giovedì 9 gennaio 2014

Federico Rampini, Banchieri - Storie dal nuovo banditismo globale



Va bene, questa volta niente “suspense”: l’assassino è svelato  fin dall’inizio, a partire da titolo, sottotitolo e copertina. E girate poche pagine c’è anche la sentenza di condanna definitiva: “Nessun bandito della storia ha mai potuto sognarsi di infliggere tanti danni alla collettività quanto ne hanno fatti i banchieri”.

Federico Rampini lancia il sasso, non ritira la mano, anzi punta l’indice e fa nomi e cognomi, con poche sorprese, ma con motivazioni non del tutto scontate.

Dopo l’invettiva troviamo il ragionamento. Sì, perché pagina dopo pagina si scopre che Rampini certamente non ama i banchieri, ma soprattutto li considera il centro nevralgico di un sistema che complessivamente non funziona. Picchia duro, con un pizzico di demagogia, sulla parte più esposta e meno difendibile dell’ingranaggio, ma in capitoli significativamente intitolati “Il lavoro che verrà”, o “In cerca del nuovo”  prende a ragionare sul nostro intero sistema di sviluppo.

 Se vi sembra che la parola “sistema”  rievochi  troppo  il linguaggio vetero-marxista degli anni settanta, fatevene una ragione perché pare che Karl Marx sia diventato molto “cool” a Wall Street e dintorni. Qualche guru dell’economia del ventunesimo secolo ha sfidato polvere e ragnatele per rileggersi le ottocentesche previsioni sui processi di concentrazione industriale, ovvero pochi grandi “players” che riescono a sopravvivere in ogni settore, o sulla continua corsa al ribasso dei salari dovuta alla riserva crescente di disoccupati e sotto occupati, o sulla crisi di sovrapproduzione provocate dalla compressione del potere d’acquisto dei lavoratori, o sull’eccesso di speculazione finanziaria, responsabile dell’amplificarsi delle diseguaglianze.

La tesi di fondo è che se i banchieri, inclusi i banchieri centrali con compiti di vigilanza, hanno potuto combinare tanti disastri, ciò è avvenuto anche perché da trent’anni ci si sta cullando nell’illusione che i mercati si regolino da soli e che meno si interviene nell’economia, meglio è. Senza scomodare Keynes, gli esempi in controtendenza citati da Rampini sono quello di Henry Ford (che raddoppiò i salari dei suoi operai perché si potessero permettere di comprare le sue auto) di Adriano Olivetti (che era Adriano Olivetti) e dei Paesi Scandinavi nei quali un amministratore delegato può guadagnare fino a 6 volte la retribuzione di un operaio e non fino a 600 volte come negli USA.

Poiché i sapienti e i tecnici brancolano nel buio e non si vedono vie d’uscita, l’unica certezza è che con le crisi, più o meno frequenti, lunghe o profonde, bisogna imparare a convivere. Per questo gli economisti da un anno a questa parte hanno scoperto una parola nuova, prendendola da altre attività umane: è la parola “resilienza”, ovvero la capacità di resistere agli urti senza spezzarsi,  di superare un trauma senza abbattersi, di ritrovare l’equilibrio dopo uno shock. L’economia chiede aiuto alla filosofia, per trovare comportamenti più saggi, stili di vita più equilibrati. Cresce la consapevolezza che una parte di “povertà” è in realtà il frutto di bisogni creati artificialmente da un’insana corsa a produrre più del necessario, ad accumulare, consumare e sprecare. Quando per qualche motivo si è costretti a cambiare passo, a rallentare, superato lo smarrimento e la paura iniziali si può scoprire che da lì  si può partire alla ricerca della “buona vita” o anche reinventarsi una nuova vita.

E alla trentenne che gli fece una domanda che continuò a frullargli in testa per tutta la notte, Rampini dà tre consigli: ripartire dagli errori e dai fallimenti delle generazioni passate, guardare anche a chi è indietro e non solo a chi sta davanti e confidare che un futuro, anche nei tempi più bui, c’è sempre.

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