giovedì 9 ottobre 2014

Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street


Herman Melville pubblicò il racconto “ Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street” nel 1853, nel periodo più nero della propria parabola di scrittore. Moby Dick, uscito due anni prima, fu stroncato dalla critica, che lo definì incomprensibile, assurdo e pieno di “metafisica tedesca”. Ancora peggio andò con il romanzo “Pierre o delle ambiguità”.
E’ vero che Melville, quasi presagendo il suo insuccesso, durante la stesura di Moby Dick aveva teorizzato che “chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova di grandezza”. Questa profezia non gli portò fortuna: di lì a pochi anni, Melville abbandonò completamente la narrativa, si arrabattò come poté per mantenere la famiglia e sfogò la sua vena artistica e contemplativa nella poesia, nei viaggi e nell’arte.
La trama di Bartleby lo scrivano è presto detta. In uno studio legale di Wall Street viene assunto un nuovo copista, di nome Bartleby. A differenza degli altri dipendenti dello studio, la cui produttività è piuttosto carente (per motivi diversi riescono ad essere lucidi ed efficienti soltanto mezza giornata) Bartleby si afferma subito come esempio di diligenza, decoro e discrezione. Tutt’altro che un indolente o un incapace, o un impostore. Ma entro pochi giorni succede un fatto inspiegabile, il primo di una serie di episodi che passo dopo passo fanno sprofondare la vicenda in un’enigmatica tragedia. E su quell’enigma per oltre un secolo si sono esercitate intere schiere di critici, di eruditi e di accademici a caccia di punteggi.
Succede che Bartleby, a sorpresa e inspiegabilmente, oppone una lunga serie di rifiuti tanto cortesi, quanto fermi, immotivati e irragionevoli a richieste che invece appaiono del tutto ragionevoli e sacrosante, e alla fine persino generose e caritatevoli. Bartleby, educatamente e cortesemente, non arretra, non cede e non accetta compromessi fino ad arrivare all’autodistruzione finale. In tanti hanno provato, ma nessuno è mai stato in grado di spiegare in modo risolutivo e definitivo la sua condotta. Melville ha giocato con il chiaroscuro, quasi volesse beffarsi dei critici che tante delusioni gli avevano procurato.
La scrittrice e filosofa Edith de la Héronnière, nel suo saggio “Ma il mare dice no”, colloca il grigio e insignificante Bartleby tra i personaggi letterari che le sono più cari, accanto ad Antigone, Cyrano, Oblomov, Cosimo di Rondò (il barone rampante) e altri, tutti accomunati da una rara capacità di dire di no.
L’esperienza quotidiana insegna che dire di no è infinitamente meno comodo, più rischioso e meno vantaggioso che dire di sì. Significa spesso opporsi a una lusinga, una promessa, un invito, un ordine, una minaccia, un’appartenenza. Significa escludersi, chiudere una porta, precludersi opportunità. Ancor più, con l’odierna demagogica manipolazione del “pensiero positivo”, chi dice no è automaticamente incluso nella categoria dei conservatori, dei menagramo, del vecchiume da rottamare, dei “gufi” (semplificazioni necessarie per chi ritiene di avere un grande progetto in testa e lo vuole realizzare; c’è solo da augurarsi che sia il progetto giusto).
Proviamo a ricordare le nostre esperienze personali. Ogni volta che abbiamo ricevuto un rifiuto, la nostra prima reazione è stata di trovarlo, in un modo o nell’altro e secondo le giuste proporzioni della specifica situazione, irragionevole (perché non ha accolto le NOSTRE ragioni) o irritante (perché ci ha dato una piccola, o grande, o grandissima delusione) oppure sconfortante (perché ha indebolito la nostra sicurezza sulla nostre capacità di persuasione o sulla nostra capacità tout court). Il no, anche se espresso nel modo più garbato, ci dispiace, è fastidioso e ci disturba. Qualche volta ci spaventa e ci impaurisce (e quando c’è paura, molto spesso c’è anche violenza, o prepotenza, o denigrazione).
Sentite la de la Héronnière: “No è una parola brutale. Non ha la rotondità del sì. Il suo colore, se mai dovessimo dargliene uno, sarebbe il nero, oppure il bianco della morte. Possiede connotazioni, per così dire, negative, ostili e redibitorie. Le immagini alle quali di solito si accompagna non hanno niente di simpatico: un muro, una porta sbattuta sul naso di chi resta fuori, un volto che si nega a chi lo guarda, una mano che afferra il braccio del bambino impedendogli di correre, di fare rumore, di ridere. Il no è la barriera, il rosso cartello segnaletico sbarrato di bianco esposto sulle strade, sulle porte, nei cuori. E’ una parola che ci riporta all’infanzia, ai suoi divieti, al lato oscuro dell’apprendimento che poi la vita si incarica di cancellare. Errore, impasse, senso vietato: parola di melassa e di catrame da cui la luce sembra ritrarsi. A chi di noi piace sentirsela dire?”
Chi dice no ci appare, sempre con la dovuta proporzione alla posta in gioco, una persona poco ragionevole, fondamentalmente ottusa, rigida, o almeno un tantino fredda, scostante, antipatica, poco interessata a noi.
Potremmo forse azzardare che il no pronunciato da una posizione di forza (ad esempio un superiore di grado) può far leva sulle emozioni negative che suscita in chi lo riceve ed essere persino usato come sadica dimostrazione di potere.
Il no pronunciato da posizioni di debolezza (ad esempio un sottoposto, come era Bartleby) corre invece il rischio di restare prigioniero dell’aura eroica che lo circonda e di arenarsi in un’intransigenza tanto sterile quanto masochistica o suicida.
In effetti, tra le numerosissime interpretazioni che furono date al racconto di Melville, ce ne furono alcune che lo leggevano come ribellione contro il pragmatismo utilitaristico e contro l’affannoso attivismo in voga a Wall Street. Altre al contrario vi individuavano il monito contro l’insostenibilità e lo sbocco suicida a cui avrebbero portato le tesi di Thoreau sulla resistenza passiva. (Henry Thoreau, autore di Walden- una vita tra i boschi, proprio in quegli anni aveva pubblicato il suo saggio “Disobbedienza Civile”).
E’ comunque indiscutibile che Bartleby lo scrivano, con la sua trama scarna e i suoi scialbi personaggi (ad iniziare dal protagonista, che paradossalmente rimane più in ombra degli altri) è una magnifica dimostrazione di come quelle due semplici lettere, unite a formare un’apparentemente innocua paroletta, siano in grado di scatenare una ridda di conseguenze imprevedibili ed incontrollabili.
Soprattutto perché cortese, ma ferma e irragionevole, quella frase “I would prefer not to” (che Gianni Celati traduce con: “avrei preferenza di no”) ci pone davanti all’abisso. E adesso? Ci chiediamo ancora increduli. Come giustamente osserva la de la Héronnière: “Il no di Bartleby pone chi lo circonda di fronte a se stesso. Con la sua inazione rivela l’inanità , ossia la stupidità di ogni azione. Con il suo silenzio dimostra l’inutilità di ogni parola. Con il suo rifiuto di lavorare getta una luce assurda sulla laboriosa agitazione dei suoi simili. La cosa più interessante, nel suo caso, sono le reazioni che suscita e che, a ben guardare, coprono l’intero arco dei sentimenti umani: dall’esasperazione alla voglia di uccidere, dal senso di colpa alla tenerezza, dal rimorso alla più profonda compassione. Come tutti i portatori di assoluto, questo piccolo uomo è uno specchio che ci rimanda sia alla nostra estrema umanità, sia alla nostra animalità”.
Nonostante verso la fine del racconto si trovi un indizio, l’unica nota biografica sul passato di Bartleby, che potrebbe orientare una possibile spiegazione, si è propensi a pensare che si tratti di una falsa pista, o di una spiegazione molto parziale. Cito sempre da Il mare dice no: “Qualcosa ci dice che per decifrarne il significato non dobbiamo abbordarla dal lato sociale o psicologico. Con Bartleby si entra nel campo della metafisica e può anche darsi che non esista una vera e propria spiegazione umana per l’atteggiamento di questo eroe. Intuiamo che il suo silenzio è gravido di una protesta rivolta non contro gli uomini o gli dèi ma contro la vita stessa. Se ci sconvolge è proprio perché ci conduce verso uno spazio dove gli argomenti affettivi, psicologici, sociali e religiosi non hanno più corso, ossia verso una sorta di aldilà”.
La capacità di Bartleby di incuriosirci, di commuoverci, di farci pensare e di interessarci nonostante il suo mesto grigiore, e di chiederci alla fine: “dove sta il trucco?” richiama un altro caso di “perdente di successo” della letteratura americana: il più recente e meno problematico Stoner. Anche la vicenda umana di quest’ultimo, guarda caso, è molto segnata da un “no” pesante da lui pronunciato, pur se privo di qualsiasi alone di mistero, ma questa è un’altra storia…
Chiudo segnalando che l’edizione del racconto curata e tradotta da Gianni Celati contiene anche un saggio dello stesso Celati, un elenco ragionato delle varie interpretazioni nel corso del tempo e una selezione delle lettere scritte da Melville nel periodo intercorrente tra la pubblicazione di Moby Dick e la pubblicazione di Bartleby lo scrivano. Tra di esse, anche quelle all’amico Nathaniel Hawthorne, a cui Moby Dick è dedicato.

2 commenti:

violaerosa ha detto...

Bellissima analisi di un libro apparentemente semplice, ma segretamente complicato. Complimenti!

Pierpaolo Valfrè ha detto...

Grazie Violaerosa!