, un ammasso di pura materia"
"Dietro le quinte della mia memoria: un desiderio di compiere un'impresa eccezionale, di impressionarlo con un gesto dalle dimensioni eroiche"



Il libro della memoria.

"Quando muore il padre, scrive, il figlio diviene padre e figlio di se stesso"
Pascal ("Tutta l'infelicità dell'uomo deriva da una ragione soltanto: non sa star tranquillo nella sua stanza"). La camera da letto di Van Gogh ad Arles, l'apparente tranquillità e l'urlo che sale. Hölderlin per 36 anni nella sua zimmer, dopo la morte d Suzette. La stanza di Emily Dickinson, che non puoi trovare nella casa museo di Amherst, perché già tutta nelle sue poesie. Vermeer, la Donna in Blu (la rappresentazione potente di tutto ciò che non si vede, di ciò che è fuori dalla stanza).
Cicerone, Giordano Bruno, tecniche di memorizzazione degli antichi, attraverso luoghi, immagini. Oggetti che evocano ricordi ed emozioni(Proust). "La memoria: lo spazio in cui le cose accadono per la seconda volta"
"La memoria, quindi, non tanto come passato che racchiudiamo in noi, ma come prova del nostro vivere nel presente. Se un uomo vuol essere davvero presente fra le cose che lo circondano, non deve pensare a se stesso, ma a quello che vede. Deve dimenticare se stesso per essere lì; e da questo oblio nasce il potere della memoria. E' un modo di vivere la propria vita affinché nulla vada mai perduto"
Coincidenze. La natura del caso. Significato o assenza di significato. Vita reale e vita immaginaria. Freud. Collodi ed il suo doppio. Geppetto libera Pinocchio dalla materia. Michelangelo libera Mosè.
Leibniz, tutta la materia è collegata, la lingua è relazione, giocare con le parole, tradurre e rimare (creare e ricreare). "Una parola diventa un'altra parola, una cosa ne diventa un'altra"
"Nello spazio della memoria ogni cosa è al contempo se stessa e qualcos'altro"
"Ciascun libro è un'immagine di solitudine, un oggetto concreto che si può prendere, riporre, aprire e chiudere, e le sue parole rappresentano molti mesi, se non anni, della solitudine di un individuo, sicché a ogni parola che leggiamo in un libro potremmo dire che siamo di fronte a una particella di quella solitudine"
Giona nel ventre della balena, Pinocchio trova Geppetto nel pescecane. Dove si pensa d incontrare la fine, lì c'è la salvezza. Enea e Anchise (e Ascanio).
Padri e figli. Rembrandt e i ritratti del figlio Titus. E il ritratto di Sir Walter Raleigh con il figlio Wat (1602). Anatole Mallarmé. Anna Frank. I bambini della Cambogia. La mostruosità del mondo.
"A. guarda suo figlio e capisce che non deve permettersi di disperare". "Il pensiero del dolore di un bimbo, dunque, è mostruoso ai suoi occhi. Ancora più mostruoso della mostruosità del mondo stesso, perché carpisce al mondo la sua sola consolazione"
"Si dice che gli uomini impazzirebbero se la notte non sognassero; analogamente, se a un bimbo si nega l'acceso all'immaginario, non prenderà mai contatto con la realtà. Il bisogno di storie per un bambino non è meno vitale del bisogno di cibo, e si manifesta con lo stesso meccanismo della fame"
Shehrzad, il racconto che si fa vita.
"Tutte le migliaia di ore che A. ha trascorso con lui nei primi tre anni della sua vita, tutti i milioni di parole che gli ha detto, le lacrime che gli ha asciugato...tutto questo svanirà dal ricordo del bambino, per sempre"
"Ciò che il vecchio gli indica è che i nostri figli sono sempre invisibili. E' la più semplice delle verità: una vita appartiene soltanto alla persona che la vive; la vita stessa esigerà di vivere; vivere è lasciar vivere".









 

sabato 15 ottobre 2016

Hawthorne, lo scrittore e l'ispirazione


"Il lume di luna in una stanza familiare, che piove così bianco sul tappeto e ne rivela tutte le figure con tanta precisione – e rende così visibile ogni singolo oggetto, e tuttavia lo presenta in una luce tanto diversa da quella del mattino o del meriggio – è il mezzo più adatto per uno scrittore di romanzi, che voglia far conoscenza con gli ospiti della sua fantasia. Sulla piccola scena domestica del ben noto appartamento, ogni sedia possiede la sua distinta personalità; la tavola di mezzo sostiene un cestino da lavoro, uno o due volumi, una lampada spenta; il sofà, la libreria, i quadri alle pareti: tutti questi particolari, visti così chiaramente, sono come spiritualizzati dalla luce insolita, tanto che paiono smaterializzarsi per diventare creazioni della fantasia. Non v’è nulla di troppo piccolo e troppo insignificante che non subisca questa trasformazione, in tal modo acquistando un’importanza speciale. La scarpetta di un bambino, la bambola seduta nella sua carrozzella di vimini, il cavalluccio di legno, insomma, tutto ciò che è stato usato o col quale si è giocato durante il giorno, ora si trova stranamente remoto, sebbene rimanga vivo e presente come durante il giorno. E così il pavimento della nostra stanza familiare è divenuto un territorio neutro, che si trova tra il mondo reale e i reami del sogno, dove il Vero e l’Immaginario possono incontrarsi e ciascuno assumere la natura dell’altro." 
Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta (capitolo introduttivo, La dogana)

sabato 3 settembre 2016

Nathaniel Hawthorne e lo spoil system



Nel 1848 Nathaniel Hawthorne, allora supervisore alla Dogana di Salem, fu licenziato a causa del cambio dell’amministrazione governativa.  Per lui fu un’autentica fortuna, come spiegò nel capitolo introduttivo della "Lettera Scarlatta" pubblicato due anni dopo, perché da quel momento si dedicò a tempo pieno alla scrittura e riuscì a vivere dei proventi della sua carriera di letterato.

Le parole seguenti sono però da ricordare ogni volta che (il riferimento alla cronaca recente non è causale) nelle aziende a forte influenza pubblica e nell'amministrazione statale, regionale e comunale viene realizzato il cosiddetto “spoil system”.

 "Per dare un completo quadro dei vantaggi della vita di un impiegato è necessario considerarlo all’inizio di un’amministrazione ostile. La sua posizione è, allora, sotto ogni punto di vista, una delle più moleste e sgradevoli che un infelice mortale possa sperimentare, tanto più che, ben di rado, ha la possibilità di un’alternativa migliore, sebbene quella che gli appare la peggiore, molto probabilmente, possa essere proprio la sua fortuna. Ma è proprio una strana sensazione, per un uomo dotato di qualche orgoglio e sensibilità, quella di sapere che il suo destino dipende da individui che non lo amano né lo capiscono, e dai quali, - poiché la scelta è confinata a queste due alternative – preferirebbe subir danni che non ricever favori.  Strano pure, per uno che ha mantenuto la sua calma durante la contesa, osservare la sete di sangue che improvvisamente si manifesta nell’ora del trionfo, ed esser conscio che egli è una delle vittime designate. La natura umana possiede pochi tratti più ripugnanti di questa tendenza – che ho osservato in uomini niente affatto peggiori del loro prossimo – a diventar crudeli, semplicemente perché posseggono la capacità di fare del male. Se la ghigliottina – cui sono condannati gli impiegati in carica – fosse una realtà invece di costituire semplicemente una delle più calzanti metafore, sono sinceramente persuaso che i membri attivi del partito vittorioso sarebbero così eccitati da farci tagliar la testa e ringraziare il cielo della splendida occasione che hanno avuto."
Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta



giovedì 1 settembre 2016

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess




“I ragazzi Burgess”, penultimo romanzo di Elizabeth Strout, ci parla della complessità dei rapporti famigliari, di quanto possono essere chiuse le piccole comunità paesane, della difficoltà di capirsi fra diversi, ma è anche una lettura godibile e rilassante, come guardare una commedia holliwoodiana anni ’50 alle cinque del pomeriggio. Potete leggere la trama e altre recensioni qui.

Il prologo, nel quale due vedove, madre e figlia, conversano e rievocano le comuni conoscenze , scostando pensosamente le tende per guardare le betulle, dà il tono all’intera narrazione, come se l’autrice volesse ammorbidire l’impatto degli eventi più drammatici, stemperandoli nella luce tiepida del suo stile confortevole.

Seguendo i personali ricordi delle due signore, si fa velocemente amicizia con Jim, Bob e Susan Burgess, si conoscono i rispettivi coniugi e anche Zachary, il ragazzo ignorantello e impaurito che dà impulso alla storia e ne sostiene la trama fino almeno a metà.

Nella prima parte i personaggi sono vivi e credibili, pur riconducendosi ciascuno a qualche archetipo del cittadino americano, e sono ben inseriti in tematiche culturali e sociali appena tratteggiate, per non disturbare troppo i personaggi in primo piano, eppure rese efficacemente.

Da metà in poi, il romanzo ha una svolta, il motore iniziale della storia rallenta e si spegne e rimangono i personaggi, soli e nudi e senza maschera. “Nessuno mi può giudicare” potrebbe essere il titolo di questa seconda parte o, come la vedova più anziana afferma nel prologo, “nessuno conosce mai veramente qualcuno”. E' nella seconda parte che l'attenzione si sposta dalle dinamiche sociali a quelle famigliari.

L’eroe abile, disinvolto e pragmatico della prima parte, quello attento ai bisogni e alle debolezze umane (per prendersene cura, nel caso dei propri familiari, oppure per sfruttarli a proprio vantaggio, nel caso di avversari e ostacoli nella battaglia per la vita), il self made man che non sopporta i gretti razzisti ma è ugualmente allergico alle ipocrisie dei moralisti di professione e infastidito dal fanatismo del “politically correct”,  l’uomo fuggito dall’ambiente chiuso del Maine e che riesce a non farsi fagocitare dalla Grande Mela, il professionista di successo, il marito invidiato, il padre che tutti vorrebbero avere ha un suo lato oscuro. Non sorprende che ci sia, perché ce lo aspettavamo e avevamo messo in conto che potesse essere esattamente “quello”.  Sorprende piuttosto che questa scoperta abbia il potere di mandare in frantumi il personaggio e buona parte del mordente della storia.

Il romanzo funziona ancora, perché a questo punto il lettore è stato saldamente agganciato all’amo, però non c’è più la naturale scioltezza dell’avvio.

Una volta chiuso e rimesso il libro al suo posto sullo scaffale, ci capiterà di ripensare a Jim, Bob, Susan, Hellen, Pam e Zach come a persone incontrate in una lunga e piacevole vacanza, che ci hanno fatto divertire, ci hanno confidato qualche segreto e resi partecipi di qualche angoscia, senza tuttavia risultare mai invadenti, né noiosi. Tutti insieme ci hanno confermato che la famiglia è un delicatissimo intrico di sottili equilibri e che gli Stati Uniti d’America sono un posto dove è molto complicato nascere, crescere e vivere. Insomma, ce n’è di che rimanere soddisfatti, alle cinque del pomeriggio, tra un biscottino e l’altro, con il sole che filtra delicato dalle tende, mentre fuori il vento accarezza le betulle.
“Che cosa farò, Bob? Non ho più una famiglia”.

“Sì che ce l’hai”, rispose Bob. “Hai una moglie che ti odia. Tre figli che ce l’hanno a morte con te. Un fratello e una sorella che ti fanno impazzire. E un nipote che una volta era una nullità, ma a quanto parte ultimamente lo è un po’ meno. Questo è ciò che si definisce una famiglia”.

sabato 19 settembre 2015

Danny l'eletto

Fin dalle origini della tradizione chassidica, il tzaddik era il capo della comunità, un uomo particolarmente devoto, sapiente e sensibile, che la gente seguiva con fiducia e a lui si rivolgeva per ogni problema. I chassidim riconoscevano nello tzaddik un vincolo sovrumano tra loro e Dio.
Come spesso succede quando i movimenti spontanei, guidati da uomini particolarmente carismatici, si cristallizzano e diventano istituzioni, anche nel chassidismo ci furono abusi. La carica di tzaddik divenne spesso ereditaria, molti tzaddikim vivevano come monarchi orientali, le comunità divennero clan chiusi e dogmatici che, anche per il tramite di barbe, riccioli e vestiti scuri con le frange, si illudevano di fermare il tempo alla Polonia del diciottesimo secolo.
Ogni aspetto estraneo allo studio del Talmud era un potenziale pericolo e si composero liste di cose lecite e di cose proibite, molti libri vennero messi al bando e si diffuse la pratica dei matrimoni combinati fin dalla più tenera età. Studiare le materie ebraiche in lingua ebraica anziché in yiddish era considerato un peccato inaudito, perché l’ebraico era la Lingua Santa e usarlo normalmente in classe era una profanazione del Nome di Dio.
Quando il movimento sionista iniziò a propugnare uno Stato ebraico in Palestina, trovò nelle comunità chassidiche uno strenuo avversario, perché non si ammetteva una patria ebraica che non avesse al centro la Torah, non doveva quindi esserci una patria ebraica fino all’avvento del Messia.
Fanatismo? Certamente. Eppure anche un ebreo liberale, pur non condividendo affatto queste scelte e questi comportamenti, può affermare che “il fanatismo d’uomini dello stampo del rabbino Saunders ci ha conservati in vita durante duemila anni di esilio.
Le ultime, sconvolgenti quindici pagine di “Danny l’eletto” gettano una luce nuova su tutto il romanzo e rivelano che ci può essere un’infinita tenerezza nella dura roccia che protegge e custodisce le radici della pianta cresciuta con fatica al suo interno. Se ci si ferma alla superficie, si sperimenta solo il lato duro, ruvido, sgradevole, e anche violento, di uno stile di vita incomprensibile e inaccettabile.
Ma scavando in profondità (e per questo occorre che ci siano delle profondità, quindi l’integralismo non è per tutti) si può scoprire un sorprendente ed inesauribile pozzo di sensibilità, comprensione, amore ed empatia. Si può scoprire che dietro veti, bandi e proibizioni si nasconde la consapevolezza che essi saranno tutti abbattuti e che è ineluttabile che le regole formali, le prescrizioni, i codici siano prima trasgrediti e poi abbandonati. Nel frattempo, con severità, disciplina e rigore ben oltre ogni limite comprensibile, avranno forgiato un’anima, avranno formato un uomo.
Quest’uomo potrà anche tagliarsi i riccioli, la barba, smettere gli abiti scuri e le frange, ma rimarrà per sempre profondamente un tzaddik, un giusto, un sapiente, un caritatevole, un uomo che anche nella confusione delle strade del mondo non perderà mai la propria.
“Danny l’eletto” ci parla dell’amicizia di due ragazzi ebrei newyorkesi, alla fine della seconda guerra mondiale.  Reuven è figlio del professor Malter, un ebreo colto e di larghe vedute, sostenitore e promotore del sionismo. Daniel invece è figlio del rabbino Saunders, uno tzaddik di grande carisma, stimato, e rispettato da tutti.
Danny, destinato ad ereditare la carica del padre, è un ragazzo eccezionalmente intelligente, curioso e sensibile. Divora di nascosto letture “proibite”, stringe amicizie pericolose eppure non osa mettere in discussione né l’autorità del padre, né il severo (forse anche crudele) sistema di vita entro cui è cresciuto.
Non si tratta solo di un grande romanzo sull’amicizia: il libro ci parla anche di padri e di figli, di silenzi e di incomunicabilità, di parole dette in silenzio, di canali di comunicazione incredibilmente tortuosi, che devono farsi strada tra le complessità dell’anima.
E’ un libro che invita anche a riflettere, noi apparentemente liberi, liberali, laicissimi, aperti e democratici. Ci invita a non fermarci all’aspetto sgradevole e aspro della roccia, ad andare oltre le idee e i comportamenti che ci sembrano incomprensibili, arcaici, ottusi e bigotti. Troppo facile denigrarli, rifiutarli, rispondere al fanatismo con altrettanto fanatica superficialità. L’istinto sarebbe quello, ed è naturale. Infatti, anche l’amicizia tra Reuven e Danny nasce da uno scontro, dall’odio persino. Ma poi i due ragazzi fanno leva sulle proprie qualità e da quella contrapposizione nasce una grande amicizia, un legame solido, un ponte tra due mondi apparentemente incomunicabili.
Non dovremmo mai dimenticare che il dialogo è sempre possibile. A due condizioni: che si abbia la voglia e la capacità di scavare, e che sotto la superficie ci sia qualcosa.
Crescere un figlio nel dolore e nel sacrificio, imporre a sé e agli altri privazioni e sofferenze, continuerà a sembrarci un prezzo inaccettabile per forgiare un carattere. Ma chi vive in un mondo protetto da barriere sa e si aspetta che esse siano superate prima o poi, sa che quel mondo si dissolverà e si mescolerà con altri mondi.
Forse è proprio su questo che si fonda il dialogo: la capacità di guardare avanti, pur senza dimenticare la validità delle proprie ragioni e restando intimamente fedeli alle proprie radici.


sabato 21 febbraio 2015

The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck



Chiudiamo gli occhi e proviamo ad immaginare.

Una tempesta di polvere, un disastro ecologico di grandi proporzioni, favorito da decenni di avido sfruttamento della terra.

Un esodo, una massiccia migrazione,  che dalle terre inaridite conduce migliaia di famiglie verso una speranza di lavoro, cibo, sopravvivenza.

Un sistema finanziario e bancario che per sopravvivere deve continuare ad alimentarsi anche quando la terra diventa sterile per umana  insipienza e ingordigia, anche quando gli uomini non hanno di che mangiare e pagare le tasse, anche quando le famiglie digiunano e non hanno più casa.

Un muro compatto di funzionari, impiegati, operai, commercianti, piccoli  risparmiatori, pensionati e poveri diavoli: per sfamare se stessi e le loro famiglie seguono senza colpa le fredde leggi di un sistema in base al quale gli appetiti servono unicamente ad alimentare nuovi e più grandi appetiti e dove chi si accontenta non gode, ma soccombe e lascia spazio al più forte, al più fortunato, al più ingordo, al più veloce.

Una terra ricca e fertile, un’agricoltura che è diventata commercio e industria e poi finanza. Un mondo di benessere che attrae, che richiama, che ha bisogno di braccia, tante braccia, e più sono e meno costano, dunque occorre chiamare uomini, donne e bambini da lontano, molto lontano, abbagliati dal miraggio e disposti a tutto.

Una moltitudine in movimento che varca confini e occupa spazi, che ha fame e non ha soldi, che è primordiale nei suoi bisogni e dunque appare rozza, brutale, sporca, minacciosa, infetta.

Una comunità sotto assedio, che teme per il proprio lavoro, la propria casa, la propria salute, la propria sicurezza, le proprie donne, la propria identità e il timore diventa paura e la paura diventa odio e l’odio diventa pregiudizio e l’ignoranza propaga il pregiudizio, l’odio, la paura.

Chi ha paura cerca una difesa. Contro la sporcizia, contro le malattie, contro la criminalità, contro il pericolo venuto da lontano. Occorre stringersi, unirsi, armarsi, vigilare, respingere.

E c’è, soprattutto, l’inesorabile legge della domanda e dell’offerta che regola il mercato, il delicato meccanismo che per essere mantenuto tonico ed efficiente deve fondarsi sullo spreco, sulla deliberata distruzione di parte del raccolto per tenerne alto il prezzo.

Ma sacrificare i frutti della terra in nome del dio denaro, mentre gli uomini non hanno di che sfamarsi, significa commettere azione empia verso la terra e verso gli uomini. E‘ una ubris che aspetta di essere risarcita, e infatti i grappoli d’uva lasciata marcire sui tralci diventano grappoli d’ira, collera, furore.

Ora possiamo riaprire gli occhi. Dove abbiamo visto tutto questo?

Queste immagini, queste scene che potrebbero essere cronaca del XXI secolo fanno da sfondo e da ambientazione ad un grande romanzo scritto settantacinque anni fa e ancora in grado di competere in attualità,  forza e incisività con tante inchieste, ricerche o riflessioni contemporanee.

John Steinbeck scrisse Grapes of Wrath nel 1939, dopo aver studiato la condizione di vita dei contadini dell’Oklahoma a metà degli anni Trenta del secolo scorso, quelli che seguirono la Grande Depressione e sconvolti dalla Dust Bowl, il cataclisma che li fece migrare in massa verso ovest, alla disperata ricerca di lavoro.

La storia della famiglia Joad, del suo viaggio della speranza lungo la Route 66 vuole riassumere e rappresentare l’epopea di un’intera generazione di agricoltori e  favorire la denuncia  di “un’economia che uccide” , come dice Papa Francesco.  Se “Nutrire il pianeta, energia per la vita” (tema di Expo 2015) ci sembra un obiettivo oggi tanto utopico quanto urgente e necessario, è segno che in questi decenni ancora tante famiglie Joad in ogni parte del globo hanno intrapreso con diverse fortune il loro viaggio della speranza.

Pagine che scorrono veloci, parole che pungono, personaggi che rimangono impressi. Tra tutti, mi piace ricordare due donne. L’immensa Ma’, vero centro di gravità della famiglia, titanica e bellissima nel suo impossibile sforzo di tenere unita la famiglia e nel difenderne valori e dignità, e la piagnucolosa Rose of Sharon, a cui spetta l’onore della scena finale del romanzo, perché anche i deboli talvolta trovano nelle avversità qualche occasione di riscatto.

Storia che scava, che colpisce, che ispira (John Ford, Woody Guthrie, Bruce Springsteen) e che continuerà a parlarci a lungo. “Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti … dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì …. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì … e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito …  be’, io sarò lì”.

giovedì 9 ottobre 2014

Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street


Herman Melville pubblicò il racconto “ Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street” nel 1853, nel periodo più nero della propria parabola di scrittore. Moby Dick, uscito due anni prima, fu stroncato dalla critica, che lo definì incomprensibile, assurdo e pieno di “metafisica tedesca”. Ancora peggio andò con il romanzo “Pierre o delle ambiguità”.
E’ vero che Melville, quasi presagendo il suo insuccesso, durante la stesura di Moby Dick aveva teorizzato che “chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza”. Questa profezia non gli portò fortuna: di lì a pochi anni, Melville abbandonò completamente la narrativa, si arrabattò come poté per mantenere la famiglia e sfogò la sua vena artistica e contemplativa nella poesia, nei viaggi e nell’arte.
La trama di Bartleby lo scrivano è presto detta. In uno studio legale di Wall Street viene assunto un nuovo copista, di nome Bartleby. A differenza degli altri dipendenti dello studio, la cui produttività è piuttosto carente (per motivi diversi riescono ad essere lucidi ed efficienti soltanto mezza giornata) Bartleby si afferma subito come esempio di diligenza, decoro e discrezione. Tutt’altro che un indolente o un incapace, o un impostore. Ma entro pochi giorni succede un fatto inspiegabile, il primo di una serie di episodi che passo dopo passo fanno sprofondare la vicenda in un’enigmatica tragedia. E su quell’enigma per oltre un secolo si sono esercitate intere schiere di critici, di eruditi e di accademici a caccia di punteggi.
Succede che Bartleby, a sorpresa e inspiegabilmente, oppone una lunga serie di rifiuti tanto cortesi, quanto fermi, immotivati e irragionevoli a richieste che invece appaiono del tutto ragionevoli e sacrosante, e alla fine persino generose e caritatevoli. Bartleby, educatamente e cortesemente, non arretra, non cede e non accetta compromessi fino ad arrivare all’autodistruzione finale. In tanti hanno provato, ma nessuno è mai stato in grado di spiegare in modo risolutivo e definitivo la sua condotta. Melville ha giocato con il chiaroscuro, quasi volesse beffarsi dei critici che tante delusioni gli avevano procurato.
La scrittrice e filosofa Edith de la Héronnière, nel suo saggio “Ma il mare dice no”, colloca il grigio e insignificante Bartleby tra i personaggi letterari che le sono più cari, accanto ad Antigone, Cyrano, Oblomov, Cosimo di Rondò (il barone rampante) e altri, tutti accomunati da una rara capacità di dire di no.
L’esperienza quotidiana insegna che dire di no è infinitamente meno comodo, più rischioso e meno vantaggioso che dire di sì. Significa spesso opporsi a una lusinga, una promessa, un invito, un ordine, una minaccia, un’appartenenza. Significa escludersi, chiudere una porta, precludersi opportunità. Ancor più, con l’odierna demagogica manipolazione del “pensiero positivo”, chi dice no è automaticamente incluso nella categoria dei conservatori, dei menagramo, del vecchiume da rottamare, dei “gufi” (semplificazioni necessarie per chi ritiene di avere un grande progetto in testa e lo vuole realizzare; c’è solo da augurarsi che sia il progetto giusto).
Proviamo a ricordare le nostre esperienze personali. Ogni volta che abbiamo ricevuto un rifiuto, la nostra prima reazione è stata di trovarlo, in un modo o nell’altro e secondo le giuste proporzioni della specifica situazione, irragionevole (perché non ha accolto le NOSTRE ragioni) o irritante (perché ci ha dato una piccola, o grande, o grandissima delusione) oppure sconfortante (perché ha indebolito la nostra sicurezza sulla nostre capacità di persuasione o sulla nostra capacità tout court). Il no, anche se espresso nel modo più garbato, ci dispiace, è fastidioso e ci disturba. Qualche volta ci spaventa e ci impaurisce (e quando c’è paura, molto spesso c’è anche violenza, o prepotenza, o denigrazione).
Sentite la de la Héronnière: “No è una parola brutale. Non ha la rotondità del sì. Il suo colore, se mai dovessimo dargliene uno, sarebbe il nero, oppure il bianco della morte. Possiede connotazioni, per così dire, negative, ostili e redibitorie. Le immagini alle quali di solito si accompagna non hanno niente di simpatico: un muro, una porta sbattuta sul naso di chi resta fuori, un volto che si nega a chi lo guarda, una mano che afferra il braccio del bambino impedendogli di correre, di fare rumore, di ridere. Il no è la barriera, il rosso cartello segnaletico sbarrato di bianco esposto sulle strade, sulle porte, nei cuori. E’ una parola che ci riporta all’infanzia, ai suoi divieti, al lato oscuro dell’apprendimento che poi la vita si incarica di cancellare. Errore, impasse, senso vietato: parola di melassa e di catrame da cui la luce sembra ritrarsi. A chi di noi piace sentirsela dire?”
Chi dice no ci appare, sempre con la dovuta proporzione alla posta in gioco, una persona poco ragionevole, fondamentalmente ottusa, rigida, o almeno un tantino fredda, scostante, antipatica, poco interessata a noi.
Potremmo forse azzardare che il no pronunciato da una posizione di forza (ad esempio un superiore di grado) può far leva sulle emozioni negative che suscita in chi lo riceve ed essere persino usato come sadica dimostrazione di potere.
Il no pronunciato da posizioni di debolezza (ad esempio un sottoposto, come era Bartleby) corre invece il rischio di restare prigioniero dell’aura eroica che lo circonda e di arenarsi in un’intransigenza tanto sterile quanto masochistica o suicida.
In effetti, tra le numerosissime interpretazioni che furono date al racconto di Melville, ce ne furono alcune che lo leggevano come ribellione contro il pragmatismo utilitaristico e contro l’affannoso attivismo in voga a Wall Street. Altre al contrario vi individuavano il monito contro l’insostenibilità e lo sbocco suicida a cui avrebbero portato le tesi di Thoreau sulla resistenza passiva. (Henry Thoreau, autore di Walden- una vita tra i boschi, proprio in quegli anni aveva pubblicato il suo saggio “Disobbedienza Civile”).
E’ comunque indiscutibile che Bartleby lo scrivano, con la sua trama scarna e i suoi scialbi personaggi (ad iniziare dal protagonista, che paradossalmente rimane più in ombra degli altri) è una magnifica dimostrazione di come quelle due semplici lettere, unite a formare un’apparentemente innocua paroletta, siano in grado di scatenare una ridda di conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.
Soprattutto perché cortese, ma ferma e irragionevole, quella frase “I would prefer not to” (che Gianni Celati traduce con: “avrei preferenza di no”) ci pone davanti all’abisso. E adesso? Ci chiediamo ancora increduli. Come giustamente osserva la de la Héronnière: “Il no di Bartleby pone chi lo circonda di fronte a se stesso. Con la sua inazione rivela l’inanità , ossia la stupidità di ogni azione. Con il suo silenzio dimostra l’inutilità di ogni parola. Con il suo rifiuto di lavorare getta una luce assurda sulla laboriosa agitazione dei suoi simili. La cosa più interessante, nel suo caso, sono le reazioni che suscita e che, a ben guardare, coprono l’intero arco dei sentimenti umani: dall’esasperazione alla voglia di uccidere, dal senso di colpa alla tenerezza, dal rimorso alla più profonda compassione. Come tutti i portatori di assoluto, questo piccolo uomo è uno specchio che ci rimanda sia alla nostra estrema umanità, sia alla nostra animalità”.
Nonostante verso la fine del racconto si trovi un indizio, l’unica nota biografica sul passato di Bartleby, che potrebbe orientare una possibile spiegazione, si è propensi a pensare che si tratti di una falsa pista, o di una spiegazione molto parziale. Cito sempre da Il mare dice no: “Qualcosa ci dice che per decifrarne il significato non dobbiamo abbordarla dal lato sociale o psicologico. Con Bartleby si entra nel campo della metafisica e può anche darsi che non esista una vera e propria spiegazione umana per l’atteggiamento di questo eroe. Intuiamo che il suo silenzio è gravido di una protesta rivolta non contro gli uomini o gli dèi ma contro la vita stessa. Se ci sconvolge è proprio perché ci conduce verso uno spazio dove gli argomenti affettivi, psicologici, sociali e religiosi non hanno più corso, ossia verso una sorta di aldilà”.
La capacità di Bartleby di incuriosirci, di commuoverci, di farci pensare e di interessarci nonostante il suo mesto grigiore, e di chiederci alla fine: “dove sta il trucco?” richiama un altro caso di “perdente di successo” della letteratura americana: il più recente e meno problematico Stoner. Anche la vicenda umana di quest’ultimo, guarda caso, è molto segnata da un “no” pesante da lui pronunciato, pur se privo di qualsiasi alone di mistero, ma questa è un’altra storia…
Chiudo segnalando che l’edizione del racconto curata e tradotta da Gianni Celati contiene anche un saggio dello stesso Celati, un elenco ragionato delle varie interpretazioni nel corso del tempo e una selezione delle lettere scritte da Melville nel periodo intercorrente tra la pubblicazione di Moby Dick e la pubblicazione di Bartleby lo scrivano. Tra di esse, anche quelle all’amico Nathaniel Hawthorne, a cui Moby Dick è dedicato.