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domenica 23 aprile 2017

Il mio Tempo di Libri



Ieri, sabato 22 aprile, ho trascorso un’interessantissima giornata fitta di incontri a Tempo di Libri, la nuova fiera del libro che si svolge nel quartiere di Fiera Milano, a Rho. 
La mattinata parte subito frizzante: il primo incontro è con Marco Malvaldi e Chiara Valerio (che è anche direttrice della manifestazione) sul tema “Matematica e libertà”. 

Marco Malvaldi e Chiara Valerio

Un’ora volata via troppo in fretta, avrei voluto ascoltare ancora la torrenziale e autoironica autrice della “Storia umana della matematica” in compagnia dell’ex ricercatore pisano che ha preferito il BarLume all’Università. Tra citazione di teoremi, aneddoti e divulgazione impepata dalla verve dei due scrittori, non si è proprio corso il rischio di annoiarsi. Portandosi a casa anche un po’ di spunti da ricordare. Ne voglio citare almeno uno, sulla manipolazione dei dati apparentemente scientifici. Stati Uniti d’America, caso O.J. Simpson, accusato di aver ucciso la moglie. Emerge che lui era solito picchiarla. L’avvocato difensore impressiona la giuria citando questa statistica: quando un marito picchia la moglie, soltanto in un caso su 2.500 poi la uccide. Il dato è giusto, ma la statistica è presentata in modo sbagliato, perché omette una condizione fondamentale. La statistica corretta è questa: in caso di morte violenta della moglie, se si scopre che il marito la picchiava, nel 98% dei casi lui è anche responsabile della sua morte. Da allora negli USA la statistica forense deve obbligatoriamente sottoporsi a test di correttezza scientifica.
Andrea Vitali


Alle 11.30 c’è giusto il tempo di affacciarsi da Andrea Vitali, che legge pagine che ci trasportano sulle acque del lago di Como, prima di seguire la presentazione del nuovo romanzo di Carlo Lucarelli, “Intrigo italiano”, un giallo ambientato negli anni ’50 del secolo scorso.



Lucarelli parla dell’analogia tra il giallo e tante vicende della storia e cronaca italiana. Azzarda anche un ardito parallelismo tra il mestiere di giallista e il mestiere di storico: entrambi devono scavare, investigare, ricostruire e naturalmente documentarsi. Per lo scrittore, specie se di romanzi gialli, la cura dei dettagli, la credibilità del contesto è fondamentale. 

Carlo Lucarelli
La polizia italiana ha istituito il “Premio Fedeli” per giudicare la verosimiglianza dell’ambientazione dei nostri gialli. E le storie ambientate in anni che l’autore non ha vissuto in prima persona pongono evidentemente ancora più difficoltà. Compiendo ogni gesto quotidiano, occorre immaginare come lo avrebbero fatto a quei tempi. Sapevate ad esempio che le strisce pedonali sono state introdotte in Italia soltanto con il codice della strada del 1959? Per questo nei film girati in epoca precedente tutti corrono quando attraversano la strada. Poi ci sono i dettagli, pur giusti, che non corrispondono al senso comune dei lettori, che li avvertono come sbagliati. Ad esempio, tutti ricordiamo che durante il fascismo era in voga l’uso del “voi” invece che del “lei”. Eppure il cambio del pronome di cortesia avvenne soltanto nell’ultima parte del periodo fascista, mentre per buona parte del ventennio ci si dava normalmente del “lei”. In questi casi, lo scrittore adotta alcuni escamotage per far capire al lettore che non si tratta di una svista, ma di un dettaglio corretto, anche se apparentemente incongruo.

Alle 12.30 scelgo il dibattito tra Piercamillo Davigo e Giuliano Pisapia, sullo spunto del saggio scritto dall’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Il sistema della corruzione”. Le posizioni di entrambi sono note, ma dopo un’ora di dialogo serrato gli appunti sono fittissimi ed è difficile fare una sintesi. 
Pier Camillo Davigo e Giuliano Pisapia


Preferisco riportare un paio di osservazioni su cui mi sono trovato particolarmente in sintonia. Pisapia ha giustamente rilevato come le statistiche che evidenziano che l’Italia, in quanto a livello di corruzione, raggiunge posizioni preoccupanti in compagnia di Paesi del Terzo e Quarto Mondo, non tengano conto della micro corruzione, capillare e diffusissima che esiste in quei Paesi: se fosse rilevata, l’Italia non sarebbe così in fondo alla classifica. Davigo invece ha criticato la troppo ampia discrezionalità concessa al giudice nel decidere la pena (il furto d’auto può essere sanzionabile da un minimo di 17 giorni a un massimo di 30 anni) sostenendo che il problema non è di alzare i massimi, bensì i minimi. Si è poi esibito in un’efficace boutade, citando inavvertitamente “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, quando ha calcolato che, che tra il cumulo di attenuanti, rito abbreviato ed altri benefici, l’uxoricidio potrebbe risultare più conveniente rispetto ad una causa di separazione.

E in merito alla corruzione, oltre ad evidenziare alcune incongruenze tecniche nella legislazione e negli strumenti a disposizione della magistratura, ha sottolineato molto l’aspetto culturale che caratterizza il nostro Paese. Ci sono comportamenti che dovrebbero essere sanzionati socialmente anche se non sono reati: in molti Paesi ciò avviene normalmente, ma in Italia “si aspettano le sentenze”. Soprattutto, gli onesti hanno il torto di non prendere sufficientemente le distanze dai disonesti.

Alla fine ho acquistato il libro di Davigo, non perché mi riconosca interamente nelle sue tesi (come minimo ne so troppo poco) ma perché ogni proposta intelligente mi sembra utile a farsi un’idea migliore sul tema.

Dopo il dibattito sulla giustizia, la pausa pranzo prosegue “leggera” con il dibattito sulla burocrazia: ore 13.30, è il turno di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, che hanno scritto “I signori del tempo perso” e rispondono alle domande di Ferruccio De Bortoli

Francesco Giavazzi, Giorgio Barbieri e Ferruccio De Bortoli
Andiamo direttamente alle proposte: in attesa di leggere il libro, sembra che la proposta sia fondamentalmente una: rotazione dei dirigenti, non permettere che ci siano posizioni che si trasformino in una sorta di mandarinato. E creare l’obbligo di trasferirsi al settore privato dopo un certo numero di anni, in modo che la necessità di farsi assumere diventi incentivo alla qualità del lavoro. Spesso nella successione dei Governi non si avverte cambiamento perché la macchina dell’esecutivo rimane nelle mani dei più alti funzionari. Nessuno dei Governi italiani degli ultimi anni (con l’eccezione di Ciampi nel 1993) è mai riuscito a sostituire i massimi funzionari ministeriali. La riforma della Pubblica Amministrazione tentata dal ministro Madia, pur contenendo violazioni a ben sei articoli della Costituzione, prevedeva la rotazione dei dirigenti. Anche Boeri all’INPS sta facendo azioni in questo senso. Non a caso le reazioni sono molto forti.

Anche in questo caso, acquisto il libro per cercare di capire meglio. E una domanda mi ronza in testa: ok la rotazione, ma in questo modo non si creano i presupposti per uno “spoil system” senza freni? Una rilettura del capitolo introduttivo della “Lettera Scarlatta”, nel quale Hawthorne parla della sua esperienza di funzionario alla Dogana, può essere un utile accompagnamento al saggio di Giavazzi-Barbieri.



Alle 15.30, altra tappa della mia maratona fieristica (prevalentemente dedicata ai saggi) con Luca Ricolfi, Marco Damilano e Guliano Pisapia. Si presenta l’ultimo libro di Ricolfi: “Sinistra e popolo”. 
Luca Ricolfi, marco Damilano, Giuliano Pisapia


Damilano esordisce perfido con l’annuncio che con questo libro si demolisce niente meno che il Bobbio di “Destra e Sinistra” , cosa che inizialmente non mi scalfisce (figurarsi, ci vuol altro!) ma poi piano piano affiora e si impone l’imperativo di disseppellire quel libricino fitto di annotazioni, dovunque esso sia, e di metterlo a confronto con l’impertinente Ricolfi, che come sempre esprime concetti anche molto forti, ma sostenuti da un grosso lavoro di ricerca e di analisi.

Il sociologo torinese chiarisce subito che il suo intento non è di dimostrare il distacco tra la sinistra e i ceti popolari, che è un fatto piuttosto evidente, ma di cercare di capire quando esso sia iniziato e perché. E si parte da lontano: Ricolfi sostiene che la lunga marcia che ha reso la sinistra sempre più impiegatizia (anzi pubblico-impiegatizia) e sempre meno operaia, iniziò nel mitico PCI di Berlinguer.

E con questo salgono a tre i volumi che metto in borsa con l’intento non tanto di condividere, quanto di capire, confrontare, distinguere.

16.30: non si propongono libri, ma si ragiona sull’affidabilità di ciò che si legge (“fake news” è l’espressione ormai entrata nel lessico quotidiano) nell’incontro con Corrado Sinigaglia (professore di filosofia della scienza) e Giovanni Ziccardi (professore di informatica giuridica) moderato da Piero Attanasio dell’Associazione Italiana Editori. 
Corrado Sinisgaglia, Piero Attanasio e Giovanni Ziccardi

Il titolo del dibattito è: “I libri nel mondo della post verità”. Sinigaglia precisa opportunamente che la tendenza alla dequalificazione delle pubblicazioni, anche in campo scientifico,  è iniziata ben prima dell’era Internet 2.0 (la seconda fase di internet, quella caratterizzata dai social network che concedono a chiunque la possibilità di raggiungere una grande potenza mediatica). Inoltre le “fake news” sono spesso estrapolazioni di fatti localmente veri, ma del tutto decontestualizzati. Contrastarle è spesso una fatica vana, in quanto il “fake” fa sempre più audience della noiosa e faticosa verità. Ziccardi aggiunge che si creano meccanismi perversi basati sul consenso, nei quali la fake news è la moneta di scambio per la crescita di popolarità. In questo l’editoria può avere un ruolo fondamentale. Gli studiosi che dedicano anni di studio prima di pubblicare un libro, che magari da decenni sono concentrati su un’unica area di approfondimento, hanno bisogno di canali in cui la loro comunicazione “fuori dal tempo” possa essere veicolata. 

D’altronde, è la mia riflessione personale, le fake news sembrano ormai strangolare l’enorme libertà di espressione che si era creata nei primi tempi dell’era dei social network. Man mano che le voci sulla piazza virtuale sono aumentate, soltanto chi grida più forte riesce a farsi sentire. E non sempre chi grida più forte dice le cose più sensate. E sui pericoli di un eccessivo “controllo” dell’informazione, mi viene da pensare alla vecchia distinzione tra i fatti e le opinioni: dovremmo fare in modo di dividerci sulle opinioni, evitando di parlare a vanvera sui fatti.

Domenico Quirico e Sergio Ramazzotti
Concludo la mia visita a Tempo di Libri con l’incontro con il giornalista Domenico Quirico e il fotoreporter Sergio Ramazzotti sul tema: “E’ ancora possibile fare del buon giornalismo?”, sottotitolo del libro di Quirico “Il tuffo nel pozzo”. 

E’ l’incontro più carico di pathos di tutta la giornata. Quirico, inviato in zone di guerra, sequestrato in Siria per cinque mesi, è un reporter che interpreta la sua professione come una missione totalizzante, dove non sono possibili mediazioni o compromessi. Per lui esiste un solo modo di fare giornalismo: raccontare ciò che si vede e soltanto ciò che si vede. I giornali si ridurrebbero a cinque pagine scarse, ma sarebbero infinitamente più interessanti.

Sergio Ramazzotti presenta una storia in immagini, che si svolge nell’arco di 72 ore, da guardare in silenzio, per scoprire alla fine che si tratta di un viaggio per andare a morire in una “clinica” svizzera che pratica l’eutanasia, o per meglio dire, il suicidio assistito. Una storia che tocca l’anima (questo dovrebbe fare per Quirico il buon giornalista: toccare l’anima) e ci fa vedere con i nostri occhi queste famigerate “cliniche”, in realtà bilocali con angolo cottura. Essere sul posto, raccontare in presa diretta, è tutto ciò che di nobile esiste nella professione del giornalista.  E del fotoreporter.


Dulcis in fundo, i mei acquisti: oltre ai libri presentati durante l’incontro, ho approfittato dell’occasione per aggiungere sullo scaffale due romanzi che si preannunciano come due gioiellini della letteratura: I duellanti di Conrad e Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar. Inoltre un saggio economico di Stiglitz: La grande frattura – La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla.


giovedì 1 settembre 2016

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess




“I ragazzi Burgess”, penultimo romanzo di Elizabeth Strout, ci parla della complessità dei rapporti famigliari, di quanto possono essere chiuse le piccole comunità paesane, della difficoltà di capirsi fra diversi, ma è anche una lettura godibile e rilassante, come guardare una commedia holliwoodiana anni ’50 alle cinque del pomeriggio. Potete leggere la trama e altre recensioni qui.

Il prologo, nel quale due vedove, madre e figlia, conversano e rievocano le comuni conoscenze , scostando pensosamente le tende per guardare le betulle, dà il tono all’intera narrazione, come se l’autrice volesse ammorbidire l’impatto degli eventi più drammatici, stemperandoli nella luce tiepida del suo stile confortevole.

Seguendo i personali ricordi delle due signore, si fa velocemente amicizia con Jim, Bob e Susan Burgess, si conoscono i rispettivi coniugi e anche Zachary, il ragazzo ignorantello e impaurito che dà impulso alla storia e ne sostiene la trama fino almeno a metà.

Nella prima parte i personaggi sono vivi e credibili, pur riconducendosi ciascuno a qualche archetipo del cittadino americano, e sono ben inseriti in tematiche culturali e sociali appena tratteggiate, per non disturbare troppo i personaggi in primo piano, eppure rese efficacemente.

Da metà in poi, il romanzo ha una svolta, il motore iniziale della storia rallenta e si spegne e rimangono i personaggi, soli e nudi e senza maschera. “Nessuno mi può giudicare” potrebbe essere il titolo di questa seconda parte o, come la vedova più anziana afferma nel prologo, “nessuno conosce mai veramente qualcuno”. E' nella seconda parte che l'attenzione si sposta dalle dinamiche sociali a quelle famigliari.

L’eroe abile, disinvolto e pragmatico della prima parte, quello attento ai bisogni e alle debolezze umane (per prendersene cura, nel caso dei propri familiari, oppure per sfruttarli a proprio vantaggio, nel caso di avversari e ostacoli nella battaglia per la vita), il self made man che non sopporta i gretti razzisti ma è ugualmente allergico alle ipocrisie dei moralisti di professione e infastidito dal fanatismo del “politically correct”,  l’uomo fuggito dall’ambiente chiuso del Maine e che riesce a non farsi fagocitare dalla Grande Mela, il professionista di successo, il marito invidiato, il padre che tutti vorrebbero avere ha un suo lato oscuro. Non sorprende che ci sia, perché ce lo aspettavamo e avevamo messo in conto che potesse essere esattamente “quello”.  Sorprende piuttosto che questa scoperta abbia il potere di mandare in frantumi il personaggio e buona parte del mordente della storia.

Il romanzo funziona ancora, perché a questo punto il lettore è stato saldamente agganciato all’amo, però non c’è più la naturale scioltezza dell’avvio.

Una volta chiuso e rimesso il libro al suo posto sullo scaffale, ci capiterà di ripensare a Jim, Bob, Susan, Hellen, Pam e Zach come a persone incontrate in una lunga e piacevole vacanza, che ci hanno fatto divertire, ci hanno confidato qualche segreto e resi partecipi di qualche angoscia, senza tuttavia risultare mai invadenti, né noiosi. Tutti insieme ci hanno confermato che la famiglia è un delicatissimo intrico di sottili equilibri e che gli Stati Uniti d’America sono un posto dove è molto complicato nascere, crescere e vivere. Insomma, ce n’è di che rimanere soddisfatti, alle cinque del pomeriggio, tra un biscottino e l’altro, con il sole che filtra delicato dalle tende, mentre fuori il vento accarezza le betulle.
“Che cosa farò, Bob? Non ho più una famiglia”.

“Sì che ce l’hai”, rispose Bob. “Hai una moglie che ti odia. Tre figli che ce l’hanno a morte con te. Un fratello e una sorella che ti fanno impazzire. E un nipote che una volta era una nullità, ma a quanto parte ultimamente lo è un po’ meno. Questo è ciò che si definisce una famiglia”.

martedì 2 agosto 2016

Lettera di Cicerone alla moglie Terenzia, 5 ottobre 58 a.C.

Competizione, potere e vendette trasversali. Uso disinvolto della giustizia. Famiglie che pagano le scelte scomode di chi si trova (momentaneamente o definitivamente) dalla parte perdente della storia.
Queste sono alcune delle suggestioni che mi suscita questa lettera di Cicerone, mentre cerco di coglierne i collegamenti con la  contemporaneità.
Antefatto e contesto: anni 66-63 a.C. Catilina, con l’appoggio di Crasso ed approfittando della lontananza di Pompeo, tenta più volte la scalata al potere, blandendo, cospirando e minacciando. Fiaccata dalla guerra tra Mario e Silla, la repubblica sta attraversando i suoi ultimi convulsi decenni, tra rivolte degli schiavi, ribellioni nelle province, scorrerie dei pirati e crescente malcontento popolare. Ogni abile comandante militare, capace di fidelizzare le truppe e di sviluppare proprie clientele è contemporaneamente una necessità e una minaccia per un impaurito Senato, che ormai ripone le proprie speranze di sopravvivenza e indipendenza soprattutto nella moltiplicazione dei condottieri e nella competizione che ne scaturisce,  cercando di procrastinare il più possibile il momento in cui ne prevarrà uno solo. Cicerone, appartenente ad un’agiata famiglia di possidenti, ha circa quarant’anni e soprattutto ha l’energia, l’ambizione, l’abilità e la credibilità dell’uomo d’ordine, capace di far “prevalere la toga sulla spada”, e allo stesso tempo può presentarsi come homo novus, in grado di innervare un’oligarchia  ormai asfittica e ripiegata su se stessa. L’aristocrazia nobiliare lo apprezza per il suo valore, però lo  considera, spocchiosamente, un corpo estraneo.  Con un celebre discorso passato alla storia e nei manuali di latino degli studenti di tutte le generazioni, Cicerone denuncia in Senato il tentativo di colpo di Stato di Catilina e ottiene che cinque congiurati siano condannati a morte seduta stante, con una  forzatura giuridica fatta immancabilmente rilevare da Giulio Cesare. 

Cicerone fu davvero mosso esclusivamente dall’urgenza di salvare la repubblica? Oppure colse la sua grande e irripetibile occasione ed esagerò il pericolo, a costo di sacrificare vite umane senza un giusto processo, pur di ritagliarsi il ruolo di salvatore della patria? E’ questa la sua hybris, che fatalmente gli toccherà espiare?

La ruota gira, i problemi rimangono irrisolti, i tre maggiori contendenti (Pompeo, Cesare e Crasso) si studiano, nessuno se la sente di tentare l’affondo decisivo, anzi tatticamente danno vita ad un’innaturale alleanza (un mostro a tre teste secondo la definizione dello stesso Cicerone).
Tra i beneficiati dal nuovo sistema di potere, un po’ diverso da quello per cui aveva lavorato un cultore della legalità come Cicerone, vi è anche Clodio, il fratello minore della Lesbia cantata da Catullo.
Costui aveva già creato scandalo e sacrilegio introducendosi nella casa di Giulio Cesare travestito da donna durante i misteri della Bona Dea, il cui accesso era vietato agli uomini. Il solito Cicerone era stato il suo accusatore, ma Crasso lo aveva fatto assolvere, comprando alcune testimonianze. Cesare stesso, nonostante Clodio con quella bravata intendesse insidiarne la moglie, ripudiò Pompea (perché “la moglie di Cesare deve essere sopra ogni sospetto”) ma non testimoniò contro di lui.
Dunque Clodio approfitta della nuova situazione per vendicarsi di Cicerone e ottiene una legge contra personam, nel caso specifico una legge che commina l’esilio a chi abbia fatto condannare a morte cittadini romani senza consentire l’appello al popolo (ogni riferimento alla congiura di Catilina di pochi anni prima ovviamente non è casuale).


L’esilio di Cicerone dura un anno e mezzo, dalla primavera del 58 all’estate del 57, quando viene interrotto anche per intercessione di Pompeo.  Nel frattempo i suoi beni  sono stati confiscati o distrutti e nel momento in cui Cicerone scrive da Tessalonica questa lettera alla moglie Terenzia, si trova davvero in preda alla disperazione.
"Non credere che io scriva a nessuno lettere più lunghe, a meno che qualcuno non mi abbia scritto parecchio: allora penso che sia conveniente  rispondergli; e infatti, non ho cose da scrivere e in questo periodo non faccio nulla con maggiore difficoltà. A te, poi, e alla nostra figliola non posso scrivere senza che mi sgorghino le lacrime dagli occhi.
   Vi vedo in preda alla disperazione, voi che avrei voluto sempre al colmo della felicità: e questo avrei dovuto garantirvi, e se non fossi stato tanto debole ve lo avrei garantito. Ho un affetto grandissimo per il nostro Pisone, che se lo merita ampiamente. Gli ho scritto, come ho potuto, per fargli coraggio e per ringraziarlo nel modo dovuto. Capisco che riponi delle speranze nei nuovi tribuni della plebe. Può essere una sicurezza, purché Pompeo dia il suo benestare; ma tuttavia ho paura di Crasso. Vedo che ti comporti in ogni circostanza nel modo più coraggioso e amorevole, e non mi sorprende; ma sono desolato che le mie sventure trovino sollievo a prezzo di sofferenze tue così grandi: me lo ha scritto Publio Valerio, uomo di una cortesia squisita – e non ho potuto leggere le sue righe senza scoppiare a piangere - , in che maniera tu sia stata trascinata dal tempio di Vesta agli uffici del tribunale. Vita mia, mia sola nostalgia, a cui tutti solevano rivolgersi per avere un aiuto! E ora, Terenzia mia, saperti così tormentata, così afflitta nel pianto e nella umiliazione, e che questo avviene per colpa mia, che ho salvato gli altri per trascinare noi stessi alla rovina. Quanto a quello che scrivi della casa, cioè dell’area della casa, se solo essa mi sarà restituita solo allora io mi crederò reintegrato nei miei diritti. Ma queste cose non dipendono da noi. Soffro che per affrontare tutte le spese che ci sono da fare tu ti riduca in ristrettezze crudeli. Se  questa faccenda si conclude, otterremo tutto; se il destino continuerà a infierire su di noi, dovrai tu addirittura miseramente disperdere gli avanzi della tua agiatezza? Ti scongiuro, vita mia; riguardo alle necessità impellenti lascia che ti diano una mano quelli che possono (solo che lo vogliano!) e se mi ami non logorare la tua salute così fragile. Giorno e notte mi stai davanti agli occhi; vedo anche che a te fa capo ogni cosa. Perciò abbi rispetto per la tua salute, se vuoi che otteniamo quello che speri e per cui ti adoperi. Non so a chi debba rivolgermi se non a quelli che scrivono a me o a quelli di cui voi scrivete a me qualcosa. Non andrò più lontano, se è questo che desiderate; ma vorrei vostre lettere il più spesso possibile, specie se c’è qualche cosa di più solido su cui fondare le nostre speranze. Addio, nostalgia del mio cuore, addio."

Marco Tullio Cicerone, Lettere - traduzione di Riccardo Scarcia, BUR 1981. Ripreso in “Cara amata immortale”, Le più grandi lettere d’amore di tutti i tempi – a cura di Roberta Serra, Bompiani 1998 

sabato 30 luglio 2016

Massimo Carlotto, Il fuggiasco



Massimo Carlotto, oggi affermato scrittore di noir, è stato anche il protagonista di uno dei casi giudiziari più incredibili della Repubblica Italiana.

Nel 1976, quando aveva appena diciannove anni, fu accusato dell’omicidio di una ragazza ventiquattrenne, Margherita Magello, per il quale si presentò come testimone, rimanendone invece per sempre unico imputato. 


Fu processato undici volte, con giudizi che hanno coinvolto anche la Corte Costituzionale, venne giudicato da ottantasei giudici e cinquanta periti, trascorse sei anni in carcere, rischiandone di morire, fuggì all’estero, in Francia e poi in Messico, dove fu catturato ed espulso. 
Quando si costituì, fece l’amara scoperta che il suo ordine di cattura era rimasto dimenticato per anni in un cassetto, dove probabilmente sarebbe rimasto ancora a lungo se lui non fosse rimpatriato. 
La “sfiga giudiziaria”, secondo la definizione di uno dei suoi legali, si accanì contro di lui in molte forme. Esami di laboratorio e prove a favore misteriosamente sparite, una riforma del Codice di procedura penale entrata in vigore nel bel mezzo di uno dei suoi processi, ponendo dubbi amletici ai giudici, un presidente di corte andato in pensione appena prima di poter recepire l’invito della Corte Costituzionale ad assolvere l’imputato, con conseguente necessità di ricominciare daccapo per mezzo di nuovi giudici che sorprendentemente ignorarono prove a discarico, non ascoltarono le testimonianze ed emisero un verdetto di condanna.

Tutta la vicenda si concluse solo nel 1993 con la grazia Presidenziale, dopo che si erano formati diversi comitati di solidarietà in Italia e all’estero. La famiglia della vittima si oppose alla concessione della grazia.


Il periodo in cui si svolsero i processi e la giovanile militanza di Massimo Carlotto in Lotta Continua sicuramente influirono nel dividere l’opinione pubblica e molto probabilmente condizionarono anche i giudici.

Si tratta di uno dei tanti casi in cui la macchina giudiziaria italiana trasmette la sensazione di obbedire a rituali e procedure completamente sganciate dal buon senso e di non riuscire a proteggersi da errori e veri e propri pasticci così clamorosi da far dubitare che siano dovuti a semplice imperizia. 
In queste situazioni perdono tutti, a partire dalle vittime e dai loro famigliari, che dal clamore mass mediatico ricavano ulteriore motivo di dolore.

In una delle sentenze di condanna, i giudici scrissero che intendevano fare del caso Carlotto “una storia dignitosa per la giustizia italiana”. Ecco, probabilmente il cittadino italiano avrebbe più fiducia nella giustizia se potesse sperare in giudici meno animati dal sacro fuoco di rimettere ordine nel mondo e più propensi a non distrarsi, ad ascoltare i testimoni, a non perdere le prove, ad attenersi ai fatti, a cercare di formarsi un giudizio, invece di rimanere fedeli ad un pregiudizio.

Al cittadino piacerebbe che ogni giudice si ricordasse che i fatti di cui è chiamato ad occuparsi hanno già provveduto a seminare una buona quantità di sofferenza nel mondo e che il suo primo obiettivo dovrebbe essere quello di non aggiungerne dell’altra.

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Il fuggiasco è il primo “romanzo” di Massimo Carlotto, pubblicato nel 1994 ed è in realtà è il racconto autobiografico di come vive un “latitante per caso”, cioè non preparato alla vita clandestina, al contrario degli appartenenti alla criminalità organizzata o ai gruppi terroristici.

La narrazione di Carlotto non segue un ordine cronologico, ma procede per temi e argomenti: i travestimenti, il cibo, il lavoro, la polizia, i rapporti con il variegato mondo degli esuli, dei clandestini, degli “irregolari”, gli amori, il carcere, i processi.



Lo stile spumeggiante dell’autore ci sostiene nel proposito di leggere a oltranza, fino ad uno sfinimento che tarda ad arrivare. Più leggere, ironiche e forse anche un po’ di maniera le pagine “parigine” della storia, e più cupe, gravi, drammatiche le parti ambientate a Città del Messico. Molto può dipendere dalle personali esperienze e conoscenze, ma per quel che mi riguarda difficilmente dimenticherò il Messico di queste pagine.


Infine, qualsiasi siano le tue idee sul “caso Carlotto”, dopo questa lettura saranno rafforzate. Se prima eri indignato, lo sarai ancora di più, se eri dubbioso, sarai ancora più perplesso, se provavi disgusto, compassione, angoscia, sconforto, il tuo stato d’animo si ripresenterà più acuto di prima. Non è libro scritto per convincere, semmai per dividere.

Chi considera la lettura parte della vita e non un modo di evaderne, in queste pagine troverà pane per i suoi denti.
 
 













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Non mi interessa una nuova vita, Bulmero. Mi interessa quella che avevo prima”. (Massimo Carlotto, Il fuggiasco)