lunedì 16 febbraio 2015

Spingendo la notte più in là



Letto finalmente il bel libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là uscito sette anni fa.

Lui nel frattempo ne ha scritti altri due: La fortuna non esiste (2009) e  Cosa tiene accese le stelle (2011). Non ho dubbi che siano altrettanto belli, di quei libri che ogni tanto fa bene leggere.

Questo in particolare è un libro che, mescolando cronaca e storie famigliari, a partire dalla propria, ci parla di chi ha pagato il prezzo più alto degli “anni di piombo”. Le pagine ripercorrono in fretta quel periodo, soffermandosi con delicatezza sulle vittime, sul dolore lasciato, sugli orfani e sulle vedove, senza indugiare più del dovuto, giusto il tempo di stabilire un contatto umano, una vicinanza, un’intima solidarietà.

Parlare delle vittime e delle loro famiglie, occuparsi di loro, ricordarle è una scoperta relativamente recente. Per lunghi anni il centro della scena è stato occupato dai rei, dai colpevoli o presunti tali, dagli assassini, verso cui si scaricano le nostre reazioni emotive più forti e che si prestano maggiormente ad analisi socio-psicologiche più o meno valide e a strumentalizzazioni politiche, ideologiche,  mediatiche. Nei confronti delle vittime ha invece prevalso spesso l’imbarazzo, il disagio rivestito pudicamente di rispetto,  e infine l’oblio.

Ma un po’ alla volta sono sorte iniziative, si sono costituite associazioni, si sono scritti libri e dunque adesso si può dire che, dopo essersi a lungo occupati di Caino, da qualche tempo ci si sta interessando anche di Abele, pur in proporzioni ancora molto diverse.

Mentre su Caino siamo sempre pronti a radicalizzare le nostre idee, a dividerci e scontrarci, a dare giudizi netti quanto spesso frettolosi e superficiali, su Abele invece esitiamo, siamo più turbati, non troviamo le parole, i gesti, gli sguardi.

Spingendo la notte più in là parla anche di pacificazione, però autentica e non di facciata come quasi sempre avviene. Più condizionati dalla sociologia e dalla politica che guidati da attenzione alle relazioni  umane, spesso tendiamo a equiparare la “pacificazione” ad un colpo di spugna sui reati, ad un indebolimento del confine tra la ragione e il torto e al pieno reinserimento sociale dei colpevoli, termine che qualche volta si vorrebbe persino sostituire con il semplice “sconfitti”. 

Incredibilmente troppo spesso ci si dimentica che una pacificazione autentica imporrebbe di chinarsi prima di ogni altra cosa verso le vittime, evitare che si riaprano ferite che faticano a rimarginarsi, occuparsi prima dei loro sentimenti e poi dei “diritti” del reo.

Come non esiste pena possibile o risarcimento possibile per la soppressione di una vita umana (le leggi stabiliscono dei limiti convenzionali dettati dal grado di civiltà e cultura giuridica raggiunto) così una vera riconciliazione non può avvenire per semplice procedura burocratica. I provvedimenti più o meno liberali che possono essere adottati dallo Stato sono una cosa ben diversa dal superamento delle barriere per proprio moto dell’animo. E le barriere possono essere superate, sembra suggerire il libro di Calabresi, ristabilendo innanzi tutto la verità senza opacizzarla, riconoscendo il male provocato senza cercare giustificazioni, trovando il coraggio di piangere lo stesso pianto della vittima, su un’unica sponda, non due pianti diversi su sponde diverse.

E’ giusto che uno Stato liberale e un sistema giuridico non vendicativo aiutino i rei a voltare pagina. Ma per parlare di ritorno alla normalità e di riconciliazione occorre che la pagina riescano a voltarla anche le vittime. Leggendo il bel libro di Calabresi ci si rende conto che mentre i primi sono accompagnati nel loro percorso da una folla fin troppo numerosa di supporter e di curiosi, le vittime sono lasciate spesso sole e devono trovare da sé l’energia, la voglia e il coraggio di guardare avanti.

Nessun commento: