«L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla». Italo Calvino, “Il cavaliere inesistente”
sabato 17 ottobre 2015
mercoledì 30 settembre 2015
Piatti senza frontiere
Ormai da tempo il cibo è
diventato una presenza anche un po’ ossessiva nella vita di ognuno di noi.
Impossibile scampare: un diluvio di pietanze fotografate e postate nei social
network, gare di cucina trasmesse a tutte le ore e in tutte le tv, rubriche, articoli e
segnalazioni sui locali più “cool” del momento, continue conferme e smentite
scientifiche o pseudo-scientifiche sulla validità di questa o quella dieta e
sulla capacità che questo o quell'altro alimento avrebbero di farci vivere più
a lungo, essere più belli, più sani, più attivi, più intelligenti.
Certamente tramite il cibo si
riescono a veicolare moltissime altre idee,
il cibo è argomento che attraversa parecchi ambiti e parlare di un
piatto può portare a toccare la geografia, la storia, l’economia, la medicina,
la letteratura. Si potrebbe dire in parte lo stesso anche per il giardinaggio,
la moda, l’oreficeria, ma il cibo è anche un bisogno primario e dunque possiede
una forza e una concretezza immediata, che si coglie istintivamente. Che poi riesca a
colpire la nostra testa, oltre che la gola e la pancia, dipende dall’ingegno e
dall’abilità di chi lo prepara e lo propone.
“Piatti senza frontiere” è un
libro che abbina il cibo al tema del viaggio e già questo è un motivo per
sfogliarlo con interesse. Scritto dalla giornalista Francesca Cosentino e
ispirato al suo blog Ostriche (ostrichecucina.wordpress.com) si propone di presentare “ricette conosciute
in giro per il mondo, ma vicine al nostro gusto e semplici da realizzare” .
Ogni ricetta è accompagnata da un
breve spiegazione che tratta della sua origine, illustra come essa sia stata
adattata e reinterpretata in diverse zone del mondo, fornisce consigli sui
locali in cui viene proposta in modo speciale, suggerisce abbinamenti musicali,
cinematografici e letterari. Insomma: se anche siete negati per i fornelli, potete pur sempre sorvolare su tempi di cottura, marinature e decorazioni varie e godervi una sfiziosa topografia del gusto.
Si passa dai salmoni del fiume
Tay in Scozia alle boulangerie di Gordes in Provenza, alle mille vite di Jeema
el-Fna a Marrakech. E poi la Boqueria, lo storico mercato di Barcellona, il
Barrio Alto e l’Alfama di Lisbona, i vicoli di Bonifacio e Porto Vecchio.
Le ricette sono intervallate da
approfondimenti dedicati a particolari profumi e ingredienti (la lavanda, lo zenzero, i chiodi
di garofano e molti altri) o a luoghi di culto per appassionati gourmet.
E poi curiosità varie: sapete
ricavare un menu completo, dal primo al dolce, che abbia come leit-motiv i
petali di rosa? Sapete che a Stoccolma si svolge la gara di cucina più famosa
al mondo? E dove andare per mangiare un hamburger perfetto?
Scegliete voi se preparare le
padelle o le valigie: io né l’uno né l’altro, mi rilasso sulle immagini, mi
distendo sulle parole, cerco di memorizzare qualche primizia, faccio volare la
fantasia e mi preparo a gustare la mia prossima pasta al pomodoro come fosse la
prima volta.
Fiorella Mannoia e Ivano Fossati-Oh che sarà
Versione italiana del brano "Oh que sera" del cantautore brasiliano Chico Buarque de Hollanda, arrangiato da Ivano Fossati per l'album "Di terra e di vento" di Fiorella Mannoia (1989)
venerdì 25 settembre 2015
Le ultime diciotto ore di Gesù
Recensione pubblicata per Qlibri
Nella sua lunga carriera di
giornalista, scrittore e conduttore televisivo, Corrado Augias ci ha portato in
giro per il mondo, svelandoci i segreti delle grandi città (Parigi, Londra, New
York), con lucide inchieste ci ha interessati a importanti casi di cronaca
giudiziaria (Telefono Giallo), ha scritto lui stesso qualche noir (il delitto e
il mistero evidentemente lo intrigano assai), ha portato i libri e la cultura
sul piccolo schermo (Babele).
Da qualche anno si sta dedicando
a inchieste, viaggi e ricostruzioni sul pianeta Gesù, utilizzando un po’ tutte
le abilità sviluppate nei lavori precedenti.
“Le ultime diciotto ore di Gesù” è una
fiction, come spiega Augias stesso, intendendo il termine nel suo significato
etimologico (dal latino fingere: figurarsi, immaginare, supporre, ipotizzare) estendendolo un po’: sognare, “perché
qualunque storia è almeno in parte una bugia – o un sogno”.
Tutti sappiamo che la storia di
Gesù è storia rivelata solo in parte, è storia di chi ama e vuole essere
scoperto, lasciando sufficienti segni
per credere e altrettanti per respingerlo. L’intelletto non può arrivare a
sciogliere ogni dubbio, come non ci si può innamorare con la sola forza della
ragione. Le luci e le ombre possono però essere usate per figurarsi una scena,
per tentare di descriverla e raccontarla. Si può usare il realismo crudo del
Caravaggio nella “Morte della Vergine” oppure la maestosità dei sontuosi
mosaici bizantini: stessi personaggi, stesse scene, ma rappresentazioni diverse,
racconti diversi.
Il racconto, la fiction, il sogno
di Augias è interessante e ben costruito. La credibilità è lasciata al giudizio
del lettore e probabilmente non è più di tanto un obiettivo dell’opera. C’è
comunque molta ricerca, rigore, studio, attenzione, amore per i dettagli. Chi
conosce l’autore non può aver dubbi al riguardo. Le sue fonti spaziano dai
Vangeli canonici a quelli apocrifi, dai rotoli di Qumràn alle storie di Flavio
Giuseppe e la narrazione rimanda ogni tanto a qualche importante riferimento
filosofico-letterario (Dostoevskij, Bulgakov, Seneca, Epicuro, Lucrezio).
Augias cerca di ricostruire
quella manciata di ore che trascorrono dall’arresto nel Getsemani alla morte
sulla croce, passando attraverso due processi (religioso e politico) e la
flagellazione. Letto da una prospettiva unicamente storica e umana, la storia
di Gesù è anche un caso giudiziario con molti lati oscuri. Non sono chiare le
accuse, le prove, i testimoni. L’intensa, complessa, controversa ed enigmatica
personalità dell’imputato obbliga a spostare l’attenzione sugli altri
personaggi: innanzi tutto Ponzio Pilato e i gran sacerdoti, ma anche il
tetrarca Erode Antipa con la sua corte corrotta, il fariseo Nicodemo, il
traditore Giuda Iscariota.
Su di loro si cercano testimonianze,
citazioni, aneddoti, riscontri. I personaggi di fantasia (il leale centurione
Kyrillos, l’ambiguo consigliere Nikephoros) servono per portarci dentro la
storia, farcela vivere in 3D, oppure (lo scrittore Lucilio) per trasferirci le
probabili personali inquietudini dello stesso Augias.
Giuseppe e Maria, totalmente
umanizzati e privati di ogni connotazione mistica, danno vita e colore a una
libera interpretazione dell’ambiente domestico nel quale Gesù è nato e
cresciuto.
Nonostante l’imminente festività
della Pasqua ebraica, il clima entro il quale si avverano le antiche profezie è
fosco, intorbidito dalla decapitazione di Giovanni il Battista. Fioriscono i
complotti, i tranelli, i tradimenti, i sotterfugi, i calcoli opportunistici, le
debolezze, le vigliaccherie. Tutto contribuisce a rendere plastico il concetto
che proprio per l’eterna inadeguatezza umana Gesù salì sulla croce.
Un uomo si trova suo malgrado al
centro di queste trame malsane: il procuratore romano Ponzio Pilato che, dando
credito al giudizio di Filone
d’Alessandria, Augias rappresenta come un malmostoso, collerico, ulceroso e
grezzo militare, infastidito dall’ennesima grana che gli tocca risolvere in
quella lontana, infida e riottosa provincia dell’Impero.
Pilato è preoccupato. Ha già
commesso gravi errori. A Roma lo tengono d’occhio, sa che un altro passo falso
gli sarebbe fatale: la competizione è spietata, i nemici lo incalzano, i
benefattori sono lontani e ormai disinteressati alla sua sorte. Per giunta, sua
moglie Claudia Procula lo tormenta con oscuri presagi e sembra inspiegabilmente
sensibile alla sorte di questo profeta pazzo e sventurato. I gran sacerdoti gli
hanno teso una trappola, scaricandogli la responsabilità di mandare a morte un
innocente. Come venirne fuori?
Un’ultima annotazione. Un libro
come questo non poteva escludere completamente l’ambito spirituale. La stessa
rappresentazione storica, umana e terrena dei fatti sarebbe stata deformata,
perché ogni singolo atto o parola che riguarda Gesù è intrisa di spiritualità.
Alcuni personaggi (Nicodemo, Giuda, gli Esseni) coprono l’ambito culturale e di
testimonianza di questo aspetto. Il suo lato esistenziale è invece affidato a
due anime inquiete: Claudia Procula e soprattutto lo scrittore Caio Quinto
Lucilio, dietro al quale fa capolino, forse, lo stesso Augias.
Lucilio è uomo colto e sensibile,
mosso da pietas, capisce, si interroga, riflette. Non gli piacciono le risposte
e le soluzioni di comodo, pur nella consapevolezza che su di esse si regge il
governo del mondo.
Nauseato dalla conclusione di
questa storia, Lucilio lascerà Gerusalemme, tornerà a Roma e con gli anni
seppellirà ogni giovanile speranza di resurrezione dopo la morte, non
aspettandosi altro che il ritorno a madre natura, nella cui infinita immensità
è dolce naufragare.
sabato 19 settembre 2015
Danny l'eletto
Fin dalle origini della
tradizione chassidica, il tzaddik era il capo della comunità, un uomo
particolarmente devoto, sapiente e sensibile, che la gente seguiva con fiducia
e a lui si rivolgeva per ogni problema. I chassidim riconoscevano nello tzaddik
un vincolo sovrumano tra loro e Dio.
Come spesso succede quando i
movimenti spontanei, guidati da uomini particolarmente carismatici, si
cristallizzano e diventano istituzioni, anche nel chassidismo ci furono abusi.
La carica di tzaddik divenne spesso ereditaria, molti tzaddikim vivevano come
monarchi orientali, le comunità divennero clan chiusi e dogmatici che, anche
per il tramite di barbe, riccioli e vestiti scuri con le frange, si illudevano
di fermare il tempo alla Polonia del diciottesimo secolo.
Ogni aspetto estraneo allo studio
del Talmud era un potenziale pericolo e si composero liste di cose lecite e di
cose proibite, molti libri vennero messi al bando e si diffuse la pratica dei
matrimoni combinati fin dalla più tenera età. Studiare le materie ebraiche in
lingua ebraica anziché in yiddish era considerato un peccato inaudito, perché
l’ebraico era la Lingua Santa e usarlo normalmente in classe era una
profanazione del Nome di Dio.
Quando il movimento sionista
iniziò a propugnare uno Stato ebraico in Palestina, trovò nelle comunità
chassidiche uno strenuo avversario, perché non si ammetteva una patria ebraica
che non avesse al centro la Torah, non doveva quindi esserci una patria ebraica
fino all’avvento del Messia.
Fanatismo? Certamente. Eppure
anche un ebreo liberale, pur non condividendo affatto queste scelte e questi
comportamenti, può affermare che “il fanatismo d’uomini dello stampo del
rabbino Saunders ci ha conservati in vita durante duemila anni di esilio.
Le ultime, sconvolgenti quindici
pagine di “Danny l’eletto” gettano una luce nuova su tutto il romanzo e
rivelano che ci può essere un’infinita tenerezza nella dura roccia che protegge
e custodisce le radici della pianta cresciuta con fatica al suo interno. Se ci si
ferma alla superficie, si sperimenta solo il lato duro, ruvido, sgradevole, e
anche violento, di uno stile di vita incomprensibile e inaccettabile.
Ma scavando in profondità (e per
questo occorre che ci siano delle profondità, quindi l’integralismo non è per
tutti) si può scoprire un sorprendente ed inesauribile pozzo di sensibilità,
comprensione, amore ed empatia. Si può scoprire che dietro veti, bandi e
proibizioni si nasconde la consapevolezza che essi saranno tutti abbattuti e
che è ineluttabile che le regole formali, le prescrizioni, i codici siano prima
trasgrediti e poi abbandonati. Nel frattempo, con severità, disciplina e rigore
ben oltre ogni limite comprensibile, avranno forgiato un’anima, avranno formato
un uomo.
Quest’uomo potrà anche tagliarsi
i riccioli, la barba, smettere gli abiti scuri e le frange, ma rimarrà per
sempre profondamente un tzaddik, un giusto, un sapiente, un caritatevole, un
uomo che anche nella confusione delle strade del mondo non perderà mai la
propria.
“Danny l’eletto” ci parla
dell’amicizia di due ragazzi ebrei newyorkesi, alla fine della seconda guerra
mondiale. Reuven è figlio del professor
Malter, un ebreo colto e di larghe vedute, sostenitore e promotore del
sionismo. Daniel invece è figlio del rabbino Saunders, uno tzaddik di grande
carisma, stimato, e rispettato da tutti.
Danny, destinato ad ereditare la
carica del padre, è un ragazzo eccezionalmente intelligente, curioso e
sensibile. Divora di nascosto letture “proibite”, stringe amicizie pericolose
eppure non osa mettere in discussione né l’autorità del padre, né il severo
(forse anche crudele) sistema di vita entro cui è cresciuto.
Non si tratta solo di un grande
romanzo sull’amicizia: il libro ci parla anche di padri e di figli, di silenzi
e di incomunicabilità, di parole dette in silenzio, di canali di comunicazione
incredibilmente tortuosi, che devono farsi strada tra le complessità
dell’anima.
E’ un libro che invita anche a riflettere,
noi apparentemente liberi, liberali, laicissimi, aperti e democratici. Ci
invita a non fermarci all’aspetto sgradevole e aspro della roccia, ad andare oltre
le idee e i comportamenti che ci sembrano incomprensibili, arcaici, ottusi e
bigotti. Troppo facile denigrarli, rifiutarli, rispondere al fanatismo con
altrettanto fanatica superficialità. L’istinto sarebbe quello, ed è naturale.
Infatti, anche l’amicizia tra Reuven e Danny nasce da uno scontro, dall’odio
persino. Ma poi i due ragazzi fanno leva sulle proprie qualità e da quella
contrapposizione nasce una grande amicizia, un legame solido, un ponte tra due
mondi apparentemente incomunicabili.
Non dovremmo mai dimenticare che
il dialogo è sempre possibile. A due condizioni: che si abbia la voglia e la
capacità di scavare, e che sotto la superficie ci sia qualcosa.
Crescere un figlio nel dolore e
nel sacrificio, imporre a sé e agli altri privazioni e sofferenze, continuerà a
sembrarci un prezzo inaccettabile per forgiare un carattere. Ma chi vive in un
mondo protetto da barriere sa e si aspetta che esse siano superate prima o poi,
sa che quel mondo si dissolverà e si mescolerà con altri mondi.
Forse è proprio su questo che si
fonda il dialogo: la capacità di guardare avanti, pur senza dimenticare la
validità delle proprie ragioni e restando intimamente fedeli alle proprie radici.
domenica 6 settembre 2015
giovedì 20 agosto 2015
I murales di Shoreditch, Londra
Alcune foto scattate nei giorni scorsi a Londra. Sono tutti murales
creati nelle strade attorno a Brick Lane, la lunga via che da
Whitechapel porta a Shoreditch, e nel quartiere di Shoreditch stesso.
Propongo qui solo una parte di quelli che si trovano girando nella zona. Ogni angolo infatti nasconde una sorpresa.
Inserendo le foto in questo blog, mi sono accorto che mediante il loro semplice ordinamento si possono raccontare infinite storie. Ogni immagine è già una storia, ma le diverse sequenze che si possono comporre ci raccontano storie diverse, secondo la nostra fantasia, sensibilità, inclinazione.
Difficile sostenere che non si tratti di arte, visto che ogni opera esprime tanti significati del vivere in una città, l'inquietudine e la ribellione, la violenza e la libertà, l'aggressività e la pace, l'immaginazione e l'omologazione. E lo fanno generalmente con una perizia tecnica davvero notevole.
Apparentemente combattuti dalle autorità londinesi, a Shoreditch i murales sono in realtà incentivati, se non addirittura commissionati, dai commercianti della zona, che ne hanno evidenti benefici.
Quanti andrebbero in quel quartiere se non per ammirare queste opere e per calarsi nella speciale atmosfera che esse riescono a dare a tutta la zona? E, incentivati, tollerati o combattuti, molti di essi mi sembrano semplicemente molto belli.

Propongo qui solo una parte di quelli che si trovano girando nella zona. Ogni angolo infatti nasconde una sorpresa.
Inserendo le foto in questo blog, mi sono accorto che mediante il loro semplice ordinamento si possono raccontare infinite storie. Ogni immagine è già una storia, ma le diverse sequenze che si possono comporre ci raccontano storie diverse, secondo la nostra fantasia, sensibilità, inclinazione.
Difficile sostenere che non si tratti di arte, visto che ogni opera esprime tanti significati del vivere in una città, l'inquietudine e la ribellione, la violenza e la libertà, l'aggressività e la pace, l'immaginazione e l'omologazione. E lo fanno generalmente con una perizia tecnica davvero notevole.
Apparentemente combattuti dalle autorità londinesi, a Shoreditch i murales sono in realtà incentivati, se non addirittura commissionati, dai commercianti della zona, che ne hanno evidenti benefici.
Quanti andrebbero in quel quartiere se non per ammirare queste opere e per calarsi nella speciale atmosfera che esse riescono a dare a tutta la zona? E, incentivati, tollerati o combattuti, molti di essi mi sembrano semplicemente molto belli.

Iscriviti a:
Post (Atom)



























