«L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla». Italo Calvino, “Il cavaliere inesistente”
domenica 6 settembre 2015
giovedì 20 agosto 2015
I murales di Shoreditch, Londra
Alcune foto scattate nei giorni scorsi a Londra. Sono tutti murales
creati nelle strade attorno a Brick Lane, la lunga via che da
Whitechapel porta a Shoreditch, e nel quartiere di Shoreditch stesso.
Propongo qui solo una parte di quelli che si trovano girando nella zona. Ogni angolo infatti nasconde una sorpresa.
Inserendo le foto in questo blog, mi sono accorto che mediante il loro semplice ordinamento si possono raccontare infinite storie. Ogni immagine è già una storia, ma le diverse sequenze che si possono comporre ci raccontano storie diverse, secondo la nostra fantasia, sensibilità, inclinazione.
Difficile sostenere che non si tratti di arte, visto che ogni opera esprime tanti significati del vivere in una città, l'inquietudine e la ribellione, la violenza e la libertà, l'aggressività e la pace, l'immaginazione e l'omologazione. E lo fanno generalmente con una perizia tecnica davvero notevole.
Apparentemente combattuti dalle autorità londinesi, a Shoreditch i murales sono in realtà incentivati, se non addirittura commissionati, dai commercianti della zona, che ne hanno evidenti benefici.
Quanti andrebbero in quel quartiere se non per ammirare queste opere e per calarsi nella speciale atmosfera che esse riescono a dare a tutta la zona? E, incentivati, tollerati o combattuti, molti di essi mi sembrano semplicemente molto belli.

Propongo qui solo una parte di quelli che si trovano girando nella zona. Ogni angolo infatti nasconde una sorpresa.
Inserendo le foto in questo blog, mi sono accorto che mediante il loro semplice ordinamento si possono raccontare infinite storie. Ogni immagine è già una storia, ma le diverse sequenze che si possono comporre ci raccontano storie diverse, secondo la nostra fantasia, sensibilità, inclinazione.
Difficile sostenere che non si tratti di arte, visto che ogni opera esprime tanti significati del vivere in una città, l'inquietudine e la ribellione, la violenza e la libertà, l'aggressività e la pace, l'immaginazione e l'omologazione. E lo fanno generalmente con una perizia tecnica davvero notevole.
Apparentemente combattuti dalle autorità londinesi, a Shoreditch i murales sono in realtà incentivati, se non addirittura commissionati, dai commercianti della zona, che ne hanno evidenti benefici.
Quanti andrebbero in quel quartiere se non per ammirare queste opere e per calarsi nella speciale atmosfera che esse riescono a dare a tutta la zona? E, incentivati, tollerati o combattuti, molti di essi mi sembrano semplicemente molto belli.

lunedì 10 agosto 2015
La verità sul caso Harry Quebert
La settimana scorsa, in spiaggia, finalmente
nell’ozio più totale dopo un anno molto faticoso, ho letto le 760 pagine del
“formidabile” Joël Dicker. Cito la spiaggia e il bisogno fisico di ore di tutto
riposo non a caso: la scelta si è rivelata perfetta per quel contesto. Anche
perché, come è stato scritto in qualche recensione, 700-800 pagine sono il peso
ideale per trattenere l’asciugamano in una giornata di vento.
La trama scorre leggera, non essendo intralciata
dai personaggi, che sono privi di qualsiasi spessore, totalmente funzionali all’azione. E poiché
l’azione passa attraverso diverse sorprese e capovolgimenti di scena, anche i
personaggi subiscono analoga trasformazione, senza che l’autore si sia
preoccupato di renderla minimamente credibile.
Al “formidabile” interessa unicamente costringere
il lettore a voltare pagina dopo pagina.
E, complice la noia, la spiaggia, il caldo afoso, la stanchezza, ci
riesce maledettamente bene.
Come ha dichiarato in diverse interviste,
Dicker ha deliberatamente utilizzato cliché facilmente riconoscibili per
catturare l’attenzione e creare un effetto simile a quello di alcune serie
televisive che inizi a vedere per noia, poi per curiosità, poi ne diventi
dipendente e non te ne stacchi più.
La quarta di copertina evidenzia il
commento di Marc Fumaroli, storico francese, classe 1932, non certo tenero con
le contaminazioni dell’arte con il marketing, che parla di “adrenalina
letteraria”.
In effetti, gli aspetti più leggeri e
semplicistici di quest’opera non urtano al punto di farti abbandonare la
lettura. Io sono stato tentato un paio di volte, ma poi ho desistito, forse
perché non avevo con me un altro volume in grado di trattenere altrettanto
efficacemente l’asciugamano.
Gli elementi più indigesti e più sgradevoli
al mio palato sono stati la cornice del “coaching” letterario e il deprimente tormentone
amoroso. Su questi aspetti, tocca entrare nel merito.
Marcus Goldman, protagonista del romanzo e
proiezione dell’autore, diventato “il formidabile” ai tempi del liceo perché
sceglieva astutamente di misurarsi in competizioni dove poteva vincere facile,
è uno scrittore che ha pubblicato un romanzo che ha venduto due milioni di copie
ma poi cade vittima della sindrome da pagina bianca. Si rivolge al suo amico e
professore di università Harry Quebert, che trent’anni prima aveva pubblicato “Le
origini del male”, romanzo di
grandissimo successo. Quebert risulterà poi il principale indiziato dell’omicidio
della quindicenne Nola Kellergan, avvenuto proprio nell’anno di pubblicazione
di “Le origini del male”. Tra il maestro e l’allievo si instaura un sodalizio
che fa da cornice alla storia vera e propria, e mentre l’uno acquista forza,
dell’altro si scoprono sconcertanti debolezze capitolo dopo capitolo, ognuno
dei quali viene aperto da un insegnamento, una pillola di saggezza offerta secondo
la più scontata retorica “american style”.
Il tormentone amoroso è invece davvero
imbarazzante. Il trentaquattrenne Quebert e la quindicenne Nola vivono una
storia d’amore dalla quale entrambi non si riprenderanno mai più, l’una perché
muore, l’altro perché da quel momento vivrà soltanto di ricordi. Apprendo da
altri commenti che c’è una esplicita citazione di “Lolita” per il fatto che Quebert è solito scrivere
ossessivamente il nome N O L A scandendo
le lettere, come avveniva nell’opera di Nabokov (che non ho letto).
Su un tema così urticante come una
relazione tra un uomo adulto e un’ingenua (?) ragazzina, l’autore avrebbe
dovuto decidere la prospettiva da cui raccontare e attenersi a quella. Invece, a causa del totale asservimento dei personaggi
alla trama, e con lo scoperto intento di piacere a tutti, la storia tra Quebert
e Nola viene raccontata con diversi stili, dal romantico-melenso (in piena zona
Harmony, con i gabbiani, la danza sotto la pioggia, la vacanza nel resort di
lusso, la musica lirica) al retorico-tragico-adolescenziale-maledetto (con qualche
pagina involontariamente comica), al sordido-scabroso (la dolce e tenera fatina
del paese che apre la patta ad un poliziotto e si esibisce disinvoltamente in
un rapporto orale), al malinconico-filosofico-esistenziale (la caduta, i ricordi,
il senso di colpa, l’espiazione). Risultato? I personaggi meno credibili del
romanzo sono proprio i due principali. Si possono perdonare i cliché finché
riguardano i personaggi di supporto, il poliziotto burbero buono, l’editore
squalo, l’avvocato cinico, la cameriera che sogna Hollywood, il riccone potente
circondato da un losco alone di mistero. Un po’ più difficile è passar sopra le
improvvise trasformazioni dei due personaggi chiave: il cambio di maschera motivato sempre troppo
frettolosamente e superficialmente di sicuro colpisce ma un po’ disorienta. Tanto
che la domanda principale non è: chi ha ucciso Nola (facendo il verso a “chi a
ucciso Laura Palmer” di Twin Peaks), ma piuttosto: chi era veramente Nola?
Lo stesso dicasi per l’ondivago professor
Quebert, che impartisce lezioni da un pulpito che non avrebbe diritto ad
occupare, si erge a coach di scrittura e di vita, ma fallisce tutte le prove in
cui la vita gli chiede di dimostrare un
briciolo di maturità, forza d’animo, coraggio, rettitudine.
Forse era proprio questo l’intento dell’autore:
sulla scia di precedenti illustri, nella narrativa, come nel cinema e nelle
serie TV, voleva forse descrivere la provincia americana come un luogo di
personaggi meschini, sciatti, un luogo dove tutti sanno un pezzo di verità ma
nessuno parla, tutti sono colpevoli di qualcosa o hanno qualcosa da nascondere,
tutti avrebbero potuto uccidere Nola Kellergan e tutti sarebbero stati capaci
di farlo, tanto che alla fine non importa nemmeno chi è l’effettivo autore dell’omicidio.
C’è un’aria malsana che avvolge ogni cosa,
i personaggi sono pallide ombre e nessuno, nemmeno la vittima, è veramente
innocente. In fondo, tutti sono vittima di qualcosa, se non altro di essere
nati e vissuti nella provincia americana.
Di fronte a tutto questo, un ragazzetto
presuntuoso e fortunato arrivato da New York in cerca di ispirazione, secondo
uno dei più collaudati plot hollywoodiani si impone come l’eroe pulito, onesto
e integerrimo, riscattando i suoi poco onorevoli trascorsi di antipatico “formidabile”.
Trent’anni di omertà spazzati via da un
improvvisato investigatore di primo pelo: spettacolo!
martedì 23 giugno 2015
Laudato si'
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la
gloria e l’onore et onne benedictione.
Ad te solo,
Altissimo, se konfàno,
et nullu
homo ène dìgnu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messór lo
frate sole,
lo quale
jórna, et allumini noi per lui;
et ellu è
bellu e radiànte cum grande splendore;
de Te,
Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi' Signore, per sora luna e le stelle;
in celu l’hai formate clarìte et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dai sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è molto utile et hùmele et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallùmini la nocte,
ed ello è bellu et jocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta e governa,
et produce diversi fructi, con coloriti fiori et erba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli che perdonano per
lo tuo amore
e sostengo infirmitate e tribulatione.
Beati quilli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da
Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte
corporale,
da la quale nullu homo vivente po skappare.
Guai a·quilli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quilli ke se
trovarà ne le tue sanctissime voluntati;
ka la morte seconda nol
farrà male.
Laudate e benedicete mi Signore et rengraziate
e serviteli cum grande humilitate. Amen.
Il
professor Emore Paoli, docente di Letteratura latina medioevale e umanistica
all’Università di Roma Tor Vergata ha presentato una interessantissima
relazione al convegno “Parabole, paraboloidi, sovrabbondanza e…Riflessioni sull’architettura
umana e celeste”, che si è tenuto ad Assisi il 13 giugno scorso, nella quale ha
evidenziato come il Cantico della creature, nonostante probabilmente scritto in
tre momenti diversi della vita di San Francesco , sia una “meraviglia di
perfezione architetturale”, grazie anche al probabile contributo di frate
Pacifico ,“maestro de versi et de canto”, di cui si trova notizia in diversi
testi francescani.
Il
cantico, per il quale purtroppo non ci è pervenuta la musica, si compone di 33
versi, gli anni che Gesù trascorse nel mondo. Francesco vuole lodare Dio
attraverso le sue creature, stando nel mondo, utilizzando immagini ed esempi di
bellezza terrena.
Nella
suddivisione in versi, il professor Paoli propone due varianti rispetto alla
versione che comunemente si conosce, che permettono di mantenere il numero di
33 versi, ma anche di cogliere alcune altre interessanti caratteristiche che
fanno parlare di “meraviglia architetturale”. Gli elementi associati a Dio sono
sempre tre, quelli associati alla natura
sono sempre quattro come i principi base (aria, acqua, fuoco e terra) e quelli
associati all’uomo, essere tradizionalmente bipartito (anima e corpo, etc.)
sono sempre due. Soprattutto il riferimento al numero quattro, insolito per il
mondo antico e medioevale, è una caratteristica sicuramente non casuale del
Cantico.
Interessante
anche l’idea del Cantico come risposta umana al Padre Nostro, grazie anche ad una curiosa simmetria. Nel Padre
Nostro il termine “tu/tuo” ricorre 3 volte e il termine “nostro” ricorre 9
volte. Nel Cantico è il contrario: “tu/tuo” ricorre 9 volte e “nostro” ricorre
3 volte. Nel Padre Nostro si chiede e nel Cantico si ringrazia. Il Padre Nostro
era la preghiera più recitata da San Francesco, per il quale scrisse anche un
commento. Era anche la preghiera che veniva prescritta come “penitenza” per i
frati che si fossero resi rei di conversazioni futili e vuote.
Aggiungo il link al blog di
Claudio Pace, tra gli organizzatori del convegno, dove si può ascoltare la
relazione del professor Emore Paoli: https://www.youtube.com/watch?v=tbRln2_bY9w e le altre relazioni: http://www.claudiopace.it/paraboloidi-angelani/2/ molto
interessante anche per il rapporto tra uomo e territorio.
Ma non deluderemo nemmeno
chi, ingannato dal titolo del post, fosse giunto fin qui pensando di trovare l’Enciclica
di Papa Francesco. Eccola: http://www.avvenire.it/Papa_Francesco/Documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si_it.pdf
giovedì 18 giugno 2015
Il Gusto della Terra
“Il Gusto della Terra” è un libro originale e interessante, frutto di una
proficua collaborazione all’interno di una rete di food blogger (la community
delle Bloggalline), i cui proventi saranno devoluti al Banco Alimentare.
Di questo libro mi affascina tutto: il titolo, la copertina,
il contagioso entusiasmo delle oltre 100 blogger autrici delle ricette che fino
alla fine hanno condiviso con passione un progetto collettivo e sono riuscite a
realizzarlo, l’originalità delle proposte, il senso di semplicità, garbo, freschezza,
concretezza ed eleganza che trasmettono le immagini, la grafica e i contenuti.
Non sono in grado di dare un parere nel merito delle singole
pietanze, ma dalla lusinghiera prefazione
dello Chef Luca Montersino capisco che anche il livello tecnico è molto elevato. Eppure si tratta di ricette apparentemente
semplici (magari provare ad eseguirle è un’altra cosa) esposte in modo chiaro e
piacevole.
Nove capitoli, ognuno dedicato a una materia prima, nove macro categorie di ingredienti attorno a cui
sono sviluppate ricette suddivise in quattro portate (antipasti, primi,
secondi/piatti unici, dolci). Abbiamo così il capitolo del riso, poi i cereali
e simil cereali, i legumi, le spezie ed aromi, i semi oleosi, la frutta
esotica, cacao e caffè, tè, zuccheri e sciroppi.
Scrivono le autrici: “I 9 capitoli vogliono rappresentare 9
gruppi di prodotti provenienti da coltivazioni di tutto il mondo,
principalmente da paesi in via di sviluppo, e si prefiggono lo scopo di rivisitare
e utilizzare, in maniera differente, delle pietanze comuni che solitamente si
cucinano in modo tradizionale”.
Ho l’impressione che nel mondo sempre più affollato della
gastronomia e della cucina questa iniziativa riuscirà a distinguersi. Si percepisce
immediatamente una creatività
amichevole, per nulla narcisa, che non inibisce, anzi distende.
Mi piace questo modo di discorrere di cucina. Mi piace come
le ricette di Pepe Carvalho, come i panini, la birra e i calvados di Maigret,
come i piatti di pesce di cui è ghiotto Montalbano, come l’ode al pomodoro di
Pablo Neruda.
Forse dovrei inaugurare un altro scaffale di questo blog.
Tra “qualcosa di bello” e “qualcosa di divertente” potrei inserire “qualcosa di
buono”.
Ma forse è già tutto compreso nel bello. Perché, come disse Anthelme Brillant-Savarin, magistrato,
diplomatico, musicista e gastronomo: “La
scoperta di un piatto nuovo è più preziosa per il genere umano che la scoperta
di una nuova stella”.
domenica 14 giugno 2015
Luis Sepulveda, Carlo Petrini, Un'idea di felicità
“Un’idea di felicità”, di Luis
Sepulveda e Carlo Petrini è innanzi tutto una bella idea.
Un dialogo tra due persone che
hanno qualcosa da dire. Dialogo prima diretto, nella forma di una conversazione
ricca di spunti di interesse. Poi prosegue con un confronto a distanza: lo
scrittore cileno apre con sette idee per il futuro (su felicità, letteratura,
sviluppo, condivisione, nutrimento e politica) e il fondatore di Slow Food e
Terra Madre risponde sugli stessi temi (solo sostituendo la letteratura con la
gastronomia).
Si parte dal comune apprezzamento
per la lentezza, tema dell’ultimo libro di Sepulveda e concetto essenziale e
fondativo di Slow Food. Lentezza come
fonte di piacere, saggezza, efficienza. L’idea che la felicità si fondi
essenzialmente sulla rete, sull’apertura agli altri, sulla valorizzazione delle
diversità, senza le quali le identità appassiscono e muoiono.
Entrambi accettano molto
volentieri l’etichetta di utopisti e visionari (non per nulla sono entrambi
classe 1949, piena generazione ’68) ma rivendicano con orgoglio che solo con
una robusta dose di utopia si possono realizzare cambiamenti concreti. E quanto
a visione sul futuro, si fidano più dei poeti che di scienziati, economisti e
politici.
Ciò che rende affascinante la
narrazione di entrambi, e che la fa uscire dalla pura affabulazione fine a se
stessa, è che l’uno e l’altro hanno fatto cose importanti nella loro vita, sono
stati in modi diversi due rivoluzionari, e le loro idee sono un corpo unico con
le esperienze maturate e i progetti futuri.
Sepulveda fece parte della
guardia personale di Salvador Allende, è stato esule in vari paesi, combattente
sandinista in Nicaragua, attivista di Greenpeace, ospite per sette mesi degli
suar, una popolazione amazzonica, amico
del presidente dell’Uruguay Pepe Mujica. Petrini, muovendo da Bra, nel cuneese, e dall’ARCI,
ha creato un movimento che, tra Slow Food e Terra Madre coinvolge circa un
milione di persone sui temi del cibo e dell’agricoltura e sulla loro importanza
per la cultura, la salute, l’ambiente e per un mondo più giusto.
Fare bene e con passione il
proprio mestiere, riscoprire l’antica sapienza contenuta nel lavoro manuale,
artigiano, contadino, non avere paura di vivere in una decorosa povertà,
rifiutando le chimere di chi promette il benessere e poi ti costringe alla
fame, sono tra i tanti punti di vista che, oltre a qualche tratto biografico,
accomunano i due personaggi.
Sepulveda svela il contenuto che
lo ispirò per la scrittura di alcune sue celebri opere. Petrini sviluppa le sue
idee rifacendosi soprattutto al progetto di Terra Madre, “un modello slow che
imprime cambiamenti repentini”. Due testimoni straordinari di come la cultura
possa farsi vita e la vita farsi cultura. Contro i mastri parolai che cianciano
con stile (o anche no) senza contenuti.
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