giovedì 17 ottobre 2013

Il fascino del racconto

Nei giorni scorsi è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura ad Alice Munro, canadese, classe 1931, scrittrice esclusivamente di racconti.

E' finalmente una bella soddisfazione per un genere un po' trascurato dal mondo editoriale e dalle preferenze dei lettori, che però ha tradizioni antiche e ha offerto capolavori assoluti  (basti pensare alle novelle del Decameron, alle Canterbury Tales). 

Ernest Hemingway
Nel racconto si sono cimentati, con splendidi risultati, autori come Checov, Hawthorne, Gogol, Pirandello, Verga, Hemingway, Scerbanenco, Buzzati, Calvino, tanto per citarne alcuni.
In omaggio al premio Nobel 2013 per la letteratura, ecco due illustri testimonianze "pro-racconto":
 
Raymond Carver (da Per favore, non facciamo gli eroi):
 "Ho scritto e pubblicato il mio primo racconto nel 1963 e da allora non ho mai smesso di essere attratto dalla narrativa breve. Penso che in parte (ma solo in parte) questa inclinazione verso la brevità e l'intensità abbia a che fare con il fatto che sono un poeta oltre che uno scrittore di racconti...Ma questo duplice legame con la poesia e il racconto non spiega tutto. Sono innamorato dei racconti e non potrei fare a meno di scriverli, neanche se lo volessi. E non voglio.
Adoro il guizzo rapido di un buon racconto, l'eccitazione che spesso scaturisce dalla frase d'apertura, il senso di bellezza e di mistero che i migliori sanno evocare; e il fatto - così decisivo per me all'inizio e valido tuttora - che un racconto può essere scritto e letto in una sola seduta (come accade per una poesia!).
All'inizio - ma credo ancora adesso - ritenevo che i più importanti scrittori di racconti fossero Isaac Babel, Anton Checov, Frank O'Connor e V.S. Princhett. Ho dimenticato chi mi prestò una copia dei Racconti di Babel, ma ricordo di essere stato folgorato da una frase in una delle sue storie più belle, di averla copiata nel libriccino di appunti che allora portavo sempre con me. Il narratore, parlando di Maupassant e dell'arte di scrivere, dice: "Nessuna lama può colpire al cuore con altrettanta forza di una frase messa al posto giusto".
Quando la lessi la prima volta mi colpì con tutta la forza di una rivelazione.Ecco qual è lo scopo che voglio raggiungere con i miei racconti: trovare le parole giuste, le immagini precise, usare la giusta e corretta punteggiatura in modo che il lettore sia catturato e coinvolto nella storia e distolga gli occhi dalla pagina solo se la sua casa prende fuoco. Vano desiderio, forse, chiedere alle parole di assumere la forza delle azioni, ma chiaramente erano il desiderio di un giovane scrittore. Eppure, l'idea di scrivere con chiarezza e sufficiente autorità per interessare e tenere avvinto il lettore mi accompagna tuttora. Anzi, rimane uno dei miei obiettivi principali ancora oggi.
V.S Pritchett ha definito il racconto come qualcosa che viene colto con la coda dell'occhio, di sfuggita. Prima c'è l'occhiata. Poi l'occhiata prende vita, si trasforma in qualcosa che illuminerà l'attimo e forse lo salderà indelebilmente alla coscienza del lettore. Anzi, la farà diventare parte dell'esperienza stessa del lettore per usare le parole di Hemingway. Lo scrittore ci spera, sempre. Sempre. Se siamo fortunati, autore e lettore insieme, finiremo l'ultima riga di un racconto e poi rimarremo seduti per un minuto, con calma; forse il cuore o la mente avranno avuto un sussulto. La temperatura corporea sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, mentre il respiro tornerà calmo e regolare, ci ricomporremo e, sempre insieme, ci alzeremo "creati di sangue caldo e di nervi" come dice un personaggio di Checov, e ci occuperemo di qualcos'altro: la vita continua: come sempre".



Edgar Allan Poe (dal commento ai Racconti narrati due volte di Nathaniel Hawthorne):
 "Se mi si ingiungesse di designare quel tipo di composizione che... offrisse il campo d'azione più vantaggioso, parlerei senza esitazione del racconto in prosa... Alludo alla sorta di narrazione in prosa che richiede da una mezz'ora a un'ora o due di lettura. Al romanzo ordinario si può obiettare per via della sua lunghezza... Dato che non si può leggerlo in una sola volta, esso naturalmente si priva dell'immensa forza dell'interezza. Le occupazioni quotidiane che intervengono durante le pause della lettura modificano, annullano o minano in maggior o minor grado le impressioni del libro. Solo la semplice cessazione della lettura sarebbe di per sè sufficiente per distruggere la vera unità. Nel racconto breve, tuttavia, l'autore è posto in grado di svolgere la pienezza della sua intenzione, quale essa sia. Durante l'ora di lettura l'animo di chi legge è sotto il controllo dello scrittore. Non vi sono influssi esterni o interni derivanti da stanchezza o interruzione.
 Un abile artista letterario ha costruito un racconto. Se è saggio, i suoi pensieri non li avrà foggiati perchè si acconciassero alle sue vicende; ma, essendosi proposto risolutamente di ricavare un certo raro, ovvero singolare effetto, inventa quindi quelle vicende, indi combina queste vicende come meglio gli giova per costruire il suo effetto preconcepito. Se proprio la sua prima frase non tende a far emergere quest'effetto, allora ha fallito il suo primo passo. Nell'intera composizione non dovrebbe esservi alcuna parola che non tenda direttamente o indirettamente verso lo specifico disegno prestabilito. E con tali mezzi, con tale cura e abilità, viene infine dipinto un quadro che nella mente di chi lo contempla con un'arte affine lascia un senso di massima soddisfazione. L' idea del racconto è stata presentata intatta in quanto non disturbata; e questo è un traguardo irraggiungibile dal romanzo. All'indebita brevità si possono muovere obiezioni, sia qui come in poesia; ma la lunghezza indebita è da evitarsi ancor più."


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