martedì 2 agosto 2016

Lettera di Cicerone alla moglie Terenzia, 5 ottobre 58 a.C.

Competizione, potere e vendette trasversali. Uso disinvolto della giustizia. Famiglie che pagano le scelte scomode di chi si trova (momentaneamente o definitivamente) dalla parte perdente della storia.
Queste sono alcune delle suggestioni che mi suscita questa lettera di Cicerone, mentre cerco di coglierne i collegamenti con la  contemporaneità.
Antefatto e contesto: anni 66-63 a.C. Catilina, con l’appoggio di Crasso ed approfittando della lontananza di Pompeo, tenta più volte la scalata al potere, blandendo, cospirando e minacciando. Fiaccata dalla guerra tra Mario e Silla, la repubblica sta attraversando i suoi ultimi convulsi decenni, tra rivolte degli schiavi, ribellioni nelle province, scorrerie dei pirati e crescente malcontento popolare. Ogni abile comandante militare, capace di fidelizzare le truppe e di sviluppare proprie clientele è contemporaneamente una necessità e una minaccia per un impaurito Senato, che ormai ripone le proprie speranze di sopravvivenza e indipendenza soprattutto nella moltiplicazione dei condottieri e nella competizione che ne scaturisce,  cercando di procrastinare il più possibile il momento in cui ne prevarrà uno solo. Cicerone, appartenente ad un’agiata famiglia di possidenti, ha circa quarant’anni e soprattutto ha l’energia, l’ambizione, l’abilità e la credibilità dell’uomo d’ordine, capace di far “prevalere la toga sulla spada”, e allo stesso tempo può presentarsi come homo novus, in grado di innervare un’oligarchia  ormai asfittica e ripiegata su se stessa. L’aristocrazia nobiliare lo apprezza per il suo valore, però lo  considera, spocchiosamente, un corpo estraneo.  Con un celebre discorso passato alla storia e nei manuali di latino degli studenti di tutte le generazioni, Cicerone denuncia in Senato il tentativo di colpo di Stato di Catilina e ottiene che cinque congiurati siano condannati a morte seduta stante, con una  forzatura giuridica fatta immancabilmente rilevare da Giulio Cesare. 

Cicerone fu davvero mosso esclusivamente dall’urgenza di salvare la repubblica? Oppure colse la sua grande e irripetibile occasione ed esagerò il pericolo, a costo di sacrificare vite umane senza un giusto processo, pur di ritagliarsi il ruolo di salvatore della patria? E’ questa la sua hybris, che fatalmente gli toccherà espiare?

La ruota gira, i problemi rimangono irrisolti, i tre maggiori contendenti (Pompeo, Cesare e Crasso) si studiano, nessuno se la sente di tentare l’affondo decisivo, anzi tatticamente danno vita ad un’innaturale alleanza (un mostro a tre teste secondo la definizione dello stesso Cicerone).
Tra i beneficiati dal nuovo sistema di potere, un po’ diverso da quello per cui aveva lavorato un cultore della legalità come Cicerone, vi è anche Clodio, il fratello minore della Lesbia cantata da Catullo.
Costui aveva già creato scandalo e sacrilegio introducendosi nella casa di Giulio Cesare travestito da donna durante i misteri della Bona Dea, il cui accesso era vietato agli uomini. Il solito Cicerone era stato il suo accusatore, ma Crasso lo aveva fatto assolvere, comprando alcune testimonianze. Cesare stesso, nonostante Clodio con quella bravata intendesse insidiarne la moglie, ripudiò Pompea (perché “la moglie di Cesare deve essere sopra ogni sospetto”) ma non testimoniò contro di lui.
Dunque Clodio approfitta della nuova situazione per vendicarsi di Cicerone e ottiene una legge contra personam, nel caso specifico una legge che commina l’esilio a chi abbia fatto condannare a morte cittadini romani senza consentire l’appello al popolo (ogni riferimento alla congiura di Catilina di pochi anni prima ovviamente non è casuale).


L’esilio di Cicerone dura un anno e mezzo, dalla primavera del 58 all’estate del 57, quando viene interrotto anche per intercessione di Pompeo.  Nel frattempo i suoi beni  sono stati confiscati o distrutti e nel momento in cui Cicerone scrive da Tessalonica questa lettera alla moglie Terenzia, si trova davvero in preda alla disperazione.
"Non credere che io scriva a nessuno lettere più lunghe, a meno che qualcuno non mi abbia scritto parecchio: allora penso che sia conveniente  rispondergli; e infatti, non ho cose da scrivere e in questo periodo non faccio nulla con maggiore difficoltà. A te, poi, e alla nostra figliola non posso scrivere senza che mi sgorghino le lacrime dagli occhi.
   Vi vedo in preda alla disperazione, voi che avrei voluto sempre al colmo della felicità: e questo avrei dovuto garantirvi, e se non fossi stato tanto debole ve lo avrei garantito. Ho un affetto grandissimo per il nostro Pisone, che se lo merita ampiamente. Gli ho scritto, come ho potuto, per fargli coraggio e per ringraziarlo nel modo dovuto. Capisco che riponi delle speranze nei nuovi tribuni della plebe. Può essere una sicurezza, purché Pompeo dia il suo benestare; ma tuttavia ho paura di Crasso. Vedo che ti comporti in ogni circostanza nel modo più coraggioso e amorevole, e non mi sorprende; ma sono desolato che le mie sventure trovino sollievo a prezzo di sofferenze tue così grandi: me lo ha scritto Publio Valerio, uomo di una cortesia squisita – e non ho potuto leggere le sue righe senza scoppiare a piangere - , in che maniera tu sia stata trascinata dal tempio di Vesta agli uffici del tribunale. Vita mia, mia sola nostalgia, a cui tutti solevano rivolgersi per avere un aiuto! E ora, Terenzia mia, saperti così tormentata, così afflitta nel pianto e nella umiliazione, e che questo avviene per colpa mia, che ho salvato gli altri per trascinare noi stessi alla rovina. Quanto a quello che scrivi della casa, cioè dell’area della casa, se solo essa mi sarà restituita solo allora io mi crederò reintegrato nei miei diritti. Ma queste cose non dipendono da noi. Soffro che per affrontare tutte le spese che ci sono da fare tu ti riduca in ristrettezze crudeli. Se  questa faccenda si conclude, otterremo tutto; se il destino continuerà a infierire su di noi, dovrai tu addirittura miseramente disperdere gli avanzi della tua agiatezza? Ti scongiuro, vita mia; riguardo alle necessità impellenti lascia che ti diano una mano quelli che possono (solo che lo vogliano!) e se mi ami non logorare la tua salute così fragile. Giorno e notte mi stai davanti agli occhi; vedo anche che a te fa capo ogni cosa. Perciò abbi rispetto per la tua salute, se vuoi che otteniamo quello che speri e per cui ti adoperi. Non so a chi debba rivolgermi se non a quelli che scrivono a me o a quelli di cui voi scrivete a me qualcosa. Non andrò più lontano, se è questo che desiderate; ma vorrei vostre lettere il più spesso possibile, specie se c’è qualche cosa di più solido su cui fondare le nostre speranze. Addio, nostalgia del mio cuore, addio."

Marco Tullio Cicerone, Lettere - traduzione di Riccardo Scarcia, BUR 1981. Ripreso in “Cara amata immortale”, Le più grandi lettere d’amore di tutti i tempi – a cura di Roberta Serra, Bompiani 1998 

2 commenti:

Estratti di ortica ha detto...

Davvero molto interessante, e non soltanto questo post! Mi permetto di aggiungere il link al tuo blog nel mio blog (in basso a destra, nella sezione "Letture"), spero non ti dispiaccia!

Un saluto

Pierpaolo Valfrè ha detto...

Grazie mille, ti seguirò con piacere e interesse; anch'io ti aggiungo al mio blogroll