sabato 21 febbraio 2015

The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck



Chiudiamo gli occhi e proviamo ad immaginare.

Una tempesta di polvere, un disastro ecologico di grandi proporzioni, favorito da decenni di avido sfruttamento della terra.

Un esodo, una massiccia migrazione,  che dalle terre inaridite conduce migliaia di famiglie verso una speranza di lavoro, cibo, sopravvivenza.

Un sistema finanziario e bancario che per sopravvivere deve continuare ad alimentarsi anche quando la terra diventa sterile per umana  insipienza e ingordigia, anche quando gli uomini non hanno di che mangiare e pagare le tasse, anche quando le famiglie digiunano e non hanno più casa.

Un muro compatto di funzionari, impiegati, operai, commercianti, piccoli  risparmiatori, pensionati e poveri diavoli: per sfamare se stessi e le loro famiglie seguono senza colpa le fredde leggi di un sistema in base al quale gli appetiti servono unicamente ad alimentare nuovi e più grandi appetiti e dove chi si accontenta non gode, ma soccombe e lascia spazio al più forte, al più fortunato, al più ingordo, al più veloce.

Una terra ricca e fertile, un’agricoltura che è diventata commercio e industria e poi finanza. Un mondo di benessere che attrae, che richiama, che ha bisogno di braccia, tante braccia, e più sono e meno costano, dunque occorre chiamare uomini, donne e bambini da lontano, molto lontano, abbagliati dal miraggio e disposti a tutto.

Una moltitudine in movimento che varca confini e occupa spazi, che ha fame e non ha soldi, che è primordiale nei suoi bisogni e dunque appare rozza, brutale, sporca, minacciosa, infetta.

Una comunità sotto assedio, che teme per il proprio lavoro, la propria casa, la propria salute, la propria sicurezza, le proprie donne, la propria identità e il timore diventa paura e la paura diventa odio e l’odio diventa pregiudizio e l’ignoranza propaga il pregiudizio, l’odio, la paura.

Chi ha paura cerca una difesa. Contro la sporcizia, contro le malattie, contro la criminalità, contro il pericolo venuto da lontano. Occorre stringersi, unirsi, armarsi, vigilare, respingere.

E c’è, soprattutto, l’inesorabile legge della domanda e dell’offerta che regola il mercato, il delicato meccanismo che per essere mantenuto tonico ed efficiente deve fondarsi sullo spreco, sulla deliberata distruzione di parte del raccolto per tenerne alto il prezzo.

Ma sacrificare i frutti della terra in nome del dio denaro, mentre gli uomini non hanno di che sfamarsi, significa commettere azione empia verso la terra e verso gli uomini. E‘ una ubris che aspetta di essere risarcita, e infatti i grappoli d’uva lasciata marcire sui tralci diventano grappoli d’ira, collera, furore.

Ora possiamo riaprire gli occhi. Dove abbiamo visto tutto questo?

Queste immagini, queste scene che potrebbero essere cronaca del XXI secolo fanno da sfondo e da ambientazione ad un grande romanzo scritto settantacinque anni fa e ancora in grado di competere in attualità,  forza e incisività con tante inchieste, ricerche o riflessioni contemporanee.

John Steinbeck scrisse Grapes of Wrath nel 1939, dopo aver studiato la condizione di vita dei contadini dell’Oklahoma a metà degli anni Trenta del secolo scorso, quelli che seguirono la Grande Depressione e sconvolti dalla Dust Bowl, il cataclisma che li fece migrare in massa verso ovest, alla disperata ricerca di lavoro.

La storia della famiglia Joad, del suo viaggio della speranza lungo la Route 66 vuole riassumere e rappresentare l’epopea di un’intera generazione di agricoltori e  favorire la denuncia  di “un’economia che uccide” , come dice Papa Francesco.  Se “Nutrire il pianeta, energia per la vita” (tema di Expo 2015) ci sembra un obiettivo oggi tanto utopico quanto urgente e necessario, è segno che in questi decenni ancora tante famiglie Joad in ogni parte del globo hanno intrapreso con diverse fortune il loro viaggio della speranza.

Pagine che scorrono veloci, parole che pungono, personaggi che rimangono impressi. Tra tutti, mi piace ricordare due donne. L’immensa Ma’, vero centro di gravità della famiglia, titanica e bellissima nel suo impossibile sforzo di tenere unita la famiglia e nel difenderne valori e dignità, e la piagnucolosa Rose of Sharon, a cui spetta l’onore della scena finale del romanzo, perché anche i deboli talvolta trovano nelle avversità qualche occasione di riscatto.

Storia che scava, che colpisce, che ispira (John Ford, Woody Guthrie, Bruce Springsteen) e che continuerà a parlarci a lungo. “Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti … dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì …. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì … e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito …  be’, io sarò lì”.

lunedì 16 febbraio 2015

Spingendo la notte più in là



Letto finalmente il bel libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là uscito sette anni fa.

Lui nel frattempo ne ha scritti altri due: La fortuna non esiste (2009) e  Cosa tiene accese le stelle (2011). Non ho dubbi che siano altrettanto belli, di quei libri che ogni tanto fa bene leggere.

Questo in particolare è un libro che, mescolando cronaca e storie famigliari, a partire dalla propria, ci parla di chi ha pagato il prezzo più alto degli “anni di piombo”. Le pagine ripercorrono in fretta quel periodo, soffermandosi con delicatezza sulle vittime, sul dolore lasciato, sugli orfani e sulle vedove, senza indugiare più del dovuto, giusto il tempo di stabilire un contatto umano, una vicinanza, un’intima solidarietà.

Parlare delle vittime e delle loro famiglie, occuparsi di loro, ricordarle è una scoperta relativamente recente. Per lunghi anni il centro della scena è stato occupato dai rei, dai colpevoli o presunti tali, dagli assassini, verso cui si scaricano le nostre reazioni emotive più forti e che si prestano maggiormente ad analisi socio-psicologiche più o meno valide e a strumentalizzazioni politiche, ideologiche,  mediatiche. Nei confronti delle vittime ha invece prevalso spesso l’imbarazzo, il disagio rivestito pudicamente di rispetto,  e infine l’oblio.

Ma un po’ alla volta sono sorte iniziative, si sono costituite associazioni, si sono scritti libri e dunque adesso si può dire che, dopo essersi a lungo occupati di Caino, da qualche tempo ci si sta interessando anche di Abele, pur in proporzioni ancora molto diverse.

Mentre su Caino siamo sempre pronti a radicalizzare le nostre idee, a dividerci e scontrarci, a dare giudizi netti quanto spesso frettolosi e superficiali, su Abele invece esitiamo, siamo più turbati, non troviamo le parole, i gesti, gli sguardi.

Spingendo la notte più in là parla anche di pacificazione, però autentica e non di facciata come quasi sempre avviene. Più condizionati dalla sociologia e dalla politica che guidati da attenzione alle relazioni  umane, spesso tendiamo a equiparare la “pacificazione” ad un colpo di spugna sui reati, ad un indebolimento del confine tra la ragione e il torto e al pieno reinserimento sociale dei colpevoli, termine che qualche volta si vorrebbe persino sostituire con il semplice “sconfitti”. 

Incredibilmente troppo spesso ci si dimentica che una pacificazione autentica imporrebbe di chinarsi prima di ogni altra cosa verso le vittime, evitare che si riaprano ferite che faticano a rimarginarsi, occuparsi prima dei loro sentimenti e poi dei “diritti” del reo.

Come non esiste pena possibile o risarcimento possibile per la soppressione di una vita umana (le leggi stabiliscono dei limiti convenzionali dettati dal grado di civiltà e cultura giuridica raggiunto) così una vera riconciliazione non può avvenire per semplice procedura burocratica. I provvedimenti più o meno liberali che possono essere adottati dallo Stato sono una cosa ben diversa dal superamento delle barriere per proprio moto dell’animo. E le barriere possono essere superate, sembra suggerire il libro di Calabresi, ristabilendo innanzi tutto la verità senza opacizzarla, riconoscendo il male provocato senza cercare giustificazioni, trovando il coraggio di piangere lo stesso pianto della vittima, su un’unica sponda, non due pianti diversi su sponde diverse.

E’ giusto che uno Stato liberale e un sistema giuridico non vendicativo aiutino i rei a voltare pagina. Ma per parlare di ritorno alla normalità e di riconciliazione occorre che la pagina riescano a voltarla anche le vittime. Leggendo il bel libro di Calabresi ci si rende conto che mentre i primi sono accompagnati nel loro percorso da una folla fin troppo numerosa di supporter e di curiosi, le vittime sono lasciate spesso sole e devono trovare da sé l’energia, la voglia e il coraggio di guardare avanti.

venerdì 16 gennaio 2015

Religiosità, secolarizzazione e la profezia di Pasolini

Strateghi, islamisti, sociologi, antropologi, intellettuali di vario tipo, un ricco apparato scientifico dedito allo studio, alla previsione e al controllo dei rischi che corriamo, per capire se siamo in guerra o se possiamo ancora sperare in bene. Li rispetto e soprattutto rispetto il loro lavoro, la loro competenza. Ma la mia indole poco scientifica, la mia convinzione che per credere non bisogna per forza toccare e che per conoscere serve qualche esperimento in meno e qualche riflessione in più, mi porta a preferire la visione che dei nostri giorni ebbe un poeta, uno scrittore, un regista che aveva previsto tutto, anche l'Isis, anche i bambini che uccidono, anche le bambine usate come bombe al mercato.
Pier Paolo Pasolini, nella sua trasposizione cinematografica della Medea di Euripide nel 1969, riuscì a raccontare l'epoca in cui viviamo con mezzo secolo di anticipo.
Nelle scene iniziali del film si assiste alla crescita e all'educazione di Giasone che, sotto la guida del centauro, raffina progressivamente le proprie convinzioni religiose, fino a liberarsene del tutto.
Poi parte alla conquista del vello d'oro, eroe di una società completamente secolarizzata che viaggia, conquista, commercia, sottomette. Niente per lui è sacro a parte l'uomo e il suo benessere. E' certamente sacra la vita. E' certamente sacra la libertà, tutte le libertà. Ma i sentimenti degli altri, quelli non sono sacri. Soprattutto se si tratta di sentimenti religiosi, perchè essi rappresentano l'antico, il primitivo, l'incivile, dunque possono essere calpestati, dileggiati, disprezzati, vilipesi. Oppure trascurati, ignorati, messi da parte come poco importanti, come una irrilevante escrescenza destinata a guarire da sè.
Medea è l'opposto; è maga in un villaggio dove gli dei, gli spiriti, la religione sono sacri e l'uomo non lo è , la vita umana non lo è: infatti nel villaggio si compiono sacrifici umani. Gli dei sono tutto, l'uomo è niente.
Gli uomini e le civiltà sono portate a incontrarsi e a scontrarsi, si attraggono e si respingono. Giasone e Medea si uniscono in matrimonio, il mondo si restringe, il seme della globalizzazione è gettato, Medea segue Giasone e si stabilisce a Corinto, crocevia di marinai, viandanti e mercanti, la più libera e libertina delle città antiche. Le società diventano multietniche, Medea dà dei figli a Giasone, i figli dell'integrazione, gli immigrati di seconda generazione.
Tra le vie di Corinto Medea, senza più radici, con un burqa mentale a offuscare il suo sguardo, si sente tradita, vinta, costretta a promiscuità con gente che disprezza e che la disprezza o peggio la compatisce. Fuori dal suo villaggio i suoi valori, i suoi sentimenti non contano, non sono niente, e Giasone è distante, vive sotto il suo stesso tetto, ma è risucchiato da un mondo che a Medea è estraneo e ostile.
La ribellione cova sotto la cenere e quando esploderà sarà terrbile, una catastrofe contro natura, il più atroce dei delitti, la madre che uccide i propri figli.
Insomma nell'anno di grazia 1969, in piena Guerra Fredda, quando tutto l'apparato militare-strategico-intellettuale studiava scientificamente, simulava e sperimentava i rischi di un conflitto tra superpotenze, un visionario che non aveva studiato a Berkeley, forte soltanto della sua cultura classica e della sua spiccata sensibilità, riuscì a spiegarci la società del XXI secolo, il delirio di onnipotenza dell'uomo secolarizzato, la selvaggia ribellione degli sradicati, il rogo a cui ci condanniamo se ci mettiamo a calpestare ogni valore, ogni sensibilità, ogni ideale che non sia gradevole al nostro palato e alla nostra idea di progresso.
Tanta roba, per essere solo un film. Ma dietro ci sono Euripide e anche le traiettorie dell'animo umano, che sono le stesse di sempre.

giovedì 15 gennaio 2015

Quattro novelle sulle apparenze




"Quattro novelle sulle apparenze", di Gianni Celati, è uno dei pochi libri, forse l'unico, che ho acquistato per la copertina. La foto (Alpe di Siusi, 1979) è di Luigi Ghirri. 

Ogni tanto mi capita di ripensare a quel libro, letto appena fu pubblicato nel 1987. Avevo venticinque anni. Ora che ne ho più del doppio, penso lo apprezzerei di più.
La prima novella, "Baratto", racconta di un insegnante di educazione fisica e giocatore di rugby che d'un tratto e senza alcuna apparente spiegazione smette di parlare. Gli erano finite le parole.
Il secondo racconto, "Condizioni di luce sulla via Emilia",cerca di spiegare l'ossessione di un pittore che insegue l'immagine in grado di catturare l'immobilità assoluta, incontaminata, quando invece tutta la nostra realtà è corrotta e inquinata da uno sfarfallio, da un movimento continuo che non ne permette né la comprensione, né la rappresentazione.
Il titolo del terzo racconto è "I lettori di libri sono sempre più falsi" ed è una divertente descrizione di come la lettura, la scrittura, il possesso e la vendita di libri siano altrettanti mondi autoreferenziali e poco comunicanti tra loro.
E infine, "La scomparsa di un nuomo lodevole" mette in contrasto la difficile psicologia di un uomo di mezz'età e quella di suo figlio adolescente.
Celati non è scrittore del tutto facile e il genere della novella filosofica non agevola una veloce comprensione. Ma forse non è necessario capire fino in fondo, è forse più una questione di sintonia su certe corde. Infatti, dopo quasi trent'anni, riesco ancora a percepire la scia, la riga, l'incisione che questa lettura ha lasciato dentro di me e che periodicamente riaffiora.
Purtroppo, non è difficile sentirsi stralunati e fuori dal mondo di fronte ai fatti di questi giorni. Come Baratto, mi sento un po' nauseato dalle parole, vorrei pensare e basta, chiudermi nel mutismo ed esporre il cartello "parole esaurite".
Oppure vorrei cercare di cogliere, come il pittore di "Condizioni di luce", la verità del mondo in un solo brevissimo lampo, capirla e poi morire, finalmente appagato e in pace con me stesso.
"I lettori di libri sono sempre più falsi" è perfetto per trovare riparo dal diluvio di "Je suis Charlie", chi non salta rozzo e fascista è, perchè la vita umana, la libertà di espressione, la fede religiosa, il rispetto per la sensibilità e per la cultura degli altri sono valori così potenti, intensi e imprescindibili che è un vero peccato indossarli per sentirsi solo un po' più belli invece di cercare di farseli diventare una seconda pelle, una tuta da lavoro, una divisa con cui affrontare la complessità di ogni giorno, cosa davvero non semplice per nessuno, anche nel nostro libero, progredito, ricco e laico occidente.
Curiosamente, il racconto che ricordo di meno, praticamente nulla, è il quarto, "La scomparsa di un uomo lodevole". A venticinque anni avevo ormai poco a che spartire con le "crisi adolescenziali" ed ero naturalmente all'oscuro di "crisi di mezz'età". Adesso, anche a causa di una figlia sedicenne che se le chiedi cosa hai fatto oggi, ti risponde "delle cose", forse potrei trovarci qualche cosa di familiare.