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sabato 19 settembre 2015

Danny l'eletto

Fin dalle origini della tradizione chassidica, il tzaddik era il capo della comunità, un uomo particolarmente devoto, sapiente e sensibile, che la gente seguiva con fiducia e a lui si rivolgeva per ogni problema. I chassidim riconoscevano nello tzaddik un vincolo sovrumano tra loro e Dio.
Come spesso succede quando i movimenti spontanei, guidati da uomini particolarmente carismatici, si cristallizzano e diventano istituzioni, anche nel chassidismo ci furono abusi. La carica di tzaddik divenne spesso ereditaria, molti tzaddikim vivevano come monarchi orientali, le comunità divennero clan chiusi e dogmatici che, anche per il tramite di barbe, riccioli e vestiti scuri con le frange, si illudevano di fermare il tempo alla Polonia del diciottesimo secolo.
Ogni aspetto estraneo allo studio del Talmud era un potenziale pericolo e si composero liste di cose lecite e di cose proibite, molti libri vennero messi al bando e si diffuse la pratica dei matrimoni combinati fin dalla più tenera età. Studiare le materie ebraiche in lingua ebraica anziché in yiddish era considerato un peccato inaudito, perché l’ebraico era la Lingua Santa e usarlo normalmente in classe era una profanazione del Nome di Dio.
Quando il movimento sionista iniziò a propugnare uno Stato ebraico in Palestina, trovò nelle comunità chassidiche uno strenuo avversario, perché non si ammetteva una patria ebraica che non avesse al centro la Torah, non doveva quindi esserci una patria ebraica fino all’avvento del Messia.
Fanatismo? Certamente. Eppure anche un ebreo liberale, pur non condividendo affatto queste scelte e questi comportamenti, può affermare che “il fanatismo d’uomini dello stampo del rabbino Saunders ci ha conservati in vita durante duemila anni di esilio.
Le ultime, sconvolgenti quindici pagine di “Danny l’eletto” gettano una luce nuova su tutto il romanzo e rivelano che ci può essere un’infinita tenerezza nella dura roccia che protegge e custodisce le radici della pianta cresciuta con fatica al suo interno. Se ci si ferma alla superficie, si sperimenta solo il lato duro, ruvido, sgradevole, e anche violento, di uno stile di vita incomprensibile e inaccettabile.
Ma scavando in profondità (e per questo occorre che ci siano delle profondità, quindi l’integralismo non è per tutti) si può scoprire un sorprendente ed inesauribile pozzo di sensibilità, comprensione, amore ed empatia. Si può scoprire che dietro veti, bandi e proibizioni si nasconde la consapevolezza che essi saranno tutti abbattuti e che è ineluttabile che le regole formali, le prescrizioni, i codici siano prima trasgrediti e poi abbandonati. Nel frattempo, con severità, disciplina e rigore ben oltre ogni limite comprensibile, avranno forgiato un’anima, avranno formato un uomo.
Quest’uomo potrà anche tagliarsi i riccioli, la barba, smettere gli abiti scuri e le frange, ma rimarrà per sempre profondamente un tzaddik, un giusto, un sapiente, un caritatevole, un uomo che anche nella confusione delle strade del mondo non perderà mai la propria.
“Danny l’eletto” ci parla dell’amicizia di due ragazzi ebrei newyorkesi, alla fine della seconda guerra mondiale.  Reuven è figlio del professor Malter, un ebreo colto e di larghe vedute, sostenitore e promotore del sionismo. Daniel invece è figlio del rabbino Saunders, uno tzaddik di grande carisma, stimato, e rispettato da tutti.
Danny, destinato ad ereditare la carica del padre, è un ragazzo eccezionalmente intelligente, curioso e sensibile. Divora di nascosto letture “proibite”, stringe amicizie pericolose eppure non osa mettere in discussione né l’autorità del padre, né il severo (forse anche crudele) sistema di vita entro cui è cresciuto.
Non si tratta solo di un grande romanzo sull’amicizia: il libro ci parla anche di padri e di figli, di silenzi e di incomunicabilità, di parole dette in silenzio, di canali di comunicazione incredibilmente tortuosi, che devono farsi strada tra le complessità dell’anima.
E’ un libro che invita anche a riflettere, noi apparentemente liberi, liberali, laicissimi, aperti e democratici. Ci invita a non fermarci all’aspetto sgradevole e aspro della roccia, ad andare oltre le idee e i comportamenti che ci sembrano incomprensibili, arcaici, ottusi e bigotti. Troppo facile denigrarli, rifiutarli, rispondere al fanatismo con altrettanto fanatica superficialità. L’istinto sarebbe quello, ed è naturale. Infatti, anche l’amicizia tra Reuven e Danny nasce da uno scontro, dall’odio persino. Ma poi i due ragazzi fanno leva sulle proprie qualità e da quella contrapposizione nasce una grande amicizia, un legame solido, un ponte tra due mondi apparentemente incomunicabili.
Non dovremmo mai dimenticare che il dialogo è sempre possibile. A due condizioni: che si abbia la voglia e la capacità di scavare, e che sotto la superficie ci sia qualcosa.
Crescere un figlio nel dolore e nel sacrificio, imporre a sé e agli altri privazioni e sofferenze, continuerà a sembrarci un prezzo inaccettabile per forgiare un carattere. Ma chi vive in un mondo protetto da barriere sa e si aspetta che esse siano superate prima o poi, sa che quel mondo si dissolverà e si mescolerà con altri mondi.
Forse è proprio su questo che si fonda il dialogo: la capacità di guardare avanti, pur senza dimenticare la validità delle proprie ragioni e restando intimamente fedeli alle proprie radici.


domenica 21 settembre 2014

L'arpa di Davita



Parafrasando l’espressione preferita che papà Chandal, il padre di Davita, usava per esprimere tutto il suo entusiasmo e il suo amore per la figlia, devo esordire subito così: “Questo sì che è un bel libro!”

Siamo negli anni Trenta del Novecento, alla vigilia della guerra civile in Spagna. In Europa infuria lo scontro tra opposte ideologie e si affermano i totalitarismi. La Grande Depressione ha sconvolto il mondo occidentale e appare come l’avvisaglia del crollo del capitalismo. Fascisti, nazisti e comunisti sembrano ormai contendersi le spoglie di un sistema finito. A caccia di facili capri espiatori, dilagano i pogrom, l’antisemitismo, il sospetto, il tradimento, le faide.

Ilana Davita è una bambina che vive a New York  con sua mamma, un’ebrea polacca, e suo papà, rampollo di una facoltosa famiglia del Maine. Papà e mamma hanno già una bella fetta di orrore alle spalle, ma Davita non lo sa. Non ancora. Il suo sguardo si mantiene ad altezza di bambino, la sua vita scorre tranquilla tra gli energici abbracci del papà e le meditabonde attenzioni della mamma all’interno di mura domestiche che, soltanto, cambiano un po’ troppo spesso per via dei continui traslochi.

In casa viene spesso tanta gente estranea, e parlano, fumano e  discutono fino a tarda ora. Non ci si capisce nulla, ma entro i confini della sua stanza c’è un mondo più interessante da decifrare, popolato dalla strega Baba Yaga, da cavalli che galoppano in riva al mare e da uccellini che vagano per il mondo inseguendo una musica misteriosa. E c’è un’arpa sempre appesa alla porta di ingresso, un’arpa eolia pronta ad accoglierla in ogni nuovo nido e a suonare ogni volta che qualcuno varca la soglia.

Papà e mamma sono comunisti. Lei dunque è un’ebrea, figlia di comunisti. La scuola e la strada ne rafforzano il carattere e il coraggio, senza farle perdere candore e innocenza. Papà e mamma hanno tante cose a cui pensare. Cose importanti. Papà è giornalista. Mamma è un’intellettuale. Entrambi vogliono cambiare il mondo. E fermare il fascismo, che è il grande nemico, il grande pericolo. Davita è un raggio di sole. Davita è la loro vita, ma la  vita di papà e mamma è al servizio di una causa superiore e assoluta.

Tutto questo ancora Davita non lo sa, o meglio non lo può capire. Davita  poco a poco compone il puzzle della sua vita e si imbatte in pezzi dai colori e forme più disparati: guerra e uccellini, Baba Yaga e castelli di sabbia, comunismo, fascismo, scioperi, proletariato, lavoro, giornale, riunioni. Ogni casella prima o poi andrà a posto, intanto lei osserva e mette da parte.

Una  sezione importante del puzzle è occupata dalla religione e anche questa è divisa in tanti frammenti.

Papà  e mamma hanno abbandonato le rispettive fedi cristiana ed ebraica, dunque Ilana Davita non riceve un’educazione religiosa. Ma la quotidianità è fatta di incontri e di piccole scoperte e Ilana Davita si apre con curiosità alle persone che osservano il Shabbos, accendono le candele di channukkah, celebrano la havdoloh, recitano il kaddish, frequentano la yeshiva, evitano di leggere i giornali goyshe, mangiano cibi kosher, studiano la Torah, festeggiano il Lag Ba’omer. Davita, e il lettore con lei, è attratta e un po’ intimorita da questi strani suoni, riti e melodie, da questi giovani pallidi e magri che vivono in un modo così diverso dal suo, da queste pratiche che le suonano altrettanto incomprensibili delle fumose riunioni politiche che impegnano i suoi genitori. Ilana Davita poco alla volta si accosta a questo mondo come se esplorasse una stanza piena di oggetti misteriosi. La curiosità la spinge a frequentare la sinagoga, a spiare nel buco del tramezzo che separa uomini e donne, a infrangere innocentemente le regole, a dare scandalo senza sentirsene in imbarazzo e poi chiedere candidamente mille “perché” a chi non si è mai fatto domande perché è stato  allevato nel più cieco rispetto della Legge.

Chaim Potok ci mostra come ci si possa accostare alla religione con semplicità, al di fuori da ogni dogma, e quanto le Chiese, pur indispensabili per vivere pienamente ogni fede religiosa, possano apparire talvolta ottuse, inique e disumane. Le istituzioni, anche quelle religiose, talvolta soffocano gli ideali e lo spirito vitale su cui sono state fondate e che dovrebbero proteggere. Chi cresce nel più rigoroso rispetto di dogmi, leggi e apparati, quando si imbatte in una falla del sistema, ne ricava la cocente esperienza del tradimento e della delusione. E’ il caso della mamma di Ilana Davita, che dapprima sperimenta la più intransigente ortodossia religiosa e poi si forma lei stessa alla più osservante ortodossia comunista: tanta rigidità rende fragile il proprio universo, che  quando viene colpito dal cuneo delle contraddizioni si sbriciola in mille pezzi. Davita invece segue naturalmente il corso delle cose, senza preconcetti, con interesse genuino e senza perdere mai il suo senso critico. E quando la vita colpisce duro, trova una corazza più duttile e resiliente ad incassare il colpo.

Questo romanzo, che temevo ostico e difficile, mi ha invece conquistato immediatamente per il tono semplice e sobrio e per la sua capacità di assumere la prospettiva di una bambina intelligente e sensibile, che cresce e si forma in un’epoca così travagliata. La prima parte è più lieve e quasi melodiosa. Man mano che la Storia entra nella storia, con il suo carico di lutti e di sciagure, o ci si addentra nel  bosco fitto dei riferimenti di cultura ebraica, il ritmo si fa più lento e riflessivo, ma ormai ti sei appassionato ai personaggi e non vedi l’ora di aprire la porta di casa, far risuonare l’arpa e seguire con partecipazione la loro giornata.

Ho trovato bellissimo il finale. Tranquilli, niente spoiler.

Ilana Davita , che ha motivo di essere furiosa con il mondo, demoralizzata e  sconcertata, riceve da zia Sarah, che presta materne cure ad anime e corpi, un prezioso consiglio da portare sempre con sè: “Sii insoddisfatta del mondo, ma nello stesso tempo rispettalo”.  

Grazie a Sarah, Davita raggiunge una comprensione del mondo dei genitori che prima non poteva avere:  “non lo sapevano, disse dolcemente, ma erano posseduti da una sacra insoddisfazione”.

E l’uccellino è ormai pronto, a malincuore, a spiccare il volo:

 “Tenevo mia sorella, la cullavo dolcemente, annusavo i profumi della sua piccolezza – olio, talco e latte – e, in un momento di amarezza, pensai: Goditi la tua infanzia. Torneranno abbastanza presto a riprendertela”.