sabato 10 maggio 2014

11 maggio

E domani sarà ancora 11 maggio…
Questa è una delle poche ripetitività che non annoia, ma sorprende, stupisce e rassicura.
Come un libro che sembra contenere così tante pagine, all’inizio, e invece non ti stanchi mai di leggere e continua ad
emozionarti.
Le pagina già lette, segnate e sbiadite, fanno ormai parte di te e ogni tanto vorresti ripercorrerle; ma poi ti accorgi che c’è ancora tanto da sfogliare, tanto da scoprire, e un vita intera non basta…

 

Pablo Neruda, Non t'amo come se fossi rosa di sale










Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno


Pablo Neruda
Cento sonetti d'amore (XVII)

Nazim Hikmet, Ciò che ho scritto di noi

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole
ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull'erba
è la tua assenza
quando divento l'ultima luce all'ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

Nazim Hikmet

lunedì 5 maggio 2014

La voliera dei pappagalli

Ho provato qualche volta a lasciare i sicuri lidi della grande editoria, degli scrittori affermati, dei classici, per
avventurarmi nel mare aperto dell’editoria minore e provare a leggere qualche opera di scrittore
esordiente, magari autopubblicata.
Non lo faccio spesso (ho troppe cose “sicure”, o presunte tali, ancora da leggere) ma quando l’ho fatto mi è
andata abbastanza bene: non so se per una questione di fortuna o di fiuto.
A questa categoria di letture appartiene La voliera dei pappagalli, di Anna Maria Balzano.
Ho conosciuto Anna Maria in un sito (Qlibri) nel quale si possono scrivere e leggere recensioni e mi hanno
subito colpito i suoi interventi molto appropriati. Quando ho scoperto che è lei stessa scrittrice, ho provato
la naturale curiosità di leggerla.
Questo è in realtà il suo secondo romanzo (il primo, che finora non ho letto, è il Viaggio di Emilia, nel quale
Anna Maria racconta la storia della sua famiglia).
Comincio col dire che La voliera dei pappagalli mi è piaciuto molto, alla fine ti lascia uno stato d’animo
positivo e racconta con grande delicatezza fatti e vicende che invece si collocano tra il drammatico e il
tragico (la storia si apre con la scoperta di un cadavere che galleggia nel Tevere).
Con pochi tratti veloci Anna Maria riesce a rievocare alcuni efficaci archetipi che tutti possiamo
diversamente riconoscere nel nostro vissuto quotidiano o in letteratura. Ad esempio le pagine sul carcere,
molto belle ed efficaci, richiamano interi mondi letterari e cinematografici, a cominciare dal film di Nanni
Loy, “Detenuto in attesa di giudizio”. Invece le vicende dolorose di alcuni personaggi femminili mi hanno
riportato alla memoria le sofferenze raccontate da Simone De Beauvoir in “Una donna spezzata”.
Soprattutto, questo romanzo riesce a non farci mai perdere l’interesse per le sue pagine, perché parla in
fondo di personaggi “normali” le cui tracce e somiglianze non sono difficili da trovare tra le nostre
esperienze personali e conoscenze, e comunque ne sono piene le cronache.
Semmai colpisce la sobrietà con cui ognuno vive la propria personale vicenda, o forse si tratta di sobrietà
del raccontare. Ma è proprio questo il nocciolo della questione e qui sta anche, credo, il significato del bel
titolo che è stato scelto per il romanzo.
La bella sensazione che rimane in noi, voltata l’ultima pagina, è dovuta anche al fatto di vedere che le
persone più fragili o le persone che finalmente hanno modo di scoprire la propria vulnerabilità si ritrovano
fortificati dalle proprie cadute.
Scopriamo anche che si può decidere di non uscire dalla “gabbia” in cui ci si trova a vivere, soprattutto
quando si è finalmente capito quali erano le vere sbarre che ci tenevano prigionieri. E questo ci piace e ci
rassicura, senza bisogno di credere nelle fiabe, perché la vita è bella così, senza troppo zucchero e con
qualche boccone amaro ogni tanto.

giovedì 1 maggio 2014

BUON PRIMO MAGGIO A TUTTI I LAVORATORI


"Il lavoro non mi piace - non piace a nessuno - ma mi piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà - per se stessi, non per gli altri - ciò che nessun altro potrà mai conoscere."   Joseph Conrad, Cuore di tenebra
 

Fabrizio De Andrè - Le Nuvole

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.