martedì 29 ottobre 2013

Natalia Ginzburg, Lessico Famigliare




 Sono molti i libri, i romanzi che propongono al lettore saghe e storie di famiglia.
Nonne che raccontano, nipoti che ricordano, soffitte piene di tesori, cassetti dai quali emergono lettere e diari in grado di far fantasticare sulle vicende più o meno avventurose di antenati dimenticati o sconosciuti.

“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, un classico della letteratura italiana, è qualcosa di diverso. Si viene subito conquistati dalla leggerezza del racconto, contrapposta alla drammaticità  della Storia che fa da sfondo (il fascismo, le leggi razziali, la guerra, i primi anni del dopoguerra). L’autrice non abbandona mai  la sua vena ironica, sia che si tratti di regalarci deliziosi quadretti di vita domestica, sia che osservi con la stessa familiarità e disinvoltura i numerosi personaggi celebri che accompagnano per lunghi tratti le vicende del racconto.
Ultima dei cinque figli di Giuseppe Levi, scienziato e professore universitario triestino, l’ambiente  di Natalia Ginzburg è quello della borghesia colta e antifascista della Torino tra gli anni Trenta e Cinquanta.
Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Giancarlo Pajetta, Leone Ginzburg, Camillo e Adriano Olivetti, Cesare Pavese, Vittorio Foa si mescolano alle vicende di casa Levi, anzi ne fanno parte e vengono descritti  attraverso gli occhi di chi, per età e carattere, si tiene ai margini, osserva e annota. E così, fuori dall’ufficialità dei libri di storia e delle cronache politiche, ma anche con grande garbo e discrezione, ci vengono offerti tratti umani e aneddoti difficilmente dimenticabili.
Solo le vicende della scrittirce, che sposò Leone Ginzburg e fu una “colonna” della casa editrice Einaudi fin quasi dalla sua fondazione, sono sfumate e ridotte all’indispensabile. L’io narrante non è quasi mai protagonista della storia raccontata, che è soprattutto storia di coloro che popolarono gli anni decisivi della sua esistenza.

Più che la storia, importano i bozzetti; interessa il carattere dei personaggi più ancora delle loro vicende. Frammenti di vita familiare. E su tutti svetta la figura paterna, personaggio che detta i tempi della narrazione ed è sempre al centro dei passaggi più divertenti.

Il “lessico” è il filo conduttore. Fin dalla prima pagina, fin dall’incipit:
"Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: - Non fate malagrazie!"
E subito dopo ci si imbatte negli sbrodeghezzi, nei potacci, nelle negrigure, e via discorrendo.
Erano queste alcune delle parole che rendevano così caratteristico il modo di esprimersi del padre di Natalia, una sorta di burbero buono con la passione della montagna e del socialismo – "le cose che mio padre apprezzava e stimava erano: il socialismo, l’Inghilterra, i romanzi di Zola, la fondazione Rockfeller, la montagna e le guide della Val d’Aosta" - rappresentato con un misto di soggezione e affetto dall’autrice (a distanza di tempo più affetto che soggezione). Parole, lessico che costituirono un inconfondibile segno di riconoscimento per tutta la famiglia, insieme agli aneddoti raccontati mille volte attorno al tavolo.
"Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute mille volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire:<<Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna>> o <<De cosa spussa l’acido solforico>>, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole."


Quel lessico, quelle frasi, quelle storie, risuonano in casa Levi mentre ad uno ad uno i suoi figli prendono strade diverse.

Gino, il primogenito e prediletto dal padre perchè studioso e appassionato di montagna:
"Gino dava poco spago perché leggeva sempre; e quando gli si parlava, rispondeva a monosillabi, senza alzar la testa dal libro. Se Alberto e Mario si picchiavano, non si muoveva e continuava a leggere; e mia madre doveva chiamarlo e scuoterlo, che venisse a dividerli. Leggendo, mangiava pane, adagio adagio, una pagnotta dopo l’altra; ne mangiava più o meno un chilo, dopo il pranzo.
…A volte, la sera mio padre portava Gino dai Lopez; sembrandogli il più serio, il più educato, il più presentabile dei suoi figli. Ma Gino aveva il vizio di addormentarsi dopo mangiato: e si addormentava anche là dai Lopez, in una poltrona, con la Frances che gli parlava: i suoi occhi si facevano piccoli, la sua testa dondolava dolcemente; e dopo un poco dormiva, con un sorriso svanito e beato, con le mani in grembo. – Gino! Urlava mio padre,- non dormire! Stai dormendo!
- Voialtri, diceva mio padre, non siete gente da portare nei loghi."
Gino fu il primo a sposarsi e a lasciare la casa paterna per andare a lavorare alla Olivetti.
"Gino dunque lasciò la nostra casa, e se ne andò ad abitare a Ivrea; e pochi mesi dopo annunciò a mio padre di aver conosciuto là una ragazza e di essersi fidanzato. Mio padre fu colto da una collera spaventosa. Mio padre sempre, ogni volta che uno di noi gli annunciò di essere sul punto di sposarsi, fu colto da una spaventosa collera, chiunque fosse la persona prescelta. Un pretesto lo trovava sempre. O diceva che la persona da noi prescelta era di salute gracile; o diceva che non aveva soldi; o diceva che ne aveva troppi. Ogni volta mio padre ci proibì di sposarci; senza ottenere nulla, perché tutti ci sposammo ugualmente."

All’opposto,  Mario e Paola erano i più distanti dagli ideali del padre, in quanto “detestavano la montagna, e amavano le stanze chiuse e tiepide, la penombra, i caffè. Amavano i quadri di Casorati, il teatro di Pirandello, le poesie di Verlaine, le edizioni Gallimard, Proust. Erano due mondi incomunicabili.”
Dovevano aver tratto le loro inclinazioni dalla madre Lidia una milanese di origine triestina che prediligeva “ il socialismo, le poesie di Paul Verlaine, la musica e, in particolare, il Lohengrin, che usava cantare per noi la sera dopo cena.” Anche  lei  amava le comodità e non impazziva di gioia quando c’era da andare in montagna  “Vacca d’una casa! Malignazzo di un Saint Jacques-d’Ajas!”, ma era una “persona lieta”, dotata di ironia e quindi capace di comunicare e intendersi meglio con l’aspro mondo paterno.
Al contrario, "mostravano, la Paola e Mario, perduti nella loro malinconia, una profonda insofferenza per il dispotismo di mio padre, e per i costumi di casa nostra, quanto mai semplici e austeri: avevano l’aria di sentirsi, nella nostra casa, in esilio, sognando tutta un’altra casa, e tutt’altre abitudini."
In esilio Mario ci andrà veramente: a Parigi, dove si rifugiò in seguito ad una avventurosa fuga dopo essere stato arrestato per la pubblicazione di opuscoli antifascisti. E a Parigi finirà per rimanere anche a guerra finita.
Paola invece passerà attraverso il matrimonio e il divorzio con Adriano Olivetti.
"La Paola avrebbe voluto tagliarsi i capelli, portare i tacchi alti e non le scarpe mascoline e robuste che faceva <<il signor Castagneri>>; andare a ballare in casa delle sue amiche, e giocare al tennis. Nulla di questo le era consentito. Le era quasi imposto di andare, il sabato e la domenica, in montagna con Gino e con mio padre. La Paola trovava Gino noioso, Rasetti noioso, gli amici di Gino in generale tutti noiosissimi, e la montagna insopportabile. Skiava tuttavia molto bene, senza stile, dicevano, ma con grande resistenza alla fatica e con grande coraggio, e si buttava giù per le discese con l’impeto di una leonessa. A giudicare dall’impeto e dal furore con cui si buttava giù per le discese, io sono indotta a credere che si divertisse a skiare, e ne traesse il più vivo piacere: ma ostentava per la montagna un profondo disprezzo; diceva di avere in odio le scarpe chiodate, i calzettoni di lana e le minute lentiggini che apparivano al sole sul suo piccolo naso delicato; e per fare sparire quelle minute lentiggini, usava, dopo ch’era stata in montagna, incipriarsi il viso d’una cipria bianca. Avrebbe voluto avere poca salute, un aspetto fragile, e il viso d’un pallore lunare, come hanno le donne nei quadri di Casorati; e si seccava quando le dicevano che era <<fresca come una rosa>>. Vedendola bianca in viso, mio padre che non sospettava che mettesse la cipria, diceva che era anemica e le faceva prendere il ferro."

Infine Alberto, il più discolo, con un carattere solare e gaudente:
"Mio padre era preoccupato per l’avvenire di tutti i suoi figli maschi, e svegliandosi la notte diceva a mia madre: - Cosa farà Gino? Cosa farà Mario? – Ma nei riguardi di Alberto, che andava ancora al ginnasio, mio padre non era preoccupato, era addirittura in preda al panico. – Quel mascalzone di Alberto! Quel farabutto di Alberto! – Non diceva neppure “quell’asino di Alberto” perché Alberto era più che un asino, le sue colpe sembravano a mio padre inaudite, mostruose. Alberto passava le giornate o sui campi di foot-ball, da cui tornava sudicio, a volte con le ginocchia o la testa insanguinate e bendate; o in giro con i suoi amici; e rientrava sempre tardi a pranzo. Mio padre si sedeva a tavola, e cominciava a sbattere il bicchiere, la forchetta, il pane; e non si sapeva se ce l’aveva con Mussolini, o con Alberto che non era ancora rientrato.
…Alberto andava dietro alle sartine; andava dietro, però, anche alle ragazze di buona famiglia. Andava dietro a tutte le ragazze, gli piacevano tutte; e siccome era allegro e gentile, corteggiava, per allegria e gentilezza, anche quelle che non gli piacevano. Si iscrisse in medicina; e mio padre se lo trovava davanti, nell’aula di anatomia; e non gli piaceva niente trovarselo lì. Una volta, era buio nell’aula, e mio padre faceva delle proiezioni; e vide, nel buio, una sigaretta accesa. – Chi fuma? – urlò. – Chi è quel figlio d’un cane che s’è messo a fumare? – Sono io papà, rispose la nota voce leggera; e tutti risero.
Quando Alberto doveva dare un esame, mio padre era, fin dal mattino di pessimo umore. – Mi farà fare una brutta figura! Non ha studiato niente! – diceva a mia madre – Aspetta Beppino!-  lei rispondeva, - aspetta! Non lo sappiamo ancora.
-Ha preso trenta, - gli diceva mia madre. –Trenta? – lui s’infuriava. – Trenta! Gliel’hanno dato perché è mio figlio! Se non era mio figlio lo bocciavano
E si faceva più nero che mai.
Alberto diventò, più tardi, un medico molto bravo. Ma mio padre non se ne convinse mai. E quando mia madre o qualcuno di noi non stava bene, e esprimeva il desiderio di farsi visitare da Alberto, mio padre rompeva in quelle sue tuonati risate:
-Macchè Alberto! Cosa volete che sappia Alberto!"

 Quando anche  Natalia lascia definitivamente la casa paterna e Torino, in quella casa rimangono suo padre e sua madre, soli.  Ma anche allora continuano a risuonare le antiche parole:
"Tutte domeniche, - disse mia madre,- andavo dal Barbison. Le sorelle del Barbison le chiamavano le Beate, perché erano molto bigotte…..
Ah non cominciamo adesso col Barbison! Disse mio padre. –Quante volte l’ho sentita contare questa storia!"

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