domenica 31 agosto 2014

Resistere non serve a niente



Ho acquistato questo libro oltre un anno fa, subito dopo la sua vittoria al Premio Strega. Ad attrarmi non fu il premio in sé, ma il tema (la zona grigia tra criminalità e finanza) e alcuni giudizi più che positivi da parte di firme autorevoli (Massimo Gramellini: “l’autopsia a cuore aperto di un cadavere, il capitalismo finanziario degli ultimi decenni”; Goffredo Fofi: “un romanzo d’eccezione per la forza dei suoi confronti, la vivacità dei suoi squarci”).

Ho lasciato trascorrere un anno, non mi sono volutamente informato sull’autore, che non conoscevo, e un giorno di quest’estate mi sono deciso ad iniziare a leggere. Non so quale oscura forza o quale insana piega della mia personalità mi ha tenuto agganciato fino all’ultima pagina. Certamente hanno contato anche l’energia della scrittura (almeno questo devo riconoscerlo) e la mia tigna nel voler a tutti costi scoprire dove andava a parare questa “favola inversa”. Cercavo forse il guizzo finale capace di riabilitare fiumi di inchiostro tossico e inconcludente.

Purtroppo, in oltre trecento pagine non ho trovato nulla di interessante né di originale sul tema che il libro ha  la pretesa di analizzare e scandagliare. Ho trovato invece una visione del mondo cupa e funerea, elucubrazioni intellettualistiche noiosette e ripetitive inframmezzate a qualche sbirciatina al mondo del jet set televisivo, modaiolo e della finanza da fotoromanzo a sostegno del cinismo tipico di chi vuole distinguersi dalla massa delle persone normali, quelle “che fanno venire sonno solo a guardarle”, tecnicismi finanziari sparsi come il prezzemolo per ogni dove, propinati con l’entusiasmo ingenuo e la totale assenza di credibilità del neofita e, a dare più pepe al pastone, abbondanti cucchiaiate di misoginia e di pornografia che danno colore e nerbo a personaggi altrimenti vuoti ed inconsistenti. Dovendo esplorare una zona grigia, tutti gli uomini sono marci e amorali, va da sé, ma c’è un particolare e insistito accanimento verso le donne: non ce n’è una che non sia puttana, tutte si concedono, si vendono, si fanno sodomizzare con una velocità che probabilmente nemmeno nei filmetti pornografici è così fulminea, persino la madre del protagonista, persino la dodicenne figlia di un imprenditore con l’acqua alla gola, che viene venduta in modo criminale e infame dal padre, ma poi Siti infierisce anche su di lei facendola stare al gioco in cambio di una vittoria in una gara di roller, perché anche l’infanzia, dopo le donne, la famiglia e la normalità deve essere schifo e ribrezzo.

Tutto questo non mi convince, non è nient’altro che una lugubre favola che vorrebbe farci credere che il male del mondo trae origine da un pugno di malvagi corruttori e da una moltitudine di corrotti o corruttibili. Tesi molto assolutoria e consolatoria, io penso che la realtà sia un filino più complessa e che il male non provenga solo dai malvagi, ma spesso proprio da chi è convinto di fare del bene o almeno da chi agisce per una valida ragion di stato, o per un puro ideale da anima candida, o per un sano interesse imprenditoriale, o per il futuro dei propri figli, magari a scapito del presente dei figli di qualcun altro. Per non parlare dell’immensa quantità di male che proviene semplicemente dagli errori, dalle omissioni, dalla sciatteria, dalla negligenza, dall’ignoranza,  dalla superficialità, dall’indifferenza, dal conformismo, dall’appiattimento, dall’elogio della disponibilità che viene spacciata per meritocrazia, dalla paura, soprattutto dalla paura.

Della mafia dei colletti bianchi, delle incursioni della criminalità organizzata nel mondo della finanza e del business ci hanno già parlato magistrati, giornalisti, scrittori. Certamente c’è ancora tantissimo da scoprire e da capire, ma non mi pare proprio che Siti aggiunga nulla di nuovo, anzi ci offre una rappresentazione stereotipata e poco credibile, infarcita di situazioni fastidiose e sgradevoli descritte con linguaggio greve, solo parzialmente alleggerito dalla cultura dell’autore.

Resta il fatto che si tratta di un romanzo, non di un saggio sociologico, né di una inchiesta giornalistica. Il personaggio di Tommaso, l’ex bambino obeso, figlio di un soldato della malavita, che forgia il proprio carattere attraverso la solitudine, l’emarginazione e una spiccata attitudine per la matematica, all’inizio si lascia seguire nonostante non faccia alcuno sforzo per rendersi simpatico. Lo accompagniamo con curiosità fino alla fine dell’università e all’inizio della sua fulminea carriera, poi ci rincresce molto vederlo perdersi nella banalità dei rendez-vous con modelle e attricette varie e in improbabili speculazioni da videogame, giocate tra sceicchi arabi, bombaroli slavi e faccendieri sudamericani con l’unico risultato di dover frequentare controvoglia  qualche  manciata di  VIP della politica, dello spettacolo, della moda e della finanza.
Walter Siti è  letterato, critico e scrittore molto apprezzato, io invece sono uomo di poca cultura e dai gusti semplici e dunque può darsi che io questo libro non l’abbia capito. Ho sempre questo sospetto quando un’opera tanto celebrata è così lontana dal mio gusto e dalla mia sensibilità, anche perché in genere io sono un lettore piuttosto “ecumenico”. Sarà dunque un mio limite personale, ma io continuo a pensare che  non basta l’omosessualità esibita e sbandierata e la fama di studioso di Pasolini per eguagliare l’incisività, la lungimiranza  e l’anticonformismo dell’autore di Scritti Corsari. Soprattutto non basta il paravento dell’erudizione e della cultura personale per trasformare una furba accozzaglia di luoghi comuni, banalità e volgarità in un capolavoro. Però evidentemente basta per vincere il premio Strega

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