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mercoledì 3 giugno 2015

Expo 58, Jonathan Coe



Convincente e di ottima fattura l’ultimo romanzo di Jonathan Coe, un’opera minore di qualità, molto adatta a momenti di sana evasione e di relax.

Più che una spy story, si ha l’impressione di immergersi in una commedia anni ’50 alla Cary Grant, con un pacifico protagonista che viene improvvisamente catapultato suo malgrado in complicati intrighi internazionali e soprattutto in imprescindibili e ancora più pericolosi love affaires. D’altra parte Jonathan Coe è un raffinato cinefilo, che ama inserire nelle sue opere moltissimi riferimenti e rimandi al grande schermo.

L’ambientazione è perfetta, curata e credibile in ogni dettaglio. Nella prima parte ci si sente così avvolti dall’atmosfera British della vecchia Inghilterra che viene voglia di sfogliare le pagine tenendo a portata di mano toast imburrati e tazzine di tè.

La scena si sposta successivamente a Bruxelles, durante la prima Esposizione Universale organizzata dopo il secondo conflitto mondiale, terminato da soli tredici anni. L’Expo nell’anno in cui entrano in vigore i Trattati di Roma e viene fondata la Comunità Economica Europea è l’occasione per voltare pagina: si vuole gettare un ponte verso il futuro e si sceglie come tema “Valutazione del Mondo per un mondo più umano”. Simbolo di Expo 58 è l’Atomium, una costruzione in acciaio che rappresenta gli atomi di un cristallo di ferro. Grandi speranze venivano riposte nella scienza, nella tecnologia nucleare, nel progresso. Alla vetrina di Expo ogni Stato voleva fare bella figura, mettere in mostra la sua cultura e le sue eccellenze. Tra i visitatori c’era un clima di effervescente eccitazione e le Grandi Potenze muovevano le loro pedine, si studiavano e si controllavano reciprocamente. Expo 58 ebbe oltre 40 milioni di visitatori. Un americano del Texas bivaccò tre giorni davanti all’ingresso per non perdere l’occasione di essere il primo ad entrare.

Lasciata la sua tranquilla normalità a Londra, (un monotono impiego ore 9-17, una moglie ansiosa con bimba piccola, una mamma saggia e un vicino ficcanaso) Thomas Foley, il nostro protagonista che viene definito come un incrocio tra Gary Cooper e Dirk Bogarde è pronto ad entrare nella sua avventura da cinematografo: un gustoso intreccio tra una parodistica spy story, inquietudini sentimentali e promesse di trasgressione.

L’ironia, la capacità di fare sul serio senza prendersi sul serio e il sapiente dosaggio di attendibilità e di parodia mi sembrano gli elementi che maggiormente caratterizzano questo romanzo: ci si gusta un’atmosfera da Bulli e Pupe senza cadere in banali déjà vu, mentre la spy story è costellata da un’innumerevole serie di  macchiette e stereotipi, tanto più divertenti quanto più volutamente e ricercatamente scontati. Ma Jonathan Coe si diverte con il lettore che crede di saperla lunga, come il gatto fa con il topo: ogni sorpresa sembra quella definitiva, in ogni pagina abbiamo la sensazione di avere sotto controllo la situazione e attendiamo soltanto di planare su ciò che pensiamo un approdo già ampiamente annunciato, quand’ecco che siamo sorpresi da un guizzo imprevisto, un colpo di coda inaspettato, una nuova rivelazione, fino all’ultima pagina.

E adesso cosa ci vediamo, Notorius, Intrigo Internazionale o Caccia al ladro?
L'Atomium, Bruxelles, parco Heysel, Esposizione Universale 1958 




Il pub Britannia, nel padiglione inglese, attorno al quale si svolge la trama del romanzo
Le hostess (oltre 300) di Expo 1958
Una di loro ha una parte di rilievo nel romanzo



Audrey Hepburn a Expo 1958

La cerimonia di apertura di Expo 1958
Il texano che attese tre giorni all'ingresso
per essere il primo visitatore









Expo 1958 ebbe 41 milioni di visitatori

Il principe Ranieri Monaco e Grace Kelly a Expo 58



Il padiglione degli USA
Il padiglione USA


Il prestigioso Praha Restaurant
Il padiglione dell'Unione Sovietica



il ristorante del padiglione tedesco

martedì 4 febbraio 2014

La pioggia prima che cada

La pioggia prima che cada non esiste, non la puoi vedere. C’è quell’attimo, quella particolare atmosfera che puoi capire soltanto dopo, quando la pioggia è già caduta, che puoi guardare retrospettivamente o che puoi intuire in anticipo  grazie a una sensibilità così profonda da sfiorare la preveggenza. O forse si tratta solo di suggestione.

C’è molta retrospettiva in questo romanzo, c’è sensibilità e anche premonizione.

E’ una storia di donne,  di madri e di figlie attraverso tre generazioni nell’Inghilterra dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Siamo lontani dall’atmosfera cupa della “Famiglia Winshaw”, eppure la famiglia e la violenza c’entrano molto anche qui.  E’ la violenza dell’amore negato, del conflitto sotterraneo, di legami rifiutati o mal sopportati. Una violenza che incide l’anima, goccia dopo goccia, e si trasmette alle generazioni successive. Non si tratta della maledizione delle colpe dei padri che ricadono sui figli: in questo caso è la fredda ostilità  delle madri ad indurire il cuore delle figlie.

A Jonathan Coe piace chiudere i cerchi e in questo romanzo il dramma si sviluppa tra due momenti apparentemente insignificanti: la fuga incomprensibile di due cani. Un antipatico e viziato barboncino di nome Bonaparte fugge all’inizio della storia. Un altro cane scappa alla fine. Di mezzo ci sono sessant’anni, vite intere, storie apparentemente normali dietro alle quali si nascondono solitudini e infelicità profonde, e che appaiono quasi rassegnate, perché già scritte.

Le storie sono raccontate attraverso quanto di più intonato al clima famigliare: le fotografie. Venti foto ricordo di vacanze, di compleanni, di cerimonie, di luoghi rimasti nel cuore. Visi sorridenti, sguardi catturati nell’istante in cui ci si mette in posa, ambienti che restituiscono al presente un frammento dopo l’altro del passato, fino a comporre l’intero puzzle e a farcelo guardare, alla fine, con lo smarrimento di chi ha seguito tutta la traiettoria compiuta dal destino.

Ma nel libro c’è anche il puro piacere di raccontare il passato, di ascoltarlo, di scoprirlo.

Rosamond un’anziana e tranquilla signora, muore in solitudine, senza marito né figli. Lascia uno strano testamento, nel quale tra gli eredi compare Imogen, una donna che nessuno sa come rintracciare. Rosamond lascia a sua nipote Gill l’incarico di trovare Imogen e di consegnarle venti fotografie e una serie di cassette registrate con il racconto della sua storia: la storia di Rosamond, che conduce alla storia di Imogen.

Gill, accompagnata dalle due figlie Catharine ed Elizabeth, inizia il suo viaggio nel passato di sua zia, scoprendo un mondo ancora sconosciuto e soprattutto tre figure femminili che si passano il testimone l’un l’altra nel corso del racconto: Beatrix, Thea e Imogen.  Al loro fianco, la stessa Rosamond e, per un tratto di strada, anche Rebecca, l’unica che “vede” la pioggia prima che cada. O forse la vedono tutte, ma poi rimangono ostinatamente (o rassegnatamente?) con i piedi ben piantati in terra, a percorrere il solco già tracciato del loro destino.

venerdì 20 dicembre 2013

La famiglia Winshaw



La famiglia Winshaw (titolo originale: What a carve up!) è un romanzo scritto da Jonathan Coe nel 1994.

E’ anche una sassata contro alcuni guasti prodotti dalla dottrina Thatcher.  Vent’anni dopo, quando la Lady di Ferro è ormai passata a miglior vita, il bersaglio ha perso d’attualità, ma la forza della sassata rimane intatta.

E poi, a ben vedere, più che la Thatcher, vengono  presi di mira alcuni tipi umani che sul thatcherismo hanno basato la loro fortuna, personaggi avidi, calcolatori, senza scrupoli.

Si tratta  comunque di un romanzo, non di un saggio politico, quindi non ci si può aspettare fini analisi sociologiche o sottili distinzioni; la “maschera” contro cui vengono scagliate le pietre deve essere ben riconoscibile.

Il termine che userei per sintetizzare questo romanzo è “orrore”.

L’orrore parte adagio, avvolto in un alone di mistero su fatti accaduti durante la seconda guerra mondiale. Si insinua in una cena all’inizio degli anni ’60, tenuta nella sinistra Winshaw Tower, che ci fornisce l’occasione di conoscere tutta la famiglia al gran completo: ognuno dei suoi membri contribuisce a suo modo a rendere plumbea e sgradevole l’atmosfera.

Poi l’attenzione si sposta su una piccola e modesta famigliola, dove troviamo l’io narrante Michael Owen ancora bambino durante una festa di compleanno in compagnia di padre, madre e nonno. Seguiamo la loro giornata trascorrere nella tenera e dolce felicità velata di tristezza che è propria dei semplici.  Michael è un fan di Yuri Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Casualmente la famigliola in gita trova una locandina di un cinema , dove si preannuncia che al termine della commedia horror Sette Allegri Cadaveri si sarebbe proiettato “Yuri Gagarin, il film russo ufficiale a colori”.

 La trama e i personaggi di Sette Allegri Cadaveri (titolo originale: What a Carve Up!, come il romanzo, la cui traduzione in questo contesto potrebbe essere "Che Macello!") da quel momento rappresenta un fiume carsico che accompagna la narrazione per riemergere con prepotenza nel pirotecnico finale.

Ma prima occorre attraversare gli anni ottanta e passare attraverso una grande varietà di orrori. Il mercante d’armi, il banchiere vizioso e senza scrupoli, il politico cinico e amorale, l’imprenditrice avida e spietata, la giornalista prezzolata e spregiudicata.

E pagine piene di orrore sono anche quelle dedicate ai disastri provocati dai tagli alla spesa sanitaria, agli ignobili traffici politici e mercantili che gravitano attorno a Saddam Hussein e all’Iraq, agli allevamenti intensivi di bestiame, con annesse cattiverie e mostruosità. Le pagine dedicate alla “moderna” industria alimentare puntano dritto allo stomaco e colpiscono duro.

Lo stesso Michael percorre la sua personale valle orrida, fatta di ossessioni maniacali, persiane abbassate, aria viziata e avanzi di cibo. Il suo destino e quello dei Winshaw si incrociano più volte. Soprattutto la sua vita si incrocia e si sovrappone al film What a Carve Up! e alla storia di Yuri Gagarin.

Non a caso,una volta che l’orrore raggiunge lo zenit sciogliendosi nel grottesco, il romanzo si conclude con un capitolo emblematicamente intitolato “con Yuri verso le stelle”.

Jonathan Coe si diverte a fare il gran burattinaio e infierisce contro le maschere che più disprezza. Qua e là c’è un pizzico di autocompiacimento di troppo nell’esibire il perfetto sincronismo degli ingranaggi.