domenica 24 gennaio 2016

Vivian Maier, la semplicità che appassiona



Vivian Maier (New York, 1926-Chicago, 2009) trascorse la sua vita lavorando come bambinaia per diverse famiglie e coltivando una grande personale passione per la fotografia, senza mai condividerla con anima viva. Tra il 1951 e gli anni ’90, eseguì oltre 150.000 scatti. Ritrasse bambini, anziani, donne, uomini nella loro vita quotidiana, regalando immortalità a fugaci e casuali istanti, che lei riusciva a rivestire, con molta semplicità, di bellezza e di insospettabile significato. Scattò anche molti autoritratti, spesso soltanto un'ombra che si proiettava sul terreno, su una parete, su una vetrina. Non mostrò mai a nessuno le sue fotografie e non si curò nemmeno di sviluppare gran parte dei suoi rullini. 

Trovandosi in ristrettezze economiche, tra la fine degli anni '90 e i primi anni del nuovo millennio, mentre una delle famiglie a cui era rimasta più legata la aiutava a pagare le spese di un piccolo appartamento, Vivian Maier decise di immagazzinare in un box i suoi pochi beni, inclusi le fotografie e i rullini mai sviluppati.

A seguito del mancato pagamento dell’affitto del magazzino, i suoi beni furono  pignorati e messi all’asta. Fu questo fatto che, per una fortunata  coincidenza, consentì di far conoscere al mondo intero l’opera di una delle più interessanti fotografe del ‘900, anticipatrice della “Street Photography”. 


Vivian Maier morì prima di poter vedere il folgorante successo che le sue opere ottennero grazie al web e ai social media. Sembra un paradosso fin troppo appariscente che una delle figure più schive e riservate del mondo dell’arte debba interamente la sua notorietà al tempio del narcisismo e dell’egocentrismo.
Nel 2007, John Maloof, un giovane agente immobiliare di Chicago, iniziò a raccogliere del materiale che potesse essere interessante per la pubblicazione di un libro sull’area di nord-ovest della città, nella quale viveva, spesso ignorata e poco conosciuta. In particolare, l’editore chiese di inserire nel libro circa 220 fotografie d’epoca e per questo John Maloof e Daniel Pogorzelski, co-autore del libro, setacciarono ogni angolo della zona alla ricerca di immagini vintage. Fu così che in una casa d’aste si imbatterono in una scatola di negativi che ritraevano la Chicago degli anni ’60: erano una piccola parte di quelli pignorati a Vivian Maier e, senza pensarci troppo, li acquistarono tutti per 400 dollari. Riguardandoli con maggiore attenzione, non trovarono nulla di interessante per il libro e li accantonarono per diverso tempo. Il libro di Maloof e Pogorzelski fu pubblicato l’anno successivo con il titolo Portage Park, Images of America.
  

“Seppur scattate decenni orsono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata. Molti di noi condividono il suo stesso desiderio e il suo impulso di fare fotografie – e grazie alla tecnologia digitale a nostra disposizione, oggi lo possiamo fare. Se con Facebook, Flickr, e Istangram, oggi siamo in grado di produrre immagini e con un semplice click proiettarle in tutto il mondo, l’innegabile talento di Vivian Maier, abbinato al fermo proposito di mantenere la propria attività di fotografa come una questione privata, ci affascina e al tempo stesso ci confonde. Non può però sorprenderci: in un’epoca in cui la fotografia viene ridefinita, cambiano anche gli autori che troviamo più interessanti e stimolanti. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi.” Marvin Heifermann


 Subendo probabilmente un’influenza simile a quella descritta da Marvin Heifermann, John Maloof, fino a quel momento totalmente inesperto di fotografia, riguardò più volte gli scatti di Vivian Maier e iniziò ad emularla,  girando per le vie di Chicago e  cercando di catturare e immortalare spicchi di varia umanità.

Sempre più affascinato dalla personalità che emergeva dalle immagini acquistate all’asta, Maloof frequentò un corso di fotografia, creò una camera oscura nel suo appartamento e iniziò a sviluppare i negativi della Maier, giungendo a proporsi di ricostruire l'intera sua opera. 
 
Vivian Maier morì nell’aprile del 2009, per i postumi di una banale caduta sul ghiaccio, prima che Maloof potesse incontrarla.

Nel giro di pochi anni, Maloof riuscì a recuperare il 90% della produzione di Vivian Maier dai diversi compratori a cui erano stati venduti all’asta, e mise insieme una collezione dai 100.000 ai 150.000 negativi, 3.000 stampe, e poi film in pellicola, home video, registrazioni. Grazie alla famiglia in cui Vivian Maier rimase 16 anni ad occuparsi dei figli, Maloof riuscì a entrare in possesso di effetti personali, ritagli di giornali e corrispondenza che gli consentì di ricostruire la biografia di questa grande fotografa.

Nata a New York nel 1926 da padre austriaco e madre francese, Vivian Maier trascorse gli anni Trenta del secolo scorso in Francia, in compagnia della madre. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, madre e figlia rientrarono negli Stati Uniti per poi ritornare in Francia alla fine del conflitto.

Nel 1951, a venticinque anni d’età, Vivian Maier è di nuovo a New York, questa volta senza la madre,  e inizia a lavorare come bambinaia, attività che le permise di mantenersi per tutta la vita, durante la quale non perse mai la passione per la fotografia di strada. Fu Jeanne Bertrand, un’amica francese della mamma, presso la quale la donna si era rifugiata dopo la separazione dal marito avvenuta nel 1929, a trasmettere alla piccola Vivian la curiosità, l’interesse e poi la passione per la fotografia. Jeanne Bertrand eseguiva principalmente ritratti e ricevette anche alcuni riconoscimenti, tra cui una prima pagina del Boston Globe,nel 1902.

Nel 1956 Vivian Maier si trasferì a Chicago, città nella quale trascorse gran parte della sua esistenza, senza mai sposarsi e senza che siano rimaste traccia di amicizie o legami sentimentali particolarmente profondi. Il suo interesse ossessivo per la documentazione di frammenti di vita quotidiana la portò anche a realizzare piccoli filmati artigianali e registrazioni sonore. Tanti piccoli frammenti di un puzzle gelosamente custoditi fino alla morte e rivelati al grande pubblico solamente quando il giovane agente immobiliare John Maloof postò su Flickr alcuni dei suoi scatti, ottenendo un clamoroso successo.


Nel 2013 John Maloof girò anche un documentario, dal titolo “Finding Vivian Maier”, distribuito anche in versione italiana nel 2015, e realizzò il sito www.vivianmaier.com

Fino al 31 gennaio 2016 alla galleria Forma Meravigli di Milano si può visitare la mostra “Vivian Maier, una fotografa ritrovata”, prima esposizione a lei dedicata nella città meneghina.



 
 

giovedì 24 dicembre 2015

Natale ferroviario, di André Frénaud (1907-1993)





 
San Giuseppe non aveva mai visto locomotiva
e aveva paura di perdere i biglietti.
Era una sera di grandi partenze, la stazione febbrile
di folla e di fischi, di luci.
Giunti troppo presto, s’erano gingillati al buffet…
Non avevano prenotato i posti,
e ci fu anche chi disse che avessero sbagliato treno.
 

Nessuno ad augurargli buon viaggio.
Gli amici non erano stati avvertiti.
Vomitando fumo giallo e turchino come un drago
il treno cambiava binario agli scambi,
e ancora cambia, va più svelto, va.
Scompaiono i sobborghi e i segnali.

In piedi nel corridoio. Chi avrà compassione
d’una donna incinta e così bella e che geme?

Nello scompartimento vicino alcuni zeloti
s’accapigliarono spartendosi le provviste.
Dei richiamati facevano i finti tonti.
Un pubblicano tronfio d’esose esazioni
e la sua signora, una negra bellissima,
occupavano i posti d’angolo sul corridoio.
Un gran sacerdote faceva finta di leggere.

Un treno passa fragoroso e il bambino
già ne sbigottisce nella notte materna.
Via dritti per la gran distesa, nevica, piove, che importa,
fa caldo sui ponti rumoreggianti
quando rinfresca l’aria il fiume attraversato.
Già il tempo s’addormenta e le città diradano.
Foreste son superate e borghi, la valle rimonta.
Alle stazioni sconosciute le sbarre
s’abbassano e si rialzano nella campagna
arrotondata di lassù dalla volta stellata.
il canto degli angeli attutito dalle nuvole
non ce la fa a trapassare i boati del vagone.
La Vergine chiude gli occhi contro il vetro, vede.
 
– Tutti scendono – Albeggia.
San Giuseppe ha radunato le valigie.
Il ferroviere apre gli sportelli.
Sul marciapiede l’asino e il bue
son pronti e già parlottano.
Ah, dice Maria, umilmente
è qui che ha da compiersi la parola.


dalla raccolta: Il silenzio di Genova e altre poesie, 1967, traduzione di Giorgio Caproni


giovedì 26 novembre 2015

La strana biblioteca




La strana biblioteca è una favola di Haruki Murakami  che, nell’edizione italiana, è illustrata da Lorenzo Ceccotti. Una settantina di pagine scritte a caratteri grandi, con lo stile semplice e un po’ enigmatico di tutte le fiabe, intervallate da numerose  inquietanti illustrazioni. Una lettura di pochi minuti che libera una gran quantità di immagini, ci si mette più tempo a riflettere sul suo possibile significato che a leggerla.

C’è una biblioteca, c’è un bambino, e c’è il male. Nella biblioteca, nel labirinto degli infiniti mondi che si parlano, si intrecciano e si rincorrono, le tenebre possono essere rischiarate dalla luna nuova, si possono fare incontri con le più tenere creature dei tuoi sogni, e si può sperare che il cane feroce che ti terrorizza e ti mangerà vivo sia invece attaccato e annientato dal tuo piccolo storno. E quando uscirai dal labirinto delle pagine, il male rimarrà prigioniero lì dentro e nessuno ti farà domande, né ti chiederà spiegazioni.

Nel mondo reale non è così, la sofferenza e la solitudine si dissolvono con molta più fatica. “Quando sono solo, il buio intorno a me si fa molto profondo. Come in una notte di luna nuova”. Il mio piccolo storno rimarrà sempre un uccellino, non incontrerò mai l’uomo pecora e nessuna ragazza dalla pelle splendente come la luna verrà a sedersi vicino a me.

Come sarebbe bello se la tristezza e il dolore potessero sempre essere rinchiuse tra le pagine di un libro….

Pubblicato per Qlibri; per visualizzare commenti e scheda libro  clicca qui

giovedì 5 novembre 2015

Il regno degli amici



E’ proprio vero che l’adolescenza ti lascia addosso cicatrici di cui porterai per sempre il segno.

Quando pensi che di quel mondo lontano ti siano rimaste soltanto una manciata di foto sbiadite, qualche copertina di LP che conservi nostalgicamente come un cimelio e un pugno di amicizie su  FB, ci pensano i figli a riportarti indietro nel tempo, a ribollirti nei contorcimenti di questa età tenerissima e violenta, nella quale sembra che ti devi giocare tutto, e tutto è buio cieco oppure luce accecante, ti senti un dio oppure l’ultimo degli esseri viventi, giudichi spietatamente gli altri e te stesso, e per ogni capovolta dell’umore è sufficiente un brufolo in più, un appuntamento mancato, uno sguardo che indugia due secondi invece di uno.

E mentre guardi stralunato i tuoi figli che con violenza e ferocia ti riportano in quella foresta di emozioni, non ti passa nemmeno per la testa di chiederti: “ma io ero davvero così?” perché troppa è la preoccupazione che passino indenni questo guado, che la sfida che incoscientemente lanciano al destino li fortifichi e non li atterri e preghi che l’impulso autodistruttivo sia una febbre che li vaccini per sempre verso quelle fragilità che incombono su di loro come pericolosi e oscuri cavalieri neri.

Il regno degli amici è un avvincente romanzo che parla di quell’età bellissima e maledetta. Dove “l’amore e l’amicizia si sfidano come su un ring”, per usare le stesse parole di Raul Montanari. Quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Non andavano al bar i quattro protagonisti della storia, ma in una catapecchia sulla Martesana, uno di quei luoghi, “di quelle pieghe del mondo – per citare nuovamente l’autore – che spesso nelle città si trovano vicino alle ferrovie e vicino all’acqua”.

Romanzo che per i primi due terzi procede leggero tra umorismo e ironia, mentre nel finale vira decisamente sul drammatico perché ogni uomo ha “un’essenza poetica, un’esistenza comica e una fine tragica” e se scrivere è sempre un atto di dissenso verso il mondo, maturità è anche descrivere la vita in tutte le sue sfaccettature, senza spegnere la rabbia, ma senza trascurare il resto.

Un incontro fortunato con questo romanzo e con questo autore, una storia ruvida, che ti lascia l’amaro in bocca, quel che ci vuole per qualche boccone indigesto che talvolta nella vita ci capita di dover ingoiare.