«L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla». Italo Calvino, “Il cavaliere inesistente”
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martedì 17 settembre 2013
Non ci sono più le mezze stagioni
Non ci sono più le mezze stagioni - Racconto per Narrativo Presente
ll tema del mese di marzo di "Narrativo Presente" proposto da Autodafè Edizioni era "Un paese per giovani e vecchi".
Questo il mio racconto, che è incluso nell'omonima raccolta proposta in ebook sui siti:
www.autodafe-edizioni.com
www.bookrepublic.it
ll tema del mese di marzo di "Narrativo Presente" proposto da Autodafè Edizioni era "Un paese per giovani e vecchi".
Questo il mio racconto, che è incluso nell'omonima raccolta proposta in ebook sui siti:
www.autodafe-edizioni.com
www.bookrepublic.it
Non ci sono più le mezze stagioni
Dalle case, sulle porte, la gente
grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa;
così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la
vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si
vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Dino Buzzati – Il Deserto dei Tartari.
La mattina del mio venticinquesimo anniversario di
lavoro alla Plastimit è particolarmente calda e soleggiata, ma rimane ancora un
po’ di neve sui prati e ai bordi delle strade, ultima traccia di un lungo
inverno che a marzo inoltrato non si decide a lasciarci.
Ho indossato un abito grigio, camicia azzurra e
cravatta regimental, e sto guidando con calma, ascoltando musica e il
notiziario, come sempre. Cerco di farla trascorrere come una giornata
qualunque, senza aspettarmi nulla di particolare. Ma una sottile eccitazione
attraversa il mio corpo e mi spinge a dedicare una cura particolare ad ogni mio
gesto. È come se volessi assaporare un’occasione speciale, ma senza farlo
troppo sapere in giro.
Con mia moglie Paola non servono mai molte parole. Ne
abbiamo parlato, però, e stamattina uscendo mi ha sorriso e salutato con più
affetto del solito. Giada è al suo secondo stage con l’università, ha litigato
con il fidanzato, vive una vita molto movimentata e liquiderebbe il mio stato
d’animo come irrimediabilmente patetico.
Ad Alice l’ho detto ieri sera, mentre la mettevo a
dormire tra i suoi peluche: «Lo sai che domani sono venticinque anni esatti che
ho iniziato a lavorare?»
«Wow papi, davvero?»
«Sì, era un posto molto piccolo, allora, e adesso
siamo diventati tanto, tanto grandi e anche il mio lavoro ha fatto diventare
più grande la mia società. Insomma, mi sembra che in tutti questi anni sia
rimasto qualcosa di mio lì dentro.»
«Fico papi! Ma in tutto questo tempo non ti sei mai
annoiato?»
«Be’, magari qualche volta mi sono annoiato, altre
volte mi sono anche arrabbiato, ma spesso mi sono sentito fiero di lavorare lì,
e ho visto passare tante persone, di qualcuna sono diventato amico, di qualche
altro continuo a non fidarmi. Insomma ci ho passato una vita intera, come si fa
a riassumerla?»
Già, come si fa a riassumere una vita? Ci sono stati
alti e bassi, ho sempre vissuto alla giornata e oggi è una delle tante.
Attraverso l’atrio, saluto le ragazze alla reception,
mi fermo all’ascensore. Gigi mi saluta sfasciandomi una spalla come al solito e
poi attacca a parlare della Juve. Da tempo non seguo il calcio e mi limito a
fingere interesse: in realtà memorizzo qualche commento qua e là e poi me li
rivendo, giusto per non essere tagliato fuori dalla conversazione.
Ho un ufficio molto luminoso, vedo le montagne
innevate in lontananza e un grande prato con una magnolia che sta già per fiorire oltre la siepe che circonda il
parcheggio.
Fino alle dieci, dieci e mezza effettivamente è una
mattina come tante altre. Poi arriva una telefonata.
«Ciao Giovanni, sono Barbara. Puoi scendere da me un
attimo?»
Il direttore del personale mi vuole parlare. Pensano
davvero di farmi una sorpresa? È un pensiero carino, vado volentieri e poi
Barbara mi è simpatica, forse un po’ troppo seria, un po’ troppo manageriale,
ma in fondo una brava ragazza, che lavora con noi da cinque anni e si sta
comportando bene.
Prendo le scale, è solo un piano. Mi chiedo se hanno
intenzione di ripristinare la festa annuale, inclusa premiazione dei dipendenti
più anziani. L’avevano abolita per i tagli nei budget, ma quest’anno stiamo andando
meglio, magari la vogliono ripristinare. Sorrido.
Quando apro la porta del suo ufficio, Barbara non è
sola. Con lei ci sono Antonio, il mio capo, e Simone, che è il responsabile
dell’ufficio legale.
Se ne stanno in silenzio, nella penombra. Antonio mi
dà le spalle e finge di guardare attraverso le tendine abbassate. Barbara mi
viene incontro, mentre Simone tamburella pensieroso sul tavolo da riunione.
«Entra Giovanni, ti stavamo aspettando.»
C’è qualcosa, nei loro musi lunghi e negli sguardi sfuggenti,
che mi mette agitazione. Qualcosa che non riesco ad afferrare.
Barbara inizia a parlarmi della situazione aziendale,
della crisi che perdura e non accenna a terminare. Parla in modo chiaro,
diretto, scivolando solo poche volte nel gergo aziendalese che tanto inquina le
nostre menti; soprattutto mi guarda mentre mi parla e riesce quasi a mettermi a
mio agio, nonostante la ruvidezza dei dati e delle informazioni su cui richiama
la mia attenzione.
A tenermi in allarme sono quegli altri due. Simone è
visibilmente impaziente, ha l’aria di avere un sacco di cose da fare che lo
aspettano fuori da quell’ufficio, cose forse più importanti o meno sgradevoli.
Antonio è sfuggente, posa lo sguardo dappertutto tranne che su di me, salvo poi
lanciarmi qualche occhiata obliqua quando mi vede più coinvolto dalle parole
che Barbara continua a pronunciare con tono grave, ma calmo e professionale.
«Insomma abbiamo bisogno di investire sui giovani» è
la conclusione su cui atterra il lungo preambolo del direttore del personale.
«Sui giovani?»
«Sì sui giovani» risponde lei. E per la prima volta si
sente nella sua voce un tono più secco, guardingo, tipico di chi non vuole
concedere il minimo spazio a obiezioni, dubbi o esitazioni.
«Be’, anch’io penso che dovremmo tornare ad assumere
qualche giovane, e valorizzarli anche. Ma ultimamente mi sembra che l’azienda,
per i motivi che tu poco prima ricordavi, faccia largo utilizzo di stage e
contratti a termine perché non ci sono soldi da investire su di loro, come
qualcuno meriterebbe. Ad esempio, quel giovane ingegnere che ho seguito per tre
mesi, come si chiamava…»
«Il punto è proprio questo, Giovanni» dice Barbara.
Ma Antonio non ce la fa più e la interrompe: «Giò, tu
sei qui da una vita!»
«Venticinque anni oggi.»
«Oggi? Be’, ecco, no, questo non lo sapevo.
Congratulazioni ragazzo! Però, insomma, sono proprio tanti anni, sai come vanno
le cose… Abbiamo lavorato benissimo insieme e tu sei stato tra i migliori, Giò.
All’inizio, quando sono arrivato e mi hanno assegnato la guida del tuo ufficio,
non ci siamo subito presi bene, ma poi tu mi hai insegnato tante cose, abbiamo
imparato ad avere fiducia reciproca e io non ho proprio nulla di cui
lamentarmi.»
«Insomma, merito un premio.»
«Antonio intende dire che non c’è nulla di personale
in ciò che ti stiamo per comunicare» interviene Barbara con un sorriso. Ma il
suo sguardo quasi incenerisce il mio capo che non osa proseguire.
«Ma…» provo a dire. Ma lei mi interrompe subito.
«Ascolta, Giovanni, abbiamo deciso di rinnovare
l’organico aziendale. Dobbiamo partire necessariamente dai dipendenti più
anziani e più costosi, e tu sei uno di quelli. Lo so che è un colpo durissimo
per te e non credere che l’azienda non apprezzi tutto ciò che hai fatto in
questo tempo, ma abbiamo delle direttive da seguire e io sono qui per
applicarle. Quello che dobbiamo fare adesso è trovare la soluzione migliore per
te e per l’azienda per cui hai lavorato per tanti anni.»
«La soluzione? Ma quale soluzione? Quest’azienda è la
mia vita. È il mio lavoro. Cosa faccio fuori di qui? Dove vado?»
«Giovanni, purtroppo a volte si devono affrontare
dolorose necessità. Ti ho fatto un riassunto delle gravi difficoltà che stiamo
attraversando. Credimi, senza questo tipo di interventi, qui rischiamo di
andare a fondo tutti quanti. Prima di ricorrere alle procedure previste dalla
legge e a licenziamenti collettivi, cerchiamo di intervenire chirurgicamente su
singole posizioni. È per il bene di tutti.»
«E cosa sono io, un tumore? E poi, a proposito di
procedure previste dalla legge, mi potete mettere alla porta così? Non c’è uno
statuto dei lavoratori? Non ci deve essere una giusta causa?»
Dopo un sospiro, Simone smette di pensare ad altro e
con voce stentorea mi precisa che l’azienda intende sopprimere la mia funzione.
Non c’è bisogno di giusta causa. Semplicemente, l’azienda ha deciso che il mio
lavoro non serve più. La mia casella sparisce dall’organigramma, e io con lei.
Venticinque anni cancellati, domani è un altro giorno.
Mi sottopongono un accordo. Se firmo, ottengo una
buonuscita equivalente a qualche mese di stipendio ed evitiamo di andare in
tribunale. E c’è il loro impegno a cercare qualche possibilità di inserimento
per me, utilizzando i loro network aziendali e professionali, così li chiamano.
«Quando dovrei andarmene?»
«Oggi.»
Leggo e rileggo la loro proposta, ma non riesco a
capire nulla, non riesco a fare calcoli, avverto un forte senso di nausea
mentre mi sale un groppo in gola che mi annebbia la vista.
Barbara mi vede esitante, apparentemente pensieroso e
indeciso. In realtà completamente sconfortato e annichilito, impaurito persino.
Lei vuole metterci una parolina di incoraggiamento.
«Coraggio, Giovanni, tua figlia apprezzerebbe. Non sta
per iniziare a lavorare anche lei? È il momento di far spazio alle nuove
generazioni, ai nostri figli.»
La guardo. Cosa ne sa di figli, questa qui? È arrivata
da noi che aveva trentacinque anni, ora ne ha quaranta. Pallida, biondina,
tratti spigolosi, poco trucco, abbigliamento sobrio: l’efficienza fatta
persona. La parola “figli” non c’entra nulla con lei, è qualcosa che non fa
parte del suo mondo. E come si permette di parlare di mia figlia?
«No, non firmo. Non adesso, ho bisogno di tempo per
pensarci.»
Mi hanno concesso una settimana, in via eccezionale e
proprio perché sono io. Ma intanto devo lasciare libero l’ufficio.
Appena salgo in macchina mi fermo, mani sul volante,
incapace di prendere qualsiasi direzione. Non so dove andare, cosa pensare,
cosa fare.
Una lunga fila di giornate in apparenza uguali e
ripetitive si è interrotta bruscamente facendomi assaporare già con nostalgia
il significato di parole come noia, normalità e quotidianità. E sperimento
quanto possano essere vuoti e molesti certi refrain che da qualche tempo
flagellano le nostre vite: novità, sfida, cambiamento. Non ho più alcuna
certezza, ma dentro di me sento salire il rumore sordo della rabbia e la voglia
di vendere cara la pelle.
Vengo scosso e riportato alla realtà dalla suoneria
del mio cellulare. Sul display vedo che si tratta di mio padre e, dopo un
attimo di indugio, rispondo.
Si è rotta la caldaia e nel suo appartamento, che
guarda verso nord, sta gelando. Mio padre ha ottant’anni, soffre di reumatismi
e vive da eremita nella stessa casa di sempre, in periferia. Sa che in garage
abbiamo ancora una vecchia stufa che può essergli utile.
«Ma non ti disturbare.»
«Figurati, vengo subito. Ti fermi a dormire da noi e
poi domani, se vuoi, riparti.»
«Ma no!»
«Ma sì!»
La vita continua, questo è ciò che ci salva sempre.
Ho proprio voglia di rivedere mio padre e ho anche
voglia di sentire qualcuno dei suoi proverbi, delle sue massime che per anni ho
sbeffeggiato come residuati di guerra.
Quando aveva cinquant’anni, mio padre mi sembrava già
vecchissimo. Quest’anno ho raggiunto anch’io quell’età e ho fatto la metà delle
cose che aveva fatto lui. Mi hanno appena detto che per me la festa è finita e
io non mi sono nemmeno accorto di quando è cominciata.
Vorrei convincere mio papà a venire ad abitare un po’
più vicino a noi, ma lui è attaccato a questi ciuffi d’erba che sembrano
sintetici, e difficilmente verrà via. Questa volta però non ho voglia di
parlare; lo faccio sempre io, e adesso ho solo voglia di ascoltarlo.
Inizierà a martellarmi con qualche luogo comune,
qualche frase da sala d’attesa su cui lui è abilissimo a costruire sentenze,
prevalentemente di condanna dell’intera umanità. A suo tempo l’ho irriso per
questa sua mania di sprecare il tempo a parlare di cose così, senza importanza.
E invece capisco quanto possa essere riposante, a volte. Sembra che uno dica niente,
e invece poi ci ripensi e ti accorgi che c’è sempre un significato. Soprattutto
ti distendi, lasci che le parole ti scorrano addosso come l’acqua nella doccia.
Cosa mi dirà oggi, mentre lo accompagno a casa nostra?
Forse guarderà il sole, i ragazzi a spasso in maglietta, l’accenno di germogli
sugli alberi e la neve ammucchiata negli angoli. E poi, magari, dirà proprio
quella frase là: che tempi, davvero non ci sono più le mezze stagioni.
Il rigore di Bud
Con questo racconto sto partecipando al concorso letterario “Nei Libri con Medeo”, dal tema “C’era una volta…”
Nel mio caso una volta non c’era un re e nemmeno un pezzo di legno
(purtroppo tutti gli spunti migliori sono ormai indisponibili). Per me
una volta, nella mia infanzia, c’era il calcio, il futbòl, il balùn, il
gioco del pallone.
Anche adesso c’è. Ma il calcio miliardario e
satellitare della Champions League e il calcetto serale degli impiegati
sono un’altra cosa rispetto a quel calcio là.
“Il rigore più lungo del mondo” di Osvaldo Soriano è considerato il più bel racconto mai scritto sul calcio.
Molti anni fa Alessandro Baricco e Gabriele Vacis ne fecero una lettura
accattivante in “Totem” spettacolo teatrale trasmesso anche da Rai Tre.
Verso i 9-10 anni, ho abitato a Quincinetto, un piccolo paese in
provincia di Torino, a pochi chilometri dalla Valle d’Aosta. Il campo
sportivo era proprio di fronte alla scuola e a volte non si passava
nemmeno da casa.
La domenica, tutto il paese con il naso incollato
alla rete di cinta, un po’ a fare il tifo, un po’ a sfottere gli
svarioni dei “fulatùn” in campo. No, avete capito male: in campo non
c’erano ragazzini tra i sei e gli otto anni, incitati da genitori che
già se li vedevano contesi dai club più forti e più ricchi del pianeta.
Erano invece giovanotti tra i venti-venticinque anni, tipo “una vita da
mediano” di Ligabue, una vita a recuperar palloni finché ce n’hai,
finché ce n’hai.
Gli eroi di quell’epoca si chiamavano Rombo di
Tuono, Puliciclone, Bonimba e trovavano in Gianni Brera e Beppe Viola i
loro cantori.
Ecco, c’era una volta quel calcio lì. Io ho messo
tutto insieme (Quincinetto, Osvaldo Soriano, Gianni Brera, Rombo di
Tuono) e ho scritto questo racconto che, rileggendolo, trovo abbia
qualche nota malinconica di troppo, (quando si scrive, come quando si
cucina, basta sbagliare il dosaggio di un ingrediente e la pietanza è
rovinata) però cosa volete… mi ci sono affezionato! Per ora ho superato la prima selezione del concorso, ora sono in attesa dell'esito della seconda fase, incrociamo le dita...
Il rigore di Bud
La partita era già quasi finita, purtroppo.
Per un tempo interminabile ne avevo sentito le urla e i boati dalla finestra della mia camera, con il divieto assoluto di uscire prima di aver finito i compiti. Ma quando vinsi il mio lungo duello con Pascoli, Nabucodonosor e i confini del Friuli Venezia Giulia, corsi a raggiungere i miei amici per il gran finale.
“Dai Mario vieni, c’è posto qui”
“Dove?”
“Qui, muoviti che sta per tirare”
Mi diedero una mano e riuscii a issarmi sul muro di cinta della scuola, proprio alle spalle della nostra porta.
Intorno alla rete del campo sportivo non c’era un buco libero e ugualmente affollati erano i balconi e gli alberi dai quali si riuscisse a vedere anche solo uno spicchio del campo da gioco. Tutta Quincinetto stava guardando il derby con il Tavagnasco.
Filippo, ingabbiato in una maglia verde smeraldo con un grande numero 12 scritto sulla schiena, correva verso la nostra area di rigore, mentre ancora si stava infilando i guanti.
All’altezza degli undici metri incrociò lo sguardo del centravanti avversario dalle lunghe gambe magre e i capelli a spazzola, che sogghignò beffardo sotto le occhiaie scure:
“Sei pronto Bud, per la brutta figura?”
Lo chiamavano Bud, un nomignolo che non stava per Bud Spencer, nonostante il nostro portierone fosse grande e grosso come l’armadio di nonna Adele.
Bud si pronunciava proprio con la “u” e stava per budino. Dicevano:
“Come fai a giocare da portiere, con quelle mani di polenta che ti ritrovi?”
Il fatto era che non aveva scelto lui di giocare da portiere. Da ragazzino avrebbe voluto giocare in attacco e fare tanti goal come Pulici e Graziani, o anche come Gigi Riva, il mitico Rombo di Tuono che, seppur non avesse mai giocato nel grande Toro, era stato il suo primo campione preferito.
Ma con ogni allenatore finiva allo stesso modo:
“Sei lento Filippo, non trovi mai la posizione, riesci a procurarti due o tre palle in tutta la partita e le sprechi pure”.
E allora lo spedivano in porta, dove nessuno voleva mai andare, spiegandogli che la sua altezza era un grande vantaggio, doveva solo guadagnare un po’ di agilità, essere più pronto di riflessi e soprattutto farsi ascoltare dalla difesa. Il resto sarebbe venuto da sé, con la tecnica e l’esperienza.
Nessuno pensò mai di mandarlo via, o di consigliargli di lasciar perdere, perché Filippo era buono e simpatico, aveva un sincero attaccamento alla squadra, e tutto il paese gli voleva bene.
Dopo alcune stagioni, tutti i ragazzi lasciavano la squadra perché risucchiati dal lavoro, dallo studio, dalle fidanzatine. I più ambiziosi partivano per inseguire sogni di gloria in qualche club blasonato. Tutti passavano e Filippo restava, guadagnandosi di diritto la maglia numero 12, il rispetto dovuto ai veterani e il nomignolo “Bud”, che poco alla volta sostituì del tutto il suo vero nome.
Il mister trovava il modo di farlo giocare qualche scampolo di partita in ogni campionato, a volte addirittura un tempo intero e a lui tanto bastava per rimanere ancora nel giro, fare da chioccia ai bocia e avere di che parlare durante le lunghe giornate all’officina.
A Quincinetto non ci saremmo mai aspettati di vedere entrare Bud proprio nella partita più attesa della stagione, quella che valeva un intero campionato.
Fino all’88° minuto la partita era stata una specie di assedio di Fort Alamo. Le maglie gialle del Tavagnasco sbucavano da tutte le parti, veloci e implacabili. I nostri, in maglietta e calzoncini neri, erano schiacciati indietro e si battevano da vere pantere, ma quelli là, appena si impossessavano del pallone, tiravano verso la nostra porta senza pensarci due volte.
Andrea, il nostro portiere titolare, aveva già fatto una mezza dozzina di miracoli.
Come si dice in questi casi, il goal era nell’aria e non restava che guardare le lancette dell’orologio e pregare che corressero più in fretta. Invece sembravano di piombo.
A due minuti dalla fine, quando eravamo ancora sullo 0 a 0, accadde il fattaccio.
In una delle rare volte che eravamo riusciti a superare la metà campo, ci infilano in contropiede: lancio preciso a pescare il numero 7 sulla tre quarti, questo va via veloce, salta un difensore, punta verso la porta, cross.
Andrea esce, salta, le mani aperte verso l’infinito, un bellissimo, lunghissimo volo per intercettare la palla prima che questa trovi la testa del numero 11 avversario. Un volo che si imprime fotogramma per fotogramma sulle retine di tutti i quincinettesi accalcati attorno al campo e che trasmette un impulso preciso al cervello di ognuno di noi: è fuori tempo. Porca vacca, Andrea è fuori tempo, non la prende!
Anche il cervello di Andrea probabilmente registra il medesimo impulso, oppure siamo noi che glielo trasmettiamo con le nostre onde elettromagnetiche, fatto sta che d’un tratto il nostro portiere si disinteressa del pallone, compie una mezza torsione con il busto, allarga le braccia e fa cadere un gomito proprio nel bel mezzo della faccia del loro attaccante.
Naso rotto, sangue a fiotti, nervi tesi, le maglie gialle circondano i nostri, qualcuno grida state calmi, l’arbitro scatta e salta come tarantolato e spinge prima questo e poi quell’altro giocatore. I numerosi tifosi venuti da Tavagnasco si agitano come un mare in tempesta e urlano “Fuori, fuori!” Tutti gli altri sono muti e rigidi come statue.
Andrea deve lasciare il campo, cartellino rosso. Dobbiamo togliere anche un altro dei nostri per far entrare il portiere di riserva.
E’ proprio così che andarono le cose: Bud entrò in campo nel derby a due minuti dalla fine per affrontare il rigore della vita. Lo smarrimento del pubblico fu talmente forte che quasi ci scordammo di fargli il rituale applauso di incoraggiamento.
Allora Giovanni, che era seduto vicino a me, si alzò diritto sul muretto e da un capo all’altro del campo si sentì la sua vocina di undicenne gridare:
“Forza Bud, spaccagli il culo!”
Partirono i nostri cori, poi i cori del Tavagnasco, mentre i due gladiatori nell’arena prendevano posizione. Bud raggiunse la porta, diede un calcetto al primo palo, poi si portò con calma al secondo palo e fece la stessa cosa. L’arbitro era già pronto, il rigorista stava sistemando la palla sul dischetto e c’era da giurare che avrebbe ripetuto il gesto almeno un’altra volta.
Ognuno recitava a memoria il collaudato copione per far crescere la tensione e creare il giusto “pathos”. Al faccione buono di Bud la sorte aveva assegnato la parte di vittima sacrificale, a lui quindi spettava il compito di inventarsi qualcosa per rendere meno scontato il finale già scritto.
Nonostante la rabbia per lo smacco imminente mi stringesse lo stomaco, era soprattutto il dispiacere per l’umiliazione di Bud a salirmi in gola, pronta a sciogliersi in lacrime appena il pallone avesse gonfiato la nostra rete, tra le grida di esultanza degli avversari in festa e i cori osceni dei loro tifosi sazi del nostro scalpo.
Dove avrebbe tirato il numero 9, quello con la faccia da Nosferatu? Dove si sarebbe buttato Bud? Io continuavo a fissare la palla e la porta, la porta e la palla, trattenendo il fiato e stringendo i pugni fino a farmi male. Bud era piantato al centro della porta, le gambe piegate e lo sguardo fisso in avanti, impassibile, concentratissimo.
Quando l’arbitro fischiò, Nosferatu prese una rincorsa breve, giusto pochi passi prima del tiro. L’ultimo pensiero di Bud prima dell’esecuzione fu per Luisa.
Erano fidanzati da molti anni, ma Luisa non voleva sposarlo fino a quando lui non avesse “messo la testa a posto”, che per lei significava smettere di giocare a calcio.
“Come fa un uomo di trent’anni suonati a pensare di correre ancora dietro a un pallone?’”
Bud non provava nemmeno a replicare che un portiere non “corre dietro a un pallone”, ben sapendo che il senso pratico di una commessa che tutte le mattine alle sette prendeva il treno per andare a lavorare a Torino, e che alla domenica dava una mano nel bar dei genitori, era incompatibile con qualsiasi accenno a regole o schemi di gioco.
Ma nessuno poteva dirgli di smettere con il calcio, nemmeno Luisa. Il Toro, il suo grande Toro era riuscito a vincere lo scudetto 27 anni dopo Superga, segno che nello sport può sempre capitare, a chi ha cuore e passione, di compiere un’impresa eroica.
Bud era consapevole che in questo modo rischiava di perdere una ragazza d’oro. Il suo timore non era che qualche facoltoso cliente gliela portasse via. E nemmeno dava peso agli scherzi e ai lazzi dei suoi compagni di squadra, che lo stuzzicavano ogni domenica a proposito della sua bella tutta sola dietro il bancone di un bar.
Conosceva bene Luisa e Bud temeva piuttosto quei viaggi in treno la mattina presto e la sera, in scompartimenti pieni di studenti fuori sede. Ecco, sarebbe stato uno di questi, magari più taciturno e solitario degli altri, uno che amasse leggere Dostoevskij, che un giorno avrebbe potuto portargliela via.
Nosferatu stava calciando il pallone, Bud aveva deciso di buttarsi a sinistra quando improvvisamente gli apparve, sì gli “apparve” proprio come la Madonna, il sorriso di Luisa. Era il sorriso che gli faceva quando per gioco riusciva a morderlo, tra un bacio e l’altro, facendolo sussultare. Lei si divertiva molto, perché Bud ogni volta ci cascava e si spaventava, ritraendosi con un balzo.
Bud aveva iniziato a piegare il corpo verso sinistra, ma appena fu colpito da quel sorriso sornione come spinto da una molla o da un riflesso condizionato, si gettò a destra, giusto in tempo perché i suoi pugni chiusi incontrassero il pallone scagliato a tutta forza.
Le mani di Bud, le sue famose mani di budino decisero le sorti dell’incontro. Questa volta i suoi polsi non si piegarono, ma ressero l’urto della staffilata come se fossero di acciaio. La palla si impennò e scavalcò la traversa, oltre la nostra porta.
Finì 0 a 0. Bud era stato il nostro eroe e alla fine della partita lo portammo in trionfo. Lui si godette l’euforia, gli abbracci, i cori, le canzoncine, tutto quanto.
Era felice perché da quel momento Bud si sarebbe pronunciato con la “a”, come Bud Spencer e perché lui avrebbe potuto raccontare mille volte quella partita epica.
E finalmente avrebbe potuto sposare la sua Luisa, visto che adesso era il momento giusto per smettere di “correre dietro a un pallone”.
Sotto la doccia, ripensò ad un giorno di tanti anni prima, quando superò l’esame di terza media e sua mamma gli cucinò il pollo arrosto, che era il suo piatto preferito. Papà già non c’era più e due anni dopo anche sua mamma morì. Lui andò a lavorare nell’officina di suo zio. La zia, conoscendo la sua passione per il pollo arrosto, glielo cucinava tutte le domeniche. Era molto più buono di quello che gli preparava la sua povera mamma, eppure nei suoi ricordi il pollo della festa era quello che sua mamma, facendo del suo meglio, cercava di mettere in tavola per farlo contento.
Quella sera, Bud telefonò a Luisa e le disse che dovevano festeggiare.
“Che bello Fil – fece lei – mi porti a mangiare la pizza?”
“No, stasera pollo – rispose lui – e cucino io”.
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