sabato 5 aprile 2014

La mossa del cavallo




Vigata, 1877. In Italia governa da un anno la Sinistra di Agostino Depretis, che poco dopo avvierà insieme a Marco Minghetti, esponente dell’ala liberale della Destra Storica, la pratica del trasformismo. 

E’ ancora in vigore la tassa sul macinato, introdotta nel 1868, che tante rivolte produsse nel nord del Paese, soffocate militarmente con migliaia di arresti e centinaia di morti e feriti. Anche nella siciliana Vigata e nella vicina Montelusa, sede della Prefettura, c’erano state rivolte soffocate nel sangue. Nulla da stupirsi dunque se due funzionari dello Stato affamatore, due ispettori dei mulini, erano stati assassinati nel giro di pochi anni.

Il loro successore si chiama Giovanni Bovara, nativo di Vigata, poi trasferito quando era ancora piccolo a Genova.  Ritornato nei luoghi d’origine,  in lui convivono l’ordine e la disciplina del funzionario con molti anni di servizio nell’amministrazione sabauda, il dialetto genovese che gli sgorga spontaneo nei momenti di abbandono e di emozione (come quando “da giovane si confondeva per le donne”) e la natia arguzia e parlata siciliana, nascoste da qualche parte dentro di lui, ma pronte a uscire fuori al momento opportuno, per trarlo dagli impicci e dare scacco matto agli avversari.

Ci sono parecchie cose strane all’Intendenza di Finanza di Montelusa riguardo l’attività dei mulini, a cominciare da quella vera e propria “corte dei miracoli” costituita dal nutrito gruppetto di “sottoispettori” che avrebbero dovuto vigilare ognuno sulla sua porzione di territorio. Tutti erano stati “segnalati” per l’incarico dall’avvocato Fasulo, un uomo molto pio e gran benefattore e soprattutto buon amico di Don Cocò Afflitto, proprietario di mulini e terre nella zona, che come tutti i veri potenti non entra mai nella storia, ma se ne sta piuttosto sullo sfondo e nell’ombra. A muoversi, tramare, sudare, affannarsi sono sufficienti l’avvocato Fasulo, il delegato di pubblica sicurezza Spampinato e suo fratello Gnazio, l’intendente di Finanza Felice La Pergola, detto “lo scrafaglio merdarolo” e poi politici, ministri, vescovi:  sono in tanti a dover qualcosa a don Cocò.

In parellelo si svolge la gustosa vicenda di un prete donnaiolo, padre Artemio Carnazza. La sua porta  era sempre aperta per le devote parrocchiane che, dopo la messa del mattino, salivano le scale di legno che dalla sagrestia conducevano all’abitazione del “parrino”. Perché “patre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi, delle picorelle, degli àrboli, delle arbe e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi della fantasia del Criatore: ora nìvura come l’inca, ora rossa come il foco, ora bionda come la spica del frumento, ma sempre con sfumature di colore diverse, con l’erbuzza una volta alta che sontuosamente oscillava al soffio del suo fiato, un’altra volta corta corta come appena falciata, un’altra volta ancora fitta e intrecciata come un cespuglio spinoso e sarvagio. Sempre si meravigliava quanno che ne vedeva una nova, perché nova novissima era veramente con tutto il suo particolare da scoprire…”.

 L’ultima scoperta di patre Carnazza è donna Trisìna Cìcero, una “trentina mora, con gli occhi verdi sparluccicanti e due labbra rosse come le fiamme dell’inferno. Mischineddra, era rimasta vedova da tre anni.  Da allora si vestiva tutta di nìvuro, a lutto stretto, lo stesso però gli òmini quando che la vedevano passare facevano cattivi pinsèri, tanta grazia di Dio senza che ci fosse un màsculo a governarla”.

In realtà Donna Cìcero, “grandissima buttana”, si governava benissimo da sola e a padre Carnazza aveva imposto anche un  minuzioso tariffario: “la taliata di tutt’e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasata senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lingua, un chilo di pasta fina di Napoli; una vasata con la lingua e le due minne nude, tre tazzine di porcellana e relative sottotazze…”

Don Carnazza si era fatto molti nemici: gli invidiosi, i mariti cornuti, le amanti rimpiazzate, ma anche i poveri diavoli che lui strozzinava con prestiti da usura e i parenti  defraudati in questioni di eredità.

Succede che l’ispettore Giovanni Bovara inciampa, fisicamente e metaforicamente, in patre Carnazza e da quel momento le due vicende si annodano si avviluppano,  cacciando il Bovara in un mare di guai da cui abilmente riesce ad uscire riflettendo sulle differenze linguistiche tra italiano e sicilano, imparando bene una certa lezione con cui i suoi nemici volevano incastrarlo: “Quello la lezione se l’imparò e ce la sta mettendo nel culu para para!”

Interessanti anche gli scambi epistolari tra le diverse autorità, gli avvocati, i politici, scritte nell’italiano ampolloso e burocratico di fine ottocento, che si caratterizza come una terza curiosità linguistica, dopo il genovese (praticamente incomprensibile) e la parlata della Vigata di Camilleri.

Nell’ultimo capitolo i personaggi  del romanzo fanno dei sogni, che Camilleri racconta ispirandosi, fra gli altri a Kafka, Faulkner, Sciascia (qualche analogia tra il capitano Bellodi, il generale Dalla Chiesa e il ragionier Bovara ), Hemingway, Joyce, Proust.
Duecento pagine che volano via anche troppo in fretta.

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