giovedì 28 agosto 2014

Stoner, di John Willliams



“Dal piccolo recinto spoglio e senz’alberi che conteneva suo padre, sua madre e qualche altro contadino, scrutò l’orizzonte in direzione della fattoria dov’era nato e dove i suoi avevano trascorso tutta la loro vita. Pensò al prezzo che avevano pagato, anno dopo anno, a quella terra che rimaneva com’era sempre stata, un po’ più arida, forse, e un po’ più parca di frutti. Nulla era cambiato. Le loro vite erano state consumate da quel triste lavoro, le loro volontà spezzate, le loro intelligenze spente. Adesso erano lì, in quella terra a cui avevano donato la vita e lentamente, anno dopo anno, la terra  se li sarebbe presi. Lentamente l’umidità e la putrefazione avrebbero infestato le bare di pino che raccoglievano i loro corpi, e lentamente avrebbero lambito la loro carne, consumando le ultime vestigia della loro sostanza. In ultimo sarebbero diventati una parte insignificante di quella terra ingrata a cui si erano consegnati tanto tempo addietro”.

Anche William Stoner, come suo padre e sua madre, era destinato in principio a diventare “una parte insignificante di quella terra ingrata”, ma poi il destino prese per lui una piega diversa, frequentò l’università, si appassionò agli studi, divenne ricercatore e, con la stessa muta dedizione con cui “a sei anni già mungeva le loro vacche ossute, dava da mangiare ai maiali nel porcile a poche iarde da casa e raccoglieva le minuscole uova delle vecchie galline nel pollaio”, con lo stesso tenace, servizievole e disciplinato impegno che a diciassette anni già gli aveva incurvato le spalle sotto il peso delle cose da fare, dedicò tutta la sua vita all’insegnamento e divenne una parte insignificante non della terra ingrata, ma di quell’università ingrata a cui si consegnò tanto tempo addietro.

Una vita apparentemente grigia, piatta, tanto da dubitare che fosse degna di essere vissuta e che nascondeva invece sotto la cenere della monotonia e dell’inettitudine una grande capacità di provare emozione e passione, pur non riuscendo mai a comunicarla, a trasmetterla, a lasciarla trasparire. L’emozione non ha voce, sembra proprio il caso di dire, fin dal momento in cui Stoner resta affascinato anche fisicamente dai muri dell’Università, ne percorre i corridoi, accarezza le copertine dei libri, ne inala l’odore di cuoio, resta annichilito e senza parole nel momento in cui è chiamato a commentare un sonetto di Shakespeare.

Una vita non facile, non felice, non fortunata, affrontata con la mite imperturbabilità del contadino che sa che a nulla serve lamentarsi del gelo, della grandine, della natura ostile e matrigna, ma si adatta al suo ambiente e trova il modo di conviverci, di amarlo persino, con un accanimento, un fatalismo e un’ostinazione che dall’esterno possono apparire ottusi e incomprensibili.

L’esterno, le apparenze, il mondo: non c’è persona meno interessata di William Stoner a cosa succede fuori e persino due guerre mondiali riescono soltanto a suscitargli un vago senso di malessere e di disagio per il terribile spreco di energie, di sangue, di gioventù, di speranze. Stoner, a cui la vita scivola addosso come su pietra liscia e compatta, da un lato ci affascina per la sua capacità di rimanere perennemente bambino, di conservare intatto il suo stupore, a sessant’anni come a venti, dall’altro ci fa arrabbiare perché lo vorremmo meno imbelle, se non per se stesso, almeno per le persone che ama.

In ogni caso, un’esperienza che non potrebbe essere più lontana dal nostro tempo dominato dagli affanni, dall’apparire, dall’esteriorità, da una competizione sempre sproporzionata rispetto alla posta in gioco. Tanto che alla fine ci domandiamo: ma non avrà ragione lui?

2 commenti:

Ginevra Amadio ha detto...

Ricordo di aver sentito parlare per la prima volta di questo libro da Massimo Ammaniti nella trasmissione "Pane Quotidiano". Interrogato su quale fosse il libro in grado di avergli cambiato la vita, tra i vari, Ammaniti citò proprio Stoner, da lui letto poco tempo addietro. Ebbene, mi colpì la frase finale che usò per lodare e descrivere l'opera di Williams: "La luce che entra in una vita grigia e anonima"... sono tanto curiosa di vedere quali saranno le mie sensazioni!

Pierpaolo Valfrè ha detto...

Io credo che Stoner ti piacerà. E' strano perchè si tratta della storia di un perdente, in un Paese che non ama i perdenti. Elido Fazi però è uno dei più grandi esperti italiani di letteratura inglese e americana e con questo romanzo ha avuto un ottimo fiuto. Io l'avevo in lista fin dalla sua uscita, un paio d'anni fa.
Williams è bravo e riesce a farci appassionare a un personaggio apparentemente grigio e anonimo.Non so in che modo questo romanzo possa aver cambiato la vita a qualcuno, ma sicuramente è un invito a non fidarsi delle apparenze e a pensare che sotto l'apparente calma del mare si agitano tumultuose tempeste...