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sabato 3 settembre 2016

Nathaniel Hawthorne e lo spoil system



Nel 1848 Nathaniel Hawthorne, allora supervisore alla Dogana di Salem, fu licenziato a causa del cambio dell’amministrazione governativa.  Per lui fu un’autentica fortuna, come spiegò nel capitolo introduttivo della "Lettera Scarlatta" pubblicato due anni dopo, perché da quel momento si dedicò a tempo pieno alla scrittura e riuscì a vivere dei proventi della sua carriera di letterato.

Le parole seguenti sono però da ricordare ogni volta che (il riferimento alla cronaca recente non è causale) nelle aziende a forte influenza pubblica e nell'amministrazione statale, regionale e comunale viene realizzato il cosiddetto “spoil system”.

 "Per dare un completo quadro dei vantaggi della vita di un impiegato è necessario considerarlo all’inizio di un’amministrazione ostile. La sua posizione è, allora, sotto ogni punto di vista, una delle più moleste e sgradevoli che un infelice mortale possa sperimentare, tanto più che, ben di rado, ha la possibilità di un’alternativa migliore, sebbene quella che gli appare la peggiore, molto probabilmente, possa essere proprio la sua fortuna. Ma è proprio una strana sensazione, per un uomo dotato di qualche orgoglio e sensibilità, quella di sapere che il suo destino dipende da individui che non lo amano né lo capiscono, e dai quali, - poiché la scelta è confinata a queste due alternative – preferirebbe subir danni che non ricever favori.  Strano pure, per uno che ha mantenuto la sua calma durante la contesa, osservare la sete di sangue che improvvisamente si manifesta nell’ora del trionfo, ed esser conscio che egli è una delle vittime designate. La natura umana possiede pochi tratti più ripugnanti di questa tendenza – che ho osservato in uomini niente affatto peggiori del loro prossimo – a diventar crudeli, semplicemente perché posseggono la capacità di fare del male. Se la ghigliottina – cui sono condannati gli impiegati in carica – fosse una realtà invece di costituire semplicemente una delle più calzanti metafore, sono sinceramente persuaso che i membri attivi del partito vittorioso sarebbero così eccitati da farci tagliar la testa e ringraziare il cielo della splendida occasione che hanno avuto."
Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta



giovedì 30 giugno 2016

Patria, 1978-2010 di Enrico Deaglio



Proprio mentre sto leggendo l’interessantissimo “Patria, 1978-2010” di Enrico Deaglio, mi capita di notare sul Corriere della sera di qualche giorno fa la notizia che il boss  Raffaele Cutolo ha nuovamente ripetuto la storia, raccontata già oltre vent’anni fa, che la Nuova camorra organizzata avrebbe potuto liberare Aldo Moro durante i 55 giorni del suo sequestro, e che qualcuno di molto in alto nella Democrazia Cristiana bloccò l’operazione. Ne ha parlato anche con alcuni membri della nuova commissione d’inchiesta parlamentare che dopo 38 anni ancora indaga su questa pagina controversa della storia del nostro Paese.
 
Ricordo molto bene i giorni del 1978 in cui si svolse il “caso Moro”. 
Frequentavo la V Ginnasio e quel 16 marzo avevamo “tema in classe”. Ricordo che scelsi la traccia di attualità ed ebbi modo di parlare del povero Renato Curi, lo sfortunato calciatore del Perugia che fu stroncato da un infarto durante la partita casalinga con la Juventus. A quell’epoca, l’unica sezione del giornale che leggevo da cima a fondo, incluse formazioni, calendari e classifiche, era la pagina sportiva. Al massimo, davo un’occhiata distratta alla pagina del cinema, indugiando qualche secondo in più se ero abbastanza fortunato da trovare la locandina dell’ultimo film di Edwige Fenech.

Eravamo a metà del compito quando la nostra prof, rientrando sconvolta dalla pausa caffè, disse: ”Hanno ammazzato Moro!” Le prime, concitate notizie trasmesse per radio erano molto confuse e dunque in un primo tempo sembrava che nel massacro della scorta fosse compreso anche il presidente della DC. Io sapevo a malapena chi fosse Moro, ma da quel momento iniziai a seguire i telegiornali, ad avventurarmi nelle pagine politiche dei quotidiani e persino a leggere periodici come Panorama e L’Espresso. Seguii il dibattito sulla linea della fermezza e iniziai a prendere in simpatia coloro che provarono in ogni caso a salvargli la vita, in particolare il partito socialista di Bettino Craxi e i radicali di Marco Pannella.

Ricordo anche il 9 maggio. Fu di pomeriggio, stavamo giocando a calcio, quando un amico ci raggiunse portandoci la notizia: hanno trovato il cadavere in una macchina. Istintivamente pensai: “Ora le BR sono finite, hanno chiuso”. Già perché quello era un periodo in cui lo slogan “né con lo Stato, né con le BR” era discretamente popolare. Ma di fronte a un esito così ottusamente crudele, chi mai poteva avere ancora dubbi? Le BR avevano già ucciso in passato e uccisero ancora n via Fani, ma la sensazione fu che con il greve e scontato epilogo di quei 55 giorni, il terrorismo rosso si fosse tagliato per sempre i ponti con qualsiasi potenziale e improbabile seguito.

Fa un certo effetto veder raccolti nelle mille pagine del libro di Deaglio, a poca distanza l’uno dall’altro, tanti fatti che nella memoria  sono invece molto più distanziati, inevitabilmente più sfocati, alcuni anche dimenticati. Ed è impressionate vedere il continuo ricorrere, in tanti episodi apparentemente slegati tra loro, degli stessi personaggi: la mafia, la camorra, i terroristi, la P2, la banda della Magliana, i servizi segreti.

Eppure la storia d’Italia è stata anche altro. I ricordi personali sono molto diversi. La selezione dei fatti potrebbe anche essere diversa. Penso ad esempio ad una veduta aerea su un’isola. Si potrebbe zoomare sulla spiaggia, soffermarsi sui bambini che schiamazzano, sulla distesa di carne umana che sfrigola nell’olio, sulle barche dei pescatori cullate dalla risacca, oppure spostare l’attenzione sul borgo, i panni stesi, l’ombra che cerca di farsi largo tra il bagliore dei muri, la strada che si inerpica tra gli ulivi, un cane che attraversa solitario la piazza. Oppure si può andare più in là, verso il mare aperto, osservare le vele, la scia dei motoscafi o anche inabissarsi nelle acque scure, andar giù giù dove solo pochi ardimentosi si spingono per scoprire frammenti di un mondo “altro” eppure reale, fantastico e misterioso, popolato da inquietanti mostri marini, anfratti, aculei, vegetali repellenti, affascinanti macchie di colore, un mondo calmo, angosciante, immobile, regolato da leggi eterne che traggono forza dalla propria immutabilità. Un mondo che dai più viene conosciuto solo in modo frammentario, distratto, discontinuo, grazie a qualche fotografia, spezzoni di documentario, racconti, fantasie.

Deaglio sceglie quest’ultima prospettiva, giornalistica. Seleziona una concatenazione di avvenimenti che ogni anno ha conquistato spazio sui giornali e ci mostra come i fatti si siano continuamente incrociati e scambiati protagonisti, comprimari e spettatori. Ci suggerisce che mentre noi studiavamo, lavoravamo, giocavamo, ballavamo, facevamo l’amore, crescevamo i nostri figli, andavamo al cinema o in vacanza, questi fatti intrecciati hanno costituito un’unica fitta trama che ha caratterizzato la storia della nostra Patria, ha influito sul nostro destino e ancor più avrebbe potuto farlo se periodicamente non ci fosse stata l’azione di disturbo di qualche temerario e solitario incursore, in genere conclusa tragicamente.

Tante altre cose sono successe. Imprese hanno prosperato e altre hanno chiuso. Si sono alternati periodi di crisi economica e periodi di ripresa. Ci sono state scoperte scientifiche, cambiamenti di costume, successi e insuccessi sportivi, fenomeni mediatici. Si potrebbero quindi raccontare tante storie, tanti “film di carta” (come Deaglio definisce la sua opera), ognuno diverso dall’altro.

L’unica cosa che difficilmente mancherebbe da qualsiasi racconto è il ricordo dei momenti topici della nostra Nazionale di calcio. Nel racconto di mille Italie diverse, questo sarebbe quasi sicuramente il più frequente tratto unificante.
 La versione di Deaglio un po’ mi inquieta (il mio personale album dei ricordi non è così cupo) ma ugualmente mi intriga. Fa una certa impressione scorrere il campionario di mostri che si agitavano sul fondale marino appena qualche miglio più in là, mentre sonnecchiavamo inconsapevoli sul bagnasciuga

domenica 22 maggio 2016

Pensare bene, per vivere meglio



Cosa sono le “emozioni distruttive”? A cosa servono? Sono necessariamente un male? A quali conseguenze portano?  In che modo si possono superare? Quanto dipendono da fattori ambientali e culturali? In che modo gli individui si differenziano nel provare e riconoscere le emozioni? Ci può essere un’educazione alla felicità?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui ha cercato di rispondere un gruppo formato da una dozzina di scienziati occidentali e di monaci tibetani, che si sono incontrati a Dharamsala, dove risiede il Dalai Lama, per cinque giorni di dibattito nel marzo del 2000.


Daniel Goleman, lo psicologo americano celebre per i suoi studi sull’”Intelligenza emotiva” ha riassunto dettagliatamente questa esperienza, collegandola agli studi che la precedettero e agli sviluppi scientifici che ne seguirono, nel saggio “Emozioni distruttive, liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia desiderio e illusione” pubblicato nel 2003.



La scoperta scientifica, che si colloca a fine anni Novanta, che ha reso questo incontro particolarmente proficuo e ricco di potenzialità per il futuro, è la plasticità del cervello, la sua capacità di rinnovarsi e modificarsi per tutta la vita. Risale solo al 1998 la dimostrazione che negli esseri umani nascono nuovi neuroni per tutto il corso dell’esistenza. Non solo: i nostri pensieri, le nostre emozioni sono in grado di modificare il cervello e dunque possono condizionare i pensieri e le emozioni successive. Allenarsi a pensare bene ci abitua a pensare meglio in futuro. Non lo dicono (solo)  filosofi morali e monaci, ma (anche) medici e scienziati, e non in base a teorie o assiomi, ma a seguito di ricerche, esami di laboratorio e sofisticati esperimenti.


Il gruppo di lavoro di Dharamsala, marzo 2000
La cultura buddista, fondata sul concetto di meditazione e di compassione, è un ambito particolarmente fertile per studiare gli effetti che un adeguato allenamento emotivo è in grado di produrre sulle funzioni cerebrali e in definitiva sulla nostra salute. Come a Goleman fu profetizzato negli anni Settanta del secolo scorso, il buddismo si è introdotto in Occidente soprattutto per mezzo della psicologia. Determinate tecniche di meditazione ottengono un effetto sulla capacità di controllo delle nostre emozioni distruttive pari o superiore a quello dei farmaci, evitandone effetti collaterali, assuefazione e dipendenza.


La psicologia in Occidente nacque come osservazione e cura di stati patologici e per decenni si è concentrata sugli stati mentali insani, trascurando gli stati mentali che producono felicità e benessere. La ricerca del bene, o della felicità, in Occidente è stata lasciata ai filosofi morali e ai teologi. Solo in epoca relativamente recente,  anche grazie ad aperture e dialoghi di questo tipo con la cultura orientale, se ne stanno occupando anche medici e scienziati.


Sul concetto di “negatività” di un’emozione, ad esempio, cultura occidentale e cultura buddista hanno visioni diverse. In Occidente si parla di “emozioni distruttive” pensando alle conseguenze pratiche e materiali che esse esercitano su chi le prova e su coloro che le subiscono. Oppure si guarda all’appropriatezza delle emozioni:  è normale provare tristezza per la morte di un proprio caro, ma il depresso l’assume come stato d’animo permanente.

Per la cultura buddista invece la negatività è già implicita nell’offuscamento della mente, che quando è libera dalle emozioni è lucida e brilla come oro. Più che di emozioni, il buddismo preferisce parlare di “afflizioni mentali” che impediscono di vedere chiaramente le cose e in questo sta la loro carica negativa. 


Non c’è nella cultura buddista una così netta distinzione tra pensiero ed emozione. E in effetti, recenti esperimenti hanno dimostrato che le zone del cervello stimolate dai pensieri e dalle emozioni sono le stesse. Ciò fornisce evidenza scientifica al concetto largamente diffuso nella sapienza popolare che quando siamo in preda ad un’emozione pensiamo male e dobbiamo prima calmarci. 


Come dice un proverbio toscano, non si può soffiare e succhiare nello stesso momento. Allo stesso modo, ad esempio, non si può provare contemporaneamente odio e amore. Gli “antidoti” per le emozioni distruttive sono quindi le emozioni positive di natura opposta. Più si sarà in grado di coltivarle, più si potrà riconoscere l’emozione negativa come una semplice nube inconsistente, passeggera, dietro alla quale il sole continua a brillare. Un uccello che attraversa il cielo senza lasciare traccia, un disegno fatto sull’acqua, che subito scompare. Quando cominci ad abituarti a riconoscere i pensieri quando insorgono, è come riconoscere velocemente qualcuno che conosci in mezzo alla folla. Oh, sta arrivando quel pensiero. E’ il primo passo per evitare di esserne sopraffatti.

Più ci si allena a produrre stati mentali positivi, come ad esempio la compassione, più questi diventano un’abitudine e anche una base per controllare meglio le emozioni distruttive. E l'attenzione agli altri, il riconoscimento delle loro emozioni, ci permetterà di sentirci meno indifesi di fronte alle nostre.


Nelle scritture buddiste si parla di ottantaquattromila tipi di emozioni negative, che si riconducono tuttavia a cinque principali: odio, attaccamento, ignoranza, orgoglio e gelosia. Secondo una prospettiva occidentale ci potrebbe essere qualche difficoltà a includere nell’elenco l’attaccamento e l’ignoranza. Le diverse visioni sull’attaccamento derivano da una concezione dell’ego molto più forte nella cultura occidentale. L’ignoranza invece viene considerata dal buddismo un aspetto della mente che provoca afflizione perché impedisce un riconoscimento lucido e vero della realtà.


Tutte le emozioni, anche quelle negative, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo per la sopravvivenza e per l’evoluzione della specie, come già affermato da Darwin nel 1872 (“L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”). Essenzialmente il ruolo dell’emozione è quello di indurci ad agire rapidamente, senza fermarsi a pensare, cosa che in alcune situazioni può essere di vitale importanza. Tuttavia le differenze biologiche individuali e le esperienze fatte espongono alcune persone ad una maggiore difficoltà nel controllo delle proprie emozioni. 


La zona del cervello preposta al controllo delle emozioni si trova nell’area prefrontale, l’ultima emersa nel corso dell’evoluzione. Le zone della corteccia frontale sinistra svolgono un ruolo importante per le emozioni positive, mentre il lobo frontale destro lo svolge per le emozioni negative. L’amigdala, che è una parte più primitiva del nostro cervello, è fondamentale per i circuiti che attivano l’emozione stessa. Infine l’ippocampo, che si colloca tra l’amigdala e la zona prefrontale è dedicato alla comprensione del contesto delle emozioni e alla loro memoria. Dunque quando proviamo un’emozione sono molte le zone del nostro cervello ad entrare in azione.


La manifestazione delle emozioni, tramite i nostri muscoli facciali, e tramite le nostre reazioni fisiologiche, è universale in tutto il mondo e in tutte le culture, sono state fatte interessanti ricerche a questo proposito, tuttavia ci sono notevoli differenze individuali circa la velocità e intensità con cui le emozioni si manifestano e anche circa la durata dei loro effetti. Differenze genetiche, ma  pur sempre modificabili con le esperienze e la pratica. 


Nell’individuo che riesce a recuperare più velocemente dopo un’emozione si riscontra  un livello più basso di cortisolo, che è un ormone che si produce in condizioni di stress, e anche una migliore funzionalità di certi aspetti del sistema immunitario. Insomma, qui troviamo anche il riscontro scientifico del detto popolare che lasciarsi vincere dalle emozioni negative rende il sangue amaro, mentre il sorriso e una sincera attenzione agli altri vanno anche a vantaggio della nostra salute.


Nel lungo e denso resoconto che Goleman ha fatto degli incontri di Dharamsala (impossibile sintetizzare tutto in poco spazio) mi hanno colpito soprattutto le relazioni di Richard Davidson, pioniere della neuroscienza affettiva, di Paul Ekman, psicologo e più grande esperto mondiale del riconoscimento delle emozioni sul viso delle persone  (è stato ovviamente consulente delle forze dell’ordine e dei servizi segreti), di Matthieu Ricard, monaco buddista, scienziato, figlio del filosofo francese Jean François Revel (insieme a lui scrisse il pamphlet “Il monaco e il filosofo”, dialogo su scienza e spiritualità) e Mark Greenberg psicologo specializzato in programmi di apprendimento sociale ed emotivo per bambini. Molto interessante anche il primo capitolo, che spiega dettagliatamente gli esperimenti svolti da Davidson e da Ekman sul controllo delle emozioni di un monaco tibetano, il Lama Öser. Tali esperimenti seguirono i colloqui di Dharamsala e portarono ulteriori riscontri scientifici a molte delle tesi discusse.


Segnalo anche quest’ottima recensione che ho trovato sul web: 
 http://www.corem.unisi.it/bibliografia/recensioni/goleman_emozioni_distruttive.pdf

Matthieu Ricard
Richard Davidson


Mark Greenberg





martedì 4 febbraio 2014

La pioggia prima che cada

La pioggia prima che cada non esiste, non la puoi vedere. C’è quell’attimo, quella particolare atmosfera che puoi capire soltanto dopo, quando la pioggia è già caduta, che puoi guardare retrospettivamente o che puoi intuire in anticipo  grazie a una sensibilità così profonda da sfiorare la preveggenza. O forse si tratta solo di suggestione.

C’è molta retrospettiva in questo romanzo, c’è sensibilità e anche premonizione.

E’ una storia di donne,  di madri e di figlie attraverso tre generazioni nell’Inghilterra dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Siamo lontani dall’atmosfera cupa della “Famiglia Winshaw”, eppure la famiglia e la violenza c’entrano molto anche qui.  E’ la violenza dell’amore negato, del conflitto sotterraneo, di legami rifiutati o mal sopportati. Una violenza che incide l’anima, goccia dopo goccia, e si trasmette alle generazioni successive. Non si tratta della maledizione delle colpe dei padri che ricadono sui figli: in questo caso è la fredda ostilità  delle madri ad indurire il cuore delle figlie.

A Jonathan Coe piace chiudere i cerchi e in questo romanzo il dramma si sviluppa tra due momenti apparentemente insignificanti: la fuga incomprensibile di due cani. Un antipatico e viziato barboncino di nome Bonaparte fugge all’inizio della storia. Un altro cane scappa alla fine. Di mezzo ci sono sessant’anni, vite intere, storie apparentemente normali dietro alle quali si nascondono solitudini e infelicità profonde, e che appaiono quasi rassegnate, perché già scritte.

Le storie sono raccontate attraverso quanto di più intonato al clima famigliare: le fotografie. Venti foto ricordo di vacanze, di compleanni, di cerimonie, di luoghi rimasti nel cuore. Visi sorridenti, sguardi catturati nell’istante in cui ci si mette in posa, ambienti che restituiscono al presente un frammento dopo l’altro del passato, fino a comporre l’intero puzzle e a farcelo guardare, alla fine, con lo smarrimento di chi ha seguito tutta la traiettoria compiuta dal destino.

Ma nel libro c’è anche il puro piacere di raccontare il passato, di ascoltarlo, di scoprirlo.

Rosamond un’anziana e tranquilla signora, muore in solitudine, senza marito né figli. Lascia uno strano testamento, nel quale tra gli eredi compare Imogen, una donna che nessuno sa come rintracciare. Rosamond lascia a sua nipote Gill l’incarico di trovare Imogen e di consegnarle venti fotografie e una serie di cassette registrate con il racconto della sua storia: la storia di Rosamond, che conduce alla storia di Imogen.

Gill, accompagnata dalle due figlie Catharine ed Elizabeth, inizia il suo viaggio nel passato di sua zia, scoprendo un mondo ancora sconosciuto e soprattutto tre figure femminili che si passano il testimone l’un l’altra nel corso del racconto: Beatrix, Thea e Imogen.  Al loro fianco, la stessa Rosamond e, per un tratto di strada, anche Rebecca, l’unica che “vede” la pioggia prima che cada. O forse la vedono tutte, ma poi rimangono ostinatamente (o rassegnatamente?) con i piedi ben piantati in terra, a percorrere il solco già tracciato del loro destino.