domenica 23 febbraio 2014

Le braci



Un lungo, intenso soliloquio, con parole pronunciate quasi sottovoce, in una notte davanti al fuoco del caminetto. Parole chiare, precise, cristalline, che vanno dritte al bersaglio, che traggono potenza ed energia dalla lunga attesa, che si sono incise nella mente e nel cuore di chi le pronuncia da oltre quarant’anni. Quarantun anni e quarantatre giorni, per la precisione.

Un interlocutore che ha trascorso una vita ai Tropici e si chiama Konrad (del resto, l’unico suo contributo alla conversazione è una suggestiva descrizione del mal d’Oriente, descrizione che sembra tratta dal grande romanziere polacco). E anche il nostro Konrad ha ascendenze polacche ed è perfino lontano parente di Chopin. La musica, la sensibilità, la “diversità”, la fedeltà ai principi o alle proprie passioni,  il senso profondo dell’amicizia,  l’odio, il tradimento,  i diversi tipi di fuga, di silenzio e di allontanamento dal mondo, che poi sono un modo diverso per celebrare la passione che ha dato il senso alla nostra vita.

Sono questi gli ingredienti principali di un romanzo tutto al maschile, un duello preparato meticolosamente, una caccia interrotta quarantun anni prima e che riprende sotto altre forme, con lo stesso gusto per i preparativi, lo stesso piacere sensuale nel dirigere l’arma verso la vittima, arricchito e potenziato dalle riflessioni amare di una vita.  Due sole figure femminili di rilievo. Una è poco di più di un fantasma, totalmente funzionale alla storia e alla vivisezione dell’anima dei due protagonisti. La seconda sembra una figura allo stesso tempo concreta e magica, fragile e dotata di poteri paranormali: appare e scompare, e segretamente sorveglia, dall’alto dei suoi novantun anni, che  i due ragazzi quasi ottuagenari non si strapazzino troppo. Perché ci vuole sempre, nella vita, una presenza  saggia che controlli le nostre passioni e ci chieda se ne vale davvero la pena, che ci ricordi che quando il fuoco smetterà di ardere ci troveremo  infreddoliti e a disagio, con tutte le medesime domande di senso di prima.

Fiorella Mannoia - Il cielo d'Irlanda

lunedì 17 febbraio 2014

I nostri ragazzi lasciati soli nella palude dei «Mi Piace» (Articolo di Susanna Tamaro sul Corriere della Sera)

Di Susanna Tamaro (Corriere della sera, 17 febbraio 2014)
Nadia, 14 anni: si è toltala vita lanciandosi da un hotel abbandonato a Cittadella (Padova) dopo gli insulti ricevuti attraverso il social network Ask.fm a cui era iscritta.
L’anno scorso, un’amica di mia nipote, una ragazza bella, solare, con una famiglia unita alle spalle, ha preso la pistola del padre e si è ammazzata, lasciando dietro di sé poche parole. Giorni vuoti e senza significato.

Sempre più spesso le cronache ci riportano atti di autodistruzione da parte di adolescenti, come se un’invisibile marea avesse trascinato con sé la loro energia vitale. Al di là della cronaca, che può essere falsata dall’obbligo del sensazionalismo, chiunque abbia a che fare con dei ragazzi, sa che la cifra fondamentale di molti di loro è la disperazione. Una disperazione ovattata, rassegnata, che conduce a una vita di autodistruttiva sregolatezza, quando non di apatia patologica.
Ragazzi che, da un giorno all’altro, decidono di abbandonare la scuola senza una vera ragione, rinchiudendosi nelle loro camere a vivere una vita puramente virtuale - sindrome già diffusa nel decennio scorso in Giappone - sono ormai una realtà diffusa, così come lo è il ricorso a un continuo stato di stordimento, vuoi per l’eccesso di alcol, vuoi per l’uso protratto di droghe. La sensazione che si prova, frequentandoli, è quella che cavalchino un’onda che li mantiene sempre sulla superficie della realtà. L’irrompere del mondo digitale, con la conseguente smaterializzazione dei sensi reali e il predominio del chiacchiericcio, lo sgretolarsi di quello che fino a trent’anni fa erano delle realtà educative - scuola, chiesa, famiglia - e l’imporsi di un mondo ormai drammaticamente femminilizzato - privo cioè di un qualsiasi principio di autorità, che li aiuti a portare lo sguardo al di là dell’orizzonte ovattato del sentimentalismo - rendono sempre più difficile immaginare una qualche forma di intervento.

Eppure, da qualche parte bisogna pure incominciare, perché lo strazio di queste adolescenze non più in grado di impiegare la magnifica energia della loro età non è più tollerabile. Innanzi tutto, dato che non siamo monadi senza porte e senza finestre, ma veniamo al mondo in un contesto sociale - del quale un giorno verremo chiamati a fare attivamente parte - chiediamoci cosa offre la nostra società a chi viene al mondo. Il primo ambiente sociale ad accogliere i bambini sono i giardinetti, che spesso sono sporchi, trasandati, ricoperti di scritte. Poi c’è la scuola. La maggior parte degli edifici scolastici sono in uno stato di assoluto degrado. E non si parla di lavagne elettroniche, ma semplicemente di pareti, di banchi e di gabinetti. E il degrado, purtroppo, non è soltanto quello degli ambienti, ma riguarda anche la didattica. Insegnanti sottopagati, sottoposti alla continua tirannia della precarietà, ridotti all’impotenza educativa per la continua ingerenza dei genitori, avviliti nel loro desiderio di essere parte fondamentale di un processo educativo necessario alla persona e alla società.

Una mia nipote ha lasciato il liceo italiano per trasferirsi all’estero dove frequenta una scuola tedesca. La prima cosa che mi ha detto è stata: «Zia, è incredibile. Qui ti rispettano. Ti spingono sempre a dare il meglio di te, così noi studenti facciamo a gara per essere migliori. Ma quando torno in Italia vedo che i miei ex compagni fanno invece a gara per essere i peggiori. Chi riesce a prendere il voto più basso viene portato in trionfo dai suoi amici».

Dunque, un passo per innestare un vero cambiamento sarebbe quello di smettere di considerare la scuola unicamente un luogo di contrattazioni elettorali e sindacali, ponendosi invece come primo obiettivo la ricostruzione di un tessuto sociale educativo basato sul rispetto intergenerazionale e sulla riqualificazione edilizia, restituendo autorevolezza agli insegnanti e limitando fortemente le continue e deleterie intrusioni delle famiglie nella scuola.
Incoraggiare tutti a fare il meglio è l’unica base su cui costruire una società civile, degna di questo nome. Giardinetti latrina e scuole conseguenti aiutano a produrre quello che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. Una società che sta scendendo sempre più i gradini dell’inciviltà, del cinismo, dell’ignoranza e dell’arroganza ottusa. Certo, ci sono i media che amplificano tutto, ci sono i tempi che cambiano vertiginosamente ma, sotto tutto questo, esiste sempre l’essere umano. E l’essere umano, nonostante i continui tentativi di manipolazione a cui assistiamo, possiede una sua natura specifica. Ed è proprio su questa natura che dobbiamo intervenire, se vogliamo cercare di cambiare davvero qualcosa.

«Ma lei davvero crede ancora nell’esistenza del bene e del male?» mi chiese un giornalista, una quindicina di anni fa. La domanda mi sconvolse, perché fino a quel momento avevo sempre considerato l’esistenza di questi due poli come un lapalissiano fondamento della realtà. Invece improvvisamente scoprivo che non era così, che quello che io credevo fondamento, non era altro che il residuo di una credenza arcaica. Nel mondo esaltato dai media, infatti, il bene e il male non hanno più alcun senso di esistere. Il «mi piace» e il «non mi piace» sono diventati il confine etico del mondo. Ma l’essere umano trova veramente la sua realizzazione nel «mi piace» o «non mi piace»? O si tratta piuttosto di una pietosa anestesia per impedire di alzare lo sguardo e correre il rischio di farsi domande più grandi?

Aver cancellato la linea di demarcazione tra il bene e il male, trasformando quest’imprescindibile scelta in qualcosa di voluttuosamente relativo, ha contribuito fortemente a trascinare le giovani generazioni in questo stato di desolante degrado, privo di orizzonti. L’essere umano, per diventare veramente tale, ha bisogno di sfide. E la prima sfida è quella di sapere cos’è il giusto e cos’è l’ingiusto, per poter poi scegliere da che parte schierarsi.

L’altro asse cartesiano di riferimento è quello del tempo. Senza la consapevolezza che il vivere, prima di ogni altra cosa, è confronto con il termine - cioè con l’oscurità che ci attende tutti - è impossibile costruire un reale cammino di crescita. Invecchiare vuol dire crescere in saggezza, e in questa crescita dovrebbe essere racchiuso il senso vero di ogni vita. Se il tempo è scandito soltanto dal soggiacere agli impulsi e dall’inseguire i consumi, non c’è alcuna speranza di poter aiutare i ragazzi a uscire dalla circolarità banalizzante che questa società ci impone.

Da che mondo è mondo, il senso della vita degli esseri umani è sempre stato compreso tra queste due coordinate. Il tempo che mi è concesso e la sfida di scegliere tra il bene e il male. Altrimenti si finisce per vagare nell’indistinto. E l’indistinto è qualcosa che genera angoscia profonda nelle persone. Per questo, per uscire dall’opacità tristemente distruttiva che li sta fagocitando, i nostri ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di offrire loro delle sfide in questo campo, sottraendoli alla palude del «mi piace». Hanno bisogno che si riprenda a parlare loro del bene e del male e della coscienza - che è il luogo in cui questo discernimento avviene; un bene e un male non relativi, ma assoluti, il cui primo universale comandamento è «Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso». Hanno bisogno soprattutto di uno Stato e di una politica che creda davvero nel loro futuro e si impegni, da subito, nelle cose più semplici, a partire dai giardinetti.

sabato 15 febbraio 2014

La smisurata ambizione

Le cronache politiche degli utlimi giorni (da "Stai sereno" a "Usciamo dalla palude") mi hanno fatto tornare in mente questo libricino, piccola summa di cinismo e dell'arte del dissimulare, che probabilmente è stato compulsato da questi condottieri che non fanno mistero della loro "smisurata ambizione". A tanti paiono subito simpatici per la grinta, la battuta pronta, l'agilità con cui cambiano opinione, amici e obiettivi. Io invece istintivamente ne diffido e credo che l'unico metro di misura per giudicarli sia quello dei fatti, dei risultati.
Visto che hanno questa "smisurata ambizione", che ci facciano vedere quanto sono capaci di fare cose smisuratamente grandi. Altrimenti dimostreranno di essere l'ennesimo grande bluf
f.

Ecco la gastronomia della liberazione

Articolo scritto da Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, su la Repubblica del 14 febbraio 2014.



Il fondatore di Slow Food incontra Graziano da Silva, da due anni direttore generale della Fao. E, insieme, spiegano come i piccoli contadini possono riuscire a sconfiggere la fame nel mondo
Personalità della cultura, dello spettacolo, del mondo accademico, opinion leader e intellettuali saranno chiamati a confrontarsi sui grandi temi della sostenibilità, del sistema alimentare mondiale, dei cambiamenti che passano attraverso un nuovo approccio verso il cibo. Storie legate a Terra Madre, la rete mondiale delle comunità del cibo, e al suo concetto di ambiente, agricoltura, economia e rapporti sociali. Iniziamo con José Graziano da Silva, direttore generale della Fao, protagonista di una via inedita nel contrastare la fame nel mondo. È stato ministro straordinario del governo Lula in Brasile, dove ha fatto partire il programma Fame Zero, in grado di fare uscire dalla soglia di povertà 28 milioni di brasiliani. Si spera che le stesse forza e determinazione possano servire a un futuro dove la vergogna
della fame sia debellata per sempre.
Il 2014 è stato scelto dalla Fao come anno mondiale dell’agricoltura famigliare. Quest’iniziativa segna ulteriormente uno storico cambio di priorità per la Fao: non più l’inseguimento a tutti i costi di aumenti di produzione a livello globale, ma un rafforzamento delle microeconomie agricole locali, in grado di garantire una dignitosa sussistenza nelle regioni più problematiche.
«In tutto il mondo gli agricoltori famigliari provvedono a produrre cibo, impiego e reddito per miliardi di persone. Non dimentichiamo che più del 70% delle popolazioni che vivono in stato d’insicurezza alimentare risiedono in zone rurali nei Paesi in via di sviluppo. In grande parte si tratta di agricoltori famigliari, produttori di sussistenza, che coltivano per l’autoconsumo. Fino a non molto tempo fa, per questo motivo, erano visti soltanto come un soggetto a cui dedicare delle politiche sociali, e non come importanti attori produttivi. Erano considerati parte del problema della fame nel mondo, mentre sono parte della soluzione. Con l’anno mondiale dell’agricoltura famigliare vogliamo cambiare questo vecchio modo di pensare, introdurre un nuovo paradigma».
Lo trovo un approccio vincente, che ho potuto verificare grazie alla rete di Terra Madre: più di 2.000 comunità del cibo connesse tra loro, di cui molti produttori famigliari, in oltre 150 Stati. Questi agricoltori dimostrano che la sovranità e la sicurezza alimentari dipendono in gran parte dalla piccola e media produzione, soprattutto dove non ci sono le condizioni strutturali, climatiche e culturali per introdurre altri modi di fare agricoltura. Nel rapporto 2013 della commissione Commercio e sviluppo dell’Onu si legge: «Bisogna passare dalla Rivoluzione verde (innovazioni tecnologiche come varietà vegetali geneticamente selezionate, fertilizzanti, fitofarmaci, che tra gli anni ’40 e ‘70 hanno aumentato la produzione in tutto il mondo ma anche l’impatto ecologico insostenibile) a un’Intensificazione ecologica, a un mosaico di sistemi di piccola scala, sostenibili e rigenerativi, che consente un considerabile aumento della produttività».
«Sì, il nostro futuro dipende da un’agricoltura e da sistemi del cibo che devono essere equi, sostenibili ed efficienti. I piccoli contadini, gli indigeni, pescatori e pastori, sono quelli che rispettano queste tre qualità. Dobbiamo aiutarli a sfruttare completamente questo potenziale. La Rivoluzione verde ci aiutò nel dopoguerra, quando non c’era cibo sufficiente. Aumentare la produzione fu la risposta naturale al problema. La disponibilità di cibo pro-capite nel mondo è aumentata del 40% negli ultimi cinquant’anni. Oggi la causa principale della fame non è più la mancanza di cibo, ma il fatto che le popolazioni più povere non possono permettersi di acquistarlo, o non hanno accesso a strumenti, risorse o conoscenze per autoprodurlo. Occorre una nuova rivoluzione, doppiamente verde, che aumenti la produzione preservando l’ambiente».
Per sconfiggere la fame nel mondo, sono stime Fao, servono circa 34 miliardi di dollari. Per salvare le banche in crisi, pochi anni fa, in un paio di giorni sono state stanziate cifre superiori senza problemi. Questo significa che sconfiggere la fame è un obiettivo alla portata dell’umanità, ma non c’è una condivisa volontà di raggiungerlo.
«Dobbiamo unire le forze a tutti i livelli. Appena insediato, mi sono adoperato per creare nuovi rapporti di collaborazione, soprattutto con la società civile, le cooperative e il settore privato. È stato così che per esempio siamo venuti in contatto tra le nostre organizzazioni. Oggi la Fao sta portando avanti molte iniziative con soggetti non governativi come Slow Food. Queste alleanze consentono di operare in maniera più diffusa e complessa di provare nuovi approcci. Un esempio: il libro di ricette pubblicato insieme sulla quinoa (scaricabile su slowfood.it) ci ha consentito di avere anche un approccio gastronomico alla lotta contro la fame, un modo nuovo di agire».
Sono convinto che la gastronomia possa essere uno strumento fondamentale in questa lotta. La chiamo “gastronomia per la liberazione”, perché in tanti Paesi, come in America Latina, consente un riscatto anche nel nome del piacere alimentare. Lì i grandi cuochi diventano i leader di un movimento che sta aiutando gli agricoltori famigliari a far conoscere i loro prodotti tradizionali, dando loro orgoglio e nuove possibilità economiche. Auspico che un processo simile si inneschi presto anche in Africa, ricchissima di risorse e di cultura agroalimentare. Intanto, stiamo iniziando con il progetto di 10.000 orti famigliari,
comunitari e scolastici in Africa. Dopo i primi 1.000 rilanciamo, confortati dai risultati raggiunti. Sono molto felice che la Fao sia al nostro fianco anche in quest’avventura, che presenteremo a Milano il 17 febbraio.
«L’orto è uno strumento importante perché rieduca alla coltivazione, fornisce cibo, ha un basso impatto ambientale e consente, se fatto con le giuste caratteristiche, di mantenere la biodiversità locale grazie all’utilizzo delle varietà tradizionali. Guardo con interesse a questo progetto degli orti in Africa, soprattutto perché li realizzerete grazie a una rete di persone e comunità locali, senza inviare nessuno in missione. Si pongono quindi le basi per un vero sviluppo, che potrà durare nel tempo. All’evento di presentazione so che saranno presenti i giovani africani incaricati di gestire e dirigere il progetto, selezionati tra la vostra rete di Terra Madre e Slow Food e la nostra della Fao. Dobbiamo lavorare per far crescere le classi dirigenti del futuro nel continente africano e il fatto che siano in rete tra di loro, connessi con noi e con voi e con tutti i soggetti che lottano contro la fame e la malnutrizione nel mondo, mi conforta nella convinzione che tutti insieme potremo farcela».

domenica 9 febbraio 2014

Creare se stessi



Ho avuto grandi maestri, da cui ho preso il meglio, ovvero i loro insegnamenti, i loro esempi. Ho trovato me stessa, ho creato me stessa e ho detto ciò che avevo da dire. (Suzanne Valadon)

Suzanne Valadon




Nel libro “I segreti di Parigi”, Corrado Augias ci introduce a Montmartre raccontandoci la storia di Suzanne Valadon e di suo figlio Maurice Utrillo.

E’ una storia ricca di sensualità, energia, vitalità, ma anche di miseria, dolore, abbandono. Tutta pervasa da un eccitamento febbrile, da una tensione che esprime la doppia anima di Montmartre: quella idilliaca e romantica raccontata da Nerval e quella demoniaca, cupa e sordida descritta da Zola.

Marie Clementine Valadon divenne Suzanne quando Henri Toulouse Lautrec  le disse: “tu che ti spogli davanti ai vecchi, dovresti farti chiamare Susanna” (citazione dell’episodio della Bibbia raffigurato da tanti pittori, fra i quali Tintoretto, Artemisia Gentileschi, Rubens e Paolo Veronese).

Figlia di una lavandaia,  senza padre, Marie Clementine  inizia a lavorare da bambina come aiuto sarta, poi commessa di pasticceria, cameriera, fioraia, cavallerizza e trapezista al circo.

Si fa conoscere per la sua avvenenza e simpatia e, dopo una rovinosa caduta che la costringe a lasciare il circo, diventa modella, musa e amante della maggior parte dei pittori dell’epoca: Puvis de Chavannes, Renoir, De Nittis, Toulouse Lautrec, Zandomeneghi.

A sedici anni rimane incinta e il 26 dicembre 1883 nasce suo figlio Maurice Utrillo. E’ lo studente catalano Miguel Utrillo y Molins a dare il nome al bambino. Poiché la rosa  di possibili candidati è  molto ampia e comprende, fra gli altri, Rodin,  Renoir e  Puvis, de Chavannes,  lui dice: “Per me sarebbe un vero onore poter firmare col mio nome l’opera di uno di questi grandi maestri!”

Maurice è segnato dall’epilessia fin dalla più giovane età. Affidato alla nonna alcolizzata, impara a placare gli attacchi con il vino.

Nel frattempo Marie Clementine diventa Suzanne e conosce Edgar Degas, che a differenza degli altri pittori, ha per lei affetto paterno e  incoraggia i suoi primi tentativi di pittura e le rimane sinceramente amico ed estimatore. Suzanne diventa pittrice.

Suo figlio Maurice inizia a dipingere diciannove anni, sotto la guida della madre,  come cura di disintossicazione dall’alcol e dalle crisi di nervi. Diventa Maurice Utrillo, pittore, amico e compagno di scorribande di Picasso, Modigliani e Max Jacob, che qualche volta lo devono legare al letto per placare i suoi attacchi. Come pittore oscurerà completamente la fama della madre.

Ma non è finita. A quasi cinquant’anni, Suzanne si innamora di André Utter, pittore di trentacinque anni, tre più di suo figlio Maurice, di cui è amico. I tre vivono insieme e vengono soprannominati “il trio maledetto”.

Andrè è pittore mediocre, ma Suzanne lo usa come modello e lo ritrae nudo in diverse opere, poi diventa l’agente di Maurice.

Suzanne muore nel 1938, davanti al cavalletto. Solo sei anni prima aveva firmato un autoritratto dove compare ancora a seno nudo, a sessantacinque anni, la bellezza ormai sfiorita, ma lo sguardo fermo.

 Maurice  muore nel 1955 dopo aver dipinto migliaia di tele che raffigurano le strade di  Montmartre e i dintorni di Parigi.

martedì 4 febbraio 2014

C'ero anch'io!...(quasi)


C'era una volta... l'Azienda Energetica Municipale di Milano (Aem). E c'è tuttora la fierezza di esserci stato, di averci lavorato per quasi tredici anni.
I tempi della foto sono un po' più antichi . Allora c'era l'Azienda Elettrica Municipale; il gas non era ancora arrivato. Oggi, dopo la fusione con ASM di Brescia, c'è A2A.
Un caro saluto a tutti coloro che come me ne hanno condiviso un pezzo di storia.

La pioggia prima che cada

La pioggia prima che cada non esiste, non la puoi vedere. C’è quell’attimo, quella particolare atmosfera che puoi capire soltanto dopo, quando la pioggia è già caduta, che puoi guardare retrospettivamente o che puoi intuire in anticipo  grazie a una sensibilità così profonda da sfiorare la preveggenza. O forse si tratta solo di suggestione.

C’è molta retrospettiva in questo romanzo, c’è sensibilità e anche premonizione.

E’ una storia di donne,  di madri e di figlie attraverso tre generazioni nell’Inghilterra dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Siamo lontani dall’atmosfera cupa della “Famiglia Winshaw”, eppure la famiglia e la violenza c’entrano molto anche qui.  E’ la violenza dell’amore negato, del conflitto sotterraneo, di legami rifiutati o mal sopportati. Una violenza che incide l’anima, goccia dopo goccia, e si trasmette alle generazioni successive. Non si tratta della maledizione delle colpe dei padri che ricadono sui figli: in questo caso è la fredda ostilità  delle madri ad indurire il cuore delle figlie.

A Jonathan Coe piace chiudere i cerchi e in questo romanzo il dramma si sviluppa tra due momenti apparentemente insignificanti: la fuga incomprensibile di due cani. Un antipatico e viziato barboncino di nome Bonaparte fugge all’inizio della storia. Un altro cane scappa alla fine. Di mezzo ci sono sessant’anni, vite intere, storie apparentemente normali dietro alle quali si nascondono solitudini e infelicità profonde, e che appaiono quasi rassegnate, perché già scritte.

Le storie sono raccontate attraverso quanto di più intonato al clima famigliare: le fotografie. Venti foto ricordo di vacanze, di compleanni, di cerimonie, di luoghi rimasti nel cuore. Visi sorridenti, sguardi catturati nell’istante in cui ci si mette in posa, ambienti che restituiscono al presente un frammento dopo l’altro del passato, fino a comporre l’intero puzzle e a farcelo guardare, alla fine, con lo smarrimento di chi ha seguito tutta la traiettoria compiuta dal destino.

Ma nel libro c’è anche il puro piacere di raccontare il passato, di ascoltarlo, di scoprirlo.

Rosamond un’anziana e tranquilla signora, muore in solitudine, senza marito né figli. Lascia uno strano testamento, nel quale tra gli eredi compare Imogen, una donna che nessuno sa come rintracciare. Rosamond lascia a sua nipote Gill l’incarico di trovare Imogen e di consegnarle venti fotografie e una serie di cassette registrate con il racconto della sua storia: la storia di Rosamond, che conduce alla storia di Imogen.

Gill, accompagnata dalle due figlie Catharine ed Elizabeth, inizia il suo viaggio nel passato di sua zia, scoprendo un mondo ancora sconosciuto e soprattutto tre figure femminili che si passano il testimone l’un l’altra nel corso del racconto: Beatrix, Thea e Imogen.  Al loro fianco, la stessa Rosamond e, per un tratto di strada, anche Rebecca, l’unica che “vede” la pioggia prima che cada. O forse la vedono tutte, ma poi rimangono ostinatamente (o rassegnatamente?) con i piedi ben piantati in terra, a percorrere il solco già tracciato del loro destino.