martedì 4 febbraio 2014

La pioggia prima che cada

La pioggia prima che cada non esiste, non la puoi vedere. C’è quell’attimo, quella particolare atmosfera che puoi capire soltanto dopo, quando la pioggia è già caduta, che puoi guardare retrospettivamente o che puoi intuire in anticipo  grazie a una sensibilità così profonda da sfiorare la preveggenza. O forse si tratta solo di suggestione.

C’è molta retrospettiva in questo romanzo, c’è sensibilità e anche premonizione.

E’ una storia di donne,  di madri e di figlie attraverso tre generazioni nell’Inghilterra dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Siamo lontani dall’atmosfera cupa della “Famiglia Winshaw”, eppure la famiglia e la violenza c’entrano molto anche qui.  E’ la violenza dell’amore negato, del conflitto sotterraneo, di legami rifiutati o mal sopportati. Una violenza che incide l’anima, goccia dopo goccia, e si trasmette alle generazioni successive. Non si tratta della maledizione delle colpe dei padri che ricadono sui figli: in questo caso è la fredda ostilità  delle madri ad indurire il cuore delle figlie.

A Jonathan Coe piace chiudere i cerchi e in questo romanzo il dramma si sviluppa tra due momenti apparentemente insignificanti: la fuga incomprensibile di due cani. Un antipatico e viziato barboncino di nome Bonaparte fugge all’inizio della storia. Un altro cane scappa alla fine. Di mezzo ci sono sessant’anni, vite intere, storie apparentemente normali dietro alle quali si nascondono solitudini e infelicità profonde, e che appaiono quasi rassegnate, perché già scritte.

Le storie sono raccontate attraverso quanto di più intonato al clima famigliare: le fotografie. Venti foto ricordo di vacanze, di compleanni, di cerimonie, di luoghi rimasti nel cuore. Visi sorridenti, sguardi catturati nell’istante in cui ci si mette in posa, ambienti che restituiscono al presente un frammento dopo l’altro del passato, fino a comporre l’intero puzzle e a farcelo guardare, alla fine, con lo smarrimento di chi ha seguito tutta la traiettoria compiuta dal destino.

Ma nel libro c’è anche il puro piacere di raccontare il passato, di ascoltarlo, di scoprirlo.

Rosamond un’anziana e tranquilla signora, muore in solitudine, senza marito né figli. Lascia uno strano testamento, nel quale tra gli eredi compare Imogen, una donna che nessuno sa come rintracciare. Rosamond lascia a sua nipote Gill l’incarico di trovare Imogen e di consegnarle venti fotografie e una serie di cassette registrate con il racconto della sua storia: la storia di Rosamond, che conduce alla storia di Imogen.

Gill, accompagnata dalle due figlie Catharine ed Elizabeth, inizia il suo viaggio nel passato di sua zia, scoprendo un mondo ancora sconosciuto e soprattutto tre figure femminili che si passano il testimone l’un l’altra nel corso del racconto: Beatrix, Thea e Imogen.  Al loro fianco, la stessa Rosamond e, per un tratto di strada, anche Rebecca, l’unica che “vede” la pioggia prima che cada. O forse la vedono tutte, ma poi rimangono ostinatamente (o rassegnatamente?) con i piedi ben piantati in terra, a percorrere il solco già tracciato del loro destino.

mercoledì 29 gennaio 2014

La testa piena




Dal Breviario Laico del card. Ravasi
(Il Sole 24 Ore - Domenica 26 gennaio 2014)

Plutôt la tete bien faite que bien pleine!

Ancora una volta con Montaigne e i suoi Saggi (I,25) bisogna semplicemente reagire con un touché! Soprattutto ai nostri giorni segnati da una bulimia "informatica" e da un’anoressia formativa: teste colme di dati e prive di pensiero.
Continuava il filosofo: "In verità la preoccupazione e l’investimento dei nostri padri mira solo ad arredare (meubler) la testa di conoscenze. Di capacità di giudizio e di virtù, manco a parlarne!".
Cervelli ammobiliati di dati, pronti a trasformarsi in panieri in cui si affastellano verità e menzogna, stupidaggine e saggezza, tesi e contro tesi: è un po’ questa la sorte di tanti giovani e adulti incollati per ore al computer. E invece ci sarebbe bisogno prima di tutto di "travailler à bien penser", come dirà un ideale collega di Montaigne, Pascal, nei suoi Pensieri (n.347), cioè impegnarsi non tanto ad essere benpensanti, ma a pensare bene, con rigore e sostanza, perché è questo "il principio della morale”

giovedì 23 gennaio 2014

THE SNOW FLAKE

The Snow Flake


I would like to fall down and rest
upon my princess's breast
and never, never melt
to remind her all my love
and gratefulness!

giovedì 9 gennaio 2014

Federico Rampini, Banchieri - Storie dal nuovo banditismo globale



Va bene, questa volta niente “suspense”: l’assassino è svelato  fin dall’inizio, a partire da titolo, sottotitolo e copertina. E girate poche pagine c’è anche la sentenza di condanna definitiva: “Nessun bandito della storia ha mai potuto sognarsi di infliggere tanti danni alla collettività quanto ne hanno fatti i banchieri”.

Federico Rampini lancia il sasso, non ritira la mano, anzi punta l’indice e fa nomi e cognomi, con poche sorprese, ma con motivazioni non del tutto scontate.

Dopo l’invettiva troviamo il ragionamento. Sì, perché pagina dopo pagina si scopre che Rampini certamente non ama i banchieri, ma soprattutto li considera il centro nevralgico di un sistema che complessivamente non funziona. Picchia duro, con un pizzico di demagogia, sulla parte più esposta e meno difendibile dell’ingranaggio, ma in capitoli significativamente intitolati “Il lavoro che verrà”, o “In cerca del nuovo”  prende a ragionare sul nostro intero sistema di sviluppo.

 Se vi sembra che la parola “sistema”  rievochi  troppo  il linguaggio vetero-marxista degli anni settanta, fatevene una ragione perché pare che Karl Marx sia diventato molto “cool” a Wall Street e dintorni. Qualche guru dell’economia del ventunesimo secolo ha sfidato polvere e ragnatele per rileggersi le ottocentesche previsioni sui processi di concentrazione industriale, ovvero pochi grandi “players” che riescono a sopravvivere in ogni settore, o sulla continua corsa al ribasso dei salari dovuta alla riserva crescente di disoccupati e sotto occupati, o sulla crisi di sovrapproduzione provocate dalla compressione del potere d’acquisto dei lavoratori, o sull’eccesso di speculazione finanziaria, responsabile dell’amplificarsi delle diseguaglianze.

La tesi di fondo è che se i banchieri, inclusi i banchieri centrali con compiti di vigilanza, hanno potuto combinare tanti disastri, ciò è avvenuto anche perché da trent’anni ci si sta cullando nell’illusione che i mercati si regolino da soli e che meno si interviene nell’economia, meglio è. Senza scomodare Keynes, gli esempi in controtendenza citati da Rampini sono quello di Henry Ford (che raddoppiò i salari dei suoi operai perché si potessero permettere di comprare le sue auto) di Adriano Olivetti (che era Adriano Olivetti) e dei Paesi Scandinavi nei quali un amministratore delegato può guadagnare fino a 6 volte la retribuzione di un operaio e non fino a 600 volte come negli USA.

Poiché i sapienti e i tecnici brancolano nel buio e non si vedono vie d’uscita, l’unica certezza è che con le crisi, più o meno frequenti, lunghe o profonde, bisogna imparare a convivere. Per questo gli economisti da un anno a questa parte hanno scoperto una parola nuova, prendendola da altre attività umane: è la parola “resilienza”, ovvero la capacità di resistere agli urti senza spezzarsi,  di superare un trauma senza abbattersi, di ritrovare l’equilibrio dopo uno shock. L’economia chiede aiuto alla filosofia, per trovare comportamenti più saggi, stili di vita più equilibrati. Cresce la consapevolezza che una parte di “povertà” è in realtà il frutto di bisogni creati artificialmente da un’insana corsa a produrre più del necessario, ad accumulare, consumare e sprecare. Quando per qualche motivo si è costretti a cambiare passo, a rallentare, superato lo smarrimento e la paura iniziali si può scoprire che da lì  si può partire alla ricerca della “buona vita” o anche reinventarsi una nuova vita.

E alla trentenne che gli fece una domanda che continuò a frullargli in testa per tutta la notte, Rampini dà tre consigli: ripartire dagli errori e dai fallimenti delle generazioni passate, guardare anche a chi è indietro e non solo a chi sta davanti e confidare che un futuro, anche nei tempi più bui, c’è sempre.

sabato 21 dicembre 2013

Ispirazione

"Il profano pensa che l'ispirazione sia qualche cosa di magico che chi scrive deve star lì ad aspettare, quando viene, e se viene. E' molto bello pensare al poeta che guarda il cielo azzurro in attesa dell'ispirazione. Ma non è così. Si scrive quando si vuole, e l'ispirazione, forse, non esiste. Come in tutte le cose, bisogna soltanto aver voglia di scrivere, averne piacere. Anche per stirare un mucchio di biancheria, o per fare una maglia con i ferri bisogna averne voglia e piacere, se no si lavora male e si sbaglia. Non è l'ispirazione che manca al poeta che guarda il cielo azzurro, è la voglia. E chi non ha voglia di scrivere, è meglio che lasci stare, è segno che non è il suo mestiere. A me piace scrivere. Ho scritto da per tutto, e e nelle condizioni meno confortevoli. Non mi occorre né solitudine né silenzio né scrivanie speciali. L'unica cosa di cui ho bisogno è la macchina per scrivere - una qualsiasi, anche la più scassata - perchè voglio vedere subito chiaro e ben allineato quello che scrivo..."

Giorgio Scerbanenco, Il falcone e altri racconti inediti

Ritmo umano

“Io difendo il ritmo umano: il tempo preciso, né più né meno, che serve per fare le cose per bene. Per pensare, per riflettere, per non dimenticare chi siamo”. 

 Luis Sepúlveda,  "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza"