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martedì 6 settembre 2016

Numeri e parole, la difficile coesistenza





Nel mondo del lavoro circola spesso la battuta sugli avvocati che, trovandosi di fronte a qualsiasi numero, fosse anche un numero di pagina, si fermano e chiedono istruzioni sul da farsi. Viceversa, i colleghi impegnati in attività creative o di comunicazione faticano a intendersi con gli amministrativi e i tecnici che “ragionano solo a numeri”. Ma c’è davvero così incompatibilità tra parole e numeri? 

Proviamo a vedere le esperienze di scrittori celebri che, per caso, vocazione o necessità hanno svolto anche attività in cui i numeri sono importanti.

Raymond Chandler (1888-1959) l’inventore del detective Philip Marlowe, lavorò come contabile e poi come direttore per alcune compagnie petrolifere.  “Odiavo gli affari, ma nonostante ciò alla fine divenni funzionario e direttore di una mezza dozzina di società petrolifere indipendenti” (Parola di Chandler, 2011, la biografia attraverso le lettere e altri scritti) . Fu licenziato per ubriachezza nel 1932, a 44 anni.

Al contrario, la giallista argentina Claudia Piñeiro (n. 1960) dopo essersi laureata in Economia e Commercio ha fatto per dieci anni la contabile e la commercialista e non pare così traumatizzata da questa esperienza.

 Nathaniel Hawthorne ( 1804-1864) fu, come Geoffrey Chaucer (1343-1400), funzionario di dogana. Esperienza breve ma intensa, tanto che Hawthorne sentì il bisogno di raccontarla diffusamente nel capitolo introduttivo della Lettera Scarlatta. Giusto per dare un’idea: “Cercavo di calcolare quanto a lungo sarei potuto rimanere nella Dogana, con la possibilità di uscirne ancora un uomo”.  Infatti Hawthorne considerò una fortuna il suo licenziamento in seguito al cambio di amministrazione, perché così tornò a fare il letterato.

Anche Herman Melville (1819-1891) amico di Hawthorne  tanto da dedicargli Moby Dick, ricoprì l’incarico di ispettore delle Dogane,  ma seguendo una parabola più malinconica dell’autore della Lettera scarlatta: dopo l’insuccesso seguito alla pubblicazione di Moby Dick e di Bartleby  lo scrivano, rimase a svolgere questo lavoro per un ventennio, fino a pochi anni dalla morte.

Diverso il caso di Giuseppe Pontiggia (1934-2003) che alla sua esperienza lavorativa da bancario dedicò il suo primo libro, dall’eloquente titolo: La morte in banca. Sopravvisse andandosene presto.

Invece Italo Svevo (1861-1928) attese per vent’anni, senza particolare entusiasmo, al suo impiego alla Banca Union. Raccontò questa sua esperienza, addolcita dalle due ore trascorse ogni sera nella biblioteca civica, nel romanzo Una Vita.

Altro bancario celebre fu Thomas Eliot (1888-1965), mentre il poeta americano Wallace Stevens  (1879-1955) fece il dirigente assicurativo con buona soddisfazione, tanto da affermare: “i soldi sono una specie di poesia”. Soddisfazione che, come sappiamo, non era molto condivisa da un altro celebre impiegato assicurativo: Franz Kafka (1883-1924); eppure  non si fatica a credere che il tormentato e geniale scrittore praghese svolgesse il suo incarico con scrupolo e dedizione, come sostiene chi ha esaminato le sue perizie e relazioni.

Thomas Mann (1855-1975), fu invece impiegato assicurativo per un anno soltanto, ma l’esperienza famigliare e le vicende della ditta paterna gli ispirarono a soli venticinque anni un grandissimo capolavoro dove molto spazio viene dato al conflitto tra senso del  dovere e indole contemplativa.

Guy de Maupassant (1850-1893) fu un impiegato ministeriale, certamente non troppo zelante e pure raccomandato; in compenso John Milton( 1608-1674)  si impegnò con passione nell’amministrazione dello Stato. E anche il poeta Edmund Spenser  (1522-1599), suo connazionale, fu un abile funzionario governativo in un ambiente pieno di insidie come la corte della regine Elisabetta.

Cambiamo genere di numeri: dopo i contabili, i bancari, gli assicuratori e i funzionari pubblici passiamo agli ingegneri, ai fisici, ai ricercatori.

Marco Malvaldi (n.1974) prima di scrivere gialli è stato ricercatore in chimica industriale. Non rinnega la sua vecchia professione, anzi quando può la sfoggia.

Paolo Giordano (n.1982) è laureato in fisica e il suo omaggio ai numeri lo ha voluto inserire nel suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi. E i numeri ha continuato a studiarli per un po'; dileguandosi, per sua stessa ammissione, al momento di iniziare a lavorare davvero.

Luciano De Crescenzo (n.1928) prima del successo come scrittore, uomo di spettacolo  e divulgatore di filosofia è stato a lungo ingegnere alla IBM.

Anche un innovatore del linguaggio come Carlo Emilio Gadda (1893-1973) esercitò a lungo la professione di ingegnere in Italia e all’estero. Mentre Salvatore Quasimodo (1901-1968) fu per dodici anni geometra al genio civile a Reggio Calabria, Firenze, Imperia e Milano.

Ingegnere del genio militare fu infine Fëdor Dostoevskij (1821-1881) ma per nostra fortuna si dimise dall’esercito molto in fretta.

Anche Robert Musil (1880-1942) fu ingegnere e professore universitario, però fu anche tante altre cose;  questo non gli impedì di scrivere, nell’Uomo senza qualità: ”Erano invasati dalla paura di non aver tempo per tutto, e non sapevano che aver tempo significa precisamente non aver tempo per tutto”.

Insomma, tirando le somme sembra che effettivamente la coesistenza tra numeri e parole, tra economia, tecnica e letteratura non riscuota generalmente grandi entusiasmi.  Chi può, abbandona la dura e grigia realtà dei numeri per fuggire verso il colorato e affascinante mondo dell’alfabeto.

Soltanto Adriano Olivetti riuscì a portare in fabbrica non solo libri e biblioteche, ma anche scrittori, poeti e intellettuali.

Nel lavoro,  diceva Italo Calvino, in qualunque tipo di lavoro, ciò che conta è il metodo, l’impegno costante, ripetitivo, artigiano. Su questa robusta e solida tavolozza, costruita con fatica e tenacia, puoi alla fine incollare le ali di farfalla, il guizzo della fantasia. Ma se manca la base, se ci sono soltanto le ali di farfalla, non avrai realizzato altro che una marmellata fragile, effimera e inconsistente.

Si capisce però che, potendo scegliere, questa tavolozza ognuno  voglia costruirsela nel campo che più gli aggrada. Preferibilmente lontano dagli uffici e dal lavoro organizzato dagli altri.

sabato 3 settembre 2016

Nathaniel Hawthorne e lo spoil system



Nel 1848 Nathaniel Hawthorne, allora supervisore alla Dogana di Salem, fu licenziato a causa del cambio dell’amministrazione governativa.  Per lui fu un’autentica fortuna, come spiegò nel capitolo introduttivo della "Lettera Scarlatta" pubblicato due anni dopo, perché da quel momento si dedicò a tempo pieno alla scrittura e riuscì a vivere dei proventi della sua carriera di letterato.

Le parole seguenti sono però da ricordare ogni volta che (il riferimento alla cronaca recente non è causale) nelle aziende a forte influenza pubblica e nell'amministrazione statale, regionale e comunale viene realizzato il cosiddetto “spoil system”.

 "Per dare un completo quadro dei vantaggi della vita di un impiegato è necessario considerarlo all’inizio di un’amministrazione ostile. La sua posizione è, allora, sotto ogni punto di vista, una delle più moleste e sgradevoli che un infelice mortale possa sperimentare, tanto più che, ben di rado, ha la possibilità di un’alternativa migliore, sebbene quella che gli appare la peggiore, molto probabilmente, possa essere proprio la sua fortuna. Ma è proprio una strana sensazione, per un uomo dotato di qualche orgoglio e sensibilità, quella di sapere che il suo destino dipende da individui che non lo amano né lo capiscono, e dai quali, - poiché la scelta è confinata a queste due alternative – preferirebbe subir danni che non ricever favori.  Strano pure, per uno che ha mantenuto la sua calma durante la contesa, osservare la sete di sangue che improvvisamente si manifesta nell’ora del trionfo, ed esser conscio che egli è una delle vittime designate. La natura umana possiede pochi tratti più ripugnanti di questa tendenza – che ho osservato in uomini niente affatto peggiori del loro prossimo – a diventar crudeli, semplicemente perché posseggono la capacità di fare del male. Se la ghigliottina – cui sono condannati gli impiegati in carica – fosse una realtà invece di costituire semplicemente una delle più calzanti metafore, sono sinceramente persuaso che i membri attivi del partito vittorioso sarebbero così eccitati da farci tagliar la testa e ringraziare il cielo della splendida occasione che hanno avuto."
Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta



mercoledì 15 giugno 2016

Primo Levi, La chiave a stella

"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è un privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono."
Primo Levi, La chiave a stella, 1978
 

mercoledì 25 maggio 2016

Levin, il lavoro, la vita e la felicità

Rubens - ritorno dei contadini dai campi
"Continuava a lavorare, ma ora sentiva che il centro di gravità della sua attenzione si era spostato su qualcos'altro e, di conseguenza, guardava al suo lavoro in modo del tutto diverso e più sereno. Un tempo, lavorare era un modo per salvarsi dalla vita. Un tempo sentiva che senza il lavoro la sua vita sarebbe stata troppo cupa. Adesso, invece, gli impegni gli erano necessari perchè la felicità della sua vita non fosse troppo monotona".

Tolstòj - Anna Karenina

venerdì 29 aprile 2016

Ingratitudine

Nell'ambito degli incontri periodici del Mind and Life Institute,durante i quali alcuni scienziati occidentali si confrontano con la cultura buddista, nel marzo 2000 si tenne a Dharamsala, città indiana dove risiede il Dalai Lama, un importante convegno sulle "emozioni distruttive", con la partecipazione di neuroscienziati, filosofi, psicologi, monaci e studiosi tibetani, tra cui lo stesso Dalai Lama.

Di quell'esperienza, e degli importanti sviluppi scientifici che ne seguirono, parla diffusamente Daniel Goleman nel libro "Emozioni distruttive - Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione". Questo sarà probabilmente argomento di un prossimo post.

Ora invece interrompo il lungo periodo di assenza da questo blog sotto l'impulso di dare libera espressione, non violenta ma ben chiara e decisa, a qualcosa di molto "distruttivo" che si agita dentro di me. Riprendere a correre, dopo mesi di inattività, è stato sicuramente di aiuto, ma non del tutto risolutivo.

D'altra parte, se da una parte le emozioni distruttive sono veleni che ci rendono più complicata l'esistenza, qualche volta rappresentano  la molla che ci scuote dal torpore e ci fa creare qualcosa di bello, o di eticamente giusto, qualcosa che pur procurandoci sofferenza, obbedisce al richiamo di valori più grandi e più importanti di noi, come la bellezza, la giustizia, l'onestà, il rispetto.

Se poeti, scrittori, artisti, leader di movimenti per i diritti umani avessero raggiunto quel disincanto assoluto che ci rende meno vulnerabili alla sofferenza, se avessero soffocato quel sacro furore dell'anima che li ha spinti a fare ciò che hanno fatto, saremmo tutti un po' più poveri,

Sono quindi molto riconoscente a tre grandi della letteratura francese che, complici Le Garzantine (perchè le scorciatoie esistevano anche prima di Wikipedia) mi aiutano ad esprimere in parte quel piccolo, miserabile disagio che oggi sento prepotentemente e che devo sfogare in qualche modo.

"Prima di fare un favore a qualcuno, assicuratevi che non sia un imbecille" Eugène Labiche, Il viaggio di Monsieur Perrichon






  "Ci sono servigi così grandi che si possono ripagare solo con l'ingratitudine" Alexandre Dumas padre, Mes mémories



"Un service au-dessus de toute récompense
 a force d'obliger tient presque lieu d'offense"
 Pierre Corneille, Surena

sabato 24 ottobre 2015

Lettera ad un ragazzo sano (evento guest blogger)



La community  di G+ "Blogger and Blog" ha lanciato l'iniziativa "Guest Blogger per un giorno", che consiste nell'ospitare nel proprio blog un post di un altro blogger e/o pubblicare un proprio intervento chiedendo ospitalità a un altro membro della community.

Io sono lieto di ospitare Silvia, che gestisce il blog "moto39ilblog", che in questo intervento racconta con molta intensità la sua esperienza. 

Quello che resta del giorno è uno spazio dedicato principalmente al tempo libero, o liberato dalla fatica quotidiana, salvo poi scoprire che il tempo è uno, che le linee di demarcazione sono sempre un po' arbitrarie e che la passione segue suoi canali e percorsi che fortunatamente non sono mai del tutto prevedibili. In questo vedo un collegamento con l'intervento di Silvia e con il suo blog: nel lavoro, nella famiglia, nel tempo libero cerchiamo tutti di fare qualche progresso nel difficile mestiere di vivere.

LETTERA AD UN RAGAZZO  SANO

Ciao, mi presento perché non ci conosciamo.
Mi chiamo Silvia e mi occupo della comunicazione sul web dell’azienda di famiglia.
Ci occupiamo di mobilità, vendendo e riparando scooter, oltre ad avere un’autorimessa, azienda che è di mio marito da quasi 40 anni ormai.
Prima ero sempre in concessionaria con lui e la sua famiglia (figlio e sorella), poi una grave malattia ha colpito mio marito (che fortunatamente adesso sta meglio)ma da allora ci siamo dovuti reinventare.
Non potendo più essere molto presenti in azienda, lui pensa a star bene ed io mi sono rimessa a studiare, ho aperto un blog, che utilizzo per comunicare con i nostri clienti, presenti e futuri (spero sempre…) pensa io! Che fino a Luglio dell’anno scorso avevo un telefonino a conchiglia e facebook lo consideravo come un giochino per ragazzi … Adesso gestisco 8 profili social ed un blog con annesso sito e e-commerce… da non crederci, e nasco veterinario!!
Si perché, per l’azienda di famiglia, 16 anni fa ho mollato la mia professione, ma questa è un’altra storia.
E’ successo a Giugno del 2014, ho rischiato di perderlo (il marito intendo) per fortuna si è salvato, ma da allora abbiamo tutti e due, una sensibilità diversa nei confronti della vita, l’uno per l’altra, nei confronti delle cose davvero importanti, prima si litigava per qualunque sciocchezza, oggi non litigheremmo nemmeno per tutto l’oro del mondo. (siamo insieme da 24 anni, io ne ho 47, lui 62 ho passato più tempo con lui che da sola …)
Questa esperienza ha tirato fuori il meglio di noi, o perlomeno, il suo meglio certamente!
I suoi peggiori difetti si sono sciolti come un gelato al sole (lo so, si dice neve, ma il gelato è più buono …) è una persona diversa, più sensibile, comprensiva, riflessiva.
Insomma dalla malattia è rinato un nuovo Luigi (così si chiama mio marito) ed una nuova Silvia.
Da allora ho capito che la salute, il nostro benessere è sempre dato per scontato, fino a quando …. non ci viene tolto. Solo allora capiamo quanto sia importante poterci muovere, parlare, vedere, toccare … tutte cose che diamo per normali, per dovute.
Pensa: alzarti la mattina ed essere senza dolori, pensi che sia normale? Non lo è per tutti purtroppo.
Il mondo virtuale mi sta dando molto di più di quello che pensavo.
Ho scoperto persone davvero speciali con una positività ed una voglia di fare, non comuni.
Storie incredibili che mi hanno spinta a voler dare il mio contributo cercando di fare qualcosa di più della semplice promozione.
E’ nata così la collaborazione con un blogger, Luca Govoni che si occupa di guida sicura in moto, che scrive sul mio blog (oltre ad avere un suo sito) con una rubrica dedicata e lezioni per imparare a guidare lo scooter.
E poi sul web ho scoperto che esistono persone che, senza volere per forza guadagnare qualcosa (raro oggi, non trovi?) si occupano di combattere per avere delle strade decenti, per eliminare le possibili cause di infortuni dei centauri, o che scrivono libri per bambini per insegnare loro ed ai loro genitori, come fare per essere trasportati in moto, senza rischiare la vita tutte le volte che fanno dieci metri … .
Ho scoperto che un’azienda importante come la Givi (una ditta che costruisce accessori per moto e scooter, leader in Italia ed in Europa) è stata fondata da un uomo che ha deciso di cambiare vita dopo un incidente in moto!
Ha trasformato la sua passione nel suo fantastico futuro, grazie ad una scampata disgrazia.
La persona che ha scritto il libro per i bambini è una giornalista Giovanna Guiso, che si è resa conto delle pessime condizioni delle strade, mentre era alla guida della sua moto, dopo che il marito ha avuto un grave incidente, in moto appunto.
Da allora scrive per evitare che accada ad altri, ed il marito per fortuna sta bene!
(Queste sono tutte persone le cui storie trovi nel mio blog, storie straordinarie nella loro normalità, perché fanno cose davvero grandi, facendole sembrare le più semplici)
Mauro Favazza è il ragazzo che, gratuitamente, ha deciso di fondare un suo comitato per la sicurezza in strada di tutti i fruitori delle due ruote!
Lo ha fatto dopo che ha visto schiantarsi, morire e distruggersi tante vite, troppe, a volte in modo stupido, se così si può dire della morte.
Ma è stupido morire perché un amministratore non ha voluto mettere a posto un tombino, o perché in Italia si usano vernici per fare la segnaletica orizzontale che diventano delle saponette appena c’è un tempo leggermente umido.
E’ stupido farsi male perché si pensa che tanto succede sempre a qualcun altro!
La consapevolezza del valore della propria salute fisica è fondamentale.
Ti faccio un esempio.
Riccardo Matesic è un giornalista, motociclista, e fondatore di Guidasicuramoto un portale dove hai la possibilità di iscriverti a corsi di guida sicura in moto.
Quando gli ho chiesto chi fosse più bravo, secondo lui a guidare le moto se gli uomini o le donne? Mi ha risposto:” le donne, per un motivo molto semplice: sono loro che si mettono in discussione, sono loro che ammettono di avere delle difficoltà e, riconoscendo i loro limiti, imparano molto prima e molto meglio, senza presunzione!”
E fondamentalmente è ciò che ti succede quando hai un problema fisico improvviso.
Immagina se, di colpo, tu non fossi più in grado di camminare diritto, se d’un tratto il tuo fisico, il tuo cervello, non ti facesse più percepire il mondo come lo hai sempre visto.
Se vuoi sopravvivere a questo, l’unica soluzione è mettersi in discussione e re-imparare a camminare, ad esempio.
Imparare, capire, studiare … il tuo corpo diventa un estraneo ed hai bisogno di conoscerlo di nuovo.
“Piacere sono il tuo braccio … se mi muovi così faccio così, ma se mi muovi cosà, non faccio più niente …” oppure “scusa ma, tu mi starai dicendo di andare diritto, ma il tuo cervello mi sta dicendo di andare a destra … cerca di capire il messaggio giusto, se no non andiamo da nessuna parte, continuiamo a girare in tondo …”
Beh, non ci crederai ma il mio sogno è che tutti, ragazzi compresi, tu compreso, capiste e non deste più per scontato il vostro corpo, la salute fisica e mentale!
L’altra sera in una trasmissione televisiva ho visto un ragazzo che andava in moto.
Presentava questo fatto, come una performance, una cosa straordinaria.
Correva in un circuito e la cosa straordinaria è che non aveva (in realtà non ha) più l’uso delle gambe in seguito ad un incidente!
Ha raccontato di essere stato un ragazzo molto irrequieto, con un rapporto complicato con la sua famiglia, con amici irrequieti quanto lui … è stato in coma e quando ne è uscito, non aveva più l’uso delle gambe!
Ha dovuto re-imparare a convivere con il suo corpo, si è dovuto mettere in discussione. Ha detto che il suo incidente ha rimesso a posto tutto, compreso il rapporto con la sua famiglia ed anche i suoi amici sono diventati ragazzi normali, da scapestrati che erano …
Io e Luigi abbiamo sorriso e ci siamo guardati, capendo perfettamente cosa intendesse dire quel ragazzo.
Maximilian Sontacchi, così si chiama, adesso ha un sogno, quello di riuscire ad aprire una scuola di moto per paraplegici e mi auguro che ci riesca e che trovi gli sponsor giusti per far si che diventi il suo futuro!
Ma ancora una volta l’amaro in bocca sale perché c’è voluta una disgrazia per far capire il buono delle cose.
Ed allora eccomi qui anch’io ad accodarmi alla lunga lista di coloro che urlano nel silenzio: STATE ATTENTIIIIII ……………
ANDATE PIANOOO ………………….
NON GUARDATE IL TELEFONINO SE SIETE ALLA GUIDAAAAAA
Sperando che, in questa valle di sordi, anche uno solo si stappi le orecchie e capisca che basta un attimo e tutto cambia … ed allora anche lui diventerà un urlatore nel silenzio e non sarà troppo tardi, perché la vita gli donerà fantastici regali, ma lo farebbe anche senza incidenti …
CARO RAGAZZO SANO, CERCA DI RIMANERE TALE E DI NON FARTI DEL MALE, PERCHE’ LA VITA VA VISSUTA, NON STRAPAZZATA!
Ti auguro il futuro più bello del mondo, perché il futuro è solo nelle tue mani!
Un caro saluto
Silvia
P.S. Ci sono cose che scrivi in un mese, che impieghi giorni a metabolizzare e poi ci sono cose che ti si buttano fuori dal cuore e non puoi trattenere …
Devo ringraziare Pierpaolo, proprietario di questo blog, perché mi ha dato la possibilità di lasciar volare via questi miei pensieri, liberi finalmente di andare, dove li porterà il cuore … (Susanna Tamaro docet)

venerdì 5 giugno 2015

Lavorare la terra


"Chi lavora la terra, chi fa il pescatore, chi sa rapportarsi con la natura per procurarsi nutrimento in maniera rispettosa è una persona da conoscere e da ascoltare. Spesso sono ritenuti gli ultimi, i più umili, ma a ben vedere possono insegnarci tanto, spiegarci molto della vita." Carlo Petrini
Vincent Van Gogh, Il seminatore, 1888

mercoledì 27 maggio 2015

Sotto la panza, il nulla



Non avrei mai pensato di leggere un libro di Bruno Vespa, ma questo è un regalo che ho ricevuto da una persona a cui voglio bene e dunque, poichè sono anche curioso e mi sforzo di vincere i mei pregiudizi, l'ho letto tra Natale e Capodanno trovandolo anche discretamente interessante.
Dalla tragedia delle due guerre mondiali, ai tempi drammaticamente intensi della prima Repubblica, alla farsa della cosiddetta seconda Repubblica, Vespa sforna aneddoti, retroscena, ricostruzioni non necessariamente condivisibili ma che riempiono le 350 pagine di questo volume in scioltezza e scivolano via come l’acqua, un po’ come le sue trasmissioni sui divanetti bianchi a tarda ora.
Da cronista politico di lungo corso, l’autore tratteggia un suo personale bestiario del tradimento, della vigliaccheria, dell’opportunismo che a suo parere costituiscono vizi antichi e sempre presenti nella classe politica italiana.
Solo la classe politica? A diversi mesi dalla sua lettura, questo libro mi ritorna in mente pensando a quanto si può essere voltagabbana, codardi e cinicamente opportunisti in altri contesti, quello lavorativo e aziendale in primo luogo. In politica, il voltagabbana è sempre un po’ ammantato dal velo ambiguo delle ideologie, delle tattiche e delle strategie. Nel mondo lavorativo invece il voltagabbana spicca in tutta la sua ripugnante nudità.
Il voltagabbana è l’emblema della mediocrità, è il cortigiano che si ingrassa alla corte del potente, ne asseconda i capricci, ne liscia abilmente il pelo e poi, quando questo cade in disgrazia, diventa il suo più disgustoso e stomachevole detrattore. Gli assenti sono sempre colpevoli, i capri espiatori lavano i peccati e le colpe di un intero clan e i servi più inetti approfittano della caduta del padrone per rifarsi di anni di silenziose umiliazioni.
I voltagabbana sono maschere eterne, deformi, che vivacchiano all’ombra di un parente nel consiglio d’amministrazione, di una telefonata al momento giusto, di un pettegolezzo, di una calunnia abilmente impepata e venduta con perfido tempismo, e risultano perfino caustici, brillanti e simpatici a un primo sguardo superficiale.
Fanno danni e lasciano il conto agli altri, soffiano sul fuoco, lanciano sassi e ritirano la mano, rifriggono idee sentite da altri come se fossero proprie salvo smentirle appena cambia il vento. Sono gommosi, malleabili e magmatici oltre l'immaginabile. Forti della loro ignavia, sono specialisti del rimbalzo, scaricano noie e problemi e creano intorno a sè obblighi morali di soccorso.
Il loro motto potrebbe essere: sotto la panza, il nulla.