«Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza».
Sándor Márai, “La braci”
«L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla». Italo Calvino, “Il cavaliere inesistente”
lunedì 3 marzo 2014
Domande e risposte
domenica 2 marzo 2014
sabato 1 marzo 2014
Risveglio
Lo finisci, finalmente, e non ti sembra vero.
D’un tratto spariscono le nebbie che per settimane ti nascondevano il cielo, rendevano pesante l’aria e impregnavano le ossa , il corpo e l’ anima di un’umidità viscida e malsana.
Respiri.
Svuotato, leggero e ancora incredulo, vedi sorgere nuovamente il sole e ti rincuora la tua immutata capacità di rallegrartene.
Sono dei bei momenti. Sono le volte che assapori fino in fondo le cose che ti riempiono la vita: la tua famiglia, il tuo amore, i tuoi piccoli rifugi. E ti senti nuovamente in pace con il mondo.
domenica 23 febbraio 2014
Le braci
Un lungo, intenso soliloquio, con parole pronunciate quasi
sottovoce, in una notte davanti al fuoco del caminetto. Parole chiare, precise,
cristalline, che vanno dritte al bersaglio, che traggono potenza ed energia dalla
lunga attesa, che si sono incise nella mente e nel cuore di chi le pronuncia da
oltre quarant’anni. Quarantun anni e quarantatre giorni, per la precisione.
Un interlocutore che ha trascorso una vita ai Tropici e si
chiama Konrad (del resto, l’unico suo contributo alla conversazione è una suggestiva
descrizione del mal d’Oriente, descrizione che sembra tratta dal grande
romanziere polacco). E anche il nostro Konrad ha ascendenze polacche ed è
perfino lontano parente di Chopin. La musica, la sensibilità, la “diversità”,
la fedeltà ai principi o alle proprie passioni, il senso profondo dell’amicizia, l’odio, il tradimento, i diversi tipi di fuga, di silenzio e di
allontanamento dal mondo, che poi sono un modo diverso per celebrare la
passione che ha dato il senso alla nostra vita.
Sono questi gli ingredienti principali di un romanzo tutto
al maschile, un duello preparato meticolosamente, una caccia interrotta
quarantun anni prima e che riprende sotto altre forme, con lo stesso gusto per i
preparativi, lo stesso piacere sensuale nel dirigere l’arma verso la vittima,
arricchito e potenziato dalle riflessioni amare di una vita. Due sole figure femminili di rilievo. Una è
poco di più di un fantasma, totalmente funzionale alla storia e alla vivisezione
dell’anima dei due protagonisti. La seconda sembra una figura allo stesso tempo
concreta e magica, fragile e dotata di poteri paranormali: appare e scompare, e
segretamente sorveglia, dall’alto dei suoi novantun anni, che i due ragazzi quasi ottuagenari non si
strapazzino troppo. Perché ci vuole sempre, nella vita, una presenza saggia che controlli le nostre passioni e ci
chieda se ne vale davvero la pena, che ci ricordi che quando il fuoco smetterà
di ardere ci troveremo infreddoliti e a
disagio, con tutte le medesime domande di senso di prima.
lunedì 17 febbraio 2014
I nostri ragazzi lasciati soli nella palude dei «Mi Piace» (Articolo di Susanna Tamaro sul Corriere della Sera)
Di Susanna Tamaro (Corriere della sera, 17 febbraio 2014)
Nadia,
14 anni: si è toltala vita lanciandosi da un hotel abbandonato a
Cittadella (Padova) dopo gli insulti ricevuti attraverso il social
network Ask.fm a cui era iscritta.
L’anno scorso, un’amica di mia nipote,
una ragazza bella, solare, con una famiglia unita alle spalle, ha preso
la pistola del padre e si è ammazzata, lasciando dietro di sé poche
parole. Giorni vuoti e senza significato. Sempre più spesso le cronache ci riportano atti di autodistruzione da parte di adolescenti, come se un’invisibile marea avesse trascinato con sé la loro energia vitale. Al di là della cronaca, che può essere falsata dall’obbligo del sensazionalismo, chiunque abbia a che fare con dei ragazzi, sa che la cifra fondamentale di molti di loro è la disperazione. Una disperazione ovattata, rassegnata, che conduce a una vita di autodistruttiva sregolatezza, quando non di apatia patologica.
Ragazzi che, da un giorno all’altro, decidono di abbandonare la scuola senza una vera ragione, rinchiudendosi nelle loro camere a vivere una vita puramente virtuale - sindrome già diffusa nel decennio scorso in Giappone - sono ormai una realtà diffusa, così come lo è il ricorso a un continuo stato di stordimento, vuoi per l’eccesso di alcol, vuoi per l’uso protratto di droghe. La sensazione che si prova, frequentandoli, è quella che cavalchino un’onda che li mantiene sempre sulla superficie della realtà. L’irrompere del mondo digitale, con la conseguente smaterializzazione dei sensi reali e il predominio del chiacchiericcio, lo sgretolarsi di quello che fino a trent’anni fa erano delle realtà educative - scuola, chiesa, famiglia - e l’imporsi di un mondo ormai drammaticamente femminilizzato - privo cioè di un qualsiasi principio di autorità, che li aiuti a portare lo sguardo al di là dell’orizzonte ovattato del sentimentalismo - rendono sempre più difficile immaginare una qualche forma di intervento.
Eppure, da qualche parte bisogna pure incominciare, perché lo strazio di queste adolescenze non più in grado di impiegare la magnifica energia della loro età non è più tollerabile. Innanzi tutto, dato che non siamo monadi senza porte e senza finestre, ma veniamo al mondo in un contesto sociale - del quale un giorno verremo chiamati a fare attivamente parte - chiediamoci cosa offre la nostra società a chi viene al mondo. Il primo ambiente sociale ad accogliere i bambini sono i giardinetti, che spesso sono sporchi, trasandati, ricoperti di scritte. Poi c’è la scuola. La maggior parte degli edifici scolastici sono in uno stato di assoluto degrado. E non si parla di lavagne elettroniche, ma semplicemente di pareti, di banchi e di gabinetti. E il degrado, purtroppo, non è soltanto quello degli ambienti, ma riguarda anche la didattica. Insegnanti sottopagati, sottoposti alla continua tirannia della precarietà, ridotti all’impotenza educativa per la continua ingerenza dei genitori, avviliti nel loro desiderio di essere parte fondamentale di un processo educativo necessario alla persona e alla società.
Una mia nipote ha lasciato il liceo italiano per trasferirsi all’estero dove frequenta una scuola tedesca. La prima cosa che mi ha detto è stata: «Zia, è incredibile. Qui ti rispettano. Ti spingono sempre a dare il meglio di te, così noi studenti facciamo a gara per essere migliori. Ma quando torno in Italia vedo che i miei ex compagni fanno invece a gara per essere i peggiori. Chi riesce a prendere il voto più basso viene portato in trionfo dai suoi amici».
Dunque, un passo per innestare un vero cambiamento sarebbe quello di smettere di considerare la scuola unicamente un luogo di contrattazioni elettorali e sindacali, ponendosi invece come primo obiettivo la ricostruzione di un tessuto sociale educativo basato sul rispetto intergenerazionale e sulla riqualificazione edilizia, restituendo autorevolezza agli insegnanti e limitando fortemente le continue e deleterie intrusioni delle famiglie nella scuola.
Incoraggiare tutti a fare il meglio è l’unica base su cui costruire una società civile, degna di questo nome. Giardinetti latrina e scuole conseguenti aiutano a produrre quello che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. Una società che sta scendendo sempre più i gradini dell’inciviltà, del cinismo, dell’ignoranza e dell’arroganza ottusa. Certo, ci sono i media che amplificano tutto, ci sono i tempi che cambiano vertiginosamente ma, sotto tutto questo, esiste sempre l’essere umano. E l’essere umano, nonostante i continui tentativi di manipolazione a cui assistiamo, possiede una sua natura specifica. Ed è proprio su questa natura che dobbiamo intervenire, se vogliamo cercare di cambiare davvero qualcosa.
«Ma lei davvero crede ancora nell’esistenza del bene e del male?» mi chiese un giornalista, una quindicina di anni fa. La domanda mi sconvolse, perché fino a quel momento avevo sempre considerato l’esistenza di questi due poli come un lapalissiano fondamento della realtà. Invece improvvisamente scoprivo che non era così, che quello che io credevo fondamento, non era altro che il residuo di una credenza arcaica. Nel mondo esaltato dai media, infatti, il bene e il male non hanno più alcun senso di esistere. Il «mi piace» e il «non mi piace» sono diventati il confine etico del mondo. Ma l’essere umano trova veramente la sua realizzazione nel «mi piace» o «non mi piace»? O si tratta piuttosto di una pietosa anestesia per impedire di alzare lo sguardo e correre il rischio di farsi domande più grandi?
Aver cancellato la linea di demarcazione tra il bene e il male, trasformando quest’imprescindibile scelta in qualcosa di voluttuosamente relativo, ha contribuito fortemente a trascinare le giovani generazioni in questo stato di desolante degrado, privo di orizzonti. L’essere umano, per diventare veramente tale, ha bisogno di sfide. E la prima sfida è quella di sapere cos’è il giusto e cos’è l’ingiusto, per poter poi scegliere da che parte schierarsi.
L’altro asse cartesiano di riferimento è quello del tempo. Senza la consapevolezza che il vivere, prima di ogni altra cosa, è confronto con il termine - cioè con l’oscurità che ci attende tutti - è impossibile costruire un reale cammino di crescita. Invecchiare vuol dire crescere in saggezza, e in questa crescita dovrebbe essere racchiuso il senso vero di ogni vita. Se il tempo è scandito soltanto dal soggiacere agli impulsi e dall’inseguire i consumi, non c’è alcuna speranza di poter aiutare i ragazzi a uscire dalla circolarità banalizzante che questa società ci impone.
Da che mondo è mondo, il senso della vita degli esseri umani è sempre stato compreso tra queste due coordinate. Il tempo che mi è concesso e la sfida di scegliere tra il bene e il male. Altrimenti si finisce per vagare nell’indistinto. E l’indistinto è qualcosa che genera angoscia profonda nelle persone. Per questo, per uscire dall’opacità tristemente distruttiva che li sta fagocitando, i nostri ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di offrire loro delle sfide in questo campo, sottraendoli alla palude del «mi piace». Hanno bisogno che si riprenda a parlare loro del bene e del male e della coscienza - che è il luogo in cui questo discernimento avviene; un bene e un male non relativi, ma assoluti, il cui primo universale comandamento è «Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso». Hanno bisogno soprattutto di uno Stato e di una politica che creda davvero nel loro futuro e si impegni, da subito, nelle cose più semplici, a partire dai giardinetti.
sabato 15 febbraio 2014
La smisurata ambizione
Le cronache politiche degli utlimi giorni (da "Stai sereno" a "Usciamo dalla palude") mi hanno fatto tornare in mente questo libricino, piccola summa di cinismo e dell'arte del dissimulare, che probabilmente è stato compulsato da questi condottieri che non fanno mistero della loro "smisurata ambizione". A tanti paiono subito simpatici per la grinta, la battuta pronta, l'agilità con cui cambiano opinione, amici e obiettivi. Io invece istintivamente ne diffido e credo che l'unico metro di misura per giudicarli sia quello dei fatti, dei risultati. Visto che hanno questa "smisurata ambizione", che ci facciano vedere quanto sono capaci di fare cose smisuratamente grandi. Altrimenti dimostreranno di essere l'ennesimo grande bluff.
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