Vigata, 1877. In
Italia governa da un anno la Sinistra di Agostino Depretis, che poco dopo
avvierà insieme a Marco Minghetti, esponente dell’ala liberale della Destra
Storica, la pratica del trasformismo.
E’ ancora in vigore la tassa sul macinato, introdotta nel
1868, che tante rivolte produsse nel nord del Paese, soffocate militarmente con
migliaia di arresti e centinaia di morti e feriti. Anche nella siciliana Vigata e nella vicina
Montelusa, sede della Prefettura, c’erano state rivolte soffocate nel sangue.
Nulla da stupirsi dunque se due funzionari dello Stato affamatore, due
ispettori dei mulini, erano stati assassinati nel giro di pochi anni.
Il loro successore si chiama Giovanni Bovara, nativo di
Vigata, poi trasferito quando era ancora piccolo a Genova. Ritornato nei luoghi d’origine, in lui convivono l’ordine e la disciplina del
funzionario con molti anni di servizio nell’amministrazione sabauda, il
dialetto genovese che gli sgorga spontaneo nei momenti di abbandono e di emozione
(come quando “da giovane si confondeva per le donne”) e la natia arguzia e
parlata siciliana, nascoste da qualche parte dentro di lui, ma pronte a uscire
fuori al momento opportuno, per trarlo dagli impicci e dare scacco matto agli
avversari.
Ci sono parecchie cose strane all’Intendenza di Finanza di
Montelusa riguardo l’attività dei mulini, a cominciare da quella vera e propria
“corte dei miracoli” costituita dal nutrito gruppetto di “sottoispettori” che
avrebbero dovuto vigilare ognuno sulla sua porzione di territorio. Tutti erano
stati “segnalati” per l’incarico dall’avvocato Fasulo, un uomo molto pio e gran
benefattore e soprattutto buon amico di Don Cocò Afflitto, proprietario di
mulini e terre nella zona, che come tutti i veri potenti non entra mai nella
storia, ma se ne sta piuttosto sullo sfondo e nell’ombra. A muoversi, tramare,
sudare, affannarsi sono sufficienti l’avvocato Fasulo, il delegato di pubblica
sicurezza Spampinato e suo fratello Gnazio, l’intendente di Finanza Felice La
Pergola, detto “lo scrafaglio merdarolo” e poi politici, ministri, vescovi: sono in tanti a dover qualcosa a don Cocò.
In parellelo si svolge la gustosa vicenda di un prete
donnaiolo, padre Artemio Carnazza. La sua porta era sempre aperta per le devote parrocchiane che,
dopo la messa del mattino, salivano le scale di legno che dalla sagrestia
conducevano all’abitazione del “parrino”. Perché “patre Carnazza amava la
natura. Non quella degli aciddruzzi, delle picorelle, degli àrboli, delle arbe
e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne
stracafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della
fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi della fantasia
del Criatore: ora nìvura come l’inca, ora rossa come il foco, ora bionda come
la spica del frumento, ma sempre con sfumature di colore diverse, con l’erbuzza
una volta alta che sontuosamente oscillava al soffio del suo fiato, un’altra
volta corta corta come appena falciata, un’altra volta ancora fitta e intrecciata
come un cespuglio spinoso e sarvagio. Sempre si meravigliava quanno che ne
vedeva una nova, perché nova novissima era veramente con tutto il suo particolare
da scoprire…”.
L’ultima scoperta di
patre Carnazza è donna Trisìna Cìcero, una “trentina mora, con gli occhi verdi
sparluccicanti e due labbra rosse come le fiamme dell’inferno. Mischineddra,
era rimasta vedova da tre anni. Da
allora si vestiva tutta di nìvuro, a lutto stretto, lo stesso però gli òmini
quando che la vedevano passare facevano cattivi pinsèri, tanta grazia di Dio
senza che ci fosse un màsculo a governarla”.
In realtà Donna Cìcero, “grandissima buttana”, si governava
benissimo da sola e a padre Carnazza aveva imposto anche un minuzioso tariffario: “la taliata di tutt’e
due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata senza lingua, mezzo
chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli;
una vasata con la lingua e le due minne nude, tre tazzine di porcellana e
relative sottotazze…”
Don Carnazza si era fatto molti nemici: gli invidiosi, i
mariti cornuti, le amanti rimpiazzate, ma anche i poveri diavoli che lui
strozzinava con prestiti da usura e i parenti
defraudati in questioni di eredità.
Succede che l’ispettore Giovanni Bovara inciampa, fisicamente e metaforicamente, in patre
Carnazza e da quel momento le due vicende si annodano si avviluppano, cacciando il Bovara in un mare di guai da cui
abilmente riesce ad uscire riflettendo sulle differenze linguistiche tra
italiano e sicilano, imparando bene una certa lezione con cui i suoi nemici
volevano incastrarlo: “Quello la lezione se l’imparò e ce la sta mettendo nel
culu para para!”
Interessanti anche gli scambi epistolari tra le diverse
autorità, gli avvocati, i politici, scritte nell’italiano ampolloso e
burocratico di fine ottocento, che si caratterizza come una terza curiosità
linguistica, dopo il genovese (praticamente incomprensibile) e la parlata della
Vigata di Camilleri.
Nell’ultimo capitolo i personaggi del romanzo fanno dei sogni, che Camilleri
racconta ispirandosi, fra gli altri a Kafka, Faulkner, Sciascia (qualche
analogia tra il capitano Bellodi, il generale Dalla Chiesa e il ragionier
Bovara ), Hemingway, Joyce, Proust.
Duecento pagine che volano via anche troppo in fretta.
Nessun commento:
Posta un commento