sabato 11 aprile 2015

Tolstoj, La morte di Ivan Il'ič



Il giudice istruttore Ivan Il'ič Golovin aveva tutte le caratteristiche dell’uomo di successo, brillante, vincente, di quelli che scivolano con disinvolta leggerezza lungo il corso vita, azzeccando tutte le mosse, senza mai affliggersi con falsi problemi e apparentemente senza mai incontrare seri ostacoli o accadimenti in grado di far perdere loro quella forza sobria e tranquilla che li caratterizza e che li rende così influenti, rispettati, temuti, invidiati.

Ci sa fare fin da giovane Ivan Il’ič , compagnone con gli amici, attento alle relazioni con i superiori, gentile e cortese con i subalterni,capace di commettere azioni che “gli avevano fatto provare ribrezzo di sé mentre le commetteva”, senza tuttavia provarne vergogna o rimorso troppo a lungo. Insomma un uomo fatto per il potere e il successo nella vita, nel lavoro, nella società. Persino con le carte, la sua spensieratezza, la sua finezza di ingegno e la capacità di controllare le emozioni lo portavano  ad essere un vincente naturale.

E le passioni, i sentimenti di Ivan Il’ič   erano moderati e temperati come si conviene all’uomo votato al prestigio sociale e al massimo decoro. (“Decoro” è la parola forse più ripetuta nella prima parte del racconto, con una sottolineatura via via più maliziosa e polemica). Ivan Il’ič  non esita ad abbandonare gli amici appena si apre una buona opportunità di carriera e a sposarsi non per amore, non  per convenienza, ma  perché tutto sommato era arrivato il momento giusto, la fanciulla era piacente e innamorata e il partito non era così male: insomma, con leggerezza, come con tutte le altre mosse, e con la convinzione che anch’essa sarebbe stata la scelta giusta.

Ma quella vita nella quale Ivan Il’ič  scivolava così leggero e spensierato, poco alla volta gli costruì intorno alcune trappole mortali. La prima trappola che riuscì ad insidiareil “decoro” della sua vita fu il matrimonio. Scenate, crisi di gelosia, insulti: la materialità, la volgarità, la concretezza della vita iniziava a farsi varco e a incidersi per la prima volta nella sua carne.  Ivan Il’ič   trovò rapidamente la via per recuperare, se non la serenità, almeno un’allegra piacevolezza di vivere, tuffandosi nel lavoro e prendendo quel po’ di buono che gli offriva la vita domestica, scartando ed aggirando abilmente problemi, crisi e borbottamenti.

La seconda trappola gli fu preparata dal rango sociale conquistato senza grande fatica, per semplice inclinazione e talento naturale: rango che imponeva un tenore di vita dispendioso, difficile da mantenere a lungo senza progredire ulteriormente nella carriera, nei guadagni, nel potere. Imparò così che la scalata verso il successo non ha mai una fine, non ci si può mai sentire appagati, mai sazi, mai distratti.

La terza trappola fatale Ivan Il’ič  la trovò sul posto di lavoro, dove falsi amici, colleghi e rivali lo “fregarono” sottraendogli un posto a cui egli aveva diritto. Episodio che per la prima volta gi fece conoscere il sapore dell’ingiustizia, della sconfitta, del tradimento.

Furono questi i colpi mortali che atterrarono Ivan Il’ič , portandolo all’epilogo svelato fin dal titolo del racconto? Assolutamente no. Un vincente che si rispetti deve essere anche fortunato e infatti un inaspettato colpo di fortuna capovolge la situazione e riporta il nostro eroe sugli allori.

Fu proprio in questo momento di esaltazione più violenta ed autentica, quella del riscatto dopo la sconfitta, quella che ti illude di essere invincibile e immortale, che la vita riservò a Ivan Il’ič  la sua vera trappola mortale, la sua inspiegabile, perfida e indecente carognata.

All’apogeo del suo successo, caduto e istantaneamente risollevato (metaforicamente e letteralmente, come scoprirà il lettore) Ivan Il’ič  iniziò la sue veloce corsa verso la malattia, il disfacimento fisico, la morte. Con uno spietato realismo che a tratti ricorda Emile Zola, Tolstoj descrive l’agonia fisica e psicologica di un ex vincente, l’uomo che sembrava avere tutto e che si accorge di non avere mai avuto niente, l’uomo che non doveva morire mai e che si accorge di non avere mai autenticamente vissuto.

Tutta la seconda parte del racconto (una settantina di pagine in totale) è la descrizione minuziosa della caducità e della consapevolezza del primo vero percorso di conoscenza compiuto da Ivan Il’ič , che per la prima volta si lascia sopraffare dalle emozioni negative, dalla rabbia, dalla delusione, dallo sconforto, dalla paura e tuttavia scopre la vacuità delle apparenze, la fitta trama di ipocrisie e di inganni di cui è intessuta la vita sociale, la rapacità dell’animo umano, e infine, cosa inaudita prima della malattia, la debolezza, la solitudine, la necessità di tutti gli esseri umani di essere veramente amati, capiti, aiutati, coccolati.

Tra tutte le persone che circondano l’Ivan Il’ič  malato e poi morente ce n’è solo una in grado di vedere senza fingere, di capire, di donargli gesti di autentico e concreto conforto: è il servo Gerasim, addetto alle mansioni più umili e più ripugnanti. Familiari, amici, dottori, colleghi, parenti lo vedono soltanto come un “problema”, un fastidio di fronte al quale recitare una commedia che proseguirà anche dopo la sua morte.

Mentre tutta la prima parte del racconto, quella dell’ascesa e della leggerezza è costantemente dominata dall’ideale del “decoro”, la seconda parte è intensa, brutale, quasi oscena nel vivisezionare le emozioni e dominata dall’incredulità e da una domanda a cui si è certi di non poter dare una risposta: perché? Perché succede questo? Che senso ha la vita, perché si muore, che significato ha il dolore?

Io sono la mia morte, quando finisce la vita, finisce la morte. L’unico istante di vera vita di Ivan Il’ič  è l’istante in cui incontra la morte?

Tolstoj pubblicò questo racconto nel 1886, ma ci stava già lavorando da tre anni, quelli che coincisero con lo strappo con la società, la famiglia, le convenzioni sociali.  Studia sistematicamente i Vangeli, si avvicina alle dottrine che predicano la comunione dei beni, il rifiuto dell’autorità politica e religiosa, la non violenza. Si rifiuta di vestire all’occidentale, frequenta le persone più umili,visita i luoghi più disagiati,  vede che il suo prestigio di intellettuale può essere utile alla propaganda di nuovi ideali di vita, di solidarietà con i più poveri, di cessione delle terre a chi le lavora.

La morte di Ivan Il’ič  è dunque opera scritta in un periodo che si può definire di impegno “militante” per Tolstoj, un periodo in cui l’intento artistico era subordinato ai suoi ideali di vita. La tensione morale che  era già largamente presente nei grandi romanzi come Guerra e Pace e Anna Karenina, prende decisamente il sopravvento sulla creazione artistica. E dove c’era ancora un po’ di indulgenza e comprensione (anche per i generali inetti che si pavoneggiano e mandano a morire le truppe, anche per il nemico Napoleone Bonaparte, anche per la sventurata Anna Karenina) rimane solo la denuncia impietosa, la disperata ricerca di senso, la spiritualità spogliata di qualsiasi orpello mondano.

Indubbiamente un capolavoro, ma personalmente preferisco il Tolstoj dei decenni precedenti, quello che non giudicava ancora così severamente il mondo, quello dei grandi affreschi storici e sociali, quello in cui l’artista prevaleva sul vate austero e adamantino.

Non me ne vogliano i dotti e gli integerrimi.

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