martedì 6 settembre 2016

Numeri e parole, la difficile coesistenza





Nel mondo del lavoro circola spesso la battuta sugli avvocati che, trovandosi di fronte a qualsiasi numero, fosse anche un numero di pagina, si fermano e chiedono istruzioni sul da farsi. Viceversa, i colleghi impegnati in attività creative o di comunicazione faticano a intendersi con gli amministrativi e i tecnici che “ragionano solo a numeri”. Ma c’è davvero così incompatibilità tra parole e numeri? 

Proviamo a vedere le esperienze di scrittori celebri che, per caso, vocazione o necessità hanno svolto anche attività in cui i numeri sono importanti.

Raymond Chandler (1888-1959) l’inventore del detective Philip Marlowe, lavorò come contabile e poi come direttore per alcune compagnie petrolifere.  “Odiavo gli affari, ma nonostante ciò alla fine divenni funzionario e direttore di una mezza dozzina di società petrolifere indipendenti” (Parola di Chandler, 2011, la biografia attraverso le lettere e altri scritti) . Fu licenziato per ubriachezza nel 1932, a 44 anni.

Al contrario, la giallista argentina Claudia Piñeiro (n. 1960) dopo essersi laureata in Economia e Commercio ha fatto per dieci anni la contabile e la commercialista e non pare così traumatizzata da questa esperienza.

 Nathaniel Hawthorne ( 1804-1864) fu, come Geoffrey Chaucer (1343-1400), funzionario di dogana. Esperienza breve ma intensa, tanto che Hawthorne sentì il bisogno di raccontarla diffusamente nel capitolo introduttivo della Lettera Scarlatta. Giusto per dare un’idea: “Cercavo di calcolare quanto a lungo sarei potuto rimanere nella Dogana, con la possibilità di uscirne ancora un uomo”.  Infatti Hawthorne considerò una fortuna il suo licenziamento in seguito al cambio di amministrazione, perché così tornò a fare il letterato.

Anche Herman Melville (1819-1891) amico di Hawthorne  tanto da dedicargli Moby Dick, ricoprì l’incarico di ispettore delle Dogane,  ma seguendo una parabola più malinconica dell’autore della Lettera scarlatta: dopo l’insuccesso seguito alla pubblicazione di Moby Dick e di Bartleby  lo scrivano, rimase a svolgere questo lavoro per un ventennio, fino a pochi anni dalla morte.

Diverso il caso di Giuseppe Pontiggia (1934-2003) che alla sua esperienza lavorativa da bancario dedicò il suo primo libro, dall’eloquente titolo: La morte in banca. Sopravvisse andandosene presto.

Invece Italo Svevo (1861-1928) attese per vent’anni, senza particolare entusiasmo, al suo impiego alla Banca Union. Raccontò questa sua esperienza, addolcita dalle due ore trascorse ogni sera nella biblioteca civica, nel romanzo Una Vita.

Altro bancario celebre fu Thomas Eliot (1888-1965), mentre il poeta americano Wallace Stevens  (1879-1955) fece il dirigente assicurativo con buona soddisfazione, tanto da affermare: “i soldi sono una specie di poesia”. Soddisfazione che, come sappiamo, non era molto condivisa da un altro celebre impiegato assicurativo: Franz Kafka (1883-1924); eppure  non si fatica a credere che il tormentato e geniale scrittore praghese svolgesse il suo incarico con scrupolo e dedizione, come sostiene chi ha esaminato le sue perizie e relazioni.

Thomas Mann (1855-1975), fu invece impiegato assicurativo per un anno soltanto, ma l’esperienza famigliare e le vicende della ditta paterna gli ispirarono a soli venticinque anni un grandissimo capolavoro dove molto spazio viene dato al conflitto tra senso del  dovere e indole contemplativa.

Guy de Maupassant (1850-1893) fu un impiegato ministeriale, certamente non troppo zelante e pure raccomandato; in compenso John Milton( 1608-1674)  si impegnò con passione nell’amministrazione dello Stato. E anche il poeta Edmund Spenser  (1522-1599), suo connazionale, fu un abile funzionario governativo in un ambiente pieno di insidie come la corte della regine Elisabetta.

Cambiamo genere di numeri: dopo i contabili, i bancari, gli assicuratori e i funzionari pubblici passiamo agli ingegneri, ai fisici, ai ricercatori.

Marco Malvaldi (n.1974) prima di scrivere gialli è stato ricercatore in chimica industriale. Non rinnega la sua vecchia professione, anzi quando può la sfoggia.

Paolo Giordano (n.1982) è laureato in fisica e il suo omaggio ai numeri lo ha voluto inserire nel suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi. E i numeri ha continuato a studiarli per un po'; dileguandosi, per sua stessa ammissione, al momento di iniziare a lavorare davvero.

Luciano De Crescenzo (n.1928) prima del successo come scrittore, uomo di spettacolo  e divulgatore di filosofia è stato a lungo ingegnere alla IBM.

Anche un innovatore del linguaggio come Carlo Emilio Gadda (1893-1973) esercitò a lungo la professione di ingegnere in Italia e all’estero. Mentre Salvatore Quasimodo (1901-1968) fu per dodici anni geometra al genio civile a Reggio Calabria, Firenze, Imperia e Milano.

Ingegnere del genio militare fu infine Fëdor Dostoevskij (1821-1881) ma per nostra fortuna si dimise dall’esercito molto in fretta.

Anche Robert Musil (1880-1942) fu ingegnere e professore universitario, però fu anche tante altre cose;  questo non gli impedì di scrivere, nell’Uomo senza qualità: ”Erano invasati dalla paura di non aver tempo per tutto, e non sapevano che aver tempo significa precisamente non aver tempo per tutto”.

Insomma, tirando le somme sembra che effettivamente la coesistenza tra numeri e parole, tra economia, tecnica e letteratura non riscuota generalmente grandi entusiasmi.  Chi può, abbandona la dura e grigia realtà dei numeri per fuggire verso il colorato e affascinante mondo dell’alfabeto.

Soltanto Adriano Olivetti riuscì a portare in fabbrica non solo libri e biblioteche, ma anche scrittori, poeti e intellettuali.

Nel lavoro,  diceva Italo Calvino, in qualunque tipo di lavoro, ciò che conta è il metodo, l’impegno costante, ripetitivo, artigiano. Su questa robusta e solida tavolozza, costruita con fatica e tenacia, puoi alla fine incollare le ali di farfalla, il guizzo della fantasia. Ma se manca la base, se ci sono soltanto le ali di farfalla, non avrai realizzato altro che una marmellata fragile, effimera e inconsistente.

Si capisce però che, potendo scegliere, questa tavolozza ognuno  voglia costruirsela nel campo che più gli aggrada. Preferibilmente lontano dagli uffici e dal lavoro organizzato dagli altri.

2 commenti:

Marina Zanotta ha detto...

Non conoscevo quella battuta sugli avvocati, eh sì che ne circolano molte ... su noi poveri avvocati ;)
Personalmente con i numeri vado d'accordo, ma nonostante ciò emigro appena posso verso il colorato :)
La letteratura e l'arte rimangono le mie corde preferite.
Marina

Pierpaolo Valfrè ha detto...

E molto colorata è anche la tua pagina... complimenti!
In quanto alle battute sulla tua "categoria", si sa che si prendono di mira generalmente i potenti... :D